The Hives, e altre leggende metropolitane (come l’amore)

Epilogo:

mezzanotte e mezza, due gradi, stelle che piovono sul cielo pulito, parcheggio centrando il muretto che ripara il prato. Non sono ubriaco, sono stanco, sudato fradicio, e non ho voglia di dormire.

 

–          Forse dovresti semplicemente prendere una decisione

–          …

–          Ci sono decisioni che il cuore prende molto prima della testa. Puoi stordire la testa, ma il cuore sa aspettare.

–          Fottiti

–          Buona notte anche a te.

 

Incipit

Docce comuni, spogliatoio della piscina. Solito groviglio di palle pelose, pancette pendenti, mugugni per l’acqua troppo fredda. Non c’è nulla di peggio di una doccia comune, con otto uomini che lottano per il proprio spazio. Rinvigorisce sempre la mia eterosessualità, mi fa porre delle grandi domande sul concetto di lunghezza del pene, ma non è il luogo migliore dove passare del tempo. Sono in ritardo. Vivo in ritardo.

 

Capitolo Primo:

Schiacciato addosso alla quarta fila, odore inumano di maschi sudati, pelli scivolose, urla, e botte. Certi concerti vanno fatti così. Punto. Il tizio dietro di me canta tutto d’un fiato, senza perdere nemmeno una parola. Quello di fianco è rimasto sotto per qualcosa fumato o mangiato. Davanti a me una ragazza si agita per sopravvivere. Credo che il progetto originale fosse, vado a un concerto con il mio ragazzo, e non: cerco di uscire viva da questo inferno, perché lui è troppo innamorato di tutto questo odore, rumore, sudore, per ricordarsi di me. Ho sempre avuto molta compassione per queste donne coraggiose. O tenerezza, non saprei dire.

I miei fratelli sono con me. Da qualche parte, dietro o di fianco. Impegnatissimi come me a galleggiare nella folla. La camicia è da buttare, e se il tipo dietro smettesse di appendersi ai miei pantaloni per stare in piedi, avrei buone probabilità di tornare a casa vestito. A quindici anni, chi suona conta pochissimo. Le parole ancora meno. A venti, le parole contano, chi suona è importante. A trenta, le parole sono tutto, chi suona lo sa.

A trenta, sai che un concerto, come un bacio, non ti cambierà la vita. Ma rubi tutta questa energia, la fai tua, e urli parole al fumo illuminato dalle luci di scena.

 

Intermezzo:

(Per un momento mi rendo conto che questi cinque sballati svedesi stanno davvero credendo in quello che fanno. E’ quello che Fred ha lapidariamente liquidato con “spaccano di brutto”. E’ quello che fanno. Fanno punk, per quello che è. Sono rimasti congelati in un finale di Kubrik, sembra roba da LP usciti quando c’era il Muro di Berlino. Suonano come se non avessero nulla da perdere, strafatti come ci si aspetta, picchiando spediti verso la fine del concerto. E’ la tipica band che ti aspetti di trovare impegnatissima a pippare dall’ombelico di una groupie a fine concerto, in un camerino fumoso e pieno zeppo di odio. Avrebbero fatto storia, forse la stanno facendo. Ammiro quelli che pippano dall’ombelico di una groupie).

 

Capitolo Secondo:

Senti fortissimo il bisogno di bere. Hai anche comprato tre birre. Abbondare è meglio. Ma le hai abbandonate da qualche parte. Scivoli in un pozzo di sudore, o vomito, o birra. Certo che i mocassini, per andare a un concerto del genere, non sono la scelta migliore. Ma tant’è. In questo periodo, scelte migliori non se ne fanno mai. Ti ritrovi abbracciato a un tipo che aveva il progetto di raggiungere il palco. Abbraccio intimo, fratellanza alcolica, e tremendamente scivolosa. Senti tirare, Fred ti recupera e ti butta verso il palco, ancora. Vorresti avere quindici anni, o forse diciotto. La tua schiena se ne sente cinquanta, i tuoi reni settanta. E hai sete. Una fottutissima sete.

 

Intervallo:

Beh, che dire complimenti! Ah, davvero! Ma dai! Queste erano risposte da dare. Invece mi è uscito un: brava. Brava? Oh cazzo. Fa lo sforzo, impagabile, di chiamarti dopo otto anni. Che emozione, dice, sentirti. Tu lotti animatamente contro la macchinetta del caffè, per far uscire qualcosa che assomigli a un caffè. E’ quello che ci si aspetta da una macchinetta del caffè. E pensi: ma come cazzo ha avuto il mio numero? E pensi anche: ho bisogno di caffè. Volevo solo dirti che aspettiamo un bambino. Brava. E’ quello che ci si aspetta da una lunga relazione, a trent’anni. Esce il caffè, con un orrendo rumore di guarnizioni. Sono otto anni che non ci sentiamo. Mi chiami per dirmi che aspetti un bambino. Quello che mi piacerebbe dire è che, in fondo, sono felice per te. O per il bambino.

 

Epilogo:

Una semplicissima giornata, come le altre. Semplicemente un po’ sudato, con i capelli attaccati alla barba, e un freddo animale. Fumo guardando il cofano della macchina. Penso che non le ho ancora dato un nome. Mi piace dare i nomi agli oggetti, e tentare di non darlo alle sensazioni. Così, la mia moto, la mia borsa, la mia macchina, hanno sempre avuto un nome, e una storia. Le mie sensazioni, invece no.

La guardo, ha un cofano bello, delle forme grasse. Avanti, mi dico, pensiamo a un nome. Percival? La Luna? No, non ho fantasia, ho solo freddo.

 

–          Perché ti ostini a cercare un nome per me, quando sai benissimo che non è necessario?

 

Oh Cristo, la mia macchina parla. Parla. Ha parlato. Ho sentito. Nessuno intorno, zona morta di giorno, figurarsi di notte, al gelo. Ma io ho sentito parlare. E non ho bevuto. Forse ho perso troppi liquidi sudando. Una volta ho visto un documentario sui pericoli del non dormire e del sudare troppo. Di quelli che attraversano il deserto senza dormire, bevendo poco. Forse sto morendo. Nessuno è mai morto per un concerto punk. O forse si. Cazzo. Dovevo bere.

 

–          Piuttosto dovresti cercare un nome per quello che senti.

 

Merda, ha parlato ancora. E’ arrivato il momento di chiamare, con tutta la serenità possibile, la guardia medica. Mi manderanno un’ambulanza. Mi imbottiranno di Valium. Poi mi dimetteranno. Un piccolo disagio mentale, niente di serio o patologico. Un ricovero. In fondo, visto il periodo, è normale. E’ normale cosa? Parlare con la propria macchina? Merda, merda, merda.

 

–          Tu parli?

 

Nessuna risposta. Come è giusto che sia. Le macchine non parlano. Non mi ricordo il numero della guardia medica, ma posso sempre chiamare la Polizia. Mi aiuteranno. Ho tentato di parlare con una macchina. Capiranno che ho bisogno di aiuto.

 

–          Credi non sia necessario prendere una decisione?

 

Mi appoggio al muretto, quello che tutte le sere tento di distruggere con il paraurti posteriore. Lotta infinita tra cemento e acciaio. E almeno settecento euro di carrozziere in quattro anni. Mi accendo un’altra sigaretta. Da quando non bevo più come un disperato, ho perso la preziosissima lucidità che solo l’alcool sa dare.

 

–          Forse dovresti solo ascoltare.

 

Ancora. Sto morendo. Probabilmente sto morendo. Forse un trauma cranico. Forse mi hanno drogato al concerto. Per fottermi un rene nel parcheggio. Sapevo che non si trattava di una leggenda urbana. Merda, come cazzo faccio adesso? Mi vogliono fottere un rene. Saranno nascosti da qualche parte. Che cazzo di droga mi hanno dato? Devo chiamare la Polizia, e dire che mi vogliono fottere un rene.

 

–          Forse dovresti semplicemente prendere una decisione

 

Non rispondo. E’ meglio non rispondere, quando credi che sia un cofano a parlarti. Anche la centralinista della Polizia, secondo me, mi consiglierebbe di non farlo.

 

 

–          Ci sono decisioni che il cuore prende molto prima della testa. Puoi stordire la testa, ma il cuore sa aspettare.

–          Fottiti

–          Buona notte anche a te.

 

Lancio la sigaretta nel prato. Mi alzo. Sono umido. E gelato. E ho appena avuto una conversazione con il cofano della mia macchina. A raccontarlo, non ci crederebbe nessuno.

Ma tutti sanno che il cuore sa parlare, anche usando un cofano di una Volvo.

 

Comunque, questa mattina ho controllato. La mia macchina non parla. E ho tutti e due i reni. Dal male che mi fanno, so che sono lì.

Ho tutti gli organi a posto.

Compreso il cuore.

 

Dal male che mi fa, so che è rimasto lì.

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