22 Maggio

27 Mar

Le veniva da chiedergli, prima di chiederlo a se stessa, se mai ci fosse stata la possibilità, se mai lui avesse anche solo pensato, se mai fosse potuto succedere, insomma che lui se ne andasse. Le venivano, domande del genere, appena prima di dormire, in quelle due ore di silenzio, di pigrizia, di divani, di sbadigli, di tanta confortevole abitudine che quasi la stordiva. In quei momenti le venivano domande così, che finivano in un sospiro, in una carezza, in uno sguardo, con tutta la finta distrazione e il ricercato disinteresse che una donna come lei sapeva mettere in campo davanti alla paura. 

Quando aveva paura giocava, con le mani, con le distrazioni di una carezza, cose così. 

Lui non sarebbe andato via. Questo lei lo sapeva, di questo, in fondo, si era accorta di vivere, senza che lo avesse voluto. 

C’erano notti, succedeva d’inverno, nelle quali aveva bisogno di addormentarsi sul suo corpo, caldo e accogliente, senza pensare alle loro anime. 

Ascoltava i movimenti del respirare, l’ondulato risalire della pancia, toccava i pettorali, annusava le braccia, si perdeva lentamente in un corpo di cui aveva scelto accuratamente la bellezza, quasi a farla sua. 

Passava distratta le dita sulle cicatrici, sui capezzoli, sulle ombre che le luci facevano. 

E si addormentava sicura. 

C’erano mattine in cui aveva, urgente, il bisogno di sentire l’anima, l’anima di un uomo che le dormiva accanto, che si svegliava insieme a lei. Attaccava, allora, discorsi leggeri, quasi sottili, inutili, ingarbugliati come le lenzuola. Solo per sentire un suo si, sospirato nel dormiveglia. 

Osservava gli occhi assonnati, che con il passare degli anni erano diventati ancora più profondi, e riusciva ancora a percepire l’esatto momento che precedeva un suo: si. 

A volte la sera si lasciava toccare, dalle mani curiose che l’avevano convinta, qualche anno prima, a perdere il senso del tempo, pensandole come fossero onde, con un ritmo, che si infrangevano su una spiaggia, le sue gambe.

Aveva provato a immaginare la sua vita senza di lui. 

Lo faceva quando era sola, sotto la doccia. 

Lo faceva per sentire quel senso di colpa, scivoloso come il bagnoschiuma, arrivarle addosso, per poi lavare il pensiero, la colpa e la schiuma, sotto il getto di acqua calda. 

Quasi a purificarsi delle sue colpe. 
Avevano avuto, erano passati anni, comunque molti mesi, molto da fare per metter d’accordo le loro due anime, che spingevano sogni, progetti e rumori di fondo, quasi a darsi battaglia per il gusto di farlo. 

Si era scoperta debole. 

Lo aveva scoperto debole.

Per questo era fuggita, dalla debolezza e dai sogni. 

Ma poi era tornata. 

Facendo le scale in punta di piedi, con il riflesso del sole dalle finestre, l’odore di primavera, il silenzio della domenica pomeriggio, e lui, in piedi nudo sulla porta, ad aspettarla sorridendo. 

Non ne avevano mai parlato. 

Lei aveva passato del tempo, sdraiata su di lui, a osservare il riflesso dei suoi capelli, ascoltandolo parlare. E aveva pensato che questo, questo calore, i capelli, la sua voce, fossero la cosa più vicina alla pace che una donna potesse provare. 

Perlomeno lei. 

Lui la guardava con occhi che non lasciavano dubbi. 

E più di tutte le sue parole, più di tutti i gesti, che lui adorava fare, confusione con le mani, con le parole, con la bocca, lei guardava gli occhi. 

Cercandoli anche quando, in mezzo alle persone, lui li appoggiava su di lei come a ricordarle che altro non avrebbe potuto, se non amarla. 

E mai se lo erano detti. 

Da quella domenica, diamante nei ricordi. 

Lui sapeva delle sue paure, perchè a lui interessavano le cose che gli altri non vedevano. 

Prendila dal suo punto di vista. 

Tutti vedevano i morbidi capelli cadere a contorno del seno, che lei lasciava sempre intravedere. 

Tutti vedevano le lunghe gambe, le mani, la schiena nuda. 

Tutti la vedevano sorridere, tutti se lo aspettavano. 

Quel genere di donna da cui tutti aspettano qualcosa. 

Tutti. 

Non lui. 

Che cercava le cose che lei a nessun altro poteva dare.

Come le paure. 

L’abbandono.

Come gli occhi, di desiderio disperato. 

Come il respiro, che si calmava solo quando lei si calmava davvero. 

Prendeva di lei quello che lei lasciava e dava, come i contadini fanno con la terra, perchè così era e così solo poteva essere. 

Restava fermo, mentre lei come una gatta si annidava sulla sua spalla, sapendo bene che quello era il suo modo di dirgli l’amore. 
Sapeva dei suoi pensieri, quelli che la sera arrivavano come la malinconia di un tramonto d’inverno. 

Come sapeva delle sue felicità mattutine. 

Conosceva le cose, conosceva le pieghe nascoste, respirava nei suoi capelli il profumo dei suoi pensieri. 

E mai rispondeva. 

Quasi a non rovinarle il dubbio, quasi a lasciare la certezza, quasi a dirle, così io ti amo. 
Quella sera, se lo ricorderanno come si ricordano gli anniversari, senza che lei dicesse nulla, nudi nell’ombra del letto, con il rumore del traffico, restavano fermi. 

Spesso lo facevano. 

Lei passava un dito sul suo petto. 

Lui le accarezzava una gamba. 

Silenzio. 

E le sue paure, quelle della sera. 

Che non avevano mai avuto risposta.
Lui si era girato, pronto a sussurrarle in un orecchio qualcosa.

Lasciando cadere la mano sul suo ventre. 

Lei aveva avuto un sussulto. 

Aspettava il suo desiderio. 

Tutte le notti. 

Lui aveva, però, fermato la mano. 

E, sussurrando, appunto, aveva detto
No.
Lasciando poi passare del tempo. 

Che è impossibile da misurare nell’oscurità, nudi, felici. 
No. 

Resterò.

Tu sei la ragione per cui resto. 
Baciandole poi l’orecchio, di quei baci da bambino che le dava, di tanto in tanto, e stringendole la mano sul ventre, di quelle strette, di desiderio infantile, concreto, diretto, che aveva lui. 
Come se, pensava lei, conoscesse le sue domande. 

Come se la sua anima le avesse urlate.

Come se, forse, fosse davvero innamorato. 
Per un solo istante le era diventato chiaro cosa fosse l’amore.

E come si potesse raccontare al mondo. 

Per un solo istante, ma per sempre.
Era il 22 maggio, era notte, erano nudi, di due corpi, di un seno perfetto, di delle cicatrici, di dei capelli, di lenzuola calde, di rumore di traffico. 

Di come, tutto il resto, quando capisci l’amore, non conti. 

Niente.
Certe date si ricordano come fossero anniversari. 

Perchè, a modo loro, lo sono. 

Restano.

Come le cicatrici. 
Come un no, sussurrato in un orecchio. 

Che diventa il più bel si che si possa dire. 

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