Andare a spasso con Peggy Sangs

Il mio vecchio amico Fede, diventato con gli anni Fred, piu’ cool, e’ sempre stato un paziente pusher di musica di livello. Io, di contro, sono sempre stato nel gregge, pascolando tra radio commerciali e top hits. Fede, mi ha salvato. Operation Ivy, Rancid, Nofx, Toasters, Soundgarden, quasi tutto quello che e’ passato, a massimo volume, per le mie giovani orecchie, veniva da lui.

Ci siamo lasciati qualche tempo dopo la maturita’, ci siamo ritrovati qualche mese fa, entrambi ancora lontani dalla maturita’.

Abbiamo aspettato pazientemente birre gelate, per parlare degli ultimi due mesi, lasciando perdere gli ultimi tredici anni. Quando c’e’ troppo da dire non c’e’ nulla da dire.

Ho scoperto che e’ diventato Fred, ho ritrovato parte del vecchio coglione, con meno capelli, piu’ pensieri, e tutto un bagaglio di cazzate fatte.

Nulla di nuovo.

Il buon vecchio Fede, Fred per i contemporanei, mi ha passato Frank Turner.
Ennesima grande scoperta. Almeno di musica continua a capirne qualcosa.

Ascoltando Frank Turner, seduto su un panettone di cemento gelato, una specie di gigantesca supposta di ghiaccio, fumavo spensierato, godendomi i miei dolori al petto. L’anima deve essere da qualche parte di fianco al cuore. E’ li’ che mi fa male in questi giorni.

Non avevo voglia di partire, questa volta. Stavo bene a casa, questa volta.
Ma faccio una vita in cui e’ necessario muoversi rapidamente per evitare che la vita si faccia te.

Aspettavamo il freddo, per dire che arrivava l’inverno, aspettavamo gennaio per dire che c’era crisi.
Aspetteremo di essere morti per dire di non stare tanto bene.

Rientriamo con precisione scenografica in una delle qualsiasi statistiche che non vorremmo far entrare nelle nostre vite ma che invece ci troviamo sul televisore, sul giornale, sul monitor.

Ho un problema collaterale a tutta questa crisi, a tutto questo inverno: ho un’opinione troppo radicata, forte, potente, da non poter sopportare le chiacchiere del bar, sul taxi, in edicola, in farmacia.

Giro per questo con le mie cuffie, bassi al massimo, con questo Frank Turner.

Ci vorranno almeno due generazioni perché’ la cultura dell’evasione, micro e macro, scompaia nel baule delle pratiche comode ma incivili. E non farò in tempo a goderne sul mio conto in banca.

E ci vorranno anni perché il fuoco amico di impotenti istituzioni abbatta il rinoceronte rabbioso e ingordo che e’ la camorra.
Vittima di una pressione fiscale ingiustificata, lavoro ai fianchi nipoti, cugini, qualunque nuova generazione mi capiti a tiro, perché’ passi il mio messaggio.

Poi pago le mie tasse, che divorano una busta paga quasi tripla senza.
E non mi fermo a parlare con nessuno.
Perché’ non ho un’opinione sulla lotta alle micro lobby di oggi, ma se solo smettessimo la microevasione da scontrino, da ricevuta, da cinque, dieci, venti euro, andremmo almeno in pari con la coscienza.

Non ho voglia di partire per qualche giorno, perché’ mi piace il profumo di mia moglie alla mattina, perché’ qualche volta mi piace fermarmi.
Ma mi piacerebbe partire per un periodo molto più’ lungo.

Trascino la mia valigia verde verso il nastro.
Una delle cose belle del volare d’inverno verso nord e’ il poter scegliere tra volare di notte o al tramonto, semplicemente cambiando lato dell’aereo.

Sto scrivendo a 11mila piedi, in mezzo alla Francia, nella notte illuminata dalle città’.
Vittima di un marketing che io stesso penso di controllare, scrivo da un tablet di cui non avevo bisogno.
Ma visto il 2012 che si prospetta dai tenebrosi fogli di excel che circolano nella mia casella mail, ho deciso di farmi un regalo di cui non avevo bisogno.
Perché potrebbe essere l’ultimo di quest’anno.

Scrivo schiacciando tasti di una tastiera ridotta all’osso, senza accenti e senza scorciatoie tattili tanto care a noi laptop-dipendenti.

Non me ne vogliano gli ossessivi della grammatica che popolano questo posto.
Ci prenderò’ la mano, forse, un giorno.

Un giorno, buttero’ via anche questo mio vizio di andare diritto al senso della frase, insieme al batticuore mentre pieghi velocemente verso l’asfalto, nudo se non per un bicilindrico in mezzo alle gambe, insieme al mio continuare a comprare libri, insieme al vizio del rhum, insieme a una busta di tabacco, insieme al mio gusto da esteta della tecnologia, insomma insieme a tutti i miei difetti.
Sara’ il giorno in cui mi lascerò’ morire. Spero tra parecchi anni.

Nel contempo, scriverò, sbattendomene degli errori e di questa dannata tastiera.

Se le cuffie, mi difendono dal mondo esterno sin dai tempi del Walkman, purtroppo il naso e’ libero di cacciare odori in giro a suo piacimento.
E, grazie alla recente esperienza, ho un master nel riconoscere l’eta’ di un bambino dall’odore di merda che emana.
Quello della fila dietro deve avere circa cinque mesi.
E un sacco di merda nel pannolino.

E anche per questa sera mi sono fottuto la poesia di un tramonto a 11mila piedi.

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