Io, Ferlinghetti, Fante ed Olga

28 Mar
Mi chiedo cose, mi faccio domande.
No, mi pongo interrogativi è troppo prosaico.
Sono domande stupide che si alternano con cose più esistenziali.
Forse è colpa della primavera, penso mentre osservo la moto parcheggiata sotto una grande magnolia.
E’ ben più probabile, indiscutibile, che si tratti della vita in sè, più che della primavera, che poverina non ha colpe.
Le cose che mi chiedo, le domande che mi faccio, a volte mi bloccano, lasciandomi solo lo spazio per respirare e guardare il mondo come se fossi dentro una piscina.
Acqua compatta, densa, zero ossigeno, sono i miei pensieri. E a volte ci finisco dentro dimenticandomi di tirare un bel respiro profondo, l’apnea non è il mio mestiere.
Raccontavo una storia al Piccolo, nella sera di casa, divano, luce soffusa gialla, silenzio tutto intorno. I nostri personaggi, che con il tempo sono diventati un piccolo esercito, e che ci seguono nella vita, sono la Biscia Beatrice, il Gatto Goffredo, il Lupo Giulio, il Gabbiano Gaetano. D’estate vengono con noi a Levante, e fanno del mare un posto speciale. D’inverno restano con noi in città. Il mio preferito è il Gatto Goffredo, che ha una strana voce, e un carattere del cazzo. Resta tutto il giorno sul molo, ad aspettare che i pescatori gli portino il pesce, perchè è pigro, è un gatto.
Litiga spesso con il Gabbiano Gaetano.
Eravamo in una di queste storie, con il Piccolo impegnato ad ascoltare, lo si riconosce dal respiro, in quel silenzio in cui immagina davvero il Gabbiano Gaetano e il Gatto Goffredo impegnati a discutere sul molo di Levanto.
Si tocca i capelli con l’indice sinistro, il Piccolo, mentre io recupero pezzi di storia e la porto avanti con il tono e la suspance che merita.
E mi sono bloccato.
Come fossi stato in apnea. Apnea di pensieri.
Il Piccolo mi ha guardato.
E’ abituato ad avere un padre strano.
Ma non riuscivo a dire nulla.
Come se i pensieri, le mie cose, mi stessero affogando, seduto sul divano.
Non ci ho dato peso.
Succede, è comprensibile, mi sono detto.
Fino all’altro giorno.
Lo stretto rapporto che intercorre tra la promessa di sole e il freddo effettivo della primavera lo capisce solo chi va in moto.
Che sembra si schiatti di caldo, ma poi, superati i cinquanta, si muore di freddo, di un freddo pungente, come se fosse un colpo di coda dell’inverno, orgoglioso.
In quinta, a novanta, Hernest mi porterebbe in capo al mondo. E io, in quinta a novanta kilometri all’ora, mi ci farei portare.
La spinta sulla sella è minima, le braccia non pesano, il motore vibra disordinato tenendo un ritmo perfetto.
La moto scivola sull’asfalto lasciandoti il tempo per guardare il resto.
La città che sta preparandosi al temporale, e noi che torniamo.
Il freddo sulle mani, sulla faccia, sulle ginocchia.
Il caldo sotto al culo.
La musica del motore e dei pensieri belli, quelli che vengono quando sei in moto.
Tipo che potresti desiderare un pavimento di legno per il soggiorno, potresti anche desiderare un soggiorno, e proprio volendo, lo desidereresti sul mare.
Cose così.
Poi a un certo punto, niente, apnea.
Mi sono dovuto fermare.
Fortuna vuole che giri con un’orda di cazzoni, fratelli, che poco caso fanno alle mie lacrime.
Sono dovuto scendere dalla moto, fermarmi e respirare.
Succede, è comprensibile, mi sono detto.
Sono un esperto di sintomi.
Per questo scrivo.
Gli esperti di diagnosi, i dottori della vita, vivono.
Gli esperti di sintomi, come me, scrivono.
E vivono, per carità, ma pagando un prezzo altissimo.
Leggo i sintomi, per fare diagnosi.
E i sintomi ci sono tutti.
Compresa l’apnea misteriosa.
Crollo in un sonno misterioso.
Dormo per difendermi ultimamente.
Il Lunedì dell’Angelo lo odio.
Lo comunico al mondo evitando di parlare, fino a pranzo.
E’ un pranzo complesso.
E’ una vita complessa, si direbbe, ultimamente.
Allora dormo, rubando un pezzo di divano.
Sogno di essere in un ufficio, di legno, con mobili vecchi, odore di muffa, siamo in un grattacielo, ma non so dove. Fa freschino, non siamo in Asia.
Me lo conferma l’apparizione di Fante.
E del suo cazzo di cane.
Che entrano in ufficio.
John si siede sul divano.
Respira a fatica.
Mi chiede da bere.
Non so nemmeno dove sono, figurarsi se so dove sia l’alcool.
Rispondo.
Chiamo Ferlinghetti, allora, mi dice.
Io mi commuovo.
Gli dico, io Ferlinghetti lo ho conosciuto a San Francisco, nel 2009, che poi è quando tutto è iniziato.
Lui non risponde, impegnato a digitare le cifre sul cellulare.
Di colpo si apre la porta ed entra il protagonista di uno dei libri di Zafon.
L’ombra del Vento, credo sia il titolo.
Non ricordo, gli dico, come ti chiami.
Non mi risponde, apre una valigia ed estrae un pappagallo bianco.
Restiamo seduti in empasse, sia io sia John.
Avete bisogno di una donna, dice una voce fuori campo.
Voce femminile, peraltro.
Mi da fastidio ammetterlo, dice Fante, ma ha ragione la tizia.
Abbiamo bisogno di vivere, rispondo io.
Abbiamo bisogno di vivere, ripete il pappagallo bianco.
Ti ha poi risposto Ferlinghetti, su dove sia l’alcool, chiedo io.
Che qui c’è bisogno di bere.
E’ con Olga, non risponde.
Chi cazzo è Olga, chiedo.
Olga è la puttana che incrociavi tornando in hotel a Madrid.
La ricordo perfettamente, gli dico.
Ed è vero.
Era bellissima, giovane, mora, slava, alta, e molto elegante.
Peccato facesse la puttana in un garbuglio di strade brutte e sporche, con clienti grassi e poveri.
Ma non si può avere tutto dalla vita.
Ma Ferlinghetti è un poeta, rispondo.
Olga lo sa, risponde Fante.
Sento un forte schiaffo.
E’ il pappagallo.
Cazzo.
Violento.
Non è vero, è il Piccolo che mi sveglia.
Apro gli occhi, non riesco a parlare.
Mi succede, in questo periodo, che penso cose, cose grandi e cose stupide.
E che queste cose mi facciano preferire il silenzio.
Non era mai successo.

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