Pegli

Lo zio Attilio è morto nel sonno, era marzo ma non ricordo il giorno, come aveva incessantemente chiesto alla Beata Vergine, recitando il rosario tutte le sere prima di coricarsi.
La sua camera era di quel genere di arredamento, color ciliegio, lucido, che riempie troppo gli spazi.
L’odore, forte e persistente, di canfora, arrivava fino al soggiorno dove, con meticolosa precisione, erano stati messi tutti gli album fotografici che lo zio conservava in casa.
L’organizzazione del lutto era spettata ai parenti di secondo grado, cugini e figli di cugini, visto che mio padre e lo zio Attilio avevano smesso di parlarsi nel 1977, due anni prima della mia nascita, per via di un mancato invito a un aperitivo.
Il gelo tra le due famiglie era andato avanti senza particolari disagi, e prometteva di protendersi anche alle generazioni a venire, visto che nemmeno Sara, la prima ed unica figlia dello zio, si permetteva di parlare con la nostra famiglia.
Così, appresa la notizia della morte da una cugina, mio padre si era deciso, dopo averci pensato per tutta la durata del caffè del mattino, quasi mezz’ora, a prendere il vecchio Fiat 124 e scendere verso il mare.
Lo zio si era trasferito a Ponente da giovane, per lavoro e amore.
Faceva l’ingegnere navale, ed amava il mare.
Due ragioni più che sufficienti a giustificare Pegli.
Che forse non è nemmeno Ponente, talmente sembra un’appendice di Genova.
Aveva una casa appena sopra al Parco comunale, dove si poteva camminare calpestando il carrube caduto sui sentieri, cosa che io adoro ancora fare e che mi sembra poter giustificare la noia di alcuni pomeriggi come quello in cui, obbligato da mio padre a seguirlo, mi sono ritrovato a Pegli al capezzale di un uomo terribilmente uguale e mio padre, ma morto e immerso in un revival del pessimo gusto nell’arredare casa.
Mio padre aveva deciso che quello sarebbe stato un buon momento per ricomiciare a parlare con il vecchio, ed ormai caro estinto, Attilio. Così, presa una sedia dalla sala, si era messo di fianco alla salma a parlare.
Lo fanno in tanti. E’ una cosa normale, lo dico per esperienza, trovarsi davanti ai morti a parlare.
Sono le parole che ci si è dimenticati di dire in vita, per una lunga serie di futili ragioni come l’orgoglio, e che vengono tutte d’un fiato in momenti come quello.
Da mio padre ho ereditato una incipiente calvizia, gli occhi, probabilmente la debolezza cardiaca, ma lo sapremo solo tra qualche anno, mi auguro, e la capacità di prendere decisioni ragionevoli e giuste in poco tempo. Anni, diciamo.
Insomma, l’idea di ricominciare a parlare con il vecchio era buona, intelligente e rispettabile.
I tempi, quantomeno, discutibili.
Io ho imparato a essere molte cose, grazie a questa cosa di mio padre del cattivo tempismo.
Ma mi è sempre risultato difficile di fare il terzo incomodo.
E’ una cosa che proprio non tollero, il sentirmi di troppo.
Ho preso quindi la saggia decisione di scivolare lungo la parete, quasi urtando delle, brutte, copie in bianco e nero di Picasso, per portarmi in una zona più piacevole.
Il Ponente mi annoia per la decadenza industriale e la indisponente percezione di essere legato a grandi città. Genova, poi Savona, poi San Remo.
Il Levante non ha logica, nel disordine creativo delle terrazze e delle scalinate.
Il Ponente è piatto, i palazzi sono piuttosto alti, i balconi stretti, la viabilità è moderna, le spiaggie ordinate e accoglienti. Se devo avere tutto questo, penso sempre, resto in città.
Ho camminato verso il parco, fumando annoiato e cercando le analogie tra l’indecisione architettonica ligure e quella argentina.
Che sembra una follia, lo ammetto, ma ha un fondo di verità.
Ho sempre sostenuto che la magia ligure, l’insieme dei caratteri, dei palazzi, dei riverberi di luce, abbia antiche radici e grosse similitudini con l’incanto sudamericano.
Ho anche tenuto una lunga conferenza, sull’argomento, in un parco giochi di Arenzano, una notte, a cavallo della Pasqua, ubriaco, a tre sconosciute turiste, di cui una bionda e bellissima.
Lo ricordo come fosse ieri.
E ricordo come fosse ieri anche gli sguardi confusi delle povere malcapitate.
Sara mi seguiva, cinque passi indietro.
La stessa età, lo stesso sangue, gli stessi occhi, a dirla tutta.
Aveva un passo dolce e docile, le spalle rette, un seno bello e rotondo, fianchi proporzionati e gambe lunghe.
Insomma, bella.
Ma non si pensa a certe cose, sul letto di morte di un parente, e soprattutto di una parente.
E’ stata lei a chiedermi, per prima:
– tu sai perchè non si parlano?
– adesso? Adesso, tecnicamente, credo si tratti di una questione di battito cardiaco assente.
– intendevo prima
– un mancato invito a un aperitivo.
– una cazzata.
– sono le peggiori.
– e come mai siete venuti
– abbiamo rispetto per la morte e un grande senso del tragico in famiglia. Adoriamo i funerali e compiangerci. Questa è un’occasione d’oro.
– mi ha sempre detto che siete gente strana
– non si sbaglia. Ma siamo la stessa famiglia. Se lo è detto da solo.
– Avrei voglia di vedere la città, un giorno.
– sei nata qui, giusto?
– si.
– il Ponente mi angoscia.
– in che senso?
– sembra una sconfitta tra l’uomo e il mare.
– non capisco.
– niente. Credo si possa rientrare, avranno finito la chiacchierata.
Ho trovato mio padre intento a sistemare sul comodino del caro estinto un foglietto, una preghiera.
– credo si possa andare
– si, gli ho detto tutto quello che dovevo dirgli.
– bene, diciamo addio a tutti e portiamoci sul Turchino.
Sulla porta abbiamo salutato tutta una serie di parenti che non sapevo nemmeno di avere, tra cui un sacco di cugine che, al netto del lutto, sembravano essere delle belle persone.
Ci siamo fermati a bere un caffè in un bar dietro al porto, odore di fogna, di mare, di muffa, di umido, di caffè.
Mentre mio padre si accendeva una sigaretta, mettendosi a posto la cravatta, ho pensato alla sua eleganza senza tempo. Il coraggio di indossare una cravatta sempre.
Cosa che adoro fare ancora, per quello.
– Papà, è inutile chiederti che cosa tu gli abbia detto dopo vent’anni, giusto?
– no, anzi, puoi farlo.
– come hai fatto a riassumere vent’anni in dieci minuti? Che cosa ti è rimasto da dirgli, che cosa gli hai detto, cosa rimpiangi, insomma, sono curioso. Che cosa gli hai detto, per davvero?
– che è stato un coglione a non rivolgermi la parola per vent’anni.
– solo questo?
– No, anche che la casa a Pegli se la possono giocare ai dadi i suoi cugini, che a me fa angoscia.
Lo ha detto sorridendo, cercando le chiavi del vecchio Fiat 124, facendomi un cenno che stava per: sali e andiamocene.
Sul Ponente, mio padre ha una ragione di ferro. Adesso lo posso dire.
Ma mi vien da dire che è facile aver ragione con un morto.
A me non mi avrebbe dato soddisfazione.
Proprio come l’arredamento di ciliegio lucido.
Ingombrante, ma di fondo, vuoto.

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