Prima, Durante, poco dopo

Esterno giorno, piazza periferica, ma mica troppo, giusto quella periferia appena accennata, quando la città inizia a diradarsi lentamente in un dedalo di centri commerciali e negozi che vendono brutte scarpe scontate. Fermata del metrò, marciapiede sporco di anni di sporcizia. Umanità da periferia appena accennata, vecchine simpatiche con borse della spesa, vecchini rabbiosi con giornali free press sotto il braccio.

Il tipo mi osserva da almeno cinque minuti. Non è proprio uno zanza, in tutto e per tutto. Vorrebbe esserlo. Mi osserva, ma non fa niente per nasconderlo. In verità osserva la mia borsa del lavoro e il mio desolato trolley di plastica blu. Appoggiati così ai vetri delle scale mobili, farebbero gola anche a un salesiano osservante.

Mi gira intorno, cerchi concentrici, come uno squalo vecchio e stanco di cacciare. Non si capisce bene quale piano geniale abbia in serbo, ma a meno che non porti con se qualche etto di sano metallo sotto forma di coltelli, pistole o altri utensili atti ad offendere, le sue possibilità di impossessarsi della mia borsa stanno a zero. E’ più piccolo di me, più sporco, anche se la cosa in un eventuale scontro fisico non incide, e decisamente meno motivato di me. Io, in questa anonima borsa di goretex e neoprene ci tengo tutta la mia vita.

Poi, come un leone ingrassato da troppa carne lanciata dai guardiani dello zoo, mi molla. Semplicemente mi gira sempre più al largo, rallentando proprio dove questa strana piazza incontra uno svincolo insormontabile per un pedone.

 

Interno, diurno. Desolante stanza d’hotel. Tre mobili, tre. Una scrivania stile Luigi XV, ma forse stile falegname impazzito, un letto a due piazze duro come il legno e un armadio con la porta talmente piccola da rendere difficile persino lo stoccaggio di un calzino. Freddo, pungente e umido. Calorifero in sciopero, preso a lottare tra ruggine e condensa. Parquet cigolante. Da fuori canzoni dei Beatles, cantate a quattro voci, con quattro chitarre, da quattro spagnoli con un impeccabile accento british. Luce artificiale troppo gialla, troppo forte, troppo luce. In sottofondo la televisione del vicino. Ringraziamenti speciali per le mie permanenze in questo blocco di cemento in mezzo al centro del centro della Spagna. Per colazione, domani, avrò diritto a un servizio speciale. Qualcosa al di là della frutta sciroppata e dei cereali molli. Qualcosa di realmente super.  Che ne so, un caffè espresso.

 

E’ che, filosofia spiccia e nuda come il copriletto arancione, nel prima siamo troppo impegnati a pensare al dopo. Nel durante siamo troppo impegnati a pensare al dopo. E’ nel dopo, maledetto dopo, che ti rendi conto che forse tutto il bello sta nel prima. Nel pochissimo prima, in quei movimenti veloci, caldi, che pensano al dopo senza saperlo.

 

Interno giorno, tavolo in truciolato, libreria con un enorme Magritte, ingiallito dalla polvere e dal fumo. Un bicchiere con una nuvola dentro. Sotto, incollati con pazienza, tutti i ricordi di cinque anni che sono sembrati cento. Gli anni dai tredici ai diciotto. Che forse sono davvero cento. Anni in cui non ti sembra mai che ci sia un durante. Ti senti sempre nel prima. Invece dopo, poco dopo, scopri di essere davvero nel dopo.  Sul tavolo di truciolato carte sparse. Bollette, appunti, una lista di libri da comprare. In bocca, decisamente troppo forte, tutto il pastoso ricordo della notte prima, a rhum, lacrime e sigarette. Un accenno di mal di testa, lieve e soave come le nuvole in fondo al cielo che minacciano pioggia. Ma è maggio, fa già caldo. Sospirando, pensi di non voler mai più, nella tua vita, nei prossimi cento anni che poi sono cinque, un rimpianto. Rimpiangere non sarà più previsto. Non senti il freddo che farà, non senti la fatica che proverai, non senti la stanchezza che ti taglierà le gambe. Rimpiangere non è cosa per noi, uomini seduti sotto a un Magritte. Ed è come se firmassi, con il tuo sangue giovane e pieno di rhum, un patto con uno strano diavolo che ti condanna all’osservanza del prima. Mentre tutti sono nel prima, tu sai già che il poco dopo sta arrivando. Mai un rimpianto, ma tanti errori. Come buttare il poster di Magritte.

Interno notte, freddo cane, maledetti caloriferi. Sei in vena di pensare, come fossi seduto su una duna, in mezzo a un deserto. Di freddi caloriferi, armadi troppo brutti e letti talmente anonimi da non fare sonno nemmeno a un narcolettico.

Conti sulle dita delle mani i rimpianti che ti sono rimasti da quel giorno. Hai vissuto tutto. Talmente tanto da avere una faccia di uno che ha vissuto troppo il durante. Non è salutare, vivere troppo. Andrebbero seguiti tutti quei fottuti new age vegetariani, fissati di incenso e spiritualità tascabile e la loro furbizia nello stare a pochi passi dal durante, fottendosene del prima e del dopo.

Invece tu e la tua faccia, maledette occhiaie, vi porterete nella tomba tutto questo durante, tutti questi prima, appena prima, che ti hanno evitato di essere, inutilmente, felice.

Freddo di città, inverno metropolitano. Se mi avessero rubato la borsa, quell’improbabile poveraccio, adesso starei qui a contare quanti fogli inutili mi porto dietro tutti i santi giorni, in giro per il mondo. Geloso delle mie carte.

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