Life begins at the end of your comfort zone

Il danno oggettivo è stato creato da anni di calcaree ossidazioni, come un vecchio tubo della lavatrice. Mi hanno insegnato a leggere i movimenti del corpo, i tic di un viso, le espressioni di uno sguardo, la frequenza di un respiro. Mi hanno insegnato a leggere tra le parole, a creare empatia usando specifici termini, a provocare disagio, a usare doppie negazioni e a usare le parole con un peso specifico. Mi hanno insegnato a regolare respiro, pulsazioni, sudorazione, movimenti collaterali, modulare il mio corpo per seguire quello della persona che ho di fronte. Posso sostenere uno sguardo, rafforzare un rapporto toccando una spalla, posso tagliare con le parole e ricucire con le dita. Uso la mano destra indifferentemente dalla sinistra, distinguo l’emisfero destro da quello sinistro. Posso creare un rapporto usando la vista, l’udito o il tatto, posso parlare senza pensare a quello che dico, posso sentire senza ascoltare e poi rispondere adeguatamente.
Mi hanno insegnato tutto questo per anni. Ci ho messo anni per impararlo.
Nell’immaginario comune, assomiglio a un soldato, preparato per colpire, pronto per reagire. Nella quotidianità sono uno zingaro del circo, che porta in giro il suo numero, pagato per far sognare i vecchi e i bambini, mentre ruba ai giovani adulti.
Mi hanno insegnato a leggere. Non la carta. Mi hanno insegnato a leggere i corpi. Mi hanno pagato per questo.
Mi pagano per questo. Siamo in tanti, ci riconosciamo, ci incontriamo alla fine di una giornata di circo. Ognuno con il suo numero.
Niente di male, perdio.

Tom è stato il mio primo coach. Il termine Coach è molto figo e radical chic sono in Italia. In America, Tom faceva un lavoro come un altro. Il Coach. Insegnava alla gente a fottere la gente, lasciando che la gente credesse di non essere fottuta. Un lavoro come un altro.
Passavamo del tempo insieme, io e Tom, in Florida. Fuori da Orlando, vicino ai parchi, in un motel illuminato dall’insegna di uno store Levis. Tom mi ha insegnato a negoziare. Era un uomo basso, pingue, con la pancia lanciata verso il basso. Aveva lo sguardo di un bulldog, e parlava con un tono suadente, scandendo le parole. Tom capiva qualcosa di spagnolo, perchè veniva dalla fine di Los Angeles. E quando si arrabbiava, parlava spagnolo. Negoziare, l’arte di plasmare il risultato da entrambe le parti, l’arte di addolcire un fallimento, l’esercizio di raggiungere un risultato che sembri ragionevole a entrambe le parti, anche quando è evidentemente non ragionevole.
Tom faceva un lavoro come un altro. Un giorno, su un aereo per Santa Clara, gli ho chiesto se si fosse mai sentito stanco di tutto questo. Tom, quando volavamo, scriveva fitto su un quaderno azzurro. Lo ha chiuso, mi ha guardato, e mi ha detto: non ti stancherai mai di farlo. I soldi non stancano. Quando lo dovrai fare per te stesso, allora si, sentirai tutta la stanchezza.

Adesso sono costretto su una sedia, ad osservare il mio corpo che fatica a rispondermi e la mia mente che cerca di smettere di trovare punti di riferimento. Smettere di cercare dietro a uno sguardo, smettere di ascoltare il proprio respiro.

La vita inizia proprio alla fine della tua comfort zone.
Respira è davvero così.

Oggi ho camminato con il Piccolo, per cercare un palloncino. Mi piace l’idea che si abitui al concetto di volo. Lo porto a vedere gli aerei, gli compro palloncini colorati. Fingo di dimenticarmi come si dice aeroporto, e scoppio di gioia insieme a lui quando arriva un jet verso di noi, e ci passa sopra la testa.

Oggi ho camminato anche da solo, per cercare un punto di riferimento. Mi piace l’idea di non avere punti di riferimento. Tutta la mia forza, adesso è la mia debolezza. Fingo di dimenticarmi come si dice, ma lo so benissimo.

Oggi ho pensato molto. Ho comprato un palloncino. E ho camminato molto.

Credo di poter dire che la soluzione migliore non è in un palloncino, e nemmeno nel camminare.

Mi piacerebbe incontrare ancora Tom. Adesso che ho delle domande da fargli.

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