quello che gli uomini pensano a proposito dei pesci rossi

Nel lontano 1992, in California andavano molto di moda i capelli cotonati e biondissimi, le tette al silicone, ancora di misure ragionevoli, gli agenti immobiliari, il vino italiano, le barche a vela in leasing, la cucina messicana, le sparatorie tra gang e le auto con cilindrate sufficienti a spostare un bilico pieno di ferro. Il mio amico Phil faceva palate di soldi vendendo robaccia di seconda mano ai messicani. Un caritatevole riciclo dell’appena obsoleto, tutto quello che in California, tra Dana Point e San Diego, non era più considerato nuovo, utilizzabile, adatto alla California. Phil lavorava tanto, e guadagnava tanto. Ma non avrebbe mai immaginato di trovarsi, qualche anno più tardi, nel posto giusto al momento giusto quando i cellulari avrebbero fatto guadagnare milioni di banconote a una cricca di ex agenti di borsa, ex agenti immobiliari ed ex mogli dei suddetti.

Era anche un posto di merda, questa California. Ci si poteva trovare parecchio male, a nascere nel quartiere sbagliato o nella famiglia sbagliata. Era un posto tremendamente pieno di piombo, eroina, buio e merda. Pascolato da gente che stava facendo in modo di scrivere la storia. Frusciante, in Giappone, lascia i Red Hot, pieno di eroina e sbattimenti. Winslow scriveva robe strane su strani argomenti, prima di capire che bastava raccontare questa cazzo di California per essere il migliore.

Jobs e alcuni altri amici spostavano milioni. Alcune famiglie messicane spostavano milioni. Alcuni americani appassionati di missili spostavano milioni. Tutto in California.

Nel 2009, stavo sdraiato al quattordicesimo piano del mio hotel vicino a Union Square, San Francisco appena avvolta dalla panna gelida che cala la sera d’estate. Leggevo un libretto, comprato in una bancarella, sulle cose che pensano gli uomini dei pesci rossi.

Ogni tanto, compulsivamente, compro cagate. Lo stimolo è più forte della mia capacità di resistere. Mi impossesso dell’oggetto, sicuro di trovarne, a breve, una collocazione precisa nell’universo di oggetti che mi porto in giro.

 

La cosa che mi ha sempre incuriosito è stato l’incipit: questo libro è stato scritto in California, nel 1992, in mezzo a una delle più grandi rivoluzioni del mondo.

Ho chiuso il caso in queste vacanze di Natale. Sono tre anni che mi chiedo che cazzo è successo in California nel 1992. Di tutto, niente. Dipende dai punti di vista. Allora ho spulciato Wikipedia sull’autore. chiesto alla memoria di ferro del mio amico Phil, che mi ha raccontato di come fosse possibile comprare una sala operatoria di Cleveland e rivenderla in Messico facendoci un sacco di soldi, nel 1992. Prima di tutte quelle fottute regulations. Fortunatamente stavano piombando sul cielo terso di Dana Point milioni di SIM, milioni di minuti, milioni di sms, pronti a prendere il posto delle sale operatorie di Cleveland nel bilancio di Phil. Ma di ufficialmente rivoluzionario non è successo quasi nulla. Ho chiesto, incredibile ma vero, al sito di storici americani. Ci hanno messo un mese a rispondermi, con un elenco di due pagine A4 di eventi, eventuncoli, eventucci. Niente di così assurdamente rivoluzionario.

Facendo il pacco con le riviste da portare nel box, ho ripreso il libretto. Ne ho tagliato un pezzettino, perchè sono perennemente a corto di filtrini da quando il tabaccaio ha deciso di litigare con la Rizla. E poi ho deciso la sua fine migliore. Ho preso una penna blu e ho scritto una dedica. In inglese. E poi lo ho abbandonato su una panchina. Vicino a San Babila.

” A Eveline, la donna più importante della mia vita. Tu sei come un pesce, rosso nel cuore. Grazie per il tuo umido amore. Grazie di tutto questo… firmato Reverendo Porter”.

 

Nel 2012, oggettivamente, potrebbero succedere cose di un certo spessore. Me lo sento. Sulla fine del mondo, invece, non mi sento di appoggiare l’idea dei Maya e del mago Otelma. Secondo me ci rifaremo l’ennesimo veglione, tirando la mezza per sparare qualche fuoco.

Troverete l’amore, in questo 2012. Me lo sento. Chi? Beh, un po’ tutti.

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