Io Sono (il sole all’improvviso)

19 Mar
Sembro molte cose, in questo periodo.
Quando Dio mi ha dato tutta questa vita, sicuramente non pensava facesse così male.
E se mai avesse dovuto pensarlo, cazzo, mica lo fai così cinico Dio quando te lo immagini da bambino.
Comunque.
Faccio una certa, incomprensibile, fatica, a spiegarle, le cose che sembro e che sono, quasi mi fossi bloccato, a un certo punto, stanco di raccontare, di trovare la punteggiatura giusta, come sospiri, sospensioni necessarie più a me per pensare che a te per ascoltare.
Eppure sono molte cose, oggi.
Certe mattine sembro i sobborghi di Londra, umidi e disordinati, pronti alla rivolta, pieni zeppi di ferite. Rivoluzione punk, metanfetamine, materassi abbandonati, musica.
Sembro qualcosa che può esplodere da un momento all’altro.
Poi non esplodo, incompleto. Una minaccia, di cui parlare durante un telegiornale, nel bel mezzo di una noiosa cena infrasettimanale.
Sono una notizia da martedì sera. Sembro, perlomeno, certe mattine.
Sto bene, a volte, sdraiato dentro i racconti che scrivo, a piedi nudi, mentre mi godo dall’alto l’effetto che fanno, tutte queste storie d’amore. Quasi fossi un guardone, uno strano guardone, che si appoggia alle storie degli altri, per fare una pausa dalla sua.
Scrivo tanto per questo. Ventisei racconti dall’inizio dell’anno, tutti con una logica ben precisa, una metrica serrata, un senso che adoro saper di poter trovare io solo. Un guardone enigmatico, di fondo. Ma sto bene sospeso su quello che scrivo, e lo scrivo perchè mi fa stare bene. Ho scritto per esplodere, per morire, per scopare, per vivere, per ridere, per provare. Scrivo per stare bene, al momento.
Non faccio ritorno in nessun posto, di questi tempi, per questo adoro far ritorno in una storia. Di cui ho disegnato l’inizio e la fine. Non fare ritorno, ve lo direbbe anche Ulisse, è parecchio doloroso. Ma, cogliete la sottile differenza, Ulisse aveva un posto dove tornare, e molti sbattimenti da fare per sostenere l’epopea del ritorno, che è una delle cose più fighe del mondo.
Tornare, di fondo, è sempre un piacere molto più deciso del partire, perlomeno per noi, me e Ulisse intendo, che di fondo adoriamo la nostalgia.
Io non faccio ritorno in nessun posto, oggi. Come ieri, e come il giorno prima.
Asciugo al cielo lacrime improvvise, credo di avere un delicato disturbo del canale lacrimale, sistemo la camicia, stiro la faccia perchè ho letto che le rughe d’espressione restano molto più a lungo delle ferite che causano le rughe d’espressione, e provo a improvvisare di stare bene.
Se c’è una cosa che noi, io e Ulisse, non sappiamo fare, è improvvisare. Difatti Ulisse a Lesbo si è impicciato un sacco, che a saper improvvisare avrebbe tirato fuori tutti in poco tempo.
Comunque io improvviso molto peggio di Ulisse.
Proprio non mi riesce, e quando mi riesce mi riesce male.
Poi, di contro, riesco tranquillamente a svangare riunioni, clienti, presentazioni, conferenze, e robaccia simile, senza batter ciglio.
E questa storia di non tornare, di non avere un posto in cui far ritorno, di non avere una casa, mi fa dannare l’anima, mi fa soffrire come non ho mai sofferto.
La mia casa è dove amo.
Che, collateralmente, è il motivo per cui sto bene tra i palazzi del centro, a camminare insieme al Piccolo, che ormai ha capito, di suo padre, questa innata devozione per il ciondolare in centro, abitudinario di una pasticceria, di un sarto, di un’edicola, di una libreria, devoto commentatore dei lavori sulla piazza, estimatore dello struscio, e insomma mi accompagna con l’amore di un figlio, rassegnato già da ora.
Adoravo il mio girovagare, specchiarmi nei vetri di un aeroporto, armato del minimo indispensabile e di un sorriso da cazzone, ma sapendo di avere un posto, una sensazione, un qualcosa a cui tornare.
Lo sfratto emozionale mi segna l’umore e il sorriso, ma ho la certezza che sia passeggero, uno di quei temporali d’estate che poi portano tempo migliore.
L’amore cos’è?
Non saprei. Ne scrivo molto. Adesso ti direi che assomiglia ai temporali di luglio, al mare, che poi esplodono in tramonti dai colori che restano negli occhi per settimane, mentre respiri l’odore di umido e calpesti la sabbia bagnata per andare a sentire l’acqua tiepida.
Mi addormento spossato, al confine tra il sentirmi fuori posto e lo svegliarmi di colpo, dormo male e mi sveglio peggio.
La notte è una tortura a cui partecipo per forza, perchè crollo di stanchezza.
Faccio sogni complessi, ne ricordo spezzoni, che cerco di lavare via con l’acqua del mattino.
Nuotare appena sveglio mi rinfresca l’anima, scioglie i sogni, riporta le cose al loro posto. Mi guardo nudo sotto la doccia, tocco le cicatrici piccole, passo le dita, quasi rifiutassi quello che sento e che vedo.
Mi guardo dall’alto del mio naso, nello specchio appannato di vapore degli spogliatoi, e trovo tutti i segni del tempo, del mio tempo. Ma in acqua sento le braccia pulsare, sento di essere nel mio elemento.
Che Dio mi perdoni per quanto è banale questa cosa.
Di sentirsi nel proprio elemento.
Ma è così.
Sono dolore, rabbia, emozioni, lacrime, gioia infinita, certezze e progetti.
Tutto insieme.
Non è una ricetta da chef, ma è molto vera.
Cruda e vera.
Sono cucina crudista, più contemporaneo di me non c’è nulla, resto anche indigesto, ma non posso farci nulla.
Non scapperei mai da niente di questo, perchè è vita. Ma ogni tanto, in gran segreto, mi siedo ad osservarmi.
Ho senso del tragico, più che senso del ritmo, ma capisco questo ballo e lo ballo fino in fondo, senza pretese, sudaticcio e bevuto, come tradizione vuole.
Sembro, nudo fisso davanti allo specchio, un quadro del periodo blu di Picasso.
Per l’indefinito delle sfumature, parrebbe, ma anche per l’espressione degli occhi.
Ho ripreso Hernest, che assomiglia drammaticamente alla mia vita.
E’ ingovernabile in curva, scalare le marce sembra una questione di forza bruta, l’aderenza alla strada è un mero ideale, ma non molla mai. Mai, dannata bestia di ferro.
Mi chiedono come si possa amare così tanto un oggetto così fuori dalle mode, così scomodo, così brutale.
Rispondo si.
Si.
Hernest si ama perchè è esattamente tutto questo. E’ l’imperfezione che richiede la mia mano, l’inesattezza che richiede i miei coglioni, l’inadeguatezza che richiede tutto il mio fiato, trattenuto a filo di una curva presa larga.
Hernest è inadatto ai viaggi, eppure abbiamo fatto più di ventimila kilometri insieme in due anni.
Esattamente come io, a detta di chi mi vede, sono inadatto a tutto questo, eppure tengo la strada, sbandando ma tengo. Uno assomiglia alla sua moto, come i padroni assomigliano ai cani.
Si fa la moto a sua immagine e somiglianza, ma poi se non la usa arrugginisce prima lui della moto.
Come con l’anima, se non la usi si arrugginisce.
Io, ne ho certezza, questo non lo rischio.
L’anima, la mia anima, segue un adagio che adoro ripetermi: se non hai dato tutto, non hai dato niente.
Più che un guerriero vittorioso, mi ricorda un pugile o un filo d’erba.
Calpesta, pesta, ripassa, ma non si spezza.
E’ l’arte dei pugili e dei fili d’erba.
Resistere, sempre, per fiorire.
Io sembro un filo d’erba, più di un pugile.
Sembro un prato intero.
Aspetto la mia estate, per fiorire a sorpresa.
Non so cosa sembro, di fondo, perchè sembro molte cose.
So cosa sono.
Mi piace meno del solito.
A nessuno piacciono i temporali.
Solo agli amanti avvolti nelle coperte, piace il rumore della pioggia.
E ai poeti decadenti.
Avvolti nelle droghe pesanti del tempo.
Ma tutti, dico tutti, si trovano sorpresi ad osservare il sole che risorge, di rosso, di fuoco, di cielo, di speranza, di tutto quello che significa.
So solo questo.
Sono solo questo.
Poi, per carità, torno a scrivere di altro.
Ma era per dire, per inquadrare.
Adoro, di questo temporale, l’idea del sole, che adesso mi fa ridere, piangere, bestemmiare, urlare, piangere, vomitare, parlare, correre, mordere, bruciare, mangiare, sospettare.
Per brevità: vivere.

Una Risposta to “Io Sono (il sole all’improvviso)”

  1. ABC 19 marzo 2016 a 09:35 #

    Penso che un dolore molto grande riesca ad annullare anche le emozioni e i sentimenti più belli.
    Non è che lo pensi e basta.
    Ne sono convinta.
    Amare presuppone uno stato di benessere interiore.
    Se uno non sta bene dentro, non può amare.
    Passerà.
    Come i temporali.
    Tornerai ad amare.
    E sarà bellissimo.
    Quando, come e chi… purtroppo non è dato sapere.

    P.s. gli occhi verdi, ad ogni modo, sono un buon segnale.

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