La Poesia Sei tu Che Leggi (volume 2)

La cosa che mi sorprende più di tutto è che il mio cuore si ostini a reggere. Tiene il ritmo, mi segue docile, mantiene attiva la circolazione, quando un cuore normale, davanti a tutta questa vita che morde alle caviglie, si sarebbe arreso da un pezzo.
La cosa che mi sorprende più di tutte è che la maggior parte degli uomini non capisce tutta la poesia che c’è in una grandissima sofferenza.

Aspettano una vita, interi anni sprofondando sul divano, o appoggiati al tavolo di un bar, divorati dall’ansia di non aver vissuto un solo istante, sconfitti dalla sensazione di non aver mai preso una decisione, rassegnati alla routine che uccide anche l’uomo più forte, soffocandolo tra domestiche abitudini degne di un cane, nemmeno troppo intelligente. Poi, quando è il momento, in quegli istanti in cui la vita bussa, sommessamente, facendo entrare in circolo tutto questo sangue, rimangono fermi, senza cogliere la tremenda poesia di questi momenti.

Prendi me, ad esempio.

Io sono, adesso, la poesia più bella che si possa scrivere. Le mie rughe, il mio sguardo perso dentro un vaso di malinconia, il mio non riuscire a dormire, il mio smettere di scrivere al computer per alzarmi di scatto e camminare nel freddo gelido della sera. E’ orribile, fa male da morire, ma è una splendida poesia.

Io sono una splendida poesia, mai ne ho scritte di così belle. Io sono una canzone, senza troppe rime, come la mia faccia, che ha perso la simmetria dei bambini in qualche aeroporto. Io sono una lunga canzone triste, ma non mi stanco di leggermi tra le righe. Io sono un canto, come le mie labbra, capaci di pessime abitudini e di splendidi baci. Io sono la poesia delle mie mani, screpolate dal freddo. Quello che viene da dentro, non quello che viene da fuori.

Io questa sera mi sono fermato, alla fine di un prato, congelato. Mi sono lasciato scorrere alle spalle la fila ordinata di pendolari. Ho chiuso la macchina. E sono entrato camminando nel prato. Terra gelata, neve ghiacciata. Fumavo, guardando il cielo con le stelle. Mi sono abituato a cercare il Grande Carro, e divertirmi a vederlo sempre in posizioni diverse. E’ li, al suo posto, dove è sempre stato quando lo cercavo da piccolo, affacciato alla finestra del bagno.
Un cielo così, non andrebbe masticato da solo. Andrebbe aggiunto del vino, e la pazienza di qualcuno che ha tempo per ascoltare questa lunghissima canzone triste.

Io sono una poesia tremendamente vera, talmente calda da mischiarsi al sangue che corre nelle vene di uomini che hanno perso la strada. O la stanno perdendo. C’è chi si spaventa, c’è chi corre indietro. Io cammino, fumando, aspettando pazientemente che questa vita, questa canzone triste, mi riporti al mio posto.

Prendi me, ad esempio.
Uso sempre il passato, per raccontare bellissime storie. E la gente mi incontra e mi sorride. Scrivi da Dio. Bravo. Ti leggo sempre. Perchè ho avuto il tempo di digerire la vita. Adesso scrivo del presente. Di oggi. Di adesso. Ancora scorre, caldo, quel sangue che senti pompare dentro le vene. Che ti dice di non scappare, di stare al tuo posto, e di viverti tutta questa vita.

Io, adesso, faccio fatica a capire moltissime cose. Accetto l’insicurezza, perchè è talmente poco accogliente, spartana, spigolosa, che so che me ne dovrò andare molto presto.

Io non ho paura. Mi spaventa solo la morte, ma so benissimo che tutta questa vita non mi ucciderà. Anzi.

Io non ho mai paura, ma so che alcune decisioni saranno sbagliate. Singolare momento, questo, per aspettarsi decisioni così importanti. Ma così è.

Ci sono delle volte che aspetto per interi quarti d’ora, seduto sulla mia tavola, un’onda. Ho guidato, svegliandomi prestissimo, ho digiunato, ho affrontato il freddo, per aspettare un’onda. Una sola. E poi, sento la pancia del mare gonfiarsi, sento arrivare tutta la sua forza. E sono felice.
Sorrido,sapendo cosa mi aspetta. E tutto il mondo, per un istante, è nei miei piedi che si appoggiano alla paraffina.
Ecco, adesso sto aspettando, seduto su questo freddo, che arrivi questo maledetto caldo.

Prendi me ad esempio.
Sono anni che scappo, senza sapere che non c’è cosa più stupida che scappare da se stessi.

Io sono, a volte, il peggior nemico di me stesso. A volte. Non oggi.

Mi sono fermato, con i piedi affondati nella terra ghiacciata, e ho respirato profondamente. Inutile scappare. Adesso. Non ho la forza per farlo e la voglia per volerlo. Aspetto, fumando. La cosa che mi spaventa non è il futuro, è il rotolarmi addosso del mio passato.

Se dovessi mai rinascere, rifarei tutti gli errori che ho fatto fino ad oggi. Mi tocco la cicatrice che ho sul petto, appena sotto il cuore. La mano gelata sente la pelle calda. Ascoltarsi troppo è inutile, quando non hai molto da dirti. Oggi mi son detto, accarezzandomi le cicatrici, di smettere di parlarmi. Non abbiamo più niente da dirci. Oggi. Non ci resta che aspettare.

Ho imparato ad essere grato per molto meno. Oggi, con i piedi nel prato congelato, ho semplicemente urlato Grazie. Nessuno mi ha sentito. Tranne chi mi doveva sentire.

Ho molta forza, adesso. Che non sapevo di avere. La coscienza di una fine non è la certezza di un inizio. E viceversa. Insomma, la fine di un inverno non sempre è l’inizio di una primavera. Ma ho la sicurezza di aver visto già questo prato caldo e fiorito. Per questo non mi spaventa sentirlo nudo e ghiacciato.

Ma, ogni volta che mi rendo conto che tutta questa vita mi salta addosso, mi ricordo di esserne grato a Dio. Perchè è il modo migliore per sentire di essere vivi. Dolorosamente, fottutamente vivi.

Uno spettacolo per pochi. Ma un vero spettacolo.

Post Scriptum: ho davvero pensato, un minuto in un ora, qualche tempo fa, di non farcela. Quello è stato l’errore. Adesso, sorrido per averlo pensato. Soffro, sono una splendida poesia.
Scriverò moltissimo di questo.

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