Noodles, amore, e altri fallimenti familiari

Oggi mio padre ha cucinato i noodles. Mi ha detto, al telefono, che mi avrebbe fatto gli spaghettini, quelli lì coreani, capelli d’angelo. Ci siamo accordati su un orario, sul menu del Piccolo, e ci siamo salutati. Soffriamo dell’impedimento di avere normali conversazioni telefoniche. Credo di averlo ereditato da lui. Lacunosi mugugni, brevissime frasi e l’impellente fretta di chiudere la conversazione quanto prima.
Mi interessava fargli capire che il Piccolo, all’ora di pranzo, ha bisogno di un pranzo. E che, come tutti i bambini e gli adulti viziati, se non pranza, all’ora di pranzo, si irrita parecchio. Solo che un adulto viziato lo puoi serenamente mandare a fare in culo. Il Piccolo, già solo per la dolcezza degli occhi, è impossibile da non accontentare.
Questo, il pranzare all’ora di pranzo, cozza parecchio con il castello organizzativo che regola la vita di mio padre. Inoltre, il sapere di avere qualcuno a pranzo gli provoca due tipi di reazione. La prima è, in ogni caso, quella più piacevole per gli ospiti. Arrivi e trovi settantacinque portate pronte e fumanti. Nessuna cucinata da lui. La gastronomia del Corso, in questi casi, si permette di rimanere chiusa per festa il giorno seguente. La seconda reazione, quella più comune e normale nel caso gli ospiti siano conoscenti o famigliari, è che mio padre non fa assolutamente nulla nell’ora che precede il pranzo. Non cucina, non compra, non ordina. Semplicemente aspetta. Seduto sullo sgabello vicino alla cucina a gas, gioca con il telefonino, gli occhiali a mezzo naso, e aspetta il suono del citofono, che non sente se non al terzo o quarto giro. Da quel momento, viene assalito da un panico feroce, e tira fuori dal frigo tutto quello che c’è. Tutto. Salse, secondi, surgelati, frutta, primi, affettati e insalate. Appila ordinatamente tutto sul mobiletto della cucina e si fa trovare terribilmente indaffarato in quello che, secondo lui, dovrebbe sembrare un gran modo di servire un pranzo.
Negli splendidi anni della nostra convivenza solitaria, che hanno coinciso peraltro con gli splendidi anni in cui io convivevo con i giganteschi mostri dell’adolescenza e della giovinezza alcoolica, il nostro piano alimentare prevedeva un pantagruelico consumo di Bon Roll, Cordon Bleu e ravioli Rana. La verdura, bandita per la sua pericolosa deperibilità, veniva portata dalle mie sorelle, impietosite dalla totale assenza di vitamine nella nostra dieta.
Adesso, nella dolce solitudine della vecchiaia, è in grado di passare intere giornate a rimestolare il minestrone, nel quale aggiunge praticamente ogni ben di Dio, facendolo assomigliare a un budino di verdure con burro, moltissimo parmigiano, tanto olio e molto sale. La sua cardiologa elogia questa dieta con dei lunghissimi sospiri, sapendo benissimo di non poter cambiare le radicate convinzioni di un arzillo settantenne. Ma il minestrone è solo per lui.

Mi ha spaventato molto, in effetti, questa variante dei noodles. Primo perché è un piatto sconosciuto a mio padre. Secondo perché prevede un tempo di cottura, un utilizzo della cucina, un impegno intellettuale, troppo esagerato rispetto al risultato.

“Guarda che i nudel li mangiavo anche io, quando vivevo a Cleveland”.
Cleveland, nel flusso di memoria di mio padre, è il posto dove è successo tutto. Da curricula, è stato a Cleveland un paio d’anni, a cavallo del sessantotto. Non parla mai del sessantotto. Perché lui era già piegato su una scrivania, nel sessantotto. Ma deve essere stato uno sballo essere l’unico non strafatto di LSD in giro per Cleveland la sera. Lui, negli States, voleva viverci da una vita. Ed è riuscito ad andarci, trovare lavoro, restare, portare mia madre a vedere. A Cleveland ci avrebbe passato tutta la vita. Lo dice sempre. In ogni caso, cosa sia successo veramente a Cleveland nessuno lo può sapere. L’unico testimone, il suo collega veneto che, tutti sanno, ha girato gli States con una Cinquecento, è morto una decina di anni fa, lasciando libero mio padre di scorrazzare nei pascoli dei ricordi e saccheggiare la memoria attingendo da fonti che nessuno può confutare.

In verità i noodles, Cleveland, i gamberetti ancora congelati e il Piccolo che divora una pera tagliata a cubetti sono solo il contorno. Ha pianificato tutto. Vuole parlarmi. Il modo in cui io e mio padre ci parliamo è molto cambiato nel corso degli anni. Prima di tutto è iniziato. Avevo diciannove anni, ed essere rimasti in casa soli ci forzava, se non altro per educazione, a una provvisoria comunicazione sugli eventi minimi. Poi siamo cresciuti. Io sono cambiato. Lui è cambiato. Rispettiamo i nostri errori, pazientiamo dei nostri limiti, e parliamo molto di come dovrebbe essere la vita, di come sia l’amore, di quanto fosse bella Cleveland e di altri argomenti secondari.

Da sempre, quando mi deve dire qualcosa di estremamente personale, la prende parecchio alla larga. I noodles servivano a questo. Noodles, uguale Cina. Uguale viaggi. Uguale lavoro. Uguale perché non stai bene. Uguale non ti preoccupare del lavoro preoccupati dell’amore. Tutto succhiando dal piatto, e tentando di recuperare un gamberetto che nel risucchio ha fatto un passaggio nel bicchiere del vino.
E’ tutto li, il segreto. Nell’amore.

Finisco il mio piatto di noodles prendendo in pieno un grumo di Curry non sciolto, che mi entra nelle gengive e arriva direttamente nel lobo sinistro dell’orecchio, paralizzandomi per qualche secondo. Non so cosa rispondere. Non ho risposte pronte. Il ragionamento non fa una piega.

“E’ inutile dannarsi per le cose che non solo l’amore. Vuoi ancora nudels o del pollo?”
Mastico piano, penso. Non so rispondere. Nemmeno se voglio ancora dei noodles o del pollo.

Poi, sottovoce, lo dico: forse dovrei partire. Recuperato il gamberetto, mio padre è in grado di bere il vino senza troppi dubbi. Un lungo sorso. Lunghissimo.

“sai perché io e tua madre non siamo stati a Cleveland a vivere?”.

Perché il discorso è tutto qui. Il coraggio di partire lo trovano in tanti. E’ la forza di restare che rende unici. Il partire, è l’innamorarsi di nuovo di un luogo. Il restare è sposarlo. Ed è assolutamente inutile partire da soli, quando sai benissimo di dover lasciare troppa vita dove sei.
Partire è una delle illusioni migliori della vita. Come se i problemi non viaggiassero con te, come se le paure non trovassero posto dentro una valigia, come se i rimorsi non si facessero spazio vicino a te. Partono tutti, prima o poi. Io adoro vedere la gente partire. Come adoro vedere la gente travolta da una passione, sotterrata da un innamoramento. C’è, negli occhi di chi parte e di chi ama alla follia qualcosa di nuovo, una scintilla, una luce. Che non si trova mai in chi resta o in chi non ama. Adoro sentire l’eccitazione del racconto. La gente che parte, prima di partire ti racconta. Di un posto in cui non è ancora stata, ma di cui sa già tutto. Di gente che non ha ancora incontrato, ma di cui conosce tutto. Perché è partita molto prima. La gente che parte, parte nel momento in cui, affossata nel divano di casa, decide di partire. Nel momento in cui, mette in fila ordinata tutti i motivi buoni, ce ne sono solo di buoni, per cui partire è un’ottima decisione.
Adoro la gente che parte, perché è frizzante, elettrica, gioiosa. Amo anche parlare con chi resta. Mi annoiano quelli che tornano, sconfitti o malinconici. Odio le aggruppate per le foto, le serate di ricordi e i soprammobili africani comprati in Tunisia. Anche l’iguana comprato in Messico o il tiki di Bali mi intristiscono. Quando compri un souvenir, hai finito il viaggio. I grandi viaggiatori portano i souvenir nel cuore, e sono storie meravigliose.

Ho scoperto, oggi, perché mia madre non è voluta restare a Cleveland. Perché non c’era un supermercato vicino a casa. Anche le ragioni per andare, quando vuoi tornare, possono essere delle cagate cosmiche.

“E poi, il supermercato era a un isolato di distanza”, mi dice mio padre.

Che è il modo migliore di spiegarmi il significato dell’amore.

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