Racconti di Natale

[Quel gran genio del mio amico, lui saprebbe cosa fare]

Ovattati nella Volvo, procediamo a passo d’uomo verso il Centro. Il Piccolo non ha colpe. Lui non può saperlo. Io si. Il ventiquattro mattina, poche cose sono più idiote che andare in Centro in macchina. Il motore strappa. Il Piccolo disquisisce sui colori dei semafori. Passiamo vicini a un portone. Lui le sta a pochi centimetri dalla bocca. Gesticola mentre urla. Suppongo che urli. Lei piange. Non si dovrebbe mai litigare con questo tempo. Fa troppo freddo per discutere. Bisognerebbe aspettare primavera.

[Tu lasci intendere più di quanto dici, alludi a un passato, che non abbiamo avuto]

Questa mattina, con tutta la disperazione di cui è capace, si è appoggiato al bordo del lettino e ha chiamato la mamma. Capisco benissimo, forte della stessa esperienza, che l’arrivo di suo padre lo possa aver indispettito. Mi guarda perplesso. Io anche. Sarebbe, diciamo, opportuno continuare a dormire, almeno un’altra oretta. Mi guarda, si guarda intorno. Io ammiro il suo naturale pragmatismo. Forse è di tutti i bambini. Forse è un dono. Importantissimo. In pochi secondi passa dalla rassegnazione al concreto programma mattutino: alza le braccia per essere preso e un caldo, soffocante, odore di merda, pervade la stanza. Buona vigilia Papi.

[il mare, quando piove, è solo mio]

Si lascia pettinare pazientemente. Dalla mamma ha preso i ricci, e anche i capricci. Ha i capelli stopposi, incasinati. Lo accarezzo con un pettine sottile, mentre lui guarda le creme, in ordine, sulla mensola. Respira profondo. Mentre mi rado, si siede sul bordo dello scalino, e mi osserva. Poi, aspetta che finisca la doccia, guardando oltre il cristallo, per vedere quale mossa farò per farlo ridere. Adesso respira profondamente. Io finisco di pettinarlo. E gli sussurro: non sai nemmeno quanto ti amo. Un rutto, docilmente lasciato uscire, chiude il momento della toletta.

[Groud Control to Major Tom]

Insomma, il fatto che io provi a rimettere tutto quasi a posto, quasi nel senso che devo avere un’immaginazione molto più sviluppata della mia per poter capire in quale ordine possano essere messi calzini, pantaloni, body e che lui nel frattempo provveda a spargere per casa un pacchetto di biscotti precedentemente ridotto a polvere, dovrebbe farci onore. Ci prendiamo cura della nostra casa. Con scientifica certezza, al ritorno della mamma, verrò accusato del disordine nell’armadio dei vestiti e anche dei misteriosi sentieri di Plasmon lasciati per tutta la casa. Tanto vale lasciare tutto così.

[E penso di sentirmi confusa e felice]

mentre gli infilo la felpa di GAP, gli accarezzo la pancia e gli parlo. Gli parlo tantissimo. Io parlo tantissimo a tutte le persone che amo. Quando morirò, vi mancherà la mia voce. Potete giurarci.
Lui mi accarezza la barba e mi ascolta.

… e che volevano anche insegnarti cosa sia il Natale.
Ma tu hai ragione, è troppo presto per saperlo.
Mi devi promettere, adesso che le promesse che fai sono pure,
parecchie cose.
Ad esempio, promettimi che ti impegnerai a capire tuo padre.
E che mangerai le arance, che ci sono le vitamine.
E che, al posto del calcio, proverai il basket o il rugby.
Non mi punire con il calcio, ti prego.
Mi chiamavano Ferro Da Stiro, alle medie, talmente i miei piedi erano imbarazzanti.
Il calcio non mi piace. Il basket. Dai. Nobile sport.
O la pallanuoto.
E poi, mi devi promettere, che leggerai.
Anche se ti costerà fatica farlo,
anche se ti diranno che i libri non servono a nulla.
Leggerai, quello che vuoi, quello che il tuo cuore vorrà.
E lascerai scivolare la testa dentro le pagine,
per immaginare.
Che non tutto può essere immaginato da altri e prodotto per te.
Promettimi che farai attenzione a quello che fumi.
Fumalo, il più tardi possibile, e il meno possibile. Ma fai attenzione.
Fuma solo foglie di piante prodotte dalla natura.
E, ancora, il meno possibile.
Promettimi che non perderai tempo con la vita.
Innamorati, sempre e comunque.
Ma promettimi di non far piangere mai nessuna donna.
Non chiedere compassione, e abbi nostalgia di una donna sola.
Per tutta la vita.
Cambia moto, spesso. Ma non venderle mai.
Promettimi che non butterai le moto che sto tenendo per te.
Anche se, Dio mi fulmini, sarai molto appassionato di macchine.
Promettimi di provare, almeno una volta, la sensazione di un viaggio,
in moto, con il rumore della vita che ti rotola addosso.
Promettimi di fare sempre, comunque, quello che vuoi.
Mai, promettimelo, non piegarti mai alle regole di questo mondo.
Cura la schiena e il cuore. Usandoli come non mai, ma facendoli riposare,
tra le braccia giuste.
Promettimi, qualsiasi cosa mi succeda, di non perdere troppo tempo con me da vecchio.
Voglio un badante, uomo. Ricordatelo. Che ci manca solo che mi ritrovo a toccare il culo di una povera ventenne, con gli occhi languidi della demenza.
Promettimi che vedrai, prima ancora di decidere dove fermarti, tutti i posti nel mondo
dove gli uomini sorridono e vivono.
Promettimi di non fermarti davanti alle opinioni degli altri.
Renditi antipatico, ma scava. Negli occhi degli uomini e nelle loro storie.
Promettimi di coltivare la tua anima. Non mi importa la tua religione,
ma mi interessa la tua anima.
Falla crescere insieme al tuo corpo. Ai tuoi muscoli, ai tuoi capelli ricci.
Promettimi di non uccidere mai nessun uomo. Ne con le mani, ne con le parole.
Usa il tuo corpo, le tue parole, per guarire. Promettimelo.
Promettimi che ascolterai tutti, ma seguirai solo il tuo cuore.
E se io non ci sarò più, promettimi di non fermarti quando tutti ti diranno di farlo.
Non bere robaccia, spendi i tuoi soldi per cose belle,
guadagnane abbastanza per non avere paura di averne pochi,
ma non farti fottere, promettimelo, dai soldi.
Regala sempre le monete che hai in tasca.
Promettimi di non vestirti mai da hippy.
Nemmeno al liceo.
Tanto poi, rivedendo le foto, ti sentirai un coglione in ogni caso.
Prometti di prenderti cura di quelle persone che il destino ti metterà di fianco.
Anche se saranno hippy al liceo e yuppies all’università.
Promettimi di visitare la tomba di tuo nonno. Lui lo vorrebbe.
E dopo, fermati a mangiare e bere in suo onore.
Non aver paura della morte, non serve.
Promettimi di aver paura della routine. E’ la peggiore delle morti.
Promettimi di imparare presto a piegare i vestiti.
Promettimi di imparare tutte le lingue che ti serviranno.
Per amare, bere, cantare ed essere felice.
Perditi in un campo di fragole,
ma non sentirti mai perso appoggiato a una fotocopiatrice.
Promettimi di imparare prestissimo ad associare le cravatte alle camicie.
Se perderai i capelli ricci, sappi che è da generazioni che lo facciamo.
Promettimi di evitare i codini sulla pelata, e di non esagerare con le lampade abbronzanti.
Promettimi tutte queste cose. Che è solo l’inizio.
Forse è davvero troppo presto per i racconti di Natale. Ma non sarà mai troppo presto per chiederti di promettermi che vivrai. La tua vita. Non quella degli altri.

Chiudo qui, tanto a spanne, Dio volendo, avremo almeno altri trenta natali per ricordarci le promesse.

Lui, pazientemente mi guarda. Una lunghissima, baritonale, scoreggia. Rimbomba in tutto il soggiorno. Adesso è davvero ora di uscire.

Promettimi che, in un paio d’anni, impari anche a controllare i flussi del tuo corpo.

Buon Natale, Piccolo.

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