Non multum sed multa

Ho la capacità, fin da bambino, di stufarmi delle novità molto prima che la maggior parte di quello che oggi si chiama grande pubblico, main stream, se ne appassioni. È stato così con i post it profumati, con i cd, con winmx e la grande invasione dei porno, con la spontaneità dei primi reality show.

Più o meno la stessa cosa mi è successa con Facebook. Mi sono iscritto gioiosamente animato da una insensata voglia di condividere con il mondo tutta la mia vita. Plaudivo al grande senso sociale della condivisione, missionario del social networking, promuovevo la cultura del tutto per tutti.

Ora, parliamoci chiaro, la maggior parte dei social network hanno prevalentemente due usi: tentare di riprodursi con cerchie sempre più allargate di esseri umani e accrescere il proprio ego a dismisura con dettagliati racconti delle proprie imprese.
Nel caso di un utente di sesso maschile si potrebbe riassumere l’uso del social network come un grande bisogno di gonfiare, o il pene o l’ego.

Facebook ha, più o meno, l’età del Bradipo. Il suo fondatore è decisamente più piccolo, nerd e ricco del sottoscritto. Hanno girato un film creandone una leggenda in calzino e ciabatte. In verità le scarpe si vedono sempre più spesso e la quotazione in borsa sarebbe un giochetto da Steve Jobs. Sembra essere il più grande contribuente degli Stati Uniti.
In verità il buon vecchio Mark è seduto su un patrimonio ben più grande, gigantesco, incalcolabile. 800 milioni di utenti non sono solo nomi, sono abitudini, età, classi sociali, lavori, credo religiosi, fedi politiche, hobbies -adoro scrivere hobbies-. Sono quello che un qualsiasi pubblicitario del pianeta definirebbe come “orgasmo multiplo”.

Passano anni della loro scintillante vita a cercare di avere più dati possibili, per indirizzare meglio la comunicazione, quando 400 milioni di persone ( cito una ricerca del NYT, sul fatto che circa il 48% degli utenti di Facebook ha usato il social network per tradire il compagno/la compagna. Ad essere pignoli, di questo 48, il 62% sono donne, a dimostrazione di varie teorie secondo le quali chat e messaggini non pareggeranno mai un approccio al bancone del bar, dove si può constatare con mano, o perlomeno con occhio, la portata reale della conquista. Per gli statisti, bankers, promoters e altri falliti che da sempre frequentano questo posto con occhio critico, i numeri che ho riportato prima della parentesi sono calcolati a spanne. Ho fatto cattivo uso di dettagliate informazioni statistiche. Quello che per vent’anni ha fatto il Governo senza che vi lamentaste).
Dicevo, passano anni della loro scintillante vita a cercare di avere più dati possibili per indirizzare meglio la comunicazione. Poi si accorgono che un tizio in ciabatte Adidas e felpa possiede una roba come 400 milioni di dettagliate schede personali.
Aggiornate e precise.

È, per intenderci con quelli nati negli anni 80, come dare a un dodicenne un catalogo di intimo Postalmarket. Dopo mesi di malcelati orgasmi, si arriva al dunque, e si dice che si potrebbe utilizzare questi milioni di utenti attivi (per altre ragioni), indirizzando una comunicazione migliore. Ad esempio se sul tuo profilo dichiari di essere interista, musulmano e appassionato di pesca, potrebbero evitarsi la fatica di mandarti richieste di abbonamento a “qui Milanello” oppure a “il giornale degli estremisti cattolici”. L’hobby per la pesca serve solo a identificarti come uno che ha meno possibilità di avere più ricchezza di altri (da una ricerca del WSJ, gli appassionati di pesca sono meno ricchi degli appassionati di golf. Ma più ricchi degli appassionati di videogiochi).

Io sono decisamente pro. Adoro la comunicazione intelligente, e prego tutti i giorni perché smettano di mandarmi richieste di abbonamento a Oggi e cataloghi di libri di dubbia qualità.
Sono anche disposto ad aggiungere categorie estremamente importanti ( ad esempio misogino, oppure psicotico).

Però, mentre tutti celebrano il compleanno di Facebook ( è dall’inizio che cerco di abbreviarlo, ma non puoi capire come odio quelli che scrivono Fb o faccialibro. Quelli di faccialibro li odio di più), io devo ammettere di essermi rotto i coglioni. Non rientro nella statistica fedifraga, forse perché nel mio network di amiche del passato non spiccano certo delle grandi fighe, e quelle che spiccavano sono già andate, o forse perché il tradimento digitale mi fa una tristezza apocalittica. È sintomo di pigrizia sentimentale. Andare a ripescare l’amica, ex, conoscente, ex collega, ha molto di triste. Ho perso la voglia di vedere foto di feste, foto di ubriachi alle feste, foto di ubriachi alle feste con facce improbabili. E odio vedere le foto delle vacanze di altri.
Non andrei mai a una cena invitato per dopo vedere le foto delle vacanze, e ho festeggiato la morte delle diapositive stappando una bottiglia di Brugal. Perché dovrei passare il mouse su un album di 115 foto di Formentera?

Twitter mi fa venire grandi dubbi. Se Facebook è “guarda cosa ho fatto”, Twitter è “leggi cosa sto facendo”. Mi piace Linkedin, dove il mio ego si gonfia in grande compagnia. Non ho avuto tecnologicamente tempo di appassionarmi a Foursquare e soci. Apprezzavo MySpace, e poi il fondatore era mio amico (da qualche parte nell’etere c’è una versione del Bradipo su MySpace).

Mi sono terribilmente annoiato, Facebook è un grand bel romanzo, ma infinitamente monotono. Ci vorrebbe più sangue, oppure più verità. Al posto delle otto foto al portachiavi di Hello Kitty o le settantadue al concerto dei Sepultura, ci vorrebbero dolore e verità. Spontanei, come nella prima edizione del Grande Fratello, quando facevano quello che facevano senza sapere di poter contare su anni di serate in discoteche del bresciano o del ponente ligure appena usciti. Ma nessuno sarebbe spontaneamente realista dovendo usare lo strumento per mettersi in mostra, per cercare di riprodursi, insomma per una sveltina sotto un portone in centro.

Mi sono rotto i coglioni, per usare un delicato eufemismo, della mia voglia di social networking. Invecchio. È chiaro che invecchio, e pure male.

Usate tutti i miei dati, infilatemi in tutti i cluster, avvolgete le mie passioni in lunghi rotoli di Excel. Se questo può evitarmi di ricevere la richiesta di abbonamento a Oggi.

Ma ricordatevi,sono sempre meno social.

PS: forse anche per il compleanno del Bradipo ci quoteremo in Borsa. Ma volete mettere il caro vecchio blog confronto a tutti questi cosi da frikkettoni?
Gloria e onore al Blog.
E già che ci siamo R.I.P. Splinder, che in fondo ti volevo anche bene.
(e per un paio d’anni ti ho anche pagato per avere le foto sul sito..).

PS2: questo post, a dimostrazione di quanto siamo global qui, è stato scritto sul Milano Madrid delle 7.20, mentre il Comandante cercava di portare l’aereo in una posizione consona alla navigazione aerea, ma il vento o un fenomeno divino che non conoscevo, tendeva a verticalizzarlo. Risultato, credo di aver provato quello che provano gli astronauti in decollo e ho la brioches alla marmellata tra la trachea e le tonsille. Ci vorranno anni per farla riscendere nello stomaco.

Fratello metallo

Del metallo, della pietra e del legno ho una grande ammirazione. Mi piace il senso di divenire. Mi piace ancora di più conoscere le persone che lavorano su questo divenire. Ma ho un debole per il metallo. Se dovessi scegliere tra i tre, e’ il metallo ad affascinarmi di più. Una lastra che diventa, battuta con la saggezza che solo un’idiota scambia per violenza, qualcosa di definitivamente solido, perenne. Il legno e la pietra mi incutono riverenza, con la loro storia. Millenni di mani, scalpelli e lame. Il legno e la pietra, questa forse e’ la differenza più violenta, sono volumi che si assottigliano per diventare qualcosa. C’e’ occhio, genio e mano. Pazienza e visione. Il metallo si piega, contorce, dilata, per diventare qualcosa di completamente diverso. Il metallo e’ l’infinito dell’industria, e’ il potere della forza di chi lo sa piegare. Il metallo e’ molto più presente, se il legno e la pietra sono un nobile passato.

Ragionamento opinabile, opinione decisamente personale, forse troppo rock n roll.

Credo nei santi che negli anni hanno lavorato sui metalli, creando utensili, mezzi, oggetti, inutilità quotidiane.

E ho un debole, fin dai primi mesi estivi delle elementari, per le officine meccaniche. Per gli odori, per le luci, per la viscosità dell’olio.
Ho imparato a fumare con lentezza, guardando la battitura di un pezzo di acciaio.
Ad accarezzarlo, per sentire le imperfezioni.

E poi mi sono innamorato delle moto di ferro, perché sono un modo supremo di lavorare il metallo. Mi sono innamorato dell’acciaio, delle leghe leggere, dei rumori di un carburatore battuto male.

Ho smontato la prima Vespa con la religiosità di un sacerdote che apre il tabernacolo.

E, crescendo, ho imparato ad apprezzare il mondo dei battitori di lamiere e delle loro creature su due ruote. Forse per questo giro su un pezzo di acciaio, kevlar, gomma acida. Vibra, e’ scomodo, e non ha nulla a che vedere con la perfezione di alcune creature molto più veloci, stabili e possenti.
Ma si sentono le mani che lo hanno disegnato, si sente il gusto di chi l’ha costruito.

La mia motocicletta e’ maschio, perché prima di essere motocicletta e un pezzo di acciaio, un affronto all’aerodinamica e al progresso.

La mia motocicletta e’ odori di fabbrica e rumore di una forza che brucia le gomme.
E’ la storia di un viaggio, e’ la linea senza tempo di un classico far motociclette.
Ma prima di tutto e’ un pezzo di acciaio.

Questa sera a Milano c’era il freddo assordante che anticipa la neve. Pungente, silenzioso, assordante. Forse non nevicherà.

E gironzolavo, tra grosse strade, lampioni e ponti, con il rombante tossicchiare del mio pezzo di acciaio.

Mi sono fermato sotto un grande cartello luminoso. Del circo.
E mi sono acceso una sigaretta. Fumare in santa pace la sigaretta della domenica. Fosse l’unica, sarebbe un gran progresso. Ma in fondo non ho voglia di smettere di fumare, come non ho voglia di smettere di correre e di sognare. Di viaggiare, di provare, e di amare. Le pagherò tutte queste cose. Splendidi verbi, maledetti vizi. Ma sono felice.

Insomma,fumavo lunghe boccate di freddo e nicotina e ho sorriso guardando il culo perfetto del mio pezzo di ferro. E’ davanti a queste curve, al loro luccicante inseguire i riflessi, che mi emoziono. Mi piace sentirla strillare sui tornati, mi piace buttarla a casaccio tra le curve, mi piace lanciarla sulle strade che vanno fuori città. Ma mi piace anche, terribilmente, fermarmi a guardare tutto questo metallo, messo insieme così bene da far sorridere.

Forse un giorno mi passerà la smania di farli correre, questi pezzi di metallo. Forse mi passerà quando avrò smesso di scappare.

Ma non smetterò di godermi, mentre fumo, la storia che immagino dietro a ognuno di questi pezzi di metallo, gli odori che posso sentire, il viscido olio lubrificante delle presse, il rumore assordante, e la perfezione di un pensiero, geniale, che diventa tutto questo.

Cambiando discorso, rovinando la poesia di metallo, si avvicina una delle mie feste favorite. Chi mi segue dal vecchio e polveroso blog, sa quanto sia importante per me San Valentino.
Perché mi permette di far polemica, di essere cinico, di sproloquiare.
Tutte cose che adoro fare.
Questo San Valentino, festeggiatelo con un oggetto di cui siete innamorati. Lasciate perdere le persone. Fottetevene delle persone. Le persone hanno delle grandi aspettative su San Valentino. Gli oggetti no. Festeggiate San Valentino con il vostro libro preferito, con la vostra caffettiera, con la vostra moto. Il vostro televisore, la lavatrice, i pattini…

Ma avremo tempo per tornarci…
Nuovo blog vecchie abitudini

Bulldog, polli e sfigati

Mi cammina davanti, impettita come una involontaria gallina 10 e lode Amadori.
Colpa del tacco troppo impegnativo, unito al pavimento misteriosamente perennemente scivoloso di Malpensa.
Questo posto ha perso tutta la poesia magica degli aereoporti, diventando una specie di museo gigante, intasato di low cost e pieno di spazi vuoti che spingono da tutti gli angoli.
Sulla teoria del pavimento scivoloso mi sono didlettato per anni, sta di fatto che e’ praticamente impossibile accelerare il passo in quasi tutto il Terminal 1.
Si rischiano strappi e osceni tentativi di proto-pattinaggio.
Ho ancora vivido il ricordo dello strappo inguinale da corsetta e delle dieci ore di volo subito dopo. Sembrava avessi un joypad in mezzo alle cosce.

Lei cammina quasi correndo, seguita fedelmente da un trolley di pelle, con le cerniere dorate e il prezzo top. Quelli che un giorno un misteriosamente famoso stilista ha chiesto di produrre al suo staff.

“facciamo i trolley”
“ma noi facciamo borsette e portafogli!”
“tu chi cazzo sei?”
“enrique portolej, stagista da cinque anni, junior product manager per i bottoni destri della borsa”.
“esci dalla mia elegante vita e rifugiati nella tua futura povertà’…ti licenzio! Ho sempre sospettato tu fossi eterosessuale e polemico. Ahhh, ucciderete la moda!! Audrey, portami una tisana di carcade’, finocchio, mojito e passiflora….”
“dicevo, facciamomi trolley.”
“prendere il marchio, ripeterlo ossessivamente per un metro di pelle, et voila’. Il prezzo deve essere meno di un motorino ma molto di più’ di un vibratore di platino”.
” ma mio signore, nessuno pagherà’ così’ tanto per un oggetto poco funzionale. Il trolley e’ uno strumento di lavoro…”
“tu vuoi ancora dire ai tuoi amici che hai un lavoro nella moda. Tu vuoi ancora che quando loro guardano dai loro divani ceto medio, Il Diavolo Veste Prada, ti pensino mandandoti sms? Vuoi avere uno stipendio inferiore alla soglia di poverta’? Vuoi lavorare in centro? Tu vuoi tutto questo?”
“ok, ci lavoreremo. Possiamo almeno mettere delle cerniere dorate e una maniglia allungabile di finta pelle?”

E’ alta, elegante, pettinata disordinatamente come la maggior parte di noi, svegli troppo presto per avere tempo di guardarsi in uno specchio.

Riceve una telefonata sul BlackBerry, rallenta, la collisione e’ prossima, provo una manovra d’emergenza, ma i miei riflessi sono fotovoltaici. Senza luce solare so di non potercela fare.

Tecnicamente si tratta di un tamponamento da check in.
Ne succedono spesso. E’ difficile spiegare perché’ ma gli esseri umani tendono a raggrupparsi in ordinate file mentre procedono per gli spazi immensi dei check in. E trotterellano come formiche. Si ferma uno, si fermano tutti. E’ uno dei momenti di prossimità’ con le scimmie più’ accentuati della moderna vita umana.

Le chiedo scusa, lei si gira, scosta il telefono e

Finale Uno, per tutta la famiglia, bambini accompagnati.

Lei si gira, scosta il telefono e con un sorriso appena accennato mi dice “e’ stato un piacere”.
Poi ride sommessamente. La ritrovo in coda per salire sull’aereo.
Il volo passa sereno, mentre ci teniamo d’occhio. Sembra che la primavera sia arrivata prima, e questa odiosa low cost sembra una poltrona gigante.
Sara’ una stupenda cena sul mare, a Barcellona. Saremo amici per sempre, forse amanti.

Finale Due, vietato ai minori di quattordici anni

Lei si gira, scosta il telefono e mi urla: ” ma brutto fijo de na mignotta, vatte a palpa’ tu madre. Stronzo. No ma lo avete visto sto pezzo de merda, provolone de sto cazzo”. Urlando riesce persino a svegliare i poliziotti, quelli che vivono in piedi sotto i monitor dei terminal. Mi scoprono l’orologio patacca. Mi arrestano, mentre lei urla ancora incamminandosi dentro l’aereo. Monti mi addita, qualche giorno dopo, sul Corriere, come il modello del piccolo evasore, il fastidio d’Italia. Mi faccio sei mesi a San Vittore, in cella con quattro magrebini, due slavi e un camorrista. Un luogo comune in tutti i sensi.

Invece grugnisce. Da un viso così’, ovale, elegante, pulito, esce un verso decisamente più’ adatto a un bulldog inglese con problemi respiratori. Grugnisce.
La gente, la mattina, grugnisce.
Le donne eleganti, la mattina, grugniscono.

E’ così’ che va il mondo. Ma e’ bene che tu, studente universitario sotto i 28 anni, e quindi ancora in tempo per essere dichiarato intelligente nonché’ futuro stagista a vita ( ma intelligente, perdio).
E’ meglio che tu non sappia che nel mondo del lavoro, la gente grugnisce dalle sei della mattina.

Nessuna pietà’. Non hai studiato per questo. Nel 70% dei casi, hai comunque studiato cose che ti serviranno solo per annoiare tuo figlio. Non ti hanno insegnato le regole di ingaggio. Sei fanteria da macello.
In un mondo di bulldog sei un delizioso golden retriver…

Geniale, ventoso, sottile

Un genio, che poi fa sempre comodo avere amici geniali, e’ riuscito nell’impresa di portare tutto il vecchio Bradipo su questo nuovo posto.

Finalmente ho un passato di cui compiacermi.

Passerà del tempo prima che tutto torni in ordine, perché’ ci vuole tempo per fare ordine.

Qui, nel frattempo, si lotta con bagagli a mano troppo grandi, aspettative ridotte all’osso, voglia di amici e birra fredda, esternalità’ positive, caffè, giornali, carte che ingialliscono e facce che impallidiscono.

Ci stati e ci saranno, momenti decisamente migliori.

Oggi camminavo dentro un enorme parcheggio abbandonato sulla campagna, come una lingua di cane stanco, proprio mentre un timido caldo faceva spallucce al vento del nord.

Camminavo per ragionare su tutto quello che ho da dire. Quando ho troppo da dire, cammino. E’ il modo migliore per riassumere.

Inaspettatamente, ci sono cose che nemmeno il sorriso di mio figlio sembra poter risolvere.
Così mi tocca oscillare lentamente, nell’urbana indecenza delle zone industriali, fino a quando la rabbia lascia spazio al lento procedere delle conseguenze.

L’esternalita’ positiva e’ che a questo piccolo disastro possa corrispondere un sacco birra fredda, amici silenziosi che non si capisce se ti ascoltano ma ci sono, e molte sigarette.

L’esternalita’ positiva e’ una delle scoperte di Freakonomics, che pare essere un libro da avere per forza. Decisamente indicato a chi vuole darsi un tono. Grandissimo libro.
Di quelli perfetti per essere mordicchiati un capitolo alla,volta. Di cosa parla? Di economia, travestiti, ubriachi, ospedali, vulcani, esternalita’ positive e un sacco di altre cose.
In effetti, nella classifica dei 50 libri da avere, ha ragione di esserci.
Questa classifica e’ uno dei miei grandi obbiettivi del 2012.
Mi piace, a capodanno, dirmi che ce la faro’ nel darmi degli obbiettivi irraggiungibili.
Come mettere in fila solo 50 libri. Ma mi piacerebbe lasciare a mio figlio una lista, con qualche piacevole errore, qualche superba sorpresa, qualche classico…
Tropper, Miller, Millar, Kundera, Marquez, Izzo, Carver, Baricco, Vargas… Metto sempre un sacco di buona volonta’ nell’iniziare questa dannata lista. Ma poi mi perdo nel ricordare le storie.

Ho undici mesi di tempo (per ripensare alle storie)

Andare a spasso con Peggy Sangs

Il mio vecchio amico Fede, diventato con gli anni Fred, piu’ cool, e’ sempre stato un paziente pusher di musica di livello. Io, di contro, sono sempre stato nel gregge, pascolando tra radio commerciali e top hits. Fede, mi ha salvato. Operation Ivy, Rancid, Nofx, Toasters, Soundgarden, quasi tutto quello che e’ passato, a massimo volume, per le mie giovani orecchie, veniva da lui.

Ci siamo lasciati qualche tempo dopo la maturita’, ci siamo ritrovati qualche mese fa, entrambi ancora lontani dalla maturita’.

Abbiamo aspettato pazientemente birre gelate, per parlare degli ultimi due mesi, lasciando perdere gli ultimi tredici anni. Quando c’e’ troppo da dire non c’e’ nulla da dire.

Ho scoperto che e’ diventato Fred, ho ritrovato parte del vecchio coglione, con meno capelli, piu’ pensieri, e tutto un bagaglio di cazzate fatte.

Nulla di nuovo.

Il buon vecchio Fede, Fred per i contemporanei, mi ha passato Frank Turner.
Ennesima grande scoperta. Almeno di musica continua a capirne qualcosa.

Ascoltando Frank Turner, seduto su un panettone di cemento gelato, una specie di gigantesca supposta di ghiaccio, fumavo spensierato, godendomi i miei dolori al petto. L’anima deve essere da qualche parte di fianco al cuore. E’ li’ che mi fa male in questi giorni.

Non avevo voglia di partire, questa volta. Stavo bene a casa, questa volta.
Ma faccio una vita in cui e’ necessario muoversi rapidamente per evitare che la vita si faccia te.

Aspettavamo il freddo, per dire che arrivava l’inverno, aspettavamo gennaio per dire che c’era crisi.
Aspetteremo di essere morti per dire di non stare tanto bene.

Rientriamo con precisione scenografica in una delle qualsiasi statistiche che non vorremmo far entrare nelle nostre vite ma che invece ci troviamo sul televisore, sul giornale, sul monitor.

Ho un problema collaterale a tutta questa crisi, a tutto questo inverno: ho un’opinione troppo radicata, forte, potente, da non poter sopportare le chiacchiere del bar, sul taxi, in edicola, in farmacia.

Giro per questo con le mie cuffie, bassi al massimo, con questo Frank Turner.

Ci vorranno almeno due generazioni perché’ la cultura dell’evasione, micro e macro, scompaia nel baule delle pratiche comode ma incivili. E non farò in tempo a goderne sul mio conto in banca.

E ci vorranno anni perché il fuoco amico di impotenti istituzioni abbatta il rinoceronte rabbioso e ingordo che e’ la camorra.
Vittima di una pressione fiscale ingiustificata, lavoro ai fianchi nipoti, cugini, qualunque nuova generazione mi capiti a tiro, perché’ passi il mio messaggio.

Poi pago le mie tasse, che divorano una busta paga quasi tripla senza.
E non mi fermo a parlare con nessuno.
Perché’ non ho un’opinione sulla lotta alle micro lobby di oggi, ma se solo smettessimo la microevasione da scontrino, da ricevuta, da cinque, dieci, venti euro, andremmo almeno in pari con la coscienza.

Non ho voglia di partire per qualche giorno, perché’ mi piace il profumo di mia moglie alla mattina, perché’ qualche volta mi piace fermarmi.
Ma mi piacerebbe partire per un periodo molto più’ lungo.

Trascino la mia valigia verde verso il nastro.
Una delle cose belle del volare d’inverno verso nord e’ il poter scegliere tra volare di notte o al tramonto, semplicemente cambiando lato dell’aereo.

Sto scrivendo a 11mila piedi, in mezzo alla Francia, nella notte illuminata dalle città’.
Vittima di un marketing che io stesso penso di controllare, scrivo da un tablet di cui non avevo bisogno.
Ma visto il 2012 che si prospetta dai tenebrosi fogli di excel che circolano nella mia casella mail, ho deciso di farmi un regalo di cui non avevo bisogno.
Perché potrebbe essere l’ultimo di quest’anno.

Scrivo schiacciando tasti di una tastiera ridotta all’osso, senza accenti e senza scorciatoie tattili tanto care a noi laptop-dipendenti.

Non me ne vogliano gli ossessivi della grammatica che popolano questo posto.
Ci prenderò’ la mano, forse, un giorno.

Un giorno, buttero’ via anche questo mio vizio di andare diritto al senso della frase, insieme al batticuore mentre pieghi velocemente verso l’asfalto, nudo se non per un bicilindrico in mezzo alle gambe, insieme al mio continuare a comprare libri, insieme al vizio del rhum, insieme a una busta di tabacco, insieme al mio gusto da esteta della tecnologia, insomma insieme a tutti i miei difetti.
Sara’ il giorno in cui mi lascerò’ morire. Spero tra parecchi anni.

Nel contempo, scriverò, sbattendomene degli errori e di questa dannata tastiera.

Se le cuffie, mi difendono dal mondo esterno sin dai tempi del Walkman, purtroppo il naso e’ libero di cacciare odori in giro a suo piacimento.
E, grazie alla recente esperienza, ho un master nel riconoscere l’eta’ di un bambino dall’odore di merda che emana.
Quello della fila dietro deve avere circa cinque mesi.
E un sacco di merda nel pannolino.

E anche per questa sera mi sono fottuto la poesia di un tramonto a 11mila piedi.

Pressione fiscale e armonie musicali

L’irruzione della Guardia di Finanza negli studi di X Factor è stata incredibile. L’impatto mediatico  fragoroso, persino il Premier Monti è volato a Bruxelles dove il Parlamento Europeo ha un Led 3D con cui pareva essere molto più figoso osservare lo svolgersi della trasmissione. Per un grave problema tecnico al Cervellone della Guardia Di Finanza, gli ispettori non uscivano in 3D. Morgan  riuscito all’ultimo a nascondere le ultime due dosi di normalità, illegale durante un reality, appunto nella terza dimensione, dove era impossibile per gli ispettori perquisire e aggirarsi.

Dei più di 5 milioni di abbonati a Sky, ne sono stati trovati 127 che dichiarano un reddito inferiore al costo del singolo SMS per il televoto.    In più di quattro delle sedici toilettes dello studio la carta igenica era a due veli, contrariamente a quanto dichiarato sulle bolle di consegna del fornitore, già coinvolto nello scandalo dei rotoloni asciugamani de La Prova Del Cuoco. “i due veli della carta igenica sono uno dei metodi di evasione fiscale più vecchi e cari a una certa criminalità alla quale dichiariamo apertamente guerra” ha comunicato il Vice Questore del Teatro De La Luna.

Nessun commento dalle forze dell’ordine in merito al sequestro dei decoder maischaiacchadi, trasportati d’urgenza nelle case degli ufficiali a Cortina, giusto in tempo per evitare il vuoto cosmico del palinsesto in chiaro sotto Epifania.

 

In merito al virus intestinale che sta piegando buona parte della cittadinanza milanese, desidero lasciare in rete una efficace cura naturale, ovviamente su me medesimo testata.

Al primo manifestarsi dei sintomi del virus, dolori di stomaco, nausea, senso apparente di incertezza sul futuro e forte congestione nasale, consiglio il divano armati di:

 

Plaid sintetico Ikea, fondamentale per una corretta sudorazione eccessiva. Evitate coperte di cotone o lana, pericolosamente naturali. Il plaid sintetico permette una efficace evaporazione delle forze restanti nel corpo e una immediata dispersione dei pochi liquidi rimasti.

Al plaid aggiungete una tazza di rhum caldo, bollente. Meglio se cubano e non troppo invecchiato.

Ma la vera bomba è nel rimedio naturale per eccellenza: prendete dalla vostra libreria un Carver a scelta, meglio sarebbe avere Cattedrale. Per le forme virali più leggere va bene anche uno qualsiasi degli episodi della saga Bandini, meglio se in edizione economica.  Leggete lentamente, fino alla sparizione dei sintomi.

 

Rest in Peace fritz

quello che gli uomini pensano a proposito dei pesci rossi

Nel lontano 1992, in California andavano molto di moda i capelli cotonati e biondissimi, le tette al silicone, ancora di misure ragionevoli, gli agenti immobiliari, il vino italiano, le barche a vela in leasing, la cucina messicana, le sparatorie tra gang e le auto con cilindrate sufficienti a spostare un bilico pieno di ferro. Il mio amico Phil faceva palate di soldi vendendo robaccia di seconda mano ai messicani. Un caritatevole riciclo dell’appena obsoleto, tutto quello che in California, tra Dana Point e San Diego, non era più considerato nuovo, utilizzabile, adatto alla California. Phil lavorava tanto, e guadagnava tanto. Ma non avrebbe mai immaginato di trovarsi, qualche anno più tardi, nel posto giusto al momento giusto quando i cellulari avrebbero fatto guadagnare milioni di banconote a una cricca di ex agenti di borsa, ex agenti immobiliari ed ex mogli dei suddetti.

Era anche un posto di merda, questa California. Ci si poteva trovare parecchio male, a nascere nel quartiere sbagliato o nella famiglia sbagliata. Era un posto tremendamente pieno di piombo, eroina, buio e merda. Pascolato da gente che stava facendo in modo di scrivere la storia. Frusciante, in Giappone, lascia i Red Hot, pieno di eroina e sbattimenti. Winslow scriveva robe strane su strani argomenti, prima di capire che bastava raccontare questa cazzo di California per essere il migliore.

Jobs e alcuni altri amici spostavano milioni. Alcune famiglie messicane spostavano milioni. Alcuni americani appassionati di missili spostavano milioni. Tutto in California.

Nel 2009, stavo sdraiato al quattordicesimo piano del mio hotel vicino a Union Square, San Francisco appena avvolta dalla panna gelida che cala la sera d’estate. Leggevo un libretto, comprato in una bancarella, sulle cose che pensano gli uomini dei pesci rossi.

Ogni tanto, compulsivamente, compro cagate. Lo stimolo è più forte della mia capacità di resistere. Mi impossesso dell’oggetto, sicuro di trovarne, a breve, una collocazione precisa nell’universo di oggetti che mi porto in giro.

 

La cosa che mi ha sempre incuriosito è stato l’incipit: questo libro è stato scritto in California, nel 1992, in mezzo a una delle più grandi rivoluzioni del mondo.

Ho chiuso il caso in queste vacanze di Natale. Sono tre anni che mi chiedo che cazzo è successo in California nel 1992. Di tutto, niente. Dipende dai punti di vista. Allora ho spulciato Wikipedia sull’autore. chiesto alla memoria di ferro del mio amico Phil, che mi ha raccontato di come fosse possibile comprare una sala operatoria di Cleveland e rivenderla in Messico facendoci un sacco di soldi, nel 1992. Prima di tutte quelle fottute regulations. Fortunatamente stavano piombando sul cielo terso di Dana Point milioni di SIM, milioni di minuti, milioni di sms, pronti a prendere il posto delle sale operatorie di Cleveland nel bilancio di Phil. Ma di ufficialmente rivoluzionario non è successo quasi nulla. Ho chiesto, incredibile ma vero, al sito di storici americani. Ci hanno messo un mese a rispondermi, con un elenco di due pagine A4 di eventi, eventuncoli, eventucci. Niente di così assurdamente rivoluzionario.

Facendo il pacco con le riviste da portare nel box, ho ripreso il libretto. Ne ho tagliato un pezzettino, perchè sono perennemente a corto di filtrini da quando il tabaccaio ha deciso di litigare con la Rizla. E poi ho deciso la sua fine migliore. Ho preso una penna blu e ho scritto una dedica. In inglese. E poi lo ho abbandonato su una panchina. Vicino a San Babila.

” A Eveline, la donna più importante della mia vita. Tu sei come un pesce, rosso nel cuore. Grazie per il tuo umido amore. Grazie di tutto questo… firmato Reverendo Porter”.

 

Nel 2012, oggettivamente, potrebbero succedere cose di un certo spessore. Me lo sento. Sulla fine del mondo, invece, non mi sento di appoggiare l’idea dei Maya e del mago Otelma. Secondo me ci rifaremo l’ennesimo veglione, tirando la mezza per sparare qualche fuoco.

Troverete l’amore, in questo 2012. Me lo sento. Chi? Beh, un po’ tutti.

Il Retro della vita di Fabio Volo

Ho passato sette giorni su un’isola deserta subtropicale, essenzialmente composta di roccia vulcanica, sabbia marocchina, capre e tedeschi. L’ultima volta che mi sono azzardato in una descrizione, devo ammettere discretamente acida, della mia permanenza su un’isola, ho ricevuto minacce per tre lunghi mesi. La cosa mi ha insegnato: 1) come contattare la Polizia Postale 2) il blog è la forma più libera di opinione digitale, ma anche le minacce digitali sono terribilmente libere. 

Vi metterei il link a quel post, ma come sapete sto migrando da Splinder a qui, e la cosa mi rende impossibile fare qualsiasi semplice azione digitale. Qui non ho un passato, ma forse un giorno ce lo avrò…. tutto mio. 

Insomma, su quest’isola di sabbia, roccia vulcanica, capre e tedeschi, mi sono divertito molto a osservare le capre, i tedeschi, la roccia vulcanica e la sabbia interagire tra loro. Anche perchè non c’era molto altro da fare. Ho letto l’ultima raccolta McSweeney, che caldeggio come regalo di Natale di lusso per amici di lusso, ho osservato il mare, le capre eccetera, e ho ammirato la ruggine andare via lentamente dalla mia anima, passata sotto sale. 

Quest’ultima frase, poi, non ha un grande senso logico, anzi. Ma è la definizione perfetta della lenta azione che il caldo perpetuo, il mare, un leggero venticello e l’estrema propensione degli isolani alla lentezza, hanno sull’anima di un turista cittadino scaricato da Ryan Air nel bel mezzo di tutto questo nulla. 

Non ho letto giornali, ho lasciato che il blackberry si scaricasse da solo morendo di noia insieme ai suoi aggiornamenti, mi sono connesso al mondo solo per mandare un paio di foto della famiglia marittima alla famiglia cittadina. 

Ho avuto tutto il tempo necessario per godermi la Signora e il Nuovo Erede, i quali rappresentano l’essenza di ciò per cui vale la pena vivere, anche su un’isola di capre, vento, roccia, tedeschi e mare. 

I tedeschi sono innoqui, selvaggiamente attaccati ai luoghi comuni che si aspettano di trovare su un’isola deserta, piacevolmente sballonzolati su e giù per questo nulla, tra escursioni, gite e missioni punitive in quad, jeep o a piedi. 

Credo sia per questo che li preferiscono agli italiani. Ma ho smesso di interessarmene quasi subito, visto che facevo parte di una trascurabile minoranza e pertanto godevo di vantaggi piacevolissimi quali: essere ignorato da ogni qualsivoglia forma di intrattenitore sociale, che sia animatore, guida, osservatore, vicino di stanza, stronzo comune. L’altro grande vantaggio è essere tagliato fuori dalle principali azioni di massa: concerti, riti pagani, tramonti di gruppo, transumanze verso misteriosi mercatini dove comprare borsette di Gucci e occhiali di Gucci, in buste di Gucci, ma senza che Gucci lo sappia o ci guadagni. In verità il mercatino me lo sono fatto, perchè la Signora necessita questo genere di iniziative. 

Ho visto e surfato due onde incredibili, in posti abbastanza spartani da rendere difficile l’affluenza di massa. 

Certo, se il mondo dovesse finire a dicembre dell’anno prossimo, potete tranquillamente evitare di mettere sulla lista “le trenta cose da fare prima dell’apocalisse” quest’isola, a meno che non siate pecore, tedeschi o sabbia. Però, un posto così piacevole, giusto nel mezzo di un inverno così noioso, è davvero un bel diversivo. 

Vorrei esprimere alcune sagge riflessioni circa il blocco del traffico a Milano. Qualcosa che tenga conto del punto di vista dei commercianti, dei cittadini, dei politici, dei verdi, dei rossi, dei portoghesi, degli autisti dell’Atm, dei vigili e di tutti quelli che su questo blocco hanno qualcosa da dire. 

In fondo, riservavo tra le cose liete da fare al mio rientro un giretto con la Poderosa in centro. Che la moto d’inverno è un piacevole lusso e che il centro d’inverno è un piacevole lusso. Ma fa niente. 

Andrò a piedi in centro, perchè a piedi in moto non ci posso andare. 

Volevo anche esprimere alcune sagge convinzioni sulla manovra fiscale. Qualcosa che possa tener conto delle opinioni di tutti i miei compagni del caffè della mattina. Quel grande evasore del mio barista, il mio amico ultracentenario che prende sedici euro e cinquanta di pensione all’anno, il mio amico commerciante, il suo pastore tedesco, il mio amico grafico che non ho capito se fa il grafico o ruba giubbotti orrendi ai tamarri per poi indossarli per bere il caffè. 

Entrambe le riflessioni sono alquanto superflue. 

Non mi rimane che notare, con una vena malinconica, che non ho nulla contro Fabio Volo. Anzi, adoro la storia del panettiere che ha svoltato nella vita. Non ho nulla contro i suoi libri, perchè ognuno ha diritto di scrivere un libro. Non ho nulla contro i suoi film, i suoi dischi, le sue trasmissioni e i suoi parenti. Anzi, sono affettivamente legato al suo perder tempo per radio, per ragioni storiche. 

Però i fabiovolisti, quelli, perdio, proprio no. Un po’ come i piccoloprincipeisti, i paulocoheloisti e forse come i Mocciaisti (questi forse no perchè sono tutti minorenni, o almeno spero). 

 

Prima, Durante, poco dopo

Esterno giorno, piazza periferica, ma mica troppo, giusto quella periferia appena accennata, quando la città inizia a diradarsi lentamente in un dedalo di centri commerciali e negozi che vendono brutte scarpe scontate. Fermata del metrò, marciapiede sporco di anni di sporcizia. Umanità da periferia appena accennata, vecchine simpatiche con borse della spesa, vecchini rabbiosi con giornali free press sotto il braccio.

Il tipo mi osserva da almeno cinque minuti. Non è proprio uno zanza, in tutto e per tutto. Vorrebbe esserlo. Mi osserva, ma non fa niente per nasconderlo. In verità osserva la mia borsa del lavoro e il mio desolato trolley di plastica blu. Appoggiati così ai vetri delle scale mobili, farebbero gola anche a un salesiano osservante.

Mi gira intorno, cerchi concentrici, come uno squalo vecchio e stanco di cacciare. Non si capisce bene quale piano geniale abbia in serbo, ma a meno che non porti con se qualche etto di sano metallo sotto forma di coltelli, pistole o altri utensili atti ad offendere, le sue possibilità di impossessarsi della mia borsa stanno a zero. E’ più piccolo di me, più sporco, anche se la cosa in un eventuale scontro fisico non incide, e decisamente meno motivato di me. Io, in questa anonima borsa di goretex e neoprene ci tengo tutta la mia vita.

Poi, come un leone ingrassato da troppa carne lanciata dai guardiani dello zoo, mi molla. Semplicemente mi gira sempre più al largo, rallentando proprio dove questa strana piazza incontra uno svincolo insormontabile per un pedone.

 

Interno, diurno. Desolante stanza d’hotel. Tre mobili, tre. Una scrivania stile Luigi XV, ma forse stile falegname impazzito, un letto a due piazze duro come il legno e un armadio con la porta talmente piccola da rendere difficile persino lo stoccaggio di un calzino. Freddo, pungente e umido. Calorifero in sciopero, preso a lottare tra ruggine e condensa. Parquet cigolante. Da fuori canzoni dei Beatles, cantate a quattro voci, con quattro chitarre, da quattro spagnoli con un impeccabile accento british. Luce artificiale troppo gialla, troppo forte, troppo luce. In sottofondo la televisione del vicino. Ringraziamenti speciali per le mie permanenze in questo blocco di cemento in mezzo al centro del centro della Spagna. Per colazione, domani, avrò diritto a un servizio speciale. Qualcosa al di là della frutta sciroppata e dei cereali molli. Qualcosa di realmente super.  Che ne so, un caffè espresso.

 

E’ che, filosofia spiccia e nuda come il copriletto arancione, nel prima siamo troppo impegnati a pensare al dopo. Nel durante siamo troppo impegnati a pensare al dopo. E’ nel dopo, maledetto dopo, che ti rendi conto che forse tutto il bello sta nel prima. Nel pochissimo prima, in quei movimenti veloci, caldi, che pensano al dopo senza saperlo.

 

Interno giorno, tavolo in truciolato, libreria con un enorme Magritte, ingiallito dalla polvere e dal fumo. Un bicchiere con una nuvola dentro. Sotto, incollati con pazienza, tutti i ricordi di cinque anni che sono sembrati cento. Gli anni dai tredici ai diciotto. Che forse sono davvero cento. Anni in cui non ti sembra mai che ci sia un durante. Ti senti sempre nel prima. Invece dopo, poco dopo, scopri di essere davvero nel dopo.  Sul tavolo di truciolato carte sparse. Bollette, appunti, una lista di libri da comprare. In bocca, decisamente troppo forte, tutto il pastoso ricordo della notte prima, a rhum, lacrime e sigarette. Un accenno di mal di testa, lieve e soave come le nuvole in fondo al cielo che minacciano pioggia. Ma è maggio, fa già caldo. Sospirando, pensi di non voler mai più, nella tua vita, nei prossimi cento anni che poi sono cinque, un rimpianto. Rimpiangere non sarà più previsto. Non senti il freddo che farà, non senti la fatica che proverai, non senti la stanchezza che ti taglierà le gambe. Rimpiangere non è cosa per noi, uomini seduti sotto a un Magritte. Ed è come se firmassi, con il tuo sangue giovane e pieno di rhum, un patto con uno strano diavolo che ti condanna all’osservanza del prima. Mentre tutti sono nel prima, tu sai già che il poco dopo sta arrivando. Mai un rimpianto, ma tanti errori. Come buttare il poster di Magritte.

Interno notte, freddo cane, maledetti caloriferi. Sei in vena di pensare, come fossi seduto su una duna, in mezzo a un deserto. Di freddi caloriferi, armadi troppo brutti e letti talmente anonimi da non fare sonno nemmeno a un narcolettico.

Conti sulle dita delle mani i rimpianti che ti sono rimasti da quel giorno. Hai vissuto tutto. Talmente tanto da avere una faccia di uno che ha vissuto troppo il durante. Non è salutare, vivere troppo. Andrebbero seguiti tutti quei fottuti new age vegetariani, fissati di incenso e spiritualità tascabile e la loro furbizia nello stare a pochi passi dal durante, fottendosene del prima e del dopo.

Invece tu e la tua faccia, maledette occhiaie, vi porterete nella tomba tutto questo durante, tutti questi prima, appena prima, che ti hanno evitato di essere, inutilmente, felice.

Freddo di città, inverno metropolitano. Se mi avessero rubato la borsa, quell’improbabile poveraccio, adesso starei qui a contare quanti fogli inutili mi porto dietro tutti i santi giorni, in giro per il mondo. Geloso delle mie carte.

Migrazioni

Faticosissimamente, sto migrando virtualmente da un posto a un altro. Come tutti i migranti ho un problema linguistico non indifferente, nel senso che non capisco la lingua del mondo virtuale. Ergo, migrare mi costa sangue e dolore. Installare, rimuovere, configurare, spostare, settare, questi sei anni di blog da un posto a un altro mi sta costando sudore, neanche tanto virtuale.  Sono un tardone digitale, pigro e rivolto alla mera sopravvivenza. Basti guardare il vecchio blog, così geometricamente anziano, digitalmente sorpassato. Eppure, funzionava. Scrivevo, dal 2005. Ne troppo tardi, ne troppo presto, per farsi un blog. Sono passate almeno due vite e mezzo, tra qui e li. Non c’era internet sui cellulari e c’erano ancora le schede telefoniche e le ultime cabine, tanto per citare due cose che fanno tanto “ho vissuto cose che voi, fottuta generazione digitale, non potete nemmeno immaginare”. Scrivo meno, ho meno tempo per farlo, perchè passo molto più tempo a osservare la vita stravolgermi i programmi.

Essere felici per una vita intera sarebbe decisamente insopportabile, dicevano, ma sono stati sei anni decisamente divertenti. Mi ero chiesto proprio questo, il pomeriggio di sole in cui ho deciso di aprire un blog.

Ora, quando la migrazione sarà completa, se mai lo sarà, mi feliciterò di possedere un sostanzioso passato digitale. E continuerò a scrivere del presente, appena vissuto, diciamo passato prossimo.

Niente di imperdibile.