Amando

Tempo, purtroppo, di bilanci e propositi.

Così vuole la tradizione. Migrare, armati di bottiglie di scadente prosecco, panettoni confezionati, zamponi e lenticchie, verso il nuovo anno, usando le ultime ore dell’ultimo giorno per rimuginare silenziosamente su tutte le cazzate fatte in un anno e su quelle che non si vorrebbero fare l’anno dopo. Conosco il rito. Solo che non ne sono capace. Di rimuginare sulle cazzate fatte, mestiere duro, ho una certa esperienza, indipendentemente dalla data di scadenza. Su cosa evitare l’anno dopo, spiacente, ma avete sbagliato indirizzo. Rifarei tutto, quasi tutto. Beh, si, tutto.

Io, a capodanno, mi spacco i maroni. Da sempre. Da quando ricordo di essere stato coinvolto nel rito.

Bevo, per carità, lo faccio volentieri.

Mangio, meno volentieri.

Mi faccio avvolgere dallo straordinario ottimismo idiota di quelli che credono davvero che in un minuto e mezzo (il tempo necessario per controllare il conto alla rovescia su Rai 1, aprire il prosecco scadente, versarlo e brindare, baciare, abbracciare) tutto possa cambiare.

Il capodanno più bello della mia vita, a oggi, lo ho passato contro il mio albero, sul mio prato, con una bottiglia di vino, un freddo micidiale, una bionda letale e la certezza di essere nel posto giusto, al momento giusto, con la persona giusta.

Avevamo troppi pochi fallimenti sentimentali sulle spalle per poter capire che si trattava di un momento. Ci credevamo talmente tanto che sembrava perfetto.

Tecnicamente il prato non è mio. E’, credo, dell’Aeronautica Militare. L’albero ovviamente non è mio. Ma ci ho seppellito tre pesci rossi, una tartaruga, il braccialetto d’oro di mia mamma e una decina di lettere. Ci ho letto, fumato, bevuto, dormito, sopra.

Tecnicamente cercavamo di limitare i danni del freddo, rimanendo vestiti il più possibile. Anche se l’idea di fondo era quella di spogliarsi il più possibile. E amarsi il più possibile.

A mezzanotte ci siamo guardati, senza smettere per un secondo di baciarci. E non ci siamo detti niente.

E io ho pensato: “Porco cazzo, questo si che è un gran modo di iniziare un anno”. Fortunatamente non l’ho detto. A vent’anni una frase così può rovinare la magia di un momento. E soprattutto ridurre drasticamente le possibilità che la cintura di Furla, i pantaloni di Max Mara e quei maledetti mutandoni francesi di non so chi cadano sofficemente al suolo. Beh, porco cazzo, quello è stato un grandissimo modo di iniziare l’anno.

Poi, con la maturità sentimentale, ho sviluppato una insana passione per i fuochi d’artificio. Bassa manovalanza, se paragonata ai professionisti della mia zona, che dal sei dicembre sparano verso la tangenziale razzi terra aria in grado di abbattere un cingolato. Mi piace andare a comprare i razzetti, mi piace prepararmi, e sparare in aria, godendo del risultato pirotecnico.

Un anno, non troppo tempo fa, bivaccavamo allegramente nel mezzo della bassa provincia emiliana. Roba di agriturismi. Noi, e una tavolata di settantasette napoletani. Intesa immediata, facilitata dal Limoncello industriale spacciato dalla proprietaria come appena fatto. Sembrava di bere Svelto Brillantante. Alcoolico. Intesa fatta di accenni di trenini, sguardi bassi di mogli alticce, confidenze alcooliche, eccetera. Tutto quello che vorreste aspettarvi da un capodanno in agriturismo.

Mancano dieci minuti a mezzanotte. Mi armo di un bicchiere di Svelto Brillantante, ed esco con la mia borsa di fuochi. Siamo io e la campagna. E quest’anno ho esagerato. Ho speso una cifra pazzesca, fidandomi del suggerimento del mio pusher di fiducia. Ho per le mani un razzo triplo con fontana inclusa. Che non ho capito cosa sia. Ma mi arrapa un sacco.

Di fianco a me compare una delle decane della tavolata napoletana. Simpatica nonnetta, mi dico. E’ venuta ad ammirare il mastro focaio. Inizio il mio spettacolo, studiando un crescendo di emozioni per arrivare al razzo triplo. Di colpo la nonnetta estrae dalla giacca una bomba carta e me la butta a sei metri dal naso. L’esplosione mi rincoglionisce. Lei ne approfitta per estrarre due razzi, infilarli nel terreno e spararli in cielo. Mentre mi riprendo, spara due fontane e un’altra bomba carta. In pochi secondi, una ventina di parenti la affianca e inizia quello che tecnicamente si chiama “percorso di umiliazione”. Sembra di stare al festival dei fuochi cinesi. Rientro nell’agriturismo deciso a finire tutto d’un fiato la bottiglia di Svelto e andare a letto.

Saranno sei anni che fumo, alle ventitrè e cinquanta sette, l’ultima sigaretta. E poi, a mezzanotte e quattro, la prima dell’anno.

Che poi, in fin dei conti, di buoni propositi non ne ho molti.

Piuttosto, nel mezzo di tutto il bordello della mezzanotte, mi ricordo sempre di tenermi un minuto, solo un minuto, per ringraziare. Per dire grazie. Mentalmente. A tutte le persone a cui lo devo.

Faccio finta anche io di avere un sacco di sms, e mi giro, blackberry tra le mani. Ma in verità penso, semplicemente, a tutti quelli a cui devo della gratitudine.

Che è una delle cose più belle dell’anno. Dirti grazie. Per una frase, per mesi di vicinanza, per un silenzio, per un bacio, per un sorriso, per un libro, per un pensiero. Grazie.

Un minuto solo. Poi rientro in clima trenino, e mi adeguo alla serata.

Grazie, per avermi fatto scoprire qualcosa quest’anno. Grazie.

 

Poi, finisce sempre che nel letto, per sopravvivere al mal di testa da prosecco+limoncello+grappa+spumante, penso a come vorrei vivere l’anno che è appena iniziato.

Amando.

Che è la cosa che mi viene meglio di tutte. O almeno, credo.

 

Brevissima lista delle cose per cui è valsa la pena di vivere nel 2012:

– La lettura di tutto lo scibile scritto di Don Winslow. 

– La statale che dal Colle Tenda porta a Mentone, fatta a rotta di collo, a maggio. 

– la scoperta dell’esistenza della Zuppa Yum They, a Hong Kong.

– Alcuni giovedì sera al Mom. Forse più per le persone che per i giovedì o per il Mom. 

– L’aver saltato, bellamente, tutto il cerimoniale del Salone Del Mobile, Fuorisalone incluso. Per un milanese è un grande traguardo.

– L’aver scoperto che un sorriso, se fatto dalla persona giusta, è in grado di dare molta più energia di tutte le principali sostanze eccitanti conosciute. 

– l’amore

– l’Amore

– il Piccolo. 

– il processo con cui si produce il Piccolo. Che se fatto con la persona giusta, anche senza l’obbiettivo di produrre un Nuovo Piccolo, è spettacolare. 

– Frank Turner. 

– la scoperta del Cashmere, dello Champagne, del Caviale Russo, della scarpa su misura, delle camicie su misura e di tutte quelle piccole abitudini che, stante così l’economia mondiale, non potrò mantenere molto a lungo. 

– Il tramonto sul mar Tirreno, dopo quel giovedì di folli mareggiate. 

– l’alba sull’Adriatico, dopo quella notte di insonnia sofferente. 

– alcune, non tutte, poesie di Guido Catalano. 

– alcuni, non tutti, dei miei deliranti viaggi.

– lo scrivere di notte bevendo, pur sapendo che la mattina dopo la riunione più importante del mese/trimestre/anno potrebbe venire compromessa. 

– l’Amore

In fondo, la lista non è finita. Pensare che è stato classificato come anno di merda. In fondo, anche negli anni di merda, ci sono un sacco di ottime ragioni per tirare dritto… 

 

Life is short fritz! Surf it 

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