Spirit of Natale (roba da Babbi)

Nelle ultime quarantott’ore sono stato accusato da quasi tutte le persone che ho incontrato di essere la rovina di questo Natale. 

Chi, con grande apertura, mi scrive SMS che dicono: stai rovinando tutto, a Natale!, chi mi prende da parte e me lo dice in faccia, chi usa la mail e chi me lo fa capire con sguardi taglienti. 

Guido attraversando il quartiere, è domenica mattina, talmente presto che per i veri giovani è ancora sabato sera. Lo sforzo congiunto e ottuso di tutti i poteri coinvolti nel risolvere i danni di una nevicata, ha fatto si che le strade del tranquillo quartiere siano limpide e congelate, mentre i marciapiedi assomiglino a delle trincee siberiane. I cosacchi hanno lasciato spazio a un esercito rumoroso di vecchine, chiuse nelle loro pellicce sintetiche e in turbanti di lana colorata. A quest’ora, possono essere dirette nei due unici luoghi aperti e riscaldati della zona: l’Esselunga e la Chiesa. Camminano beatamente in mezzo alla strada, attraversano guardandosi i piedi, traballano pericolosamente mentre affrontano i marciapiedi. 

Per evitare l’omicidio, e per non rovinare il paraurti della macchina, ho interrotto la preparazione della prima sigaretta della giornata. Quella che, al primo tiro, ti fa dire: sei uno schiavo di merda. Al secondo ti fa pianificare su come smettere, al terzo ti fa sorridere e al quarto, per Dio, è una figata pazzesca. 

Le strade sono deserte, c’è nebbia, freddo, cumuli di neve sporca ai lati delle strade. 

Mi dispiace confermarlo, ma quest’anno non ho nulla di natalizio dentro, ad esclusione dei quattro aghi sintetici dell’albero di Natale di casa, che si sono appoggiati sul pane finendo nel mio apparato digerente prima che potessi evitarlo. 

Ora, accusarmi di essere la rovina del Natale, inteso come quella mielosa sequenza di pranzi, aperitivi, cene, tombolate, briscolate, brindisi, che parte alla Vigilia e finisce il 7 gennaio, non è eticamente corretto. 

Posso, al massimo, esserne la concausa. Un po’ io, un po’ tu. Prendiamoci le nostre responsabilità, dimentichiamole come tutti i saggi adulti, illudiamoci di fantasiose evasioni emotive e poi smezziamoci la questione. 

Arrivo sotto casa dei miei suoceri con tre minuti d’anticipo rispetto all’orario. Sono solo. Io e Milano. Sembra evacuata. C’è un silenzio spettrale. Adesso posso inaugurare la mia giornata di fallimenti contro la forza di volontà, fumando a pieni polmoni. 

Ma poi cosa ho rovinato? Quale tra i precari castelli di illusioni di carta mi sono permesso di incendiare con le mie parole? 

Da quando NostroSignore mi ha dato la facoltà di dire quello che penso, ho fatto molto male e molto bene. Sapendolo, ho affinato la tecnica. Parlo con calma, ma quello che penso rimane. 

E, in fondo, è quello che penso. Ovvero, perchè non dovrei dirlo? 

Arriva, accompagnata da un bambino identico a quello della Kinder, infilata in una pelliccia. Doveva essere bellissima, prima che gli anni si appendessero alla faccia tirandola con forza verso terra. Giriamo per l’appartamento vuoto, caldissimo. La mia voce ha una eco tombale, mentre enuncio gli incredibili vantaggi di un ingresso luminoso e di un antibagno capiente. Il bimbo della Kinder ci segue, magicamente, senza guardarci, giocando con un Nintendo DS. Lei si ferma in mezzo al soggiorno. Le piace. Lo so, glielo sto facendo piacere. 

Ma poi, che cazzo vuol mai dire? Che uno a Natale deve mettersi in tasca tutto e rimandare a Gennaio? Vuol dire che a Natale è necessario fingere, adattandosi al ritmo dettato dallo Zio, che urla le briscole manco fosse questione di sicurezza nazionale, ovattati da orrendo Passito dell’Esselunga, ibernato in freezer a meno venti per due settimane? 

Io ho sempre mal sopportato questa creanza, per la quale a Natale stiamo in armonia, scambiandoci regali che ci hanno generato stress, multe e code, per poi scannarci come gladiatori contro leoni, a marzo. 

Ferma nel mezzo del soggiorno mi chiede una piantina. Ho la faccia di uno che gira con le piantine della casa dei suoceri? Poi, abbassando poco gli occhi, chiede se il prezzo sia trattabile. Il bimbo della Kinder si è appoggiato a un anta di vetro. C’è la seria possibilità che in qualche istante muoia schiacciato dall’anta. Ma Darwin aveva ragione: la selezione naturale è importantissima. Sarai anche campione di Pokemon della tua classe, ma sei un piccolo coglione. E’ vetro. E’ appoggiato al muro. Senza che tu ti immerga nello studio delle leggi fisiche, potrai anche arrivare al fatto che è discretamente probabile che, scosso dal peso dei tuoi capelli biondissimi, il suddetto vetro possa cadere. 

Lascio che il mio silenzio risponda alla domanda sulla trattativa del prezzo, e che accompagni l’imminente tragedia. Ho già risparmiato una ventina di vecchine. 

E’ la prima volta, da molti anni, che mi esce un così chiaro, deciso, netto, rifiuto per alcune cose. Inutili addobbi della mia vita, o fondamentali appigli. Sto gestendo questo rifiuto. Gestire anche i rifiutati è d’obbligo. Così, in una giornata media, mi sento pericolosamente al centro dell’attenzione almeno cinque o sei volte, additato come la causa principale di diversi mali tra cui la fame nel mondo, l’ebola, e il dire quello che penso a Natale. Accetto tutto, è necessario. Ascolto, poco a dire il vero, e incasso. Anche questo essere il malefico elfo che rovina il delizioso Natale, è accettabile. Lo accetto. Anche se non ho le orecchie a punta. Ma ho il naso grosso. Sproporzionato. Da sempre. Rotto due volte. Ma sempre gigantesco. Gli elfi non hanno il naso grosso, se non sbaglio. Il Nasone che rovina il Natale. 

Scendiamo in strada e per cortesia le chiedo se vuole un caffè. Camminiamo verso il Corso. Sculetta sontuosamente, con al seguito il bimbo Kinder, salvato dallo Spirito del Natale da una morte orrenda. Doveva essere bellissima. Davvero. Fatica a infilare forme verbali complesse come il passato, passato remoto, congiuntivo, e periodi ipotetici, ma racconta volentieri del perchè abbia così fretta nel cercare una sistemazione. Si sta separando. Lei, bimbo Kinder e un cane, stanno cercando di andare via di casa. Ma devono far quadrare il bilancio. Allora, penso sorseggiando un caffè, bisognerà che tu ti metta a lavorare. Lo dico. Ecco, cazzo, mi scappa sempre. L’ho detto. Mi guarda male. Malissimo. D’altronde. Si china sul suo caffè. Non mi guarda più. Finiamo di bere. Pago. Usciamo. Fuma? Si. Vuole una delle mie? No grazie, fumo tabacco sfuso da quando ho iniziato. Oh, che bello. Cosa? Beh, è una cosa molto maschile. Si, in effetti, non ho visto molte donne fumare tabacco sfuso. Se volessi rivedere la casa? Mi scriva, o mi chiami. Sono a disposizione. Ah già, ho il suo cellulare. Esatto. Beh, meglio così. Ho già il suo numero. 

La panterona che tenta di graffiare. Chissà cosa non ha capito. Non negozierei mai il canone di affitto di mio suocero per dei veloci giretti su un corpo che pende pericolosamente verso il livello del mare. Più che altro per mio suocero. E poi perchè siamo una decina d’anni in ritardo. E poi, quando menzionavo un lavoro come fonte di reddito, pensavo si potesse giungere a qualcosa che non preveda la vendita o la locazione dei genitali. Ci manca solo che mi tiri su una casa d’appuntamenti. 

Salgo sulla macchina con un goffo tuffo per evitare la neve. 

Non mi sento molto in colpa. E comunque, verrò in ogni caso a festeggiare animatamente questo cazzo di Natale. Mi serve da lezione. 

 

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