Il momento in cui senti tutto

Raccimolo le forze. Mi alzo. Faccio fatica. Sento le gambe non rispondere perfettamente. Ho cercato di dormire per quattordici ore consecutive. Dormendone meno della metà. La prima cosa che sento volare via, leggera come una piuma, è la voglia di affrontare tutto quello che dovrei affrontare. A stretto giro, mi arriva anche la nausea. 

Mangio yogurt, appoggiato al bancone della cucina, guardando fuori il cielo. Bianco, spesso, gonfio di nuvole. Non aiuta. Nemmeno i latticini. Ma il frigo è desolante nel suo vuoto. 

Gratto il fondo, con le mani che si tagliano. Credo che più in basso di così, davvero sia difficile andare. 

Respiro. La respirazione è una delle armi più potenti di controllo del corpo. 

Medito. La meditazione è una delle armi più potenti di controllo della mente. 

Sarebbe più facile, suppongo, stappare la splendida bottiglia di rosso che mi guarda fisso dalla mensola. Ma odio bere la mattina. 

Ho bisogno di controllo. La mente deve piegare il corpo. Posso permettermi giorni così, ma devo uscirne velocemente. 

Ho gli occhi stanchi, le mani che tremano, e i polmoni gonfi di lacrime. 

Il gioco è semplice: respiri, regoli tutto, e pensi a immagini scivolose. Qualcosa a cui dai, lentamente, sempre meno importanza. Fino ad arrivare alla piccola serenità del vuoto. 

Eppure, arrivo sempre a un buio letale. In cui mi fermo. Il momento in cui sento tutto. 

Fermo l’immagine, la porto dolcemente verso l’alto, la distruggo, lascio che un sole la illumini accartocciata. Poi riparto. E ritorno, in poco tempo al buio letale. 

Smetto. 

Faccio il caffè, controllando le mail. Dovrei essere sul pezzo da un pezzo. Il peggior nemico di me stesso. Lo sono sempre stato. 

Riprendo il controllo del corpo. Mi siedo a scrivere. Rispondo meccanicamente, recupero le forze necessarie per sembrare attivo. So di essere un pacco bomba. Ho anche trovato il mio innesco. 

Non importa quanto lontano riesca ad andare, esploderò prima o poi. 

Forse esploderò non esplodendo, rimanendo così. Sospeso a quello che sono. 

Sono stato altre volte, a grattare il fondo. So di cosa stiamo parlando. E dobbiamo smettere di parlarne. Si tratta semplicemente di pensare, eseguire, controllare. 

Mi servirà un giorno ancora. 

In giorni come questo, per fortuna che sono pochi, ripasso a mente tutte le vite che ho vissuto. 

Poi torno, giuro.

Lo faccio sempre. 

O almeno fino ad oggi, l’ho sempre fatto. 

 

 

 

Sesso, Droga e Folk Contemporaneo

Ti osservi allo specchio. Già questa è una novità abbastanza singolare. Pensavi lo specchio in bagno servisse solo come oggetto di arredamento. Adesso è l’unico strumento per monitorare la comparsa di peli, neri e ispidi quanto solitari. Foruncoli, minacciosi, in massa. Cambi due numeri di scarpe l’anno. La giacca a vento dello zio Alfredo non va più bene. Senti perennemente caldo. Ti senti pieno di energie, stanco, emozionato, apatico, freddo, coinvolto, allo stesso tempo. Di colpo, compaiono nel tuo universo, sfondando la porta principale, questi esseri deliziosi che il resto del mondo chiama femmine. Che non sai bene a cosa servano. L’odore, o forse i modi, o forse i capelli lunghi, ma senti una incredibile attrazione per queste piccole gocce di paradiso.
Contemporaneamente, nelle parti basse, in zona mutanda bianca sudata, succede il finimondo. Il coso, che la mamma ancora chiama “pistolino”, è diventato ingestibile. Si gonfia in modo preoccupante, nei momenti più disparati e nei luoghi più impensabili. A farti buona compagnia c’è tutta la classe di catechismo, che versa nelle medesime condizioni. La condivisione del problema, come per tutti i problemi della vita ma non lo sai ancora, non serve a una beneamata minchia. Ma, a proposito di minchia, per lo meno ti senti meno solo. Scopri, di colpo, di avere un fortissimo bisogno di stropicciarti il coso. In continuazione. Gli esiti dello stropicciamento sono differenti. Gli argomenti di stropicciamento sono quasi sempre gli stessi. La signora del terzo piano, Martina, la figlia della panettiera. A un certo punto, lo stropicciamento entra nello scorrere delle giornate, diventandone parte integrante. Ti ci vorrà qualche anno, per capire che la signora del terzo piano è oggettivamente solo una normalissima signora. Di una certa età, e con un fisico dimenticabile come una canzone dei Modà. Ti ci vorrà qualche anno per capire anche come gestire il coso in maniera utile, forse non profittevole ma perlomeno sociale. Martina, una sera, finirà appoggiata al muro dei bagni di una discoteca. Un casino di liquidi scambiati tra sudore, saliva, vodka e altro. Niente di memorabile. Se solo pensi al monte ore che hai dedicato a Martina tra i tredici e i quindici anni, ti vorresti tagliare le mani. Con la corretta gestione del coso, ne comprendi anche il valore aggiunto. Un arnese di estrema semplicità, dall’immediata comprensione e adatto a molti usi. Se poi paragonato alla cosa, e alla complessità infinita di tutto quello che le ruota attorno, ti rendi conto di essere veramente fortunato. Un fortunato portatore di pene. Dalle tue personali ricerche in classe e in palestra, sei normo dotato. Nella media. Stranamente, mentre i piedi e le gambe si allungano, il coso resta di una dimensione simile a quello della maggior parte dei tuoi compagni. Le diverse scuole di pensiero sulla misurazione, con il fratello di Martina (ah, se solo sapesse!) che inizia a misurarlo da molto indietro e i due gemelli della terza F che lo misurano con il compasso, non ti interessano.
A un certo punto, smetti anche di partecipare alle misurazioni di massa. Anche perchè non c’è verso di farlo crescere. La tua attenzione verso le femmine e il loro universo, muta inesorabilmente. Non sono più un mistero magico. Adesso sono due tette. Solo tette. Ovunque. Passeresti ore a toccare tette. Sei disposto a passare sopra a molti altri aspetti, come l’alito di Susanna Pedretti, Quarta E. Due giganteschi meloni, rotondi e gonfi. E un alito da asfalto condito con sudore. Le tette. Pensi alle tette e scopri che la signora del terzo piano non ne ha molte. Non capisci nemmeno come sia possibile che, per tutte quelle ore, tu le abbia dedicato le tue attenzioni. Invece la vigilessa di quartiere, quella si. Anni, terribili, passati alla disperata ricerca di tette.
Hai anche imparato a baciare. Lo trovano, le femmine, necessario e bello. Limonare. Fino alla perdita di sensibilità delle terminazioni nervose della bocca. Avevi paura delle malattie ma Rocco, a catechismo, ti rassicura. Lui limona da molto tempo e ha un amico che ha limonato addirittura con la suora. Limoni per interi pomeriggi, massaggiando tette e respirando affannosamente. L’effetto sul coso è drammatico. Sembri un vulcano pronto ad eruttare. Un Vesuvio in carne e ossa che deambula per la città. Poi, in una primavera calda e accogliente, ti rendi conto anche dell’esistenza del resto. Il resto smette di essere il resto. Diventa il centro. Di tutto. Rispetto e venerazione, che con l’autunno e l’inverno diventano attesa e desiderio. La seconda primavera non la passi indenne. O per lo meno lo speri. Tu e il tuo coso. Che ormai, detta legge.
Ascolti, pazientemente, tutta una serie di deliri umorali sul momento giusto, sull’occasione giusta, sull’uomo giusto. Ascolti, ma non recepisci. Tu devi arrivare li. Dentro. Questione di vita o di morte.

Ecco. Questo succede circa nell’arco di sei o sette anni. Precoce o meno, finisci in questo stadio proprio mentre le versioni di latino si fanno più complesse, il motorino diventa una necessità e tuo padre inizia a piazzarti discorsi imbarazzanti sul diventare uomo.

Il tuo coso, da operoso coinquilino è diventato prima un assoluto protagonista e adesso una valida spalla su cui contare. La produzione di peli si è fermata, riesci anche ad avere una quasi barba sul mento. La conquista dei foruncoli si è arrestata e anche la crescita dei piedi.
Cominci anche a capire come funzionano le femmine. E ti piace anche.

Quello che non sai, caro il mio adolescente, è che mentre tu vivi incentrando la tua esistenza sugli apparati genitali tuoi e delle tue amiche, tutto intorno ti scorre una deliziosa vita.

Che poi dopo, per questa dedizione agli apparati genitali, che scoprirai sempre molto attiva nel corso degli anni, ti accorgerai di esserti perso altre cose. Ma è il gioco della vita.

Akunamatata

Mi sento in dovere di dirti, semplicemente perchè ci sono passato anche io, ed uscito quasi indenne, che quella è l’età migliore per sognare liberamente. Senza nessun limite.

Ovviamente, quando il Piccolo dovesse mai iniziare con l’uso massiccio del coso e tutti i vari stropicciamenti spero caldamente di essere in grado di farmi, manco a dirlo, i cazzi miei. Evitando i polpettoni morali sul diventare uomo. Parlare a un piccolo uomo seguace di Onan del diventare uomo credo sia uno dei retaggi psico cattolici più brutti che abbiamo.

Forse al Piccolo non dovrei nemmeno dire nulla sul resto. Sulla cosa. Sui pericoli che la cosa nasconde. Da cosa nasce cosa. Ma la cosa, e l’osceno strapotere che eserciterà sul Piccolo, non dovrebbero spaventarmi.

Oggi osservavo una coppia di quindicenni, con quegli osceni jeans aderenti e quelle barbare sneakers alte e colorate. Fumavo aspettando il mio turno in Posta. Lui, giustamente, osava cercando di superare le barriere architettoniche del piumino di lei. Lei, giustamente, faceva finta di non volerlo. Sarei stato ore a guardare. Anche per capire. Ormai, qui si potrebbe parlare di confronto generazionale.

Ma forse, alla mia età, con la mia barba, il cappotto e il maglione sgualcito, è saggio ritirarsi in un bar per un caffè.

Sono andato verso l’ufficio, ricordando divertito le terribili estati di stropicciamento del coso.
E, rapidamente, a quante cose abbia fatto per la cosa.

Che poi non c’è niente di male. A fare cose per la cosa. E che, prima, dovresti avere chiaro che stai lavorando per il tuo coso. Ci sono state date molte cose. Ghiandole, organi, tessuti, ossa. Splendida orchestra. Ma la lucidità di capire quando stai semplicemente facendo cose per la cosa, quella non è di serie.

E’ un optional molto caro.

Nota del traduttore: si, chiamarli cosa o coso è infantile, immaturo, forse anche noioso. Ci sono, correntemente, quarantasei lemmi per indicare il pene. In una lingua nella quale abbiamo solo una decina di sinonimi della parola morte (decesso, dipartita, trapasso…), usiamo correntemente quarantasei sinonimi per la parola pene (cazzo, verga, membro, affare, mazza, fallo, piffero, pisello… minchia). Il cazzo è dunque più importante della morte? D’Annunzio, che ne sapeva parecchio sia sulla lingua italiana sia sull’uso originale e innovativo del cazzo (suo e di amici), aveva sottolineato che sono molti gli uomini che si sentono più rilassati dando un soprannome al proprio pene, durante gli incontri amorosi. Quarantasei modi, più i soprannomi. Ma coso era la miglior scelta. La cosa (sorca, fregna, vulva, figa, passera, vagina, topa, bernarda, gnocca) era il più dolce dei modi per chiamarla.

Non me ne vogliate.

Il calendario delle Pin Up

La testimonianza del fatto che non ho nulla da scrivere è nella fortunata serie di eventi che hanno accompagnato le mie placide festività natalizie. In compenso, osservando con studiosa attenzione, come mio solito, i termini di ricerca per i quali la gente finisce su questo blog, (in testa nel 2013 campeggia “fallimento agenzia Bradipo travel”, seguito a stretto giro da “pussy sul divano”) sono incappato in un post che ho scritto il 16 giugno, non so bene di che anno, davvero piacevole. Io odio rileggere quello che scrivo. Ma devo ammettere che, talvolta, è piacevole leggere qualcosa di scritto bene. Il post si intitola Stronzo Chi Legge. E qualcuno ha cercato su google “stronzo chi legge” ed è finito qui. Meglio di coloro che cercano “pussy sul divano”. A onor del vero, sono sempre meno quelli che arrivano qui cercando “il Nuovo Bradipo”.

Lo Shopping dei Ricchi

Un must delle mie vacanze, sempre e comunque, è la visita in banca. La mia banca è differente. In un mondo di banche online, di estratti conto via sms, di notifiche push, il sito della mia banca funziona mediamente un giorno su otto. Fare un bonifico richiede una preparazione pari a quella di un ingegnere meccanico. Il sito è bruttino, scarno, non immediato. In compenso, se chiami il numero verde ti chiedono settantotto codici diversi, il nome da nubile della zia di tua nonna, il tuo codice fiscale e altri sessanta dati sensibili ancora prima di dirti buongiorno. Quindi, ho pensato, se la banca non viene da me, io vado dalla mia banca. Mi sembra equo. In verità ho anche pensato di cambiare banca, ma mi richiederebbe troppa fatica intellettuale. Inoltre uno dei vantaggi inarrivabili della mia banca è che i consulenti sono estremamente tranquilli, mediamente demotivati, serenamente scazzati. Evitano di propormi polizze, glissano sui fondi di investimento indiani, non rompono i coglioni se, come succede, perdo il bancomat ogni venti giorni. Vado in banca due, tre, volte l’anno. La mia banca è in centro. Questo mi consola. Io vivo in periferia, dimenticato dalla Giunta e da Dio. Però ho una banca talmente in centro che quando ci vado mi sento parte di una grande cosa. Di un bene comune. Di una solidità piacevole, fatta di marmo lucido, fontanelle, lunghi colonnati, scrivanie in legno massello. Credo, a tutti gli effetti, di essere uno tra i più poveri correntisti della mia banca. Non so nemmeno perchè mi tengono come cliente.
In giro non c’è nessuno. La moto scoppietta allegramente. L’asfalto umido e freddo mi tiene sveglio. Arrivo in centro. Non c’è davvero nessuno. Suppongo che funzioni che in questi giorni gli abitanti del centro si trasferiscano in massa a ridosso delle Alpi.
Controllo la mia situazione bancaria. Firmo delle carte, accetto delle condizioni, controllo di non aver perso troppi soldi. Bevo un caffè, ed esco.
In centro, la mattina.
Passeggio per Corso Como. Entro nei negozi. Non dei negozi qualsiasi. I negozi di Corso Como. Provo una giacca da quattrocento euro. Un paio di mocassini da seicento euro. Osservo un casco da mille euro. Un chiodo di pelle, stile Easy Riders, mi fa capolino da una gruccia, insieme al suo cartellino. Mille euro.
Faccio, sottovoce, commenti estremamente classisti, estremamente banali, estremamente scontati. Niente che valga la pena di trascrivere. Nemmeno nella memoria.

Il Foruncolo

Ho un foruncolo. A Natale mi vengono i foruncoli. Credo sia dovuto all’azione congiunta della mia famiglia, del palinsesto Sky Cinema e delle ingenti quantità di cioccolato che ingerisco tra la Vigilia e l’Epifania. Un foruncolo solo. Sopra l’occhio destro. Grosso più o meno come il mio naso. Lo osservo allo specchio la sera. E da quel momento non sono in grado di vedere altro sul mio viso. Ho un naso grosso. Anche brutto, a quanto pare. Nessuna donna che mi ha amato mi ha mai detto: “hai un bel naso”. Nemmeno a me piace molto. Ho delle belle storie sul mio naso. Per uomini e per donne. Su dove io l’abbia infilato e su come me lo sia rotto. E’ un buon lubrificante di conversazioni, il mio naso. Ma non è certo un bell’oggetto di arredamento. Beh, questo foruncolo è visivamente più impegnativo del mio naso.
Funziona così, solitamente: passo un giorno intero tentando di non toccare il foruncolo in nessun modo. Ne osservo la crescita, stabile e costante. Poi, alla sera, opero armato di tutti gli utensili che trovo: forbici, pinze, estrattori, mensole, candele. E mi rovino la faccia. Sarà così anche questa volta, penso mentre mi specchio in una vetrina di un punto Vodafone.

Sei come la Mia Moto

Da dentro il punto Vodafone osservo i due vigili che gironzolano intorno alla mia moto. Conosco la procedura. Se adesso il legittimo proprietario, che sarei io, si avvicina, i due iniziano cordialmente con il chiedere documenti, libretti, certificati di nascita, attestati di frequenza, lauree e diplomi. Una situazione che, nella maggior parte dei casi, finisce male. Bisogna lasciare che i due si spazientiscano e si allontanino dalla preda.
Ergo, mi parcheggio di fianco a un gigante orso che tiene in mano una Vodafone Station, e osservo il nemico.
L’interesse maggiore per la mia moto è dovuto al fatto che è bellissima. Pensavo io.
Invece con il tempo ho imparato che le Forze dell’Ordine, in qualsiasi tonalità di divisa, adorano i piccoli particolari come l’omologazione degli scarichi, la mancanza di documentazione sullo splendido manubrio da bicicletta, il singolare clacson da camion appoggiato al telaio.
Non si fermano nemmeno un secondo sulla speciale collezione di adesivi, peraltro provenienti da California, Paesi Baschi e Cina. O, per dire, sui bendaggi termali che accarezzano gli scarichi fin dal motore. O, per dirne un’altra, sulle deliziose cromature dei raggi.
I due hanno un sacco di tempo.
Ma io non sono da meno.
Per passare il tempo mi informo sull’iPhone 5. Mi faccio fare un piano tariffario che include tutto. Tutto. Anche un servizio clienti dedicato. Mica come a me, che nella vita reale vengo sballonzolato tra paesi balcanici e sudamericani. Un servizio clienti dedicato. Quasi lo prendo. Il telefono. Giusto per avere un servizio clienti dedicato.
Ma i vigili se ne vanno, a passo spedito, inseguendo un maranza che ha appena parcheggiato sulle strisce il suo luccicante SLK.

La pila di libri

Sul mio comodino c’è, ordinatissima, una pila di libri. Rientrano nella categoria: da leggere.
Lo sto facendo. Adesso tocca all’ultimo Pennac. Mi piace avere dodici libri che mi aspettano. E come sapere che per un bel po’ avrai delle belle storie pronte, a venti centimetri dal tuo naso. Solo che pensando al naso, ripenso al foruncolo. Mi sono massacrato la fronte. Ho delle cicatrici enormi, in compenso del foruncolo non c’è più traccia. Leggo Pennac, facendo un po’ fatica. Fortunatamente ho un cuscino nuovo. Talmente scomodo che è fisicamente impossibile appisolarsi leggendo. Pennac era quello dei diritti dei lettori. Uno dei diritti era quello di interrompere un libro in qualsiasi momento. Ma voglio troppo bene a Pennac. Lo finirò. Leggo tantissimo e parlo pochissimo in vacanza. Questo mi piace. Meno a chi mi sta intorno.

L’Ikea

E’ sbagliato considerare l’Ikea come una punizione divina per l’uomo urbano. Anche perchè, fino a prova contraria, l’uomo urbano all’Ikea ci va deliberatamente. Giocandosi, nella maggior parte dei casi (eterosessuali), la cosa come un regalo. Un dolce pensiero alla consorte. Insomma, nella disperata speranza di un qualsivoglia rapporto fisico nella serata che segue la visita all’Ikea. C’è chi paga le donne in contanti, e chi paga le donne in tempo. Quelli che pagano in contanti, sanno quello che spendono. Quelli che pagano in ore, minuti, mezz’ore, non sanno mai cosa possono avere in cambio.
Io all’Ikea ci vado volontariamente. Non felice, per Dio. Ma volontariamente.
Rubo una matita, come tutti, e inizio a osservare le coppie che pascolano, nelle varie fasi dell’amore. Quelli che devono mettere su casa, pieni di speranze e di confusione sul reale utilizzo di un divano letto. Lui pensa che servirà per la suocera, quindi vuole quello scomodo ed economico. Ma non sa che, nel giro di meno di un paio di anniversari, ci avrà passato almeno una decina di notti. Converrebbe quindi quello comodo ed ergonomico.
Le coppie nel mezzo dell’amore, che comprano meccanicamente nuovi mobili per dare una ventata di novità alle loro vite. Ma l’amore non si arreda facilmente.
Le coppie sfinite, e quelle con il pancione. Le coppie di fatto e gli amanti che finalmente vanno a vivere insieme. Quelle armate di progetto, quelle armate di figli e quelle armate di suocere pedanti. Non mi dispiace l’Ikea. Mi trovo sempre con duecento euro di stronzate nel carrello. Ma è un prezzo che pago volentieri per osservare le fasi di arredamento dell’amore.
Finisco sempre a mangiare polpette con marmellata. Sentendo tutto il peso dell’omologazione di massa. Poi sparo qualche aneddoto che ho letto su qualche libro sul fondatore dell’Ikea che vive in povertà e sulla filosofia di assemblaggio delle Volvo. Aneddoti che non centrano nulla, ma che erano sullo stesso libro. E che quindi ricordo in quest’ordine.
Non esco mai dall’Ikea felice. Ma credo che, anche in questo caso, sia tutto nella norma.

Le Donne Nude

Ho molto tempo, rispetto ai periodi canonici dell’anno. Molto tempo, avendo un figlio e una vita sociale, significa che posso permettermi di oziare beatamente sul divano quando mio figlio è impegnato a dormire. Cosa che succede di notte, normalmente. Ma anche di pomeriggio. In questo infinito lasso temporale, fonte di un’inesauribile senso di libertà, mi godo qualche vizio. Solitari momenti di godimento. Negli ultimi giorni ho anche spento il cellulare.
Il rischio è di voler strafare. Come tutti i vizi, la moderazione è fondamentale per un pieno godimento. Come per tutti i vizi, voglio tutto e subito.
Prendo il Sole 24 Ore, lo apro, nello stesso momento metto l’iPad su un sito di customizer, francesi. In contemporanea, cerco su Anobii delle recensioni interessanti con l’iPod. E, per non farmi mancare nulla, metto il documentario sui Queen che volevo vedere da un pezzo. Voglio tutto e subito.
Poi, preso da un forte bisogno di mettere ordine nella mia vita, constato il fatto che la mia mail personale è piena zeppa di messaggi da leggere. Decido allora di fare ordine.
Poi ti chiedi come sia possibile che io non abbia nulla da scrivere.
Galleggio tra l’ordinare la casella mail e un giretto tra Banca e Ikea. Hai mai visto nulla di più ordinariamente suicida per una mente fertile?
Leggo messaggi vecchi di mesi, cancello stronzate, filmini divertenti, link mandati da sconosciuti, e poi incappo in una mail che prende la mia attenzione. Tanto da chiudere il Sole 24 Ore e fermare il documentario dei Queen. Proprio quando, tra l’altro, riesco finalmente a capire il ruolo di John Deacon nel gruppo. Pensavo fosse un imboscato, o un derelitto. Invece dietro a quelle improbabili magliette, a quei ridicoli short, a quelle inguardabili espressioni, si nasconde un fottuto genio, anticipatore dell’elettronica e salvatore del gruppo. Pensa, e io che pensavo fosse un coglione.
Beh, questa mail è di un amico. Diciamo di sesto grado. Amico di un conoscente di uno che io reputo un amico. Ha avuto il mio numero dal mio amico. Che di colpo diventa meno amico, anche se mi è oscuro come uno che ha il mio numero mi possa scrivere una mail. Beh, poi io, il mio numero lo do a tutti. In ogni caso, dice che ci siamo visti a maggio, a un raduno di moto. Che ci siamo parlati, di Pin Up e di tatuaggi. E che ci siamo detti che ci saremmo risentiti quando il suo progetto sarebbe partito. La cosa mi sa di losco. Io ai raduni di moto, generalmente, sono vergognosamente ubriaco e molesto. Le Pin Up e i tatuaggi sono cose adorabili, ma di cui non so assolutamente nulla se non una ordinatissima fila di luoghi comuni. Qualche luogo comune vale doppio, perchè è sui tatuaggi delle Pin Up. E poi io non ricordo di nessun progetto.
Qualche riga più sotto, la spiegazione del progetto è sotto i miei occhi. Ha realizzato un calendario con delle Pin Up. Dodici, ovviamente. Una per mese. Lo vuole vendere. E’ sicuro del successo di un calendario di Pin Up. Da me vuole, quando mi scrive ovvero tre mesi fa, un aiuto concreto perchè la cosa abbia risonanza nell’ambiente.
Per quasi un secondo e mezzo mi sento in colpa per aver letto così tardi di un amico che aveva bisogno di me. Poi mi rendo conto che non lo conosco. E non lo vorrei conoscere.
Le ragazze, in fondo, sono carine. Ma per me una qualsiasi donna vestita anni 50, con i capelli a nuvola e le scarpe di vernice tacco dodici è carina. Ma, cazzo, l’idea di un calendario con delle Pin Up. Che cazzo di idea sarebbe? E in quale cazzo di ambiente dovrei dare risonanza alla cosa?
Riguardo la ragazza di giugno. Mi sembra di conoscerla. O forse, avrei sempre voluto conoscere una ragazza così. Nell’incertezza butto l’allegato.
Rispondo chiedendo scusa del ritardo. E che, a mio modo di vedere, l’anno prossimo conviene focalizzarsi su qualcosa di più originale. Che so, un bel calendario con le donne nude.

Idiota.

Con questa vita, dimmi, cosa mi rimane da scrivere?

Leggo, lavoro, parto e ritorno. Come mio solito. Lo farò, nei prossimi due mesi, molto intensamente.
Peccato che ad accompagnarmi, non ci sia un delizioso calendario di Pin Up. Ma possibile che a nessuno sia venuta un’idea così?

Dio benedica le Pin up e i tatuaggi. E, ovviamente, le Pin Up tatuate.
E, già che ci siamo, le donne nude.
Il massimo, forse, sarebbe una Pin Up tatuata e nuda.
Ma forse chiedo troppo.

Back Flip

Esterno giorno.

Freddo artico, inutile, disperato. Brina sulle macchine parcheggiate. Sole malato, alberi spogli, in fondo al cielo le prime montagne, piene di neve. Si direbbe inverno a tutti gli effetti.

Nel cortile nessun rumore.

Seduto su uno scalino, fumo.

Quanti ricordi che non ho ancora dimenticato, su quelle montagne. Ogni vallata, un grossolano errore di gioventù. Che poi non mi sento molto più vecchio di allora. Ma so riconoscere una colossale stronzata sul nascere. Riesco, a differenza di allora, a capire fin dal mattino, se la giornata prenderà una piega sgradevole.

Sto congelando.

 

Interno giorno.

Ufficio deserto, sovra riscaldato. Silenzio tombale, e finestroni che danno sul parcheggio deserto. La mia scrivania. Disordine complesso. Diversi strati di carta, plastica, i rami di lavanda che stacco a giugno, due tazze piene di biglietti aerei. Una scatola di biglietti da visita. La fame d’amore è incurabile, penso guardando il telefono. Ventisei chiamate non risposte. Nessuno dei ventisei verrà mai richiamato.

Sono pieno di abitudini. E ho solo trentatrè anni. La mia scrivania è una mappa delle mie abitudini. La fame d’amore è incurabile, penso guardando le mie abitudini.

E se tutti gli errori li avessi fatti, in fondo, per saziare la fame d’amore? E se tutto fosse, semplicemente, una disperata corsa per fermarsi solo una volta raggiunto quello che in molti chiamano semplicemente felicità? E se l’insopportabile sensazione di essere felici, sazi, arrivati, davanti a un corpo e a un’anima, fosse l’unico scopo per cui vale la pena fare tutto questo? E’ questo genere di domande che mi ha fatto sempre fermare, sedere, fumare, pensare.

Uomini e donne impegnati in una rincorsa folle, a tratti disperata, di questa insopportabile sensazione, di questo disagio apparente. L’amore scomodo, quello che obbliga a fermarsi, sedersi, fumare, pensare. A volte, uccidere, negare, colpire.

Sono già stato qui.

E’ il posto da cui nascono le mie lotte, i miei racconti, le mie piccole pazzie urbane. E’ un posto scomodo. Perchè si sente, chiara, la fame mordere l’anima. Chiedimi se sono felice. Fallo. La fame morde l’anima, non la lascia in pace. Mi accarezzo le cicatrici. Errori di gioventù. Potrei essere ovunque.

Sono già stato qui.

Fermo, seduto, fumando, pensando.

Poi, lo so già, esplode dentro me. Esplodono pezzi di cuore, di anima e di testa. L’imboscata dell’amore al corpo.

E’ stato un errore di gioventù, pensare di essere arrivato. La mia fame mi spinge, continuamente, a cercare.

 

Esterno notte. Caldo, secco. Stelle, appena macchiate da una foschia strana. Vento basso. Termale, direbbero. La valle piena di luci. La festa appena iniziata. Il motore, appena spento, buttava fuori tutto il caldo degli ultimi sei tornanti. Fatti come tutti i tornanti andrebbero fatti nella vita. Senza nemmeno il pensiero della paura. Attraverso i lunghi banconi di legno, pieni di gente, pieni di vino, pieni di rumore. Mi avvicino al lungo muretto di cinta. Chiedo vino, pane e acqua. Non mangio da tutto il giorno. In viaggio per vedere dove finivano le montagne. Ho ventiquattro anni, qualche errore sulle spalle, una moto di vent’otto anni sotto il culo, tutto il tempo di uno appena scaricato, in pieno luglio, dalla donna della sua vita. Di quale vita? Pensi, mentre l’autostrada continua diritta. Non sono le curve della vita, ad uccidere. Sono i rettilinei. Quelli dove, per abitudine, lasci la presa, ti fidi, lasci che tutto continui ad andare come sta andando. E non senti la velocità scendere troppo, la ruota scivolare. Maledetti rettilinei. Ne ho già fatti troppi a ventiquattro anni. Non conosco nessuno. Di queste centinaia di facce, non ne conosco una. Mi siedo su un muretto, appena vicino a un lampione. Mangio pane, bevo vino rosso, caldo. Sento bruciare lo stomaco. O forse è l’anima. E’ bello sapere di non dover tornare in nessun posto. Mi appoggio al muretto, per guardare le stelle. Mi si chiudono gli occhi e i pensieri. Lascio che la stanchezza passi sopra.

Quando mi sveglio è tutto finito. La piazza è deserta. E’ quasi mattino.

Sono già stato qui.

E’ un posto terribilmente scomodo. Si sente la fame mordere l’anima. Ho la schiena a pezzi, la gola gonfia e una fame tremenda.

Mi alzo. Arrivo a una fontanella. Mi spoglio. Mi lavo. L’acqua è troppo fredda. Devo trovare un posto dove mangiare. Devo trovare un cuore dove mangiare. Oggi forse tornerò in città.

Salgo sulla moto. Un grosso orologio, alla fermata dell’autobus, dice che sono le quattro e quaranta sette. Prendo la strada che porta su. La moto sale, senza fatica, e la strada si complica parecchio. Il miglior modo per sentire tutto. Quando tutto si complica. Iniziano a cambiare le case, ad appuntirsi i tetti, qualche camino fuma. I cani abbaiano quando passo. Mi fermo in una trattoria. Chiedo prosciutto, pane e vino. E un caffè.

Sono già stato qui. Ed è inutile muoversi. Tanto questa fame mi rincorrerà. Allora mi siedo e aspetto. Il sole scalda. Luglio. Trovo un giornale di fianco a un cestino. Sono arrivato quasi al confine, a giudicare dal giornale. Nessuna notizia mi interessa. Nemmeno di essere quasi al confine. E’ un confine che non mi interessa. Ne a me, ne alla mia moto.

Salgo, apro i rubinetti del serbatoio. Scaldo il motore. Allaccio il casco. E inizio a scendere, docilmente, verso la città. Tanto non serve scappare.

Vorrei vedere la tua faccia, il tuo sorriso, ogni volta che torno a casa. Pensavo di lei.

Non ti addormentare, mentre ti guardo, pensavo di lei.

Promettevo, pensando a lei, di essere arrivato.

A ventiquattro anni.

Sono già stato qui.

E ho imparato a tornare a casa, senza nessun sorriso.

A non promettere.

Ad addormentarmi, senza l’idea della paura.

La fame morde tutti.

 

Amando

Tempo, purtroppo, di bilanci e propositi.

Così vuole la tradizione. Migrare, armati di bottiglie di scadente prosecco, panettoni confezionati, zamponi e lenticchie, verso il nuovo anno, usando le ultime ore dell’ultimo giorno per rimuginare silenziosamente su tutte le cazzate fatte in un anno e su quelle che non si vorrebbero fare l’anno dopo. Conosco il rito. Solo che non ne sono capace. Di rimuginare sulle cazzate fatte, mestiere duro, ho una certa esperienza, indipendentemente dalla data di scadenza. Su cosa evitare l’anno dopo, spiacente, ma avete sbagliato indirizzo. Rifarei tutto, quasi tutto. Beh, si, tutto.

Io, a capodanno, mi spacco i maroni. Da sempre. Da quando ricordo di essere stato coinvolto nel rito.

Bevo, per carità, lo faccio volentieri.

Mangio, meno volentieri.

Mi faccio avvolgere dallo straordinario ottimismo idiota di quelli che credono davvero che in un minuto e mezzo (il tempo necessario per controllare il conto alla rovescia su Rai 1, aprire il prosecco scadente, versarlo e brindare, baciare, abbracciare) tutto possa cambiare.

Il capodanno più bello della mia vita, a oggi, lo ho passato contro il mio albero, sul mio prato, con una bottiglia di vino, un freddo micidiale, una bionda letale e la certezza di essere nel posto giusto, al momento giusto, con la persona giusta.

Avevamo troppi pochi fallimenti sentimentali sulle spalle per poter capire che si trattava di un momento. Ci credevamo talmente tanto che sembrava perfetto.

Tecnicamente il prato non è mio. E’, credo, dell’Aeronautica Militare. L’albero ovviamente non è mio. Ma ci ho seppellito tre pesci rossi, una tartaruga, il braccialetto d’oro di mia mamma e una decina di lettere. Ci ho letto, fumato, bevuto, dormito, sopra.

Tecnicamente cercavamo di limitare i danni del freddo, rimanendo vestiti il più possibile. Anche se l’idea di fondo era quella di spogliarsi il più possibile. E amarsi il più possibile.

A mezzanotte ci siamo guardati, senza smettere per un secondo di baciarci. E non ci siamo detti niente.

E io ho pensato: “Porco cazzo, questo si che è un gran modo di iniziare un anno”. Fortunatamente non l’ho detto. A vent’anni una frase così può rovinare la magia di un momento. E soprattutto ridurre drasticamente le possibilità che la cintura di Furla, i pantaloni di Max Mara e quei maledetti mutandoni francesi di non so chi cadano sofficemente al suolo. Beh, porco cazzo, quello è stato un grandissimo modo di iniziare l’anno.

Poi, con la maturità sentimentale, ho sviluppato una insana passione per i fuochi d’artificio. Bassa manovalanza, se paragonata ai professionisti della mia zona, che dal sei dicembre sparano verso la tangenziale razzi terra aria in grado di abbattere un cingolato. Mi piace andare a comprare i razzetti, mi piace prepararmi, e sparare in aria, godendo del risultato pirotecnico.

Un anno, non troppo tempo fa, bivaccavamo allegramente nel mezzo della bassa provincia emiliana. Roba di agriturismi. Noi, e una tavolata di settantasette napoletani. Intesa immediata, facilitata dal Limoncello industriale spacciato dalla proprietaria come appena fatto. Sembrava di bere Svelto Brillantante. Alcoolico. Intesa fatta di accenni di trenini, sguardi bassi di mogli alticce, confidenze alcooliche, eccetera. Tutto quello che vorreste aspettarvi da un capodanno in agriturismo.

Mancano dieci minuti a mezzanotte. Mi armo di un bicchiere di Svelto Brillantante, ed esco con la mia borsa di fuochi. Siamo io e la campagna. E quest’anno ho esagerato. Ho speso una cifra pazzesca, fidandomi del suggerimento del mio pusher di fiducia. Ho per le mani un razzo triplo con fontana inclusa. Che non ho capito cosa sia. Ma mi arrapa un sacco.

Di fianco a me compare una delle decane della tavolata napoletana. Simpatica nonnetta, mi dico. E’ venuta ad ammirare il mastro focaio. Inizio il mio spettacolo, studiando un crescendo di emozioni per arrivare al razzo triplo. Di colpo la nonnetta estrae dalla giacca una bomba carta e me la butta a sei metri dal naso. L’esplosione mi rincoglionisce. Lei ne approfitta per estrarre due razzi, infilarli nel terreno e spararli in cielo. Mentre mi riprendo, spara due fontane e un’altra bomba carta. In pochi secondi, una ventina di parenti la affianca e inizia quello che tecnicamente si chiama “percorso di umiliazione”. Sembra di stare al festival dei fuochi cinesi. Rientro nell’agriturismo deciso a finire tutto d’un fiato la bottiglia di Svelto e andare a letto.

Saranno sei anni che fumo, alle ventitrè e cinquanta sette, l’ultima sigaretta. E poi, a mezzanotte e quattro, la prima dell’anno.

Che poi, in fin dei conti, di buoni propositi non ne ho molti.

Piuttosto, nel mezzo di tutto il bordello della mezzanotte, mi ricordo sempre di tenermi un minuto, solo un minuto, per ringraziare. Per dire grazie. Mentalmente. A tutte le persone a cui lo devo.

Faccio finta anche io di avere un sacco di sms, e mi giro, blackberry tra le mani. Ma in verità penso, semplicemente, a tutti quelli a cui devo della gratitudine.

Che è una delle cose più belle dell’anno. Dirti grazie. Per una frase, per mesi di vicinanza, per un silenzio, per un bacio, per un sorriso, per un libro, per un pensiero. Grazie.

Un minuto solo. Poi rientro in clima trenino, e mi adeguo alla serata.

Grazie, per avermi fatto scoprire qualcosa quest’anno. Grazie.

 

Poi, finisce sempre che nel letto, per sopravvivere al mal di testa da prosecco+limoncello+grappa+spumante, penso a come vorrei vivere l’anno che è appena iniziato.

Amando.

Che è la cosa che mi viene meglio di tutte. O almeno, credo.

 

Brevissima lista delle cose per cui è valsa la pena di vivere nel 2012:

– La lettura di tutto lo scibile scritto di Don Winslow. 

– La statale che dal Colle Tenda porta a Mentone, fatta a rotta di collo, a maggio. 

– la scoperta dell’esistenza della Zuppa Yum They, a Hong Kong.

– Alcuni giovedì sera al Mom. Forse più per le persone che per i giovedì o per il Mom. 

– L’aver saltato, bellamente, tutto il cerimoniale del Salone Del Mobile, Fuorisalone incluso. Per un milanese è un grande traguardo.

– L’aver scoperto che un sorriso, se fatto dalla persona giusta, è in grado di dare molta più energia di tutte le principali sostanze eccitanti conosciute. 

– l’amore

– l’Amore

– il Piccolo. 

– il processo con cui si produce il Piccolo. Che se fatto con la persona giusta, anche senza l’obbiettivo di produrre un Nuovo Piccolo, è spettacolare. 

– Frank Turner. 

– la scoperta del Cashmere, dello Champagne, del Caviale Russo, della scarpa su misura, delle camicie su misura e di tutte quelle piccole abitudini che, stante così l’economia mondiale, non potrò mantenere molto a lungo. 

– Il tramonto sul mar Tirreno, dopo quel giovedì di folli mareggiate. 

– l’alba sull’Adriatico, dopo quella notte di insonnia sofferente. 

– alcune, non tutte, poesie di Guido Catalano. 

– alcuni, non tutti, dei miei deliranti viaggi.

– lo scrivere di notte bevendo, pur sapendo che la mattina dopo la riunione più importante del mese/trimestre/anno potrebbe venire compromessa. 

– l’Amore

In fondo, la lista non è finita. Pensare che è stato classificato come anno di merda. In fondo, anche negli anni di merda, ci sono un sacco di ottime ragioni per tirare dritto… 

 

Life is short fritz! Surf it 

Fuggi, vile uomo

Davanti al terzo specchio, appena di fianco all’asciugamani elettrico, proprio sotto una scritta “Succhio, chiamami” seguita da un numero di cellulare, mi sono guardato per qualche istante.

– Ma tu, esattamente, che cazzo ci fai qui?

Facciamo un passo indietro. Ore 8.28, autostrada semideserta, nebbia, quattro gradi, luce della riserva accesa. Rallento. Freccia, esco. Scendo, osservo una felice famiglia di slavi entrare in Autogrill. Mi viene voglia di famiglia, di slavi, ma soprattutto di caffè.

In fila, osservo i libri più venduti, sullo scaffale.

– Un caffè.

– Menu mattina?

-no

-La brioches come la vuole

– non la voglio.

– Marmellata?

– caffè.

-…

– grazie.

Cesso, acqua fresca in faccia. Non riesco a svegliarmi. Forse l’idea di pasteggiare a Champagne e accompagnare il dopocena con grappa non è stata delle migliori. Forse. Acqua fresca. Chissà se questi numeri di cellulare sono tutti veri. O sono semplicemente ex fidanzati, traditi e abbandonati. E chissà come inizia una telefonata di uno che ha letto l’annuncio e si vuole fare un giro.

– Pronto?

– Si, chiamavo per l’annuncio

– Quale annuncio?

– Succhi?

——————-

– Pronto?

– Si, chiamavo per l’annuncio

– Ah, guardi, è già stata venduta. Mi spiace

– No, dicevo, l’annuncio.

– Si, le dicevo, è venduta.

– No, l’annuncio: Succhio chiamami

———————-

– Si?

– Succhi?

– Scusi?

– Lei succhia?

– In che senso?

– Antiorario? orario? Bah, faccia lei.

 

Mi è già successo un paio di volte, di trovarmi davanti a uno specchio e sentire la mia voce scandire, con lentezza, la frase:

– ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

 

Era un’estate torrida. Avevo finito i soldi, tutti i soldi, l’otto d’agosto. Mi servivano, a spanne, almeno seicento euro, tra benzina, affitto, alcool, caselli, alcool, alberghi, campeggi o simili. Miquel era stato l’unico ad offrirmi un lavoro senza fare troppe domande. Fighissimi baschi, noiosissimi italiani, aitanti inglesi noleggiavano le tavole nel negozio sulla strada. Longheroni disumani, pieni di paraffina e bozze. Io dovevo semplicemente prendere la tavola, portarla in spiaggia, impartire una rapidissima lezione su come evitare di uccidere i bagnanti, assicurarmi che fosse stata, sommariamente, compresa, e farmene ritorno sotto il mio ombrellone. Dopo una settimana di lavoro avevo le spalle cotte dal sole, ma riuscivo a surfare la sera, e stavo mettendo insieme una cifra in grado, per lo meno, di assicurarmi la benzina per tornare a casa. La sera, rientravo in ostello divorato da una fame enorme. Mi addormentavo svenendo sul letto. Mi svegliavo verso le due. Uscivo, cercavo da mangiare, fumavo, tornavo a letto. La mattina, mi rasavo mentre Joan, il mio compagno di branda, pisciava. Pisciava seduto. Poi spariva fino a sera. Mi aveva detto che era venuto fin là per dimenticare una donna. Ogni tanto lo vedevo in spiaggia. Da solo. Una mattina, guardandomi nello specchio ho sentito la mia voce pronunciare:

–  ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

Joan, seduto sulla tazza, aveva alzato gli occhi, poi si era girato verso la finestra. E’ dura condividere un cesso.

 

Scrivevo tutte le sere. Era il metodo migliore per evitare di finire nella grande camera matrimoniale al primo piano. Lei aveva smesso di aspettarmi sveglia da un po’ di giorni. Aveva smesso di aspettarmi, di criticarmi, di osservarmi. E iniziava ad andare a letto con dei grossi calzettoni di lana. La fine si vede sempre dai calzini. Scrivevo un racconto. Bellissimo. Era il 2003. Era quasi capodanno. Bevevo liquori locali, fumavo e scrivevo, chiuso in cucina. Fino alle due, alle tre. Poi salivo le scale di legno. E mi sdraiavo più lontano possibile. Da lei, da me. Nell’angolo della camera c’era un grosso armadio, con le ante a specchio. Passando, una sera, mi sono sentito dire:

– ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

Era una serata importante. Avevo impiegato circa due ore a stirare l’unica camicia che mi era rimasta. Fottuta lavanderia thai. Chiudevano sempre troppo presto. Mi ero fatto prestare il ferro da stiro dalla mia vicina, una simpatica ex majorette in lizza per non so quale casting di non so quale show. Stendeva i costumi da bagno sul terrazzino nuda. Canticchiando. E aveva un ferro da stiro. Il risultato era abbastanza decente. Scarpe lucidate, duecento dollari in tasca. Il ristorante aveva una vetrata circolare sull’oceano. Non si vedeva nulla. Un sacco di gente. Un sacco di bella gente bianca che sorrideva, e un sacco di messicani che servivano pesce crudo. Il riassunto della mia vita ai bordi della Orange Country. Mangiavo gamberi e bevevo Chianti. Cercavo di raggiungere il balcone per fumare. Mi fermavano per parlare. E allora parlavo. Bevendo e mangiando gamberi. Era una serata importante. Argomento principe, una volta scoperto che ero italiano, era l’Italia. In quattro declinazioni:

1) ah, la Toscana! Che viaggio romantico

2) Oh mio dio, che fortuna. Abiti vicino a Verona/Roma/Siena/Venezia?

3) avete un dittatore, o sbaglio? Ma l’esercit0 lo appoggia?

4) Italia? E dove si trova? Europa se non sbaglio, vero?

Il mio amico Philip si destreggiava recitando la splendida parte del padrone di casa. Mi presentava a tutti. Tutti.

– ehi Phil, se non ti scoccia vado a fumare.

– OkiDoki, man.

Terrazzino. Vento caldo del Pacifico. Buio pesto. Solo. Come un cane. Le vetrate a specchio. La luce della mia sigaretta. E:

– ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

 

Era il terzo aereo di fila. Tre fusi orari. Tre aeroporti. Tre coincidenze. Nel senso che si trattava di pura coincidenza averli presi tutti. Partito da San Diego in un mattino caldo, perfetto, con ottime onde. Atterrato in una tiepida primavera, ai bordi della fine del mondo civilizzato. Il taxista mi aveva detto:

– Lo sa, dall’altra parte del Lago, inizia il Canada. Pazzesco.

Credevo non fosse necessaria una risposta

– Mi capisce?

– Si, perfettamente.

– No, dicevo, il Canada. Dall’altra parte del lago.

– Wow

– Esatto, fratello. Wow. Incredibile. Ci divide solo un lago.

Il motel era l’unico della zona. Motel, stazione di servizio, supermercato, fast food. Non servivano alcoolici. Non vendevano tabacchi. Un posto, tutto sommato, inutile. C’era talmente tanto verde che mi sentivo abbastanza sicuro di averne avuto abbastanza per tutta la mia vita. Voglio indietro la mia Little Italy, a San Diego. L’aeroporto, la stazione, il porto, il traffico. Il Cemento.

Avevo dormito malissimo. E mi ero svegliato prestissimo. Caffè, pankake alla banana, succo d’arancia. Sigaretta. Mi guardavo nella vetrina del supermercato:

– ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

 

Mi ero ripromesso di non prendere mai più, mai più, un aereo nella mia vita. Mai più. La tempesta tropicale aveva preso il grasso 777 e se lo era ribaltato come un calzino in una lavatrice. Dopo undici ore di volo, tre film, quattro bicchieri di vino e tre pastiglie di valeriana, ero atterrato con la stessa faccia dei ragazzini che tornano da Amsterdam dopo il viaggio della maturità. Puzzavo, tremendamente. Avevo partecipato, attivamente, alla tempesta tropicale, agitandomi come un matto. Pregando. Respirando. Pregando. Merda, che morte del cazzo. Invece ero a Zurigo, nella sala fumatori Camel, davanti a un ologramma di un cammello che ruotava dentro un tavolino trasparente. L’idea di non volare mai più mi avrebbe costretto a vivere a Zurigo. In aeroporto. Pazienza. Fumavo lentamente. Strafatto di valeriana e vino. E una voce, lontana, mi aveva sussurrato:

– ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

 

Era una freddissima notte di febbraio. Era notte. Tanto notte. Era l’unico club ancora aperto. Era un night. Più che un club. Lo avevo provato a dire, entrando. Spagnoli, italiani, tedeschi e olandesi. La ricetta per creare un ordinato bordello in qualsiasi capitale europea. Che cazzo di freddo, pensavo, entrando. Mi ero seduto al bancone, su uno sgabello di velluto rosso. Io odio il velluto. Sugli sgabelli. Luce soffusa blu. Roba che non si vedevano nemmeno le bottiglie dall’altra parte del bancone.

– Voglio del rhum.

– Coca?

– no, del rhum. Scuro. Vecchio. Qualsiasi.

– Ok. Solo ruhm. Ghiaccio?

– Rhum. Solo rhum.

Bacardi, bianchissimo, odioso, con ghiaccio. Cannuccia, ciliegina.

Poi ti chiedi perchè va tutto a puttane. In senso metaforico. Tu chiedi una cosa al mondo. Una sola. E il mondo ti da un surrogato, pessimo. Una grassa sudamericana si era seduta sullo sgabello vicino a me.

– Ti diverti?

– Ti sembra?

– Parli spagnolo. Bene.

– …

– Ti andrebbe di divertirti?

– No. Sono venuto a bere. Ho avuto una giornata di merda, in una settimana di merda, in un mese di merda in quello che, a spanne, sarà un anno di merda.

– Un massaggio rilassante?

– No.

– Un pompino?

– No. Se ti offro da bere te ne vai?

– Si.

– Cosa vuoi?

– Choocofreeze

– Mi costerà molto?

– Offrire da bere alle ragazze costa venticinque euro. Ma possiamo sederci sui divanetti.

– Vattene.

– Fottiti, spagnolo di merda.

Mi giro, per guardarla andarsene. Ho imparato due cose in questa vita lavorativa: in un night succedono solo cose decisamente fastidiose per le quali la polizia tende a credere a una versione dei fatti che solitamente non è la tua. E i tuoi colleghi, solitamente, spariscono esattamente quando hai bisogno. Camminava portando il culo grasso verso il mio collega olandese, impegnato in una sorta di danza del ventre con una piccola ragazza sudamericana. Ho visto la mia faccia nello specchio, blu:

– ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

 

Sono tornato alla cassa. La barba bagnata.

– ci ho ripensato. Menu mattina

– marmellata?

– si.

– succo, spremuta o acqua?

– acqua.

– naturale?

-si.

– quattroeottanta.

– secondo lei i numeri degli annunci sui muri del cesso sono veri?

– cosa scusi?

– niente.

– Ha detto marmellata vero?

– si.

 

—————————————————————————————–

– Pronto?

– salve. Ho letto il suo annuncio sul muro dell’Autogrill, Milano Bologna, quello di Fiorenzuola

– Ah, certo, l’annuncio.

– eh, l’annuncio

– beh, posso chiederle una cosa?

– si

– ma lei, esattamente, cosa cazzo ci faceva lì?

 

Racconti di Natale

[Quel gran genio del mio amico, lui saprebbe cosa fare]

Ovattati nella Volvo, procediamo a passo d’uomo verso il Centro. Il Piccolo non ha colpe. Lui non può saperlo. Io si. Il ventiquattro mattina, poche cose sono più idiote che andare in Centro in macchina. Il motore strappa. Il Piccolo disquisisce sui colori dei semafori. Passiamo vicini a un portone. Lui le sta a pochi centimetri dalla bocca. Gesticola mentre urla. Suppongo che urli. Lei piange. Non si dovrebbe mai litigare con questo tempo. Fa troppo freddo per discutere. Bisognerebbe aspettare primavera.

[Tu lasci intendere più di quanto dici, alludi a un passato, che non abbiamo avuto]

Questa mattina, con tutta la disperazione di cui è capace, si è appoggiato al bordo del lettino e ha chiamato la mamma. Capisco benissimo, forte della stessa esperienza, che l’arrivo di suo padre lo possa aver indispettito. Mi guarda perplesso. Io anche. Sarebbe, diciamo, opportuno continuare a dormire, almeno un’altra oretta. Mi guarda, si guarda intorno. Io ammiro il suo naturale pragmatismo. Forse è di tutti i bambini. Forse è un dono. Importantissimo. In pochi secondi passa dalla rassegnazione al concreto programma mattutino: alza le braccia per essere preso e un caldo, soffocante, odore di merda, pervade la stanza. Buona vigilia Papi.

[il mare, quando piove, è solo mio]

Si lascia pettinare pazientemente. Dalla mamma ha preso i ricci, e anche i capricci. Ha i capelli stopposi, incasinati. Lo accarezzo con un pettine sottile, mentre lui guarda le creme, in ordine, sulla mensola. Respira profondo. Mentre mi rado, si siede sul bordo dello scalino, e mi osserva. Poi, aspetta che finisca la doccia, guardando oltre il cristallo, per vedere quale mossa farò per farlo ridere. Adesso respira profondamente. Io finisco di pettinarlo. E gli sussurro: non sai nemmeno quanto ti amo. Un rutto, docilmente lasciato uscire, chiude il momento della toletta.

[Groud Control to Major Tom]

Insomma, il fatto che io provi a rimettere tutto quasi a posto, quasi nel senso che devo avere un’immaginazione molto più sviluppata della mia per poter capire in quale ordine possano essere messi calzini, pantaloni, body e che lui nel frattempo provveda a spargere per casa un pacchetto di biscotti precedentemente ridotto a polvere, dovrebbe farci onore. Ci prendiamo cura della nostra casa. Con scientifica certezza, al ritorno della mamma, verrò accusato del disordine nell’armadio dei vestiti e anche dei misteriosi sentieri di Plasmon lasciati per tutta la casa. Tanto vale lasciare tutto così.

[E penso di sentirmi confusa e felice]

mentre gli infilo la felpa di GAP, gli accarezzo la pancia e gli parlo. Gli parlo tantissimo. Io parlo tantissimo a tutte le persone che amo. Quando morirò, vi mancherà la mia voce. Potete giurarci.
Lui mi accarezza la barba e mi ascolta.

… e che volevano anche insegnarti cosa sia il Natale.
Ma tu hai ragione, è troppo presto per saperlo.
Mi devi promettere, adesso che le promesse che fai sono pure,
parecchie cose.
Ad esempio, promettimi che ti impegnerai a capire tuo padre.
E che mangerai le arance, che ci sono le vitamine.
E che, al posto del calcio, proverai il basket o il rugby.
Non mi punire con il calcio, ti prego.
Mi chiamavano Ferro Da Stiro, alle medie, talmente i miei piedi erano imbarazzanti.
Il calcio non mi piace. Il basket. Dai. Nobile sport.
O la pallanuoto.
E poi, mi devi promettere, che leggerai.
Anche se ti costerà fatica farlo,
anche se ti diranno che i libri non servono a nulla.
Leggerai, quello che vuoi, quello che il tuo cuore vorrà.
E lascerai scivolare la testa dentro le pagine,
per immaginare.
Che non tutto può essere immaginato da altri e prodotto per te.
Promettimi che farai attenzione a quello che fumi.
Fumalo, il più tardi possibile, e il meno possibile. Ma fai attenzione.
Fuma solo foglie di piante prodotte dalla natura.
E, ancora, il meno possibile.
Promettimi che non perderai tempo con la vita.
Innamorati, sempre e comunque.
Ma promettimi di non far piangere mai nessuna donna.
Non chiedere compassione, e abbi nostalgia di una donna sola.
Per tutta la vita.
Cambia moto, spesso. Ma non venderle mai.
Promettimi che non butterai le moto che sto tenendo per te.
Anche se, Dio mi fulmini, sarai molto appassionato di macchine.
Promettimi di provare, almeno una volta, la sensazione di un viaggio,
in moto, con il rumore della vita che ti rotola addosso.
Promettimi di fare sempre, comunque, quello che vuoi.
Mai, promettimelo, non piegarti mai alle regole di questo mondo.
Cura la schiena e il cuore. Usandoli come non mai, ma facendoli riposare,
tra le braccia giuste.
Promettimi, qualsiasi cosa mi succeda, di non perdere troppo tempo con me da vecchio.
Voglio un badante, uomo. Ricordatelo. Che ci manca solo che mi ritrovo a toccare il culo di una povera ventenne, con gli occhi languidi della demenza.
Promettimi che vedrai, prima ancora di decidere dove fermarti, tutti i posti nel mondo
dove gli uomini sorridono e vivono.
Promettimi di non fermarti davanti alle opinioni degli altri.
Renditi antipatico, ma scava. Negli occhi degli uomini e nelle loro storie.
Promettimi di coltivare la tua anima. Non mi importa la tua religione,
ma mi interessa la tua anima.
Falla crescere insieme al tuo corpo. Ai tuoi muscoli, ai tuoi capelli ricci.
Promettimi di non uccidere mai nessun uomo. Ne con le mani, ne con le parole.
Usa il tuo corpo, le tue parole, per guarire. Promettimelo.
Promettimi che ascolterai tutti, ma seguirai solo il tuo cuore.
E se io non ci sarò più, promettimi di non fermarti quando tutti ti diranno di farlo.
Non bere robaccia, spendi i tuoi soldi per cose belle,
guadagnane abbastanza per non avere paura di averne pochi,
ma non farti fottere, promettimelo, dai soldi.
Regala sempre le monete che hai in tasca.
Promettimi di non vestirti mai da hippy.
Nemmeno al liceo.
Tanto poi, rivedendo le foto, ti sentirai un coglione in ogni caso.
Prometti di prenderti cura di quelle persone che il destino ti metterà di fianco.
Anche se saranno hippy al liceo e yuppies all’università.
Promettimi di visitare la tomba di tuo nonno. Lui lo vorrebbe.
E dopo, fermati a mangiare e bere in suo onore.
Non aver paura della morte, non serve.
Promettimi di aver paura della routine. E’ la peggiore delle morti.
Promettimi di imparare presto a piegare i vestiti.
Promettimi di imparare tutte le lingue che ti serviranno.
Per amare, bere, cantare ed essere felice.
Perditi in un campo di fragole,
ma non sentirti mai perso appoggiato a una fotocopiatrice.
Promettimi di imparare prestissimo ad associare le cravatte alle camicie.
Se perderai i capelli ricci, sappi che è da generazioni che lo facciamo.
Promettimi di evitare i codini sulla pelata, e di non esagerare con le lampade abbronzanti.
Promettimi tutte queste cose. Che è solo l’inizio.
Forse è davvero troppo presto per i racconti di Natale. Ma non sarà mai troppo presto per chiederti di promettermi che vivrai. La tua vita. Non quella degli altri.

Chiudo qui, tanto a spanne, Dio volendo, avremo almeno altri trenta natali per ricordarci le promesse.

Lui, pazientemente mi guarda. Una lunghissima, baritonale, scoreggia. Rimbomba in tutto il soggiorno. Adesso è davvero ora di uscire.

Promettimi che, in un paio d’anni, impari anche a controllare i flussi del tuo corpo.

Buon Natale, Piccolo.

Non ricordo, ma pazienza

La Prima

Lei si sentiva a posto solo quando, incrociando le lunghe, perfette, gambe lisce, sorrideva mandandomi a fare in culo. Lo faceva, incredibile, perdendo l’accento pugliese che teneva ben stretto per le normali conversazioni di tutti i giorni. Lo faceva, insensibile, anche se io stavo ancora per iniziare una delle mie accorate arringhe difensive. Così, mesto, riprendevo le mie cose, aprivo la porta di legno e uscivo sul pianerottolo, aspettandomi di essere richiamato. Non succedeva mai. Allora scendevo le scale, e mi buttavo su Corso Genova, verso il centro, verso un bar, verso qualcosa. Cercavamo, così, di lasciarci, di lasciare alle spalle il semplice fatto di essere completamente incompatibili. Non succedeva mai. Intanto ascoltavo punk, coltivavo le mie basette, e curavo molto la mia decadenza universitaria, cercando con attenzione di non superare mai la media del “non presentato”.

La Seconda

Per come ci eravamo conosciuti, nessuno ci dava più di venti ore di vita. Come coppia. Perchè presi da soli, avremmo avuto la capacità di durare ancora meno. Due barili pieni zeppi di forza auto distruttiva, pronti ad esplodere da un momento all’altro. C’erano giorni in cui le portavo i testi dei Counting Crows, da leggere. Cantavamo sempre. Lei, di contro, mi mostrava i polsi. I segni dei graffi. Lottava con tutti, lottava con tutto, tranne che con me. Aveva i capelli neri come la notte, aveva gli occhi furbi di una gatta, e mi camminava sempre dietro. Ogni tanto, appoggiato alla gigantesca libreria nella sua anticamera, mi fermavo a parlare con suo padre. Parlavamo di giornali, e di sinistra. Non ho mai capito che cazzo di lavoro facesse suo padre, ma mi piaceva parlare con lui. Da sua madre aveva preso le tette, enormi, spiazzanti, aperte sul mondo. E la timidezza, quella delle donne con le tette enormi, spiazzanti e aperte sul mondo. Un giorno ci siamo cacciati dalla macchina, era un pomeriggio di maggio, vicino al mio compleanno. Abbiamo parlato del fatto che sarebbe finita, che ne avremmo sofferto, che sarebbe stato peggio per tutti e due. Abbiamo parlato, poi lei si è girata e ha iniziato a camminare. La macchina era la sua. Allora ho capito. Mi sono appoggiato a un muretto e ho fumato. Quel giorno avrei dovuto dare Diritto Pubblico. Adesso fa la giornalista, scrivere serve per non esplodere. Scrive con un anima enorme, spiazzante, aperta, come le sue tette.

La Terza

Gli occhi voraci. Mi mangiavano. Mangiavano tutto. Divoravano cose, persone e posti. I capelli corti, disordinati. Le mani oneste, filiformi, con gli anelli che cadevano appena appoggiati alle ossa. Non parlavamo molto. Ci rubavamo il tempo, fantasticando sulla fine del mondo e sulla vita dopo l’università. Bevevamo con la stessa curiosità con cui cercavamo nuovi modi per aspettare il mattino, seduti per terra sul vecchio parquet. Facevamo del tempo quello che volevamo, senza sapere che si trattava del contrario. Poi, le ho detto che forse stavamo perdendo tutto, il tempo, la vita, l’interesse e forse anche il fegato. Lei si è girata, terrorizzata, e mi ha chiesto di andarmene. Con la stessa gentilezza con cui i suoi occhi hanno continuato a divorarmi. Ho capito, era notte, che l’estate era davvero finita dalla fatica per accendere la Vespa. Ho capito, era buio, che era davvero finita dalla felicità di essere salito in Vespa.

La Quarta

Parlavamo ore, seduti sui lastroni che ricoprivano i grossi caloriferi. Di inverno, la sera ci trovava seduti, ordinatamente, occhi negli occhi, ad ascoltarci. Capitava di camminare, cacciati dai nostri caloriferi, verso il centro, dentro i vicoli, tenendosi appena la mano. Impercettibile gesto coperto da tutte le nostre parole. Era impossibile pensare di aver vissuto tutti quegli anni senza essersi parlati. Bisognava recuperare, e urgentemente. La sera, accompagnavamo le parole con del vino rosso, o con del caffè. Prendevamo il tram, giusto per sederci al caldo e parlare ancora. Poi scendevamo dove capitava, trovandoci per mano in mezzo a un sacco di rumore. Poi, un giorno, ci siamo accorti di quanto amore ci fosse in tutto questo parlare. Di quanta docile perfezione in queste due anime, perfette per camminare insieme. Allora, mi ricordo perfettamente, ci siamo scritti una lunga lettera. Dicendoci le stesse cose, lo stesso giorno. In verità non le ho mai dato la mia, perchè ho preso la sua, davanti a una fontanella, e ho letto camminando dentro al Sempione. Poi, l’ho buttata nello stagno perchè nessuno sapesse che in due non eravamo capaci di amare. Ci siamo rivisti, in mezzo al traffico della 90/91, in mezzo al traffico dei nostri trenta. E abbiamo parlato di tutto questo tempo. Senza tenerci per mano. Per evitare di scrivere lettere, che a trent’anni costerebbero molta più fatica.

Mi chiedeva, osservandomi e indugiando su un bottone sfilato, come mai avessi fatto così tanta fatica a studiare all’università. Diceva, sorseggiando vino bianco, che la mia intelligenza mi avrebbe permesso di fare molto di più.
Non sapendo bene cosa rispondere, ho preso il mio bicchiere e ho sorriso. Così, a caldo, mi vengono in mente quattro ottime ragioni. A caldo. E mi sono ricordato di quella sera in cui pensavo se fosse normale dover studiare Storia Delle Istituzioni Militari. Mi chiedevo, nella vita io utilizzerò mai le informazioni contenute in questi due libri? Mi domandavo, ma si renderà mai necessario dover sfoderare una approfondita conoscenza del diritto francese? Mi chiedevo e domandavo, camminando verso il Mom Cafè.

E’ stata la sera in cui ho conosciuto la prima, ottima ragione. Per non credere nel potere della Storia delle Istituzioni Militari.

Spirit of Natale (roba da Babbi)

Nelle ultime quarantott’ore sono stato accusato da quasi tutte le persone che ho incontrato di essere la rovina di questo Natale. 

Chi, con grande apertura, mi scrive SMS che dicono: stai rovinando tutto, a Natale!, chi mi prende da parte e me lo dice in faccia, chi usa la mail e chi me lo fa capire con sguardi taglienti. 

Guido attraversando il quartiere, è domenica mattina, talmente presto che per i veri giovani è ancora sabato sera. Lo sforzo congiunto e ottuso di tutti i poteri coinvolti nel risolvere i danni di una nevicata, ha fatto si che le strade del tranquillo quartiere siano limpide e congelate, mentre i marciapiedi assomiglino a delle trincee siberiane. I cosacchi hanno lasciato spazio a un esercito rumoroso di vecchine, chiuse nelle loro pellicce sintetiche e in turbanti di lana colorata. A quest’ora, possono essere dirette nei due unici luoghi aperti e riscaldati della zona: l’Esselunga e la Chiesa. Camminano beatamente in mezzo alla strada, attraversano guardandosi i piedi, traballano pericolosamente mentre affrontano i marciapiedi. 

Per evitare l’omicidio, e per non rovinare il paraurti della macchina, ho interrotto la preparazione della prima sigaretta della giornata. Quella che, al primo tiro, ti fa dire: sei uno schiavo di merda. Al secondo ti fa pianificare su come smettere, al terzo ti fa sorridere e al quarto, per Dio, è una figata pazzesca. 

Le strade sono deserte, c’è nebbia, freddo, cumuli di neve sporca ai lati delle strade. 

Mi dispiace confermarlo, ma quest’anno non ho nulla di natalizio dentro, ad esclusione dei quattro aghi sintetici dell’albero di Natale di casa, che si sono appoggiati sul pane finendo nel mio apparato digerente prima che potessi evitarlo. 

Ora, accusarmi di essere la rovina del Natale, inteso come quella mielosa sequenza di pranzi, aperitivi, cene, tombolate, briscolate, brindisi, che parte alla Vigilia e finisce il 7 gennaio, non è eticamente corretto. 

Posso, al massimo, esserne la concausa. Un po’ io, un po’ tu. Prendiamoci le nostre responsabilità, dimentichiamole come tutti i saggi adulti, illudiamoci di fantasiose evasioni emotive e poi smezziamoci la questione. 

Arrivo sotto casa dei miei suoceri con tre minuti d’anticipo rispetto all’orario. Sono solo. Io e Milano. Sembra evacuata. C’è un silenzio spettrale. Adesso posso inaugurare la mia giornata di fallimenti contro la forza di volontà, fumando a pieni polmoni. 

Ma poi cosa ho rovinato? Quale tra i precari castelli di illusioni di carta mi sono permesso di incendiare con le mie parole? 

Da quando NostroSignore mi ha dato la facoltà di dire quello che penso, ho fatto molto male e molto bene. Sapendolo, ho affinato la tecnica. Parlo con calma, ma quello che penso rimane. 

E, in fondo, è quello che penso. Ovvero, perchè non dovrei dirlo? 

Arriva, accompagnata da un bambino identico a quello della Kinder, infilata in una pelliccia. Doveva essere bellissima, prima che gli anni si appendessero alla faccia tirandola con forza verso terra. Giriamo per l’appartamento vuoto, caldissimo. La mia voce ha una eco tombale, mentre enuncio gli incredibili vantaggi di un ingresso luminoso e di un antibagno capiente. Il bimbo della Kinder ci segue, magicamente, senza guardarci, giocando con un Nintendo DS. Lei si ferma in mezzo al soggiorno. Le piace. Lo so, glielo sto facendo piacere. 

Ma poi, che cazzo vuol mai dire? Che uno a Natale deve mettersi in tasca tutto e rimandare a Gennaio? Vuol dire che a Natale è necessario fingere, adattandosi al ritmo dettato dallo Zio, che urla le briscole manco fosse questione di sicurezza nazionale, ovattati da orrendo Passito dell’Esselunga, ibernato in freezer a meno venti per due settimane? 

Io ho sempre mal sopportato questa creanza, per la quale a Natale stiamo in armonia, scambiandoci regali che ci hanno generato stress, multe e code, per poi scannarci come gladiatori contro leoni, a marzo. 

Ferma nel mezzo del soggiorno mi chiede una piantina. Ho la faccia di uno che gira con le piantine della casa dei suoceri? Poi, abbassando poco gli occhi, chiede se il prezzo sia trattabile. Il bimbo della Kinder si è appoggiato a un anta di vetro. C’è la seria possibilità che in qualche istante muoia schiacciato dall’anta. Ma Darwin aveva ragione: la selezione naturale è importantissima. Sarai anche campione di Pokemon della tua classe, ma sei un piccolo coglione. E’ vetro. E’ appoggiato al muro. Senza che tu ti immerga nello studio delle leggi fisiche, potrai anche arrivare al fatto che è discretamente probabile che, scosso dal peso dei tuoi capelli biondissimi, il suddetto vetro possa cadere. 

Lascio che il mio silenzio risponda alla domanda sulla trattativa del prezzo, e che accompagni l’imminente tragedia. Ho già risparmiato una ventina di vecchine. 

E’ la prima volta, da molti anni, che mi esce un così chiaro, deciso, netto, rifiuto per alcune cose. Inutili addobbi della mia vita, o fondamentali appigli. Sto gestendo questo rifiuto. Gestire anche i rifiutati è d’obbligo. Così, in una giornata media, mi sento pericolosamente al centro dell’attenzione almeno cinque o sei volte, additato come la causa principale di diversi mali tra cui la fame nel mondo, l’ebola, e il dire quello che penso a Natale. Accetto tutto, è necessario. Ascolto, poco a dire il vero, e incasso. Anche questo essere il malefico elfo che rovina il delizioso Natale, è accettabile. Lo accetto. Anche se non ho le orecchie a punta. Ma ho il naso grosso. Sproporzionato. Da sempre. Rotto due volte. Ma sempre gigantesco. Gli elfi non hanno il naso grosso, se non sbaglio. Il Nasone che rovina il Natale. 

Scendiamo in strada e per cortesia le chiedo se vuole un caffè. Camminiamo verso il Corso. Sculetta sontuosamente, con al seguito il bimbo Kinder, salvato dallo Spirito del Natale da una morte orrenda. Doveva essere bellissima. Davvero. Fatica a infilare forme verbali complesse come il passato, passato remoto, congiuntivo, e periodi ipotetici, ma racconta volentieri del perchè abbia così fretta nel cercare una sistemazione. Si sta separando. Lei, bimbo Kinder e un cane, stanno cercando di andare via di casa. Ma devono far quadrare il bilancio. Allora, penso sorseggiando un caffè, bisognerà che tu ti metta a lavorare. Lo dico. Ecco, cazzo, mi scappa sempre. L’ho detto. Mi guarda male. Malissimo. D’altronde. Si china sul suo caffè. Non mi guarda più. Finiamo di bere. Pago. Usciamo. Fuma? Si. Vuole una delle mie? No grazie, fumo tabacco sfuso da quando ho iniziato. Oh, che bello. Cosa? Beh, è una cosa molto maschile. Si, in effetti, non ho visto molte donne fumare tabacco sfuso. Se volessi rivedere la casa? Mi scriva, o mi chiami. Sono a disposizione. Ah già, ho il suo cellulare. Esatto. Beh, meglio così. Ho già il suo numero. 

La panterona che tenta di graffiare. Chissà cosa non ha capito. Non negozierei mai il canone di affitto di mio suocero per dei veloci giretti su un corpo che pende pericolosamente verso il livello del mare. Più che altro per mio suocero. E poi perchè siamo una decina d’anni in ritardo. E poi, quando menzionavo un lavoro come fonte di reddito, pensavo si potesse giungere a qualcosa che non preveda la vendita o la locazione dei genitali. Ci manca solo che mi tiri su una casa d’appuntamenti. 

Salgo sulla macchina con un goffo tuffo per evitare la neve. 

Non mi sento molto in colpa. E comunque, verrò in ogni caso a festeggiare animatamente questo cazzo di Natale. Mi serve da lezione. 

 

Molte risposte, trovati le domande

Le emorroidi sono uno dei più diffusi problemi della società occidentale, colpiscono quasi il 40% della popolazione adulta. Vuol dire che, tra me che scrivo e tu che leggi, uno dei due, a spanne, soffre di fastidiosi disagi rettali. Io sto benone. Grazie.
La diffusione di questa patologia, a livello mondiale, fa supporre che si tratti di un disagio prettamente “capitalista”.
Erroneamente, per anni, il sesso anale è stato incluso nelle possibili cause scatenanti. E’ un po’ come la cecità precoce in chi si masturba. Entrambe le pratiche, estremamente diffuse, non provocano danni fisici. Andrebbe analizzato il fattore psicologico di suddette pratiche. Per questo, alcune culture orientali, molto più libere sessualmente e meno sottomessa ai Vaticani corridoi, hanno opinioni chiare su cosa significhi il far tutto da solo e il farlo dalla parte sbagliata.
Aggiungo, per dovere di cronaca, che in entrambi i casi, è molto difficile che la partner rimanga incinta. Una delle domande più pressanti di Yahoo Answers è proprio questa.
Confermo, dopo anni di studi nel settore, che i rischi sono irrisori. E se davvero dovesse succedervi, non raccontatelo a nessuno. Nessuno vi crederebbe.

In ogni caso, riconosco con scientifica certezza una persona che soffre di emorroidi o di protusione lombare, da come si relaziona con la sua sedia.

Lui ci mette davvero troppo ad appoggiare le regali natiche sulla sedia di pelle. E lo fa con estrema attenzione. Siamo nel suo ufficio, distanziati da una kilometrica scrivania di vetro, addobbata con tutto quello che fa cool avere su una scrivania così. C’è un Mac, una Montblanc lasciata con finta distrazione vicina all’agenda, in pelle nera, aperta sulla settimana e orrendamente vuota.

Mi ha fatto fare la necessaria anticamera. La segretaria, forte di una permanente davvero spumosa e di tacchi vertiginosi, mi ha accompagnato in una saletta con un divano di pelle bianca. Nient’altro. Dalle finestre si sentiva il traffico del centro di Milano. Mi sono fatto venti minuti di anticamera. Poi sono stato ripreso dalla segretaria, accompagnato in un dedalo di corridoi, e appoggiato in questo mastodontico studio, vuoto come la solitudine.
Lui è arrivato con qualche minuto di ritardo, doppia anticamera per me, si è presentato con un sorriso decisamente esagerato per le circostanze e, dopo essersi seduto con l’attenzione di uno che sa di avere un cactus appoggiato in mezzo alle chiappe, ha iniziato a parlarmi.

Teneva tra le mani dei fogli, il mio curriculum e altre cartacce. Annotava, disegnava pallini, sottolineava.

Una delle cose belle della carriera è che si passa dal girone infernale delle società di recruiting a quello, Purgatorio delle risorse umane, degli Head Hunter.

Ogni tanto mi chiamano. Ho imparato il gioco, non rifiuto mai. Sono vecchie glorie di qualche settore andato a puttane per una qualsiasi crisi, che non riescono a riciclarsi se non tentando di assumere nuove leve a cottimo. Un lavoro come un altro. Molto dell’esito di un colloquio del genere dipende da fattori determinanti come: il sesso dell’head hunter, l’età, e il colore della cravatta che indossi. Le donne, giovani, sono le migliori. Addirittura, a volte, fingono interesse per quello che dici. Gli uomini, maturi, le vecchie glorie, sono un terno al lotto. Parlano di loro, di un passato remoto che non esiste, ma sono molto più flessibili sui titoli di studio e sulle reali esperienze. Sanno, forti di vent’anni di contributi, che conta molto di più la motivazione che una laurea in Lingue.

Lui mi parla gesticolando. Mani estremamente curate, unghie perfette, Rolex molto pacchiano e gemelli di stoffa. Non abbinati alla cravatta. Urtante, ma devo sopportare.

La posizione in ballo è, come sempre, esclusiva, unica, vantaggiosa, incredibile. Insomma, cercano un manager da buttare in una situazione di merda, che costi poco rispetto a un senior, che sia motivato nonostante tutto intorno stia andando a puttane. Il mio profilo. Lo sappiamo tutti e due: l’unico punto interessante è il prezzo. Il resto conta pochissimo.

Mi fa parlare, fingendo interesse, di situazioni critiche, di conflitti, di emergenze. Quando mi ascolta, disegna pallini sul mio CV.

Poi arriva il momento in cui, lo sapevamo, bisogna raggiungere una cifra. Scriverla nella mia memoria. L’azienda cliente, grande gruppo multinazionale leader nel settore di riferimento, desidera rimanere anonima. Conosco la formula a memoria. E’ come a Messa: sai già quello che viene dopo, solo che per rispetto lasci che sia il prete a parlare. Nonostante l’anonimato, è estremamente flessibile e disposta a valutare il budget in accordo con le reali competenze del candidato.
In pratica non vogliono pagare un cazzo. Poi, il momento topico della liturgia dell’head hunting. Prima di comunicarle il profilo economico, mi lasci dire che, guardando il suo curricula, questa posizione rappresenta per lei un ottimo passo avanti. Qui tu devi stare in silenzio, fingere di condividere, e aspettare. E’ la parte più noiosa, ma non si può evitare.

Lui ci gira intorno ancora un po’, addirittura si permette di confermarmi che la mia attuale azienda non potrà, nel lungo termine, offrirmi le garanzie del suo cliente.

Io voglio soldi, non garanzie. Vecchie, freddissime, banconote. Tante. Forse dovrei menzionarlo sul curriculum: io lavoro per soldi. Moltissimi. Nel mio settore, abbiamo pochissimo tempo per fare più soldi possibili. Poi diventiamo vecchi, non piacciamo più, e finiamo confinati in una prestigiosa società di head hunting, tentando di convincere i nuovi giovani ad unirsi al gruppo.

Decido di quantificare il mio rispettabile compenso. Dico, scandendo la cifra, quali sono le mie aspettative per il 2013.

Lui ha l’eleganza di non trasalire. Almeno non con tanta enfasi. Diciamo che accusa il colpo, ma è in grado di gestirlo.

Risponde contrattaccando. Errore da pivelli delle società di consulenza interinale.

La cosa finisce qualche minuto dopo. L’offerta dell’azienda è decisamente più bassa. Ma lui si adopererà per verificare i margini di trattativa. In ogni caso la cifra è estremamente alta per il mio profilo. Mi chiede su quali basi io abbia calcolato compensi così eccessivi.

A voler essere sinceri, nel 2013 vorrei fare un viaggio in Medio Oriente, sono anni che lo pianifico. Voglio tornare a Gerusalemme, girare la Turchia, perdermi in Arabia. E poi vorrei cambiare la moto. Non esattamente. Vorrei comprarne una nuova. E poi devo cambiare la tavola da surf.

Ma non rispondo così. Replico pacatamente: è un 5 per cento in più di quello che prendo adesso.

Tutto vero.

Finiamo a chiacchierare del più e del meno. Parliamo di libri, di mare, di trasferte. Perdiamo tempo. Sappiamo che non ci vedremo molto presto. Poi ci alziamo. Si alza di scatto. Vedi che non è una patologia lombare. Si sarebbe alzato dolorante. Emorroidi. Brutto fastidio. Cambiare alimentazione, stile di vita, forse anche religione, potrebbe aiutare. Ma non lo dico.

Vigorosa stretta di mano, come solo due venditori sanno fare. La segretaria mi riprende e mi riporta nel dedalo di corridoi. Prende il mio cappotto, me lo porta.

Esco, fa un freddo fottuto. Ma c’è il sole.

A spanne, direi che ho buttato nel cesso un pomeriggio. Ma la liturgia prevede anche questo.
Mi guardo in una vetrina: la cravatta blu è davvero bella. Copre le occhiaie.

Mentre fingevo di ascoltarlo, ho sentito in sottofondo dall’ufficio vicino una canzone di Moby. E ho pensato al film The Beach.
Che sballo.

Oggi hai imparato alcune cose davvero importanti. Che qui ti riassumerò.
Primo: le emorroidi sono una patologia clinica seria, è necessario il supporto di un medico. Che fa uno dei lavori più brutti. Osserva culi malconci. Puoi, inoltre, valutare il cambio di stile di vita. Funziona. Magari non per le emorroidi.
Secondo: il sesso anale e la masturbazione non portano alla fecondazione.
Terzo: la cultura occidentale è molto più arretrata nell’interpretazione delle suddette pratiche sessuali. Gli orientali ne sanno di più. Investiga sul perchè lo fai. Poi fallo, ma cerca di capirti.
Quarto: Le Head Hunter donne, giovani, sono molto peggio dei vecchi panzoni.
Quinto: Il colore della cravatta, a un colloquio, è importante. Vai sul canonico. Abito blu, camicia blu, cravatta blu. Al massimo un leggero regimental.
Sesto: i gemelli di stoffa colorata devono essere abbinati alla cravatta. E sono una moda italiana. Nel senso che all’estero non li capiscono molto.

Sei cose che hai imparato oggi. Gratis.