La Poesia Sei tu Che Leggi (volume 2)

La cosa che mi sorprende più di tutto è che il mio cuore si ostini a reggere. Tiene il ritmo, mi segue docile, mantiene attiva la circolazione, quando un cuore normale, davanti a tutta questa vita che morde alle caviglie, si sarebbe arreso da un pezzo.
La cosa che mi sorprende più di tutte è che la maggior parte degli uomini non capisce tutta la poesia che c’è in una grandissima sofferenza.

Aspettano una vita, interi anni sprofondando sul divano, o appoggiati al tavolo di un bar, divorati dall’ansia di non aver vissuto un solo istante, sconfitti dalla sensazione di non aver mai preso una decisione, rassegnati alla routine che uccide anche l’uomo più forte, soffocandolo tra domestiche abitudini degne di un cane, nemmeno troppo intelligente. Poi, quando è il momento, in quegli istanti in cui la vita bussa, sommessamente, facendo entrare in circolo tutto questo sangue, rimangono fermi, senza cogliere la tremenda poesia di questi momenti.

Prendi me, ad esempio.

Io sono, adesso, la poesia più bella che si possa scrivere. Le mie rughe, il mio sguardo perso dentro un vaso di malinconia, il mio non riuscire a dormire, il mio smettere di scrivere al computer per alzarmi di scatto e camminare nel freddo gelido della sera. E’ orribile, fa male da morire, ma è una splendida poesia.

Io sono una splendida poesia, mai ne ho scritte di così belle. Io sono una canzone, senza troppe rime, come la mia faccia, che ha perso la simmetria dei bambini in qualche aeroporto. Io sono una lunga canzone triste, ma non mi stanco di leggermi tra le righe. Io sono un canto, come le mie labbra, capaci di pessime abitudini e di splendidi baci. Io sono la poesia delle mie mani, screpolate dal freddo. Quello che viene da dentro, non quello che viene da fuori.

Io questa sera mi sono fermato, alla fine di un prato, congelato. Mi sono lasciato scorrere alle spalle la fila ordinata di pendolari. Ho chiuso la macchina. E sono entrato camminando nel prato. Terra gelata, neve ghiacciata. Fumavo, guardando il cielo con le stelle. Mi sono abituato a cercare il Grande Carro, e divertirmi a vederlo sempre in posizioni diverse. E’ li, al suo posto, dove è sempre stato quando lo cercavo da piccolo, affacciato alla finestra del bagno.
Un cielo così, non andrebbe masticato da solo. Andrebbe aggiunto del vino, e la pazienza di qualcuno che ha tempo per ascoltare questa lunghissima canzone triste.

Io sono una poesia tremendamente vera, talmente calda da mischiarsi al sangue che corre nelle vene di uomini che hanno perso la strada. O la stanno perdendo. C’è chi si spaventa, c’è chi corre indietro. Io cammino, fumando, aspettando pazientemente che questa vita, questa canzone triste, mi riporti al mio posto.

Prendi me, ad esempio.
Uso sempre il passato, per raccontare bellissime storie. E la gente mi incontra e mi sorride. Scrivi da Dio. Bravo. Ti leggo sempre. Perchè ho avuto il tempo di digerire la vita. Adesso scrivo del presente. Di oggi. Di adesso. Ancora scorre, caldo, quel sangue che senti pompare dentro le vene. Che ti dice di non scappare, di stare al tuo posto, e di viverti tutta questa vita.

Io, adesso, faccio fatica a capire moltissime cose. Accetto l’insicurezza, perchè è talmente poco accogliente, spartana, spigolosa, che so che me ne dovrò andare molto presto.

Io non ho paura. Mi spaventa solo la morte, ma so benissimo che tutta questa vita non mi ucciderà. Anzi.

Io non ho mai paura, ma so che alcune decisioni saranno sbagliate. Singolare momento, questo, per aspettarsi decisioni così importanti. Ma così è.

Ci sono delle volte che aspetto per interi quarti d’ora, seduto sulla mia tavola, un’onda. Ho guidato, svegliandomi prestissimo, ho digiunato, ho affrontato il freddo, per aspettare un’onda. Una sola. E poi, sento la pancia del mare gonfiarsi, sento arrivare tutta la sua forza. E sono felice.
Sorrido,sapendo cosa mi aspetta. E tutto il mondo, per un istante, è nei miei piedi che si appoggiano alla paraffina.
Ecco, adesso sto aspettando, seduto su questo freddo, che arrivi questo maledetto caldo.

Prendi me ad esempio.
Sono anni che scappo, senza sapere che non c’è cosa più stupida che scappare da se stessi.

Io sono, a volte, il peggior nemico di me stesso. A volte. Non oggi.

Mi sono fermato, con i piedi affondati nella terra ghiacciata, e ho respirato profondamente. Inutile scappare. Adesso. Non ho la forza per farlo e la voglia per volerlo. Aspetto, fumando. La cosa che mi spaventa non è il futuro, è il rotolarmi addosso del mio passato.

Se dovessi mai rinascere, rifarei tutti gli errori che ho fatto fino ad oggi. Mi tocco la cicatrice che ho sul petto, appena sotto il cuore. La mano gelata sente la pelle calda. Ascoltarsi troppo è inutile, quando non hai molto da dirti. Oggi mi son detto, accarezzandomi le cicatrici, di smettere di parlarmi. Non abbiamo più niente da dirci. Oggi. Non ci resta che aspettare.

Ho imparato ad essere grato per molto meno. Oggi, con i piedi nel prato congelato, ho semplicemente urlato Grazie. Nessuno mi ha sentito. Tranne chi mi doveva sentire.

Ho molta forza, adesso. Che non sapevo di avere. La coscienza di una fine non è la certezza di un inizio. E viceversa. Insomma, la fine di un inverno non sempre è l’inizio di una primavera. Ma ho la sicurezza di aver visto già questo prato caldo e fiorito. Per questo non mi spaventa sentirlo nudo e ghiacciato.

Ma, ogni volta che mi rendo conto che tutta questa vita mi salta addosso, mi ricordo di esserne grato a Dio. Perchè è il modo migliore per sentire di essere vivi. Dolorosamente, fottutamente vivi.

Uno spettacolo per pochi. Ma un vero spettacolo.

Post Scriptum: ho davvero pensato, un minuto in un ora, qualche tempo fa, di non farcela. Quello è stato l’errore. Adesso, sorrido per averlo pensato. Soffro, sono una splendida poesia.
Scriverò moltissimo di questo.

Nuda, in ginocchio, pregandomi

Io odio tutto dei regali di Natale. Dalla pianificazione all’esecuzione, fin anche all’apertura. Primo perché sono ormai venticinque anni che chiedo un cane, e nessuno me lo regala. E allora ditelo. Che cazzo me lo chiedete a fare che cosa voglio, se poi fate quello che volete. Secondo perché io adoro fare i regali. E la parte migliore del regalo è che la persona che lo riceve non se lo aspetta. Invece, dal ventuno dicembre, siete tutti li, come delle iene affamate, ad aspettarvi un pacchetto.

Più invecchio, più sono le persone che si aspettano qualcosa da me. Anche il portinaio inizia a puntarmi con occhi affettuosi, mentre finge di smuovere le tre dita di polvere che riposano in una pace beata sul corrimano.

Poi adorate fare le cene. Anche io adoro fare le cene. Ma non a Natale. Non quando infilate nella lista dei commensali l’amica appena lasciata dall’ex marito o l’amico che non esce mai. Se non esce mai, perchè forzarlo? Interminabili silenzi, odiosi discorsi sulla neve, un buddista che, fingendo pace interiore, spiega come raggiungere la pace interiore. C’è sempre un buddista, in queste situazioni. Uno che ha appena scoperto il buddismo, che il buddismo gli ha cambiato la vita, che dall’alto verso il basso guarda noi, vecchi cattocomunisti del cazzo, mentre andiamo a fumare sul balcone. E disapprova il nostro fumare. Poi socializza con l’amica dell’amica, che rimane folgorata dalla pace che quest’uomo, che ha scoperto il buddismo grazie a Vanity Fair, emana. Che si fotta, lui e queste cazzo di cene, penso mentre congelo sul balcone.

Oggi sono stato alla Fiera Dell’Artigianato. In un paese democratico, veramente democratico, portare un maschio eterosessuale alla Fiera Dell’Artigianato dovrebbe essere reato penale.
Sono sei padiglioni, pieni zeppi di bancarelle. Orecchini, grembiuli, tazze, salvadanai, lampadari, coperte, giacche, borse, portafogli, angeli di ceramica, angeli di cotone, angeli di lana, angeli di zucchero, angeli di legno. Tutto, dicesi tutto, il catalogo degli oggetti di cui non si sentiva nessun bisogno, e che se mi regalassero, oggettivamente mi incazzerei parecchio. Che cazzo me ne faccio di un angelo di legno? Ho sentito fortissimo l’impulso di uscire fin da quando sono entrato. Ma si è rivelato fisicamente impossibile, visto che vieni ingoiato da un flusso di persone, interrotto solo da trolley e zaini. Cammini incastrato tra altri esseri umani, per guardare tazze, coperte e vino.
Eppure era pieno di uomini felici. Uomini sorridenti, proattivamente coinvolti nella scelta del cappello di lana da regalare alla nonna. Uomini soddisfatti, con la piantina tra le mani mentre suggeriscono un altro giro in un nuovo padiglione. Uomini seriamente attenti alla dimostrazione di come si attaccano gli angeli di ceramica all’albero di natale. E allora penso: sono io quello strano. Provo interesse, professionale, per le vite di questi uomini, che si realizzano in un posto del genere. Vorrei poter attaccare un collare di posizionamento, per seguirli nella loro quotidianità. Per capire se è normale. Magari per scoprire che collezionano peli pubici, oppure surgelano le unghie che trovano sul tram, oppure fanno anche birdwatching.
In ogni caso, è da escludere che io possa mai regalare una tazza con il nome.

Io regalo solo libri a Natale.

Io adoro i libri. Ho amato moltissime donne, ho condiviso incredibili storie con uomini incredibili, ho pianto e ho riso. Grazie ai libri.
Scelgo sempre dei grandi libri. Davvero, mi impegno. Scelgo i libri in base alle persone. Passo una media di dieci ore, spalmate sui due sabati prima di Natale, in libreria per scegliere i regali. Penso alla persona, penso intensamente a come sia fatta. Mi ricordo, con dolcezza di tutto quello che abbiamo passato insieme durante l’anno. Mi ricordo di tutto il bene che ci siamo fatti. Penso a qualcosa che potrebbe piacere. A qualcosa di adeguato. Poi smetto. Esco a fumare. Rientro, e compro alcuni libri per me. Poi esco, poi rientro. E compro dei libri che mi sono piaciuti. In generale. Non propriamente legati alle persone a cui ho pensato.

Io adoro leggere. Ma adoro anche i libri. Mi sembra davvero un bel regalo.

Tra l’altro in Italia vengono pubblicati circa cinquantamila libri l’anno. Con una media espositiva di diecimila titoli per libreria, ogni sei mesi avviene un rinnovo completo. Un italiano medio legge cinque libri l’anno. E’ quindi statisticamente confermato che le probabilità che io possa regalarvi un libro che avete già letto sono infinitamente basse. Statisticamente. Perchè poi in realtà passo buona parte dell’anno a consigliare libri e a regalare libri. Quindi, si sballa tutto. Va anche aggiunto che io, amando i libri e le loro storie, regalo le storie che mi sono piaciute di più. Credo di aver regalato almeno cinquanta Versioni Di Barney e cento Novecento. Per non parlare di Oceano Mare, l’Amore ai Tempi del Colera. La Fata Carabina, Latte Solfato e Alby Stairvation. Neruda, ad esempio, è parecchio in debito con me. Ho regalato Neruda a tutti. E un giorno, volutamente, ho lasciato anche una copia, da me autografata, su una panchina del parco della Guastalla. Nella speranza che un giovine ne facesse tesoro. Sarà finita a pezzi, per filtrini di canne. Ma non voglio pensarlo.

Beh, insomma, io regalerò libri, come tutti gli anni.

Il libro è anche un regalo estremamente onesto. Perchè può essere riciclato senza colpo ferire. Non si tratta della sciarpa di tonalità nero,marrone e giallo che il cugino della sorella del cognato ti ha regalato. Quello è impiazzabile. Il libro è sempre un libro. Una storia bellissima.

E le storie, rimangono per una vita intera. Forse, sono il più bel regalo possibile. Perchè sembra un discutibile e piccolo investimento, ma una bella storia, rimane davvero per sempre.

Beh, insomma, io regalerò libri. Come sempre.

Sono quasi sicuro che sia diventata già leggenda, questa storia del vecchio Franz che regala solo libri. Ma non è colpa mia se io ti indico la luna e tu osservi attentamente il dito.

Regalatemi libri. Non ho bisogno di nessun altro oggetto. Possiedo tutti gli oggetti che mi sono necessari, come la moto. E molti superflui. Desidero, come tutti, possedere sempre più oggetti, perchè ogni tanto li confondo con la felicità. Ma poi mi riprendo.

Regalatemi libri. Ho bisogno di molte cose, ma pochissime potete regalarmele voi.

Quali libri? Arrogatevi il diritto di scegliere per me. Male che vi vada, il vostro regalo finirà ordinatamente intonso nella libreria. Non abbiate paura di scegliere per le storie più belle.

Al massimo,riciclo al portinaio.

The Hives, e altre leggende metropolitane (come l’amore)

Epilogo:

mezzanotte e mezza, due gradi, stelle che piovono sul cielo pulito, parcheggio centrando il muretto che ripara il prato. Non sono ubriaco, sono stanco, sudato fradicio, e non ho voglia di dormire.

 

–          Forse dovresti semplicemente prendere una decisione

–          …

–          Ci sono decisioni che il cuore prende molto prima della testa. Puoi stordire la testa, ma il cuore sa aspettare.

–          Fottiti

–          Buona notte anche a te.

 

Incipit

Docce comuni, spogliatoio della piscina. Solito groviglio di palle pelose, pancette pendenti, mugugni per l’acqua troppo fredda. Non c’è nulla di peggio di una doccia comune, con otto uomini che lottano per il proprio spazio. Rinvigorisce sempre la mia eterosessualità, mi fa porre delle grandi domande sul concetto di lunghezza del pene, ma non è il luogo migliore dove passare del tempo. Sono in ritardo. Vivo in ritardo.

 

Capitolo Primo:

Schiacciato addosso alla quarta fila, odore inumano di maschi sudati, pelli scivolose, urla, e botte. Certi concerti vanno fatti così. Punto. Il tizio dietro di me canta tutto d’un fiato, senza perdere nemmeno una parola. Quello di fianco è rimasto sotto per qualcosa fumato o mangiato. Davanti a me una ragazza si agita per sopravvivere. Credo che il progetto originale fosse, vado a un concerto con il mio ragazzo, e non: cerco di uscire viva da questo inferno, perché lui è troppo innamorato di tutto questo odore, rumore, sudore, per ricordarsi di me. Ho sempre avuto molta compassione per queste donne coraggiose. O tenerezza, non saprei dire.

I miei fratelli sono con me. Da qualche parte, dietro o di fianco. Impegnatissimi come me a galleggiare nella folla. La camicia è da buttare, e se il tipo dietro smettesse di appendersi ai miei pantaloni per stare in piedi, avrei buone probabilità di tornare a casa vestito. A quindici anni, chi suona conta pochissimo. Le parole ancora meno. A venti, le parole contano, chi suona è importante. A trenta, le parole sono tutto, chi suona lo sa.

A trenta, sai che un concerto, come un bacio, non ti cambierà la vita. Ma rubi tutta questa energia, la fai tua, e urli parole al fumo illuminato dalle luci di scena.

 

Intermezzo:

(Per un momento mi rendo conto che questi cinque sballati svedesi stanno davvero credendo in quello che fanno. E’ quello che Fred ha lapidariamente liquidato con “spaccano di brutto”. E’ quello che fanno. Fanno punk, per quello che è. Sono rimasti congelati in un finale di Kubrik, sembra roba da LP usciti quando c’era il Muro di Berlino. Suonano come se non avessero nulla da perdere, strafatti come ci si aspetta, picchiando spediti verso la fine del concerto. E’ la tipica band che ti aspetti di trovare impegnatissima a pippare dall’ombelico di una groupie a fine concerto, in un camerino fumoso e pieno zeppo di odio. Avrebbero fatto storia, forse la stanno facendo. Ammiro quelli che pippano dall’ombelico di una groupie).

 

Capitolo Secondo:

Senti fortissimo il bisogno di bere. Hai anche comprato tre birre. Abbondare è meglio. Ma le hai abbandonate da qualche parte. Scivoli in un pozzo di sudore, o vomito, o birra. Certo che i mocassini, per andare a un concerto del genere, non sono la scelta migliore. Ma tant’è. In questo periodo, scelte migliori non se ne fanno mai. Ti ritrovi abbracciato a un tipo che aveva il progetto di raggiungere il palco. Abbraccio intimo, fratellanza alcolica, e tremendamente scivolosa. Senti tirare, Fred ti recupera e ti butta verso il palco, ancora. Vorresti avere quindici anni, o forse diciotto. La tua schiena se ne sente cinquanta, i tuoi reni settanta. E hai sete. Una fottutissima sete.

 

Intervallo:

Beh, che dire complimenti! Ah, davvero! Ma dai! Queste erano risposte da dare. Invece mi è uscito un: brava. Brava? Oh cazzo. Fa lo sforzo, impagabile, di chiamarti dopo otto anni. Che emozione, dice, sentirti. Tu lotti animatamente contro la macchinetta del caffè, per far uscire qualcosa che assomigli a un caffè. E’ quello che ci si aspetta da una macchinetta del caffè. E pensi: ma come cazzo ha avuto il mio numero? E pensi anche: ho bisogno di caffè. Volevo solo dirti che aspettiamo un bambino. Brava. E’ quello che ci si aspetta da una lunga relazione, a trent’anni. Esce il caffè, con un orrendo rumore di guarnizioni. Sono otto anni che non ci sentiamo. Mi chiami per dirmi che aspetti un bambino. Quello che mi piacerebbe dire è che, in fondo, sono felice per te. O per il bambino.

 

Epilogo:

Una semplicissima giornata, come le altre. Semplicemente un po’ sudato, con i capelli attaccati alla barba, e un freddo animale. Fumo guardando il cofano della macchina. Penso che non le ho ancora dato un nome. Mi piace dare i nomi agli oggetti, e tentare di non darlo alle sensazioni. Così, la mia moto, la mia borsa, la mia macchina, hanno sempre avuto un nome, e una storia. Le mie sensazioni, invece no.

La guardo, ha un cofano bello, delle forme grasse. Avanti, mi dico, pensiamo a un nome. Percival? La Luna? No, non ho fantasia, ho solo freddo.

 

–          Perché ti ostini a cercare un nome per me, quando sai benissimo che non è necessario?

 

Oh Cristo, la mia macchina parla. Parla. Ha parlato. Ho sentito. Nessuno intorno, zona morta di giorno, figurarsi di notte, al gelo. Ma io ho sentito parlare. E non ho bevuto. Forse ho perso troppi liquidi sudando. Una volta ho visto un documentario sui pericoli del non dormire e del sudare troppo. Di quelli che attraversano il deserto senza dormire, bevendo poco. Forse sto morendo. Nessuno è mai morto per un concerto punk. O forse si. Cazzo. Dovevo bere.

 

–          Piuttosto dovresti cercare un nome per quello che senti.

 

Merda, ha parlato ancora. E’ arrivato il momento di chiamare, con tutta la serenità possibile, la guardia medica. Mi manderanno un’ambulanza. Mi imbottiranno di Valium. Poi mi dimetteranno. Un piccolo disagio mentale, niente di serio o patologico. Un ricovero. In fondo, visto il periodo, è normale. E’ normale cosa? Parlare con la propria macchina? Merda, merda, merda.

 

–          Tu parli?

 

Nessuna risposta. Come è giusto che sia. Le macchine non parlano. Non mi ricordo il numero della guardia medica, ma posso sempre chiamare la Polizia. Mi aiuteranno. Ho tentato di parlare con una macchina. Capiranno che ho bisogno di aiuto.

 

–          Credi non sia necessario prendere una decisione?

 

Mi appoggio al muretto, quello che tutte le sere tento di distruggere con il paraurti posteriore. Lotta infinita tra cemento e acciaio. E almeno settecento euro di carrozziere in quattro anni. Mi accendo un’altra sigaretta. Da quando non bevo più come un disperato, ho perso la preziosissima lucidità che solo l’alcool sa dare.

 

–          Forse dovresti solo ascoltare.

 

Ancora. Sto morendo. Probabilmente sto morendo. Forse un trauma cranico. Forse mi hanno drogato al concerto. Per fottermi un rene nel parcheggio. Sapevo che non si trattava di una leggenda urbana. Merda, come cazzo faccio adesso? Mi vogliono fottere un rene. Saranno nascosti da qualche parte. Che cazzo di droga mi hanno dato? Devo chiamare la Polizia, e dire che mi vogliono fottere un rene.

 

–          Forse dovresti semplicemente prendere una decisione

 

Non rispondo. E’ meglio non rispondere, quando credi che sia un cofano a parlarti. Anche la centralinista della Polizia, secondo me, mi consiglierebbe di non farlo.

 

 

–          Ci sono decisioni che il cuore prende molto prima della testa. Puoi stordire la testa, ma il cuore sa aspettare.

–          Fottiti

–          Buona notte anche a te.

 

Lancio la sigaretta nel prato. Mi alzo. Sono umido. E gelato. E ho appena avuto una conversazione con il cofano della mia macchina. A raccontarlo, non ci crederebbe nessuno.

Ma tutti sanno che il cuore sa parlare, anche usando un cofano di una Volvo.

 

Comunque, questa mattina ho controllato. La mia macchina non parla. E ho tutti e due i reni. Dal male che mi fanno, so che sono lì.

Ho tutti gli organi a posto.

Compreso il cuore.

 

Dal male che mi fa, so che è rimasto lì.

Anna

Mia mamma è morta un giovedì pomeriggio di ottobre, mentre pioveva. Facile da dire, ma i giovedì, ottobre, e la pioggia mi sono venuti subito antipatici. Anche l’espressione “si è spenta”. Mia madre non si è spenta, è morta, come solo il cancro è in grado di uccidere. Si spegne una lampadina, si spegne una moto, una morte ha pochissima poesia, perlomeno per chi rimane. Mi ricordo che non riuscivo a stare nel silenzio surreale della camera, ritmato dai singhiozzi di mia nonna e di mia zia. Cercavamo di capire se stesse ancora respirando. Insomma, la cosa andava avanti da troppo, un respiro in meno o uno in più non avrebbe fatto molto la differenza. Ma per noi, i rimasti, era questione fondamentale. Come anche l’orario preciso. Le sedici e quaranta. Alle sedici e quarantadue ero seduto in soggiorno, appoggiato allo stereo, mentre la radio passava “gli angeli” di Vasco. E fumavo la mia prima sigaretta in casa. Alle sedici e quarantaquattro mi sono reso conto che il tempo sarebbe passato molto più lentamente. A questa cosa del tempo mi ero abituato. La morfina, il silenzio, i cucchiaini d’acqua, e Kundera. Per allungare il tempo, accorciando la sofferenza. Il tempo si dilata, quasi ti volesse regalare momenti in più, proprio quando tu non sai assolutamente cosa fartene, anzi vorresti che tutto scorresse molto più velocemente.

Alle sedici e cinquanta hanno citofonato. Tu vorresti stare da solo, nel mondo, invece ti ritrovi gente che citofona. Allora, alla lista, dopo i giovedì, ottobre, la pioggia, aggiungi anche il citofono.

Alle sedici e cinquantacinque ho deciso di smettere di guardare l’orologio. Sono andato da mio padre, e ci siamo abbracciati. Insomma, non avevo molto altro da fare. Poi di colpo, mi sono caduti addosso agosto e settembre, tutte le notti insonni, tutte le lacrime che non avevo pianto, tutti i sospiri, tutte le volte che sono rimasto in piedi, quando il ragionevole senso comune diceva di lasciarsi cadere per terra.

Mi sono sdraiato, nella mia stanza, per terra. Mi sono addormentato. Ho dormito. Mentre il citofono suonava e la pioggia cadeva infernale. O forse non infernale. Ma comunque era giovedì, era ottobre, e pioveva.

Poi, alla fine avevo diciotto anni. E queste cose dovrebbero succederti quando di vita ne hai a sufficienza sulle spalle. Non a diciotto anni. E allora, ho pensato, ci ripenserò quando sarà più giusto pensarci. Pensavo, forse l’età giusta per vivere una cosa del genere è venticinque, o forse trentasei, o forse quarantadue. Non sapevo che la risposta era molto più semplice: mai. O forse sempre.

Quelli che dicono che il tempo migliora le cose, sono come quelli che dicono che un battito d’ali di farfalla a Pechino provocherà una tempesta a New York. E’ delizioso da credere. Ma non è così.
Non è il tempo che migliora le cose. Sono le cose che migliorano il tempo. E sono le cose a migliorarti.

Le cose e le persone. Quando vedi tutto questo andirivieni di speranza, attaccata a una TAC, quando vivi appeso a un appuntamento da uno specialista, quando il mobile della camera si riempie di flebo, cotone e pannoloni, capisci il peso specifico di una persona. Oddio, impari anche un sacco di cose pratiche, diventi pragmatico, sviluppi una lodevole predilezione per il rhum, fai un sacco di cazzate per le quali ti consigliano uno psicologo, ti trovi forzatamente a crescere di un paio d’anni in un paio di giorni, trovi sempre gente disperata al cesso, e ti tocca urlare alla zia di Torino, sorda come un toro sessantenne, che la mamma non può rispondere perchè al momento è zeppa di morfina, e no, non ti richiamerà dopo, perchè dopo sverrà nel letto. Poi, in un secondo tempo, impari anche a mandare a fare in culo la zietta sorda. Che di contro, ti chiederà, con il candore della demenza, perchè non le passi la mamma. Impari a vivere come tutti. Andare avanti. Tu hai una lista lunghissima di ottime ragioni per non uscire nemmeno di casa, il mondo ha una lista lunghissima di ottime ragioni per pretendere che tu lo faccia. Impari a farlo.
Impari a guardare le persone negli occhi, impari quanto sia relativo un problema, quanto piccole siano certe cose della vita. Impari a pensarci a fondo. Senza occupare il cesso. Che sta cosa del cesso sempre occupato per piangere, non ti va giù. Ma, sembra sia così, in questa fottuta cultura occidentale, ognuno ha diritto di esprimere la sofferenza come meglio crede e dove preferisce.

Impari, in verità, a non perderti niente. E’ troppo importante. Impari, anni prima di Facebook, a contare gli amici. Basta, ti avanza, una mano.

Impari a dare amore, come se davvero domani, che ne sai, i pannoloni fossero per te. O per la persona che hai davanti. Se lo dici ti danno del pessimista. Poi vanno sotto come un treno quando la nonna novantenne scompare per un pomeriggio, accompagnata dal vecchio Alzheimer, in giro per le stazioni della metropolitana.
Impari a dare amore, e a prendertelo.

Impari. E non te lo dimentichi. Mai.

Poi, con il tempo, le cose prendono il loro posto. I giovedì tornano ad essere accettabili. La pioggia,te ne fai una ragione, è normale. Ottobre, cazzo, capita tutti i fottuti anni. E ce ne sono stati anche di stupendi. Di ottobre. I citofoni ti urtano ancora, ma questo per via del suono orrendo.

Poi con il tempo, le persone prendono il loro posto nella tua vita. Non pensi più ai pannoloni e alle flebo. Ma sai riconoscere, in meno di un battito d’ali di farfalla, una persona che ti sta dando amore.

Sai quanta paura abbiano le persone. Di dirlo. Che stanno dando amore. Che lo fanno.
Ma tu le senti. E le tieni vicino.
Perchè le persone non sanno quanta paura abbia tu, di ritrovarti infilato in un pannolone, sapendo di non aver amato abbastanza.

Poi, permettetemi di dirlo, ma che cazzo di sfiga quella di aver sentito “gli angeli” di Vasco. Avete una fottuta idea di quante cazzo di volte la passano per radio? Che uno i giovedì, ottobre e la pioggia se li fa andare anche bene. Ma Vasco no. Una canzone di Vasco, te lo insegnerà la vita, sopravvive a intere generazioni di nuovi cantanti, e continuerà ad essere programmata, in eterno.

Come è evidente che sia, questo pezzo è dedicato a mia Madre, che mi ha insegnato ad amare. E a tutte le persone che, in questi quindici anni, mi hanno dato del coglione perché non ho amato abbastanza o perché piango sempre quando ascolto “gli angeli” di Vasco.

Perfino a Maggio

Salire. Sentire la sella gelata dal freddo pungente. Girare la chiave. Sentire il rumore pigro della centralina che fatica a svegliarsi. La luce gialla, calda, cade sulle ombre del viale. Anni di tecnologia non potranno mai sostituire il caldo, approssimativo, giallo di una incandescente resistenza. Il motore protesta, intorpidito, e gira a un minimo troppo alto per essere credibile. Vibra tutto. Anche l’orizzonte dei palazzi di fronte sbalzella, dentro questo vibrare convulso. Un colpo di gas, per sentire il polso girare, per sentire il ritardo meccanico nella risposta. La prima entra secca, durissima. Un colpo per il motore, un colpo per il cuore.

Partire. Sentire l’aria gelata che entra ovunque. In faccia, nella pancia, sulle gambe. Strati di cotone, acrilico, lana, pelle, inutili al freddo di una sera. La seconda e la terza arrivano dirette, non c’è fretta.
La terza è la marcia migliore. La moto è nervosissima, sensibile, immatura. Un minimo colpo e i giri salgono, lasciare il polso e la bestia si siede stanca. Il culo scivola sulla pelle gelata della sella, le mani tengono stretto il manubrio, stretta la vita. La tangenziale. Non era quella la strada. Il sottopasso, il traffico della sera. La moto scivola di lato, le luci scorrono a sinistra.

Continuare. La strada non è questa. Bisognava andare dalla parte opposta. Bisognava. Ormai, la strada è questa. La quarta e la quinta, le marce del viaggio. Le vibrazioni si siedono, le ruote si scaldano. Ancora, si sente scivolare la ruota dietro a ogni sussulto dell’asfalto imperfetto della tangenziale. Per centesimi di secondo perdi il contatto con l’asfalto, la ragionevole possibilità di rimanere in vita. Lo scarico butta fuori fumo e urla. Rumore assordante, musica deliziosa. La tangenziale finisce. La tangenziale, come moltissime strade, gira semplicemente intorno al centro.

Sembra di scappare lontano, ma si torna sempre al punto.

Fermarsi. Il motore sfriogola. Sfrigolano solo i motori. E’ il modo di ansimare dopo l’orgasmo che hanno queste creature a due cilindri. L’olio si siede, insieme alla tua anima, a riposare.
Ferma, nuda, spenta, sembra una bestia innocente. Come chi la guida.
Il problema, di queste bestie, è quando trovano il pilota giusto. Tutti sanno accendere una moto, guidarla pazientemente verso il centro. Pochi, pochissimi, sanno tenere al massimo il motore senza farlo scoppiare. Pochi, pochissimi, sanno aspettare che le gomme si scaldino, per non scivolare.
Pochi, pochissimi, sanno lasciare le mani, trattenere il respiro, sentire il freddo, stringere le gambe e spostare due docilissime tonnellate di ferro verso una curva cieca.

Senza mani.

Life begins at the end of your comfort zone

Il danno oggettivo è stato creato da anni di calcaree ossidazioni, come un vecchio tubo della lavatrice. Mi hanno insegnato a leggere i movimenti del corpo, i tic di un viso, le espressioni di uno sguardo, la frequenza di un respiro. Mi hanno insegnato a leggere tra le parole, a creare empatia usando specifici termini, a provocare disagio, a usare doppie negazioni e a usare le parole con un peso specifico. Mi hanno insegnato a regolare respiro, pulsazioni, sudorazione, movimenti collaterali, modulare il mio corpo per seguire quello della persona che ho di fronte. Posso sostenere uno sguardo, rafforzare un rapporto toccando una spalla, posso tagliare con le parole e ricucire con le dita. Uso la mano destra indifferentemente dalla sinistra, distinguo l’emisfero destro da quello sinistro. Posso creare un rapporto usando la vista, l’udito o il tatto, posso parlare senza pensare a quello che dico, posso sentire senza ascoltare e poi rispondere adeguatamente.
Mi hanno insegnato tutto questo per anni. Ci ho messo anni per impararlo.
Nell’immaginario comune, assomiglio a un soldato, preparato per colpire, pronto per reagire. Nella quotidianità sono uno zingaro del circo, che porta in giro il suo numero, pagato per far sognare i vecchi e i bambini, mentre ruba ai giovani adulti.
Mi hanno insegnato a leggere. Non la carta. Mi hanno insegnato a leggere i corpi. Mi hanno pagato per questo.
Mi pagano per questo. Siamo in tanti, ci riconosciamo, ci incontriamo alla fine di una giornata di circo. Ognuno con il suo numero.
Niente di male, perdio.

Tom è stato il mio primo coach. Il termine Coach è molto figo e radical chic sono in Italia. In America, Tom faceva un lavoro come un altro. Il Coach. Insegnava alla gente a fottere la gente, lasciando che la gente credesse di non essere fottuta. Un lavoro come un altro.
Passavamo del tempo insieme, io e Tom, in Florida. Fuori da Orlando, vicino ai parchi, in un motel illuminato dall’insegna di uno store Levis. Tom mi ha insegnato a negoziare. Era un uomo basso, pingue, con la pancia lanciata verso il basso. Aveva lo sguardo di un bulldog, e parlava con un tono suadente, scandendo le parole. Tom capiva qualcosa di spagnolo, perchè veniva dalla fine di Los Angeles. E quando si arrabbiava, parlava spagnolo. Negoziare, l’arte di plasmare il risultato da entrambe le parti, l’arte di addolcire un fallimento, l’esercizio di raggiungere un risultato che sembri ragionevole a entrambe le parti, anche quando è evidentemente non ragionevole.
Tom faceva un lavoro come un altro. Un giorno, su un aereo per Santa Clara, gli ho chiesto se si fosse mai sentito stanco di tutto questo. Tom, quando volavamo, scriveva fitto su un quaderno azzurro. Lo ha chiuso, mi ha guardato, e mi ha detto: non ti stancherai mai di farlo. I soldi non stancano. Quando lo dovrai fare per te stesso, allora si, sentirai tutta la stanchezza.

Adesso sono costretto su una sedia, ad osservare il mio corpo che fatica a rispondermi e la mia mente che cerca di smettere di trovare punti di riferimento. Smettere di cercare dietro a uno sguardo, smettere di ascoltare il proprio respiro.

La vita inizia proprio alla fine della tua comfort zone.
Respira è davvero così.

Oggi ho camminato con il Piccolo, per cercare un palloncino. Mi piace l’idea che si abitui al concetto di volo. Lo porto a vedere gli aerei, gli compro palloncini colorati. Fingo di dimenticarmi come si dice aeroporto, e scoppio di gioia insieme a lui quando arriva un jet verso di noi, e ci passa sopra la testa.

Oggi ho camminato anche da solo, per cercare un punto di riferimento. Mi piace l’idea di non avere punti di riferimento. Tutta la mia forza, adesso è la mia debolezza. Fingo di dimenticarmi come si dice, ma lo so benissimo.

Oggi ho pensato molto. Ho comprato un palloncino. E ho camminato molto.

Credo di poter dire che la soluzione migliore non è in un palloncino, e nemmeno nel camminare.

Mi piacerebbe incontrare ancora Tom. Adesso che ho delle domande da fargli.

Noodles, amore, e altri fallimenti familiari

Oggi mio padre ha cucinato i noodles. Mi ha detto, al telefono, che mi avrebbe fatto gli spaghettini, quelli lì coreani, capelli d’angelo. Ci siamo accordati su un orario, sul menu del Piccolo, e ci siamo salutati. Soffriamo dell’impedimento di avere normali conversazioni telefoniche. Credo di averlo ereditato da lui. Lacunosi mugugni, brevissime frasi e l’impellente fretta di chiudere la conversazione quanto prima.
Mi interessava fargli capire che il Piccolo, all’ora di pranzo, ha bisogno di un pranzo. E che, come tutti i bambini e gli adulti viziati, se non pranza, all’ora di pranzo, si irrita parecchio. Solo che un adulto viziato lo puoi serenamente mandare a fare in culo. Il Piccolo, già solo per la dolcezza degli occhi, è impossibile da non accontentare.
Questo, il pranzare all’ora di pranzo, cozza parecchio con il castello organizzativo che regola la vita di mio padre. Inoltre, il sapere di avere qualcuno a pranzo gli provoca due tipi di reazione. La prima è, in ogni caso, quella più piacevole per gli ospiti. Arrivi e trovi settantacinque portate pronte e fumanti. Nessuna cucinata da lui. La gastronomia del Corso, in questi casi, si permette di rimanere chiusa per festa il giorno seguente. La seconda reazione, quella più comune e normale nel caso gli ospiti siano conoscenti o famigliari, è che mio padre non fa assolutamente nulla nell’ora che precede il pranzo. Non cucina, non compra, non ordina. Semplicemente aspetta. Seduto sullo sgabello vicino alla cucina a gas, gioca con il telefonino, gli occhiali a mezzo naso, e aspetta il suono del citofono, che non sente se non al terzo o quarto giro. Da quel momento, viene assalito da un panico feroce, e tira fuori dal frigo tutto quello che c’è. Tutto. Salse, secondi, surgelati, frutta, primi, affettati e insalate. Appila ordinatamente tutto sul mobiletto della cucina e si fa trovare terribilmente indaffarato in quello che, secondo lui, dovrebbe sembrare un gran modo di servire un pranzo.
Negli splendidi anni della nostra convivenza solitaria, che hanno coinciso peraltro con gli splendidi anni in cui io convivevo con i giganteschi mostri dell’adolescenza e della giovinezza alcoolica, il nostro piano alimentare prevedeva un pantagruelico consumo di Bon Roll, Cordon Bleu e ravioli Rana. La verdura, bandita per la sua pericolosa deperibilità, veniva portata dalle mie sorelle, impietosite dalla totale assenza di vitamine nella nostra dieta.
Adesso, nella dolce solitudine della vecchiaia, è in grado di passare intere giornate a rimestolare il minestrone, nel quale aggiunge praticamente ogni ben di Dio, facendolo assomigliare a un budino di verdure con burro, moltissimo parmigiano, tanto olio e molto sale. La sua cardiologa elogia questa dieta con dei lunghissimi sospiri, sapendo benissimo di non poter cambiare le radicate convinzioni di un arzillo settantenne. Ma il minestrone è solo per lui.

Mi ha spaventato molto, in effetti, questa variante dei noodles. Primo perché è un piatto sconosciuto a mio padre. Secondo perché prevede un tempo di cottura, un utilizzo della cucina, un impegno intellettuale, troppo esagerato rispetto al risultato.

“Guarda che i nudel li mangiavo anche io, quando vivevo a Cleveland”.
Cleveland, nel flusso di memoria di mio padre, è il posto dove è successo tutto. Da curricula, è stato a Cleveland un paio d’anni, a cavallo del sessantotto. Non parla mai del sessantotto. Perché lui era già piegato su una scrivania, nel sessantotto. Ma deve essere stato uno sballo essere l’unico non strafatto di LSD in giro per Cleveland la sera. Lui, negli States, voleva viverci da una vita. Ed è riuscito ad andarci, trovare lavoro, restare, portare mia madre a vedere. A Cleveland ci avrebbe passato tutta la vita. Lo dice sempre. In ogni caso, cosa sia successo veramente a Cleveland nessuno lo può sapere. L’unico testimone, il suo collega veneto che, tutti sanno, ha girato gli States con una Cinquecento, è morto una decina di anni fa, lasciando libero mio padre di scorrazzare nei pascoli dei ricordi e saccheggiare la memoria attingendo da fonti che nessuno può confutare.

In verità i noodles, Cleveland, i gamberetti ancora congelati e il Piccolo che divora una pera tagliata a cubetti sono solo il contorno. Ha pianificato tutto. Vuole parlarmi. Il modo in cui io e mio padre ci parliamo è molto cambiato nel corso degli anni. Prima di tutto è iniziato. Avevo diciannove anni, ed essere rimasti in casa soli ci forzava, se non altro per educazione, a una provvisoria comunicazione sugli eventi minimi. Poi siamo cresciuti. Io sono cambiato. Lui è cambiato. Rispettiamo i nostri errori, pazientiamo dei nostri limiti, e parliamo molto di come dovrebbe essere la vita, di come sia l’amore, di quanto fosse bella Cleveland e di altri argomenti secondari.

Da sempre, quando mi deve dire qualcosa di estremamente personale, la prende parecchio alla larga. I noodles servivano a questo. Noodles, uguale Cina. Uguale viaggi. Uguale lavoro. Uguale perché non stai bene. Uguale non ti preoccupare del lavoro preoccupati dell’amore. Tutto succhiando dal piatto, e tentando di recuperare un gamberetto che nel risucchio ha fatto un passaggio nel bicchiere del vino.
E’ tutto li, il segreto. Nell’amore.

Finisco il mio piatto di noodles prendendo in pieno un grumo di Curry non sciolto, che mi entra nelle gengive e arriva direttamente nel lobo sinistro dell’orecchio, paralizzandomi per qualche secondo. Non so cosa rispondere. Non ho risposte pronte. Il ragionamento non fa una piega.

“E’ inutile dannarsi per le cose che non solo l’amore. Vuoi ancora nudels o del pollo?”
Mastico piano, penso. Non so rispondere. Nemmeno se voglio ancora dei noodles o del pollo.

Poi, sottovoce, lo dico: forse dovrei partire. Recuperato il gamberetto, mio padre è in grado di bere il vino senza troppi dubbi. Un lungo sorso. Lunghissimo.

“sai perché io e tua madre non siamo stati a Cleveland a vivere?”.

Perché il discorso è tutto qui. Il coraggio di partire lo trovano in tanti. E’ la forza di restare che rende unici. Il partire, è l’innamorarsi di nuovo di un luogo. Il restare è sposarlo. Ed è assolutamente inutile partire da soli, quando sai benissimo di dover lasciare troppa vita dove sei.
Partire è una delle illusioni migliori della vita. Come se i problemi non viaggiassero con te, come se le paure non trovassero posto dentro una valigia, come se i rimorsi non si facessero spazio vicino a te. Partono tutti, prima o poi. Io adoro vedere la gente partire. Come adoro vedere la gente travolta da una passione, sotterrata da un innamoramento. C’è, negli occhi di chi parte e di chi ama alla follia qualcosa di nuovo, una scintilla, una luce. Che non si trova mai in chi resta o in chi non ama. Adoro sentire l’eccitazione del racconto. La gente che parte, prima di partire ti racconta. Di un posto in cui non è ancora stata, ma di cui sa già tutto. Di gente che non ha ancora incontrato, ma di cui conosce tutto. Perché è partita molto prima. La gente che parte, parte nel momento in cui, affossata nel divano di casa, decide di partire. Nel momento in cui, mette in fila ordinata tutti i motivi buoni, ce ne sono solo di buoni, per cui partire è un’ottima decisione.
Adoro la gente che parte, perché è frizzante, elettrica, gioiosa. Amo anche parlare con chi resta. Mi annoiano quelli che tornano, sconfitti o malinconici. Odio le aggruppate per le foto, le serate di ricordi e i soprammobili africani comprati in Tunisia. Anche l’iguana comprato in Messico o il tiki di Bali mi intristiscono. Quando compri un souvenir, hai finito il viaggio. I grandi viaggiatori portano i souvenir nel cuore, e sono storie meravigliose.

Ho scoperto, oggi, perché mia madre non è voluta restare a Cleveland. Perché non c’era un supermercato vicino a casa. Anche le ragioni per andare, quando vuoi tornare, possono essere delle cagate cosmiche.

“E poi, il supermercato era a un isolato di distanza”, mi dice mio padre.

Che è il modo migliore di spiegarmi il significato dell’amore.

le cose che si raccontano

Questa è la storia di un preciso istante. E’ un racconto di un momento.
Una tenda di velluto rosso, scostata appena, un caldo infernale, il silenzio surreale di quei momenti in cui sta succedendo la cosa più normale del mondo: la vita si ferma per un secondo, per lasciarsi guardare.
Le cose più grandi della vita di un uomo succedono in un attimo.
La tenda di velluto rosso, la moquette e la luce gialla, un ricordo lontano di buongusto.
Il profumo, sai che non dimenticherai il profumo. Quello resta.
Il profumo di questi attimi di vita resta nel naso, nella testa.

Questa è la storia di un preciso istante, è il racconto di un profumo preciso, dolce come la frutta, avvolgente come il caldo di un pomeriggio di luglio. E’ una storia di pelle, talmente perfetta che tutte le storie che vivrai da adesso in poi, lo sai, dovranno avere questa pelle. Perfetta, rotonda, liscia, opaca. La pelle, ordinatamente, trasporta questo profumo. Seduto sul bordo del precipizio sai che non dimenticherai questa pelle e questo profumo.

Prende forma quando ti fermi a guardare. Vedi la tenda rossa, la moquette, i mobili troppo lucidi. Il momento prende forma quando ti fermi a sentire. I rumori di fondo di una citta’ che ti sembra infinitamente lontana. Prende forma quando senti il cuore rallentare, mettersi in pari con il respiro, che non ha nessuna ragione per correre.

In effetti i conti non tornano. Sai che questo momento, la sua dolcissima perfezione, non tornerà più. Sei fermo immobile. Respiri lentamente. Inspiri profumo. Cerchi il caldo di questa pelle, l’umido delle sue pieghe. Perché è in quel caldo, umido, rotondo e morbido pericolo che hai scoperto di dover stare. E’ il posto dove sta succedendo tutto, è il centro di un mondo che diventerà il tuo mondo. Niente è più come prima, quando un attimo fatto di pelle, profumo, calore, inonda il silenzio

Sei fermo immobile, sai che il tempo non sta passando. Sono secondi, ma senti di avere tutto il tempo del mondo per fermarti a guardarlo. Le tue mani hanno casa qui, lo senti. Le tue dita scorrono veloci su velluto e capelli. Le tue parole si fermano, il silenzio è consapevole.
La tua bocca cerca affannosamente quell’umido, quel caldo, che non sarà mai solo tuo.

Seduto sul precipizio di questo momento, ti rendi conto di stare bene. Per la prima volta da troppo tempo. Stanno bene le tue gambe, che lottano per tenere su la schiena, sta bene la tua pancia, che aspetta il colpo finale, sta bene il tuo cuore, che ha trovato un ritmo perfetto. Stai bene tu, perché è qui che dovevi, straordinariamente, stare bene.

Sai che non sta passando il tempo. Sai di avere tutto il tempo per respirare questo momento. Sai quanto ti mancherà, quanta nostalgia avrai di questo istante. Il tuo cuore saprà, da adesso, che questo è il posto dove sei stato bene, dove dovresti stare, da cui non ti dovresti spostare. La tua voce sa di non poterlo dire, per non spaventare questa perfezione. Per non far scappare questo profumo. Trovi, appoggiati al caso di uno specchio, gli occhi selvaggi di questo profumo. Profondi, supplicano le tue mani. Supplicano dolcemente, con una dolcezza infinita, come la bellezza di quella pelle. E’ una supplica dolcissima, lenta come il beccheggiare dei fianchi soddisfatti. Dolcezza disarmante, resti senza fiato.

Solo tu sai che dovrai tornare, nelle pieghe lisce e umide di questa perfezione. Appoggiare le labbra, bere, per smettere di avere sete. Appoggiare le mani, per sentire il caldo placido di un’attesa.

Parlano i tuoi occhi, per te. Parlano le tue viscere, che si calmano appoggiate al rumore assordante di una distrazione. Niente, adesso, può rimediare al vuoto.

Si tratta di aspettare, pazientemente, che questo attimo diventi un racconto.

Silenzio, quando stai bene, sai di aver bisogno solo di silenzio. Per far diventare l’attimo un ricordo.
La tua bocca sa dove bere, le tue dita dove nascondersi, il tuo cuore dove fermarsi.
Solo le tue gambe, ti riportano in città.

Hai respirato un momento perfetto.
Succede, rarissimo, a tutti.

Mi duole ammetterlo

Mi duole ammetterlo, ma sono sepolto da quello che i più stupidi tra di voi potrebbero definire ” un periodo pesante”. In pratica, arranco con difficoltà per mantenere il motore al minimo.

Mi duole ammetterlo, ma Barcellona non è il posto migliore dove accusare questo genere di colpi. La città è semideserta, negozi chiusi, cartelli di affitto che puzzano di disperazione, il mare che ordinatamente tiene a bada la città che vorrebbe esplodere sembra fin troppo calmo.

Ma, fin dagli albori di questo cazzo di lavoro, sono abituato a gestire pessime situazioni in pessimi posti.

Mi duole ammetterlo, ma sarà un periodo di sangue e fatica, nel quale dovrò mettere molte delle (poche) energie rimaste in questo lavoraccio su me stesso.

Mi duole ammetterlo, ma questo segnerà una caduta libera nella quantità e qualità di quello che scrivo. Chiudo gli occhi e tiro dritto.

Barcellona non è posto per questo genere di malessere. Ma nemmeno Milano.

Ho bisogno di un buon libro, di un bivacco motociclistico, di una surfata invernale inaspettata, di un viaggio in mezzo al nulla. Insomma pianifico grandi fughe. Che è una delle specialità della casa. E nel contempo tengo i motori al minimo.

Scriverò molte poesie. Questi sono i periodi migliori per le poesie.

 

 

Crisi d’ansia: gestire gli effetti collaterali

Pioveva a dirotto sulle vetrate della Sky Lounge, era ora di cena.  Da quando la democrazia dei voli ha azzerato l’aristocrazia delle Sky Lounge non mi piace più andarci. Però era mercoledì sera, novembre, pioveva, la hostess del gate temporeggiava per dirci che l’aereo aveva problemi tecnici, faceva un filo di freddo, era finito il Corriere in edicola e avevo perso il Financial Times su qualche panchina.

Insomma non mi restava che bere a scrocco del gran vino rosso.

Accadeva ieri. Quando sono evocativo e romantico, parlo al passato e tendo a costruire grandi eventi da insignificanti episodi. O forse, più che evocativo, ero semplicemente alticcio.

Il vino rosso mi serve, nell’immediato, per placare l’ansia. Per passare il tempo, per allentare la cravatta, per pensare meglio.

Mancava una donna. Era pieno di donne. Mancava una donna bellissima, geniale e maliziosa. L’ideale accompagnamento a del vino rosso e a della solitudine da aeroporto.

 

Tutto questo per dire che oggi sono in pieno hangover. Ma hangover è davvero freddo, chirurgico, brutto, come termine. E’ molto più dolce, evocativo, poetico resaca.

Resaca, come la risacca, è il modo di dire spagnolo per riassumere la mia situazione odierna. Del gran vino rosso che risale l’esofago, le patate all’aglio che scalano la trachea, lo stomaco chiuso, la vista annebbiata.

Resaca. Maree di vino rosso.

Ascolto i Lucero, metto Go Easy. Canzone evocativa. L’ultima che mi ricordo di aver ascoltato sull’aereo, prima di cadere in un sonno da vino rosso.