Non ricordo, ma pazienza

La Prima

Lei si sentiva a posto solo quando, incrociando le lunghe, perfette, gambe lisce, sorrideva mandandomi a fare in culo. Lo faceva, incredibile, perdendo l’accento pugliese che teneva ben stretto per le normali conversazioni di tutti i giorni. Lo faceva, insensibile, anche se io stavo ancora per iniziare una delle mie accorate arringhe difensive. Così, mesto, riprendevo le mie cose, aprivo la porta di legno e uscivo sul pianerottolo, aspettandomi di essere richiamato. Non succedeva mai. Allora scendevo le scale, e mi buttavo su Corso Genova, verso il centro, verso un bar, verso qualcosa. Cercavamo, così, di lasciarci, di lasciare alle spalle il semplice fatto di essere completamente incompatibili. Non succedeva mai. Intanto ascoltavo punk, coltivavo le mie basette, e curavo molto la mia decadenza universitaria, cercando con attenzione di non superare mai la media del “non presentato”.

La Seconda

Per come ci eravamo conosciuti, nessuno ci dava più di venti ore di vita. Come coppia. Perchè presi da soli, avremmo avuto la capacità di durare ancora meno. Due barili pieni zeppi di forza auto distruttiva, pronti ad esplodere da un momento all’altro. C’erano giorni in cui le portavo i testi dei Counting Crows, da leggere. Cantavamo sempre. Lei, di contro, mi mostrava i polsi. I segni dei graffi. Lottava con tutti, lottava con tutto, tranne che con me. Aveva i capelli neri come la notte, aveva gli occhi furbi di una gatta, e mi camminava sempre dietro. Ogni tanto, appoggiato alla gigantesca libreria nella sua anticamera, mi fermavo a parlare con suo padre. Parlavamo di giornali, e di sinistra. Non ho mai capito che cazzo di lavoro facesse suo padre, ma mi piaceva parlare con lui. Da sua madre aveva preso le tette, enormi, spiazzanti, aperte sul mondo. E la timidezza, quella delle donne con le tette enormi, spiazzanti e aperte sul mondo. Un giorno ci siamo cacciati dalla macchina, era un pomeriggio di maggio, vicino al mio compleanno. Abbiamo parlato del fatto che sarebbe finita, che ne avremmo sofferto, che sarebbe stato peggio per tutti e due. Abbiamo parlato, poi lei si è girata e ha iniziato a camminare. La macchina era la sua. Allora ho capito. Mi sono appoggiato a un muretto e ho fumato. Quel giorno avrei dovuto dare Diritto Pubblico. Adesso fa la giornalista, scrivere serve per non esplodere. Scrive con un anima enorme, spiazzante, aperta, come le sue tette.

La Terza

Gli occhi voraci. Mi mangiavano. Mangiavano tutto. Divoravano cose, persone e posti. I capelli corti, disordinati. Le mani oneste, filiformi, con gli anelli che cadevano appena appoggiati alle ossa. Non parlavamo molto. Ci rubavamo il tempo, fantasticando sulla fine del mondo e sulla vita dopo l’università. Bevevamo con la stessa curiosità con cui cercavamo nuovi modi per aspettare il mattino, seduti per terra sul vecchio parquet. Facevamo del tempo quello che volevamo, senza sapere che si trattava del contrario. Poi, le ho detto che forse stavamo perdendo tutto, il tempo, la vita, l’interesse e forse anche il fegato. Lei si è girata, terrorizzata, e mi ha chiesto di andarmene. Con la stessa gentilezza con cui i suoi occhi hanno continuato a divorarmi. Ho capito, era notte, che l’estate era davvero finita dalla fatica per accendere la Vespa. Ho capito, era buio, che era davvero finita dalla felicità di essere salito in Vespa.

La Quarta

Parlavamo ore, seduti sui lastroni che ricoprivano i grossi caloriferi. Di inverno, la sera ci trovava seduti, ordinatamente, occhi negli occhi, ad ascoltarci. Capitava di camminare, cacciati dai nostri caloriferi, verso il centro, dentro i vicoli, tenendosi appena la mano. Impercettibile gesto coperto da tutte le nostre parole. Era impossibile pensare di aver vissuto tutti quegli anni senza essersi parlati. Bisognava recuperare, e urgentemente. La sera, accompagnavamo le parole con del vino rosso, o con del caffè. Prendevamo il tram, giusto per sederci al caldo e parlare ancora. Poi scendevamo dove capitava, trovandoci per mano in mezzo a un sacco di rumore. Poi, un giorno, ci siamo accorti di quanto amore ci fosse in tutto questo parlare. Di quanta docile perfezione in queste due anime, perfette per camminare insieme. Allora, mi ricordo perfettamente, ci siamo scritti una lunga lettera. Dicendoci le stesse cose, lo stesso giorno. In verità non le ho mai dato la mia, perchè ho preso la sua, davanti a una fontanella, e ho letto camminando dentro al Sempione. Poi, l’ho buttata nello stagno perchè nessuno sapesse che in due non eravamo capaci di amare. Ci siamo rivisti, in mezzo al traffico della 90/91, in mezzo al traffico dei nostri trenta. E abbiamo parlato di tutto questo tempo. Senza tenerci per mano. Per evitare di scrivere lettere, che a trent’anni costerebbero molta più fatica.

Mi chiedeva, osservandomi e indugiando su un bottone sfilato, come mai avessi fatto così tanta fatica a studiare all’università. Diceva, sorseggiando vino bianco, che la mia intelligenza mi avrebbe permesso di fare molto di più.
Non sapendo bene cosa rispondere, ho preso il mio bicchiere e ho sorriso. Così, a caldo, mi vengono in mente quattro ottime ragioni. A caldo. E mi sono ricordato di quella sera in cui pensavo se fosse normale dover studiare Storia Delle Istituzioni Militari. Mi chiedevo, nella vita io utilizzerò mai le informazioni contenute in questi due libri? Mi domandavo, ma si renderà mai necessario dover sfoderare una approfondita conoscenza del diritto francese? Mi chiedevo e domandavo, camminando verso il Mom Cafè.

E’ stata la sera in cui ho conosciuto la prima, ottima ragione. Per non credere nel potere della Storia delle Istituzioni Militari.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...