Il calendario delle Pin Up

La testimonianza del fatto che non ho nulla da scrivere è nella fortunata serie di eventi che hanno accompagnato le mie placide festività natalizie. In compenso, osservando con studiosa attenzione, come mio solito, i termini di ricerca per i quali la gente finisce su questo blog, (in testa nel 2013 campeggia “fallimento agenzia Bradipo travel”, seguito a stretto giro da “pussy sul divano”) sono incappato in un post che ho scritto il 16 giugno, non so bene di che anno, davvero piacevole. Io odio rileggere quello che scrivo. Ma devo ammettere che, talvolta, è piacevole leggere qualcosa di scritto bene. Il post si intitola Stronzo Chi Legge. E qualcuno ha cercato su google “stronzo chi legge” ed è finito qui. Meglio di coloro che cercano “pussy sul divano”. A onor del vero, sono sempre meno quelli che arrivano qui cercando “il Nuovo Bradipo”.

Lo Shopping dei Ricchi

Un must delle mie vacanze, sempre e comunque, è la visita in banca. La mia banca è differente. In un mondo di banche online, di estratti conto via sms, di notifiche push, il sito della mia banca funziona mediamente un giorno su otto. Fare un bonifico richiede una preparazione pari a quella di un ingegnere meccanico. Il sito è bruttino, scarno, non immediato. In compenso, se chiami il numero verde ti chiedono settantotto codici diversi, il nome da nubile della zia di tua nonna, il tuo codice fiscale e altri sessanta dati sensibili ancora prima di dirti buongiorno. Quindi, ho pensato, se la banca non viene da me, io vado dalla mia banca. Mi sembra equo. In verità ho anche pensato di cambiare banca, ma mi richiederebbe troppa fatica intellettuale. Inoltre uno dei vantaggi inarrivabili della mia banca è che i consulenti sono estremamente tranquilli, mediamente demotivati, serenamente scazzati. Evitano di propormi polizze, glissano sui fondi di investimento indiani, non rompono i coglioni se, come succede, perdo il bancomat ogni venti giorni. Vado in banca due, tre, volte l’anno. La mia banca è in centro. Questo mi consola. Io vivo in periferia, dimenticato dalla Giunta e da Dio. Però ho una banca talmente in centro che quando ci vado mi sento parte di una grande cosa. Di un bene comune. Di una solidità piacevole, fatta di marmo lucido, fontanelle, lunghi colonnati, scrivanie in legno massello. Credo, a tutti gli effetti, di essere uno tra i più poveri correntisti della mia banca. Non so nemmeno perchè mi tengono come cliente.
In giro non c’è nessuno. La moto scoppietta allegramente. L’asfalto umido e freddo mi tiene sveglio. Arrivo in centro. Non c’è davvero nessuno. Suppongo che funzioni che in questi giorni gli abitanti del centro si trasferiscano in massa a ridosso delle Alpi.
Controllo la mia situazione bancaria. Firmo delle carte, accetto delle condizioni, controllo di non aver perso troppi soldi. Bevo un caffè, ed esco.
In centro, la mattina.
Passeggio per Corso Como. Entro nei negozi. Non dei negozi qualsiasi. I negozi di Corso Como. Provo una giacca da quattrocento euro. Un paio di mocassini da seicento euro. Osservo un casco da mille euro. Un chiodo di pelle, stile Easy Riders, mi fa capolino da una gruccia, insieme al suo cartellino. Mille euro.
Faccio, sottovoce, commenti estremamente classisti, estremamente banali, estremamente scontati. Niente che valga la pena di trascrivere. Nemmeno nella memoria.

Il Foruncolo

Ho un foruncolo. A Natale mi vengono i foruncoli. Credo sia dovuto all’azione congiunta della mia famiglia, del palinsesto Sky Cinema e delle ingenti quantità di cioccolato che ingerisco tra la Vigilia e l’Epifania. Un foruncolo solo. Sopra l’occhio destro. Grosso più o meno come il mio naso. Lo osservo allo specchio la sera. E da quel momento non sono in grado di vedere altro sul mio viso. Ho un naso grosso. Anche brutto, a quanto pare. Nessuna donna che mi ha amato mi ha mai detto: “hai un bel naso”. Nemmeno a me piace molto. Ho delle belle storie sul mio naso. Per uomini e per donne. Su dove io l’abbia infilato e su come me lo sia rotto. E’ un buon lubrificante di conversazioni, il mio naso. Ma non è certo un bell’oggetto di arredamento. Beh, questo foruncolo è visivamente più impegnativo del mio naso.
Funziona così, solitamente: passo un giorno intero tentando di non toccare il foruncolo in nessun modo. Ne osservo la crescita, stabile e costante. Poi, alla sera, opero armato di tutti gli utensili che trovo: forbici, pinze, estrattori, mensole, candele. E mi rovino la faccia. Sarà così anche questa volta, penso mentre mi specchio in una vetrina di un punto Vodafone.

Sei come la Mia Moto

Da dentro il punto Vodafone osservo i due vigili che gironzolano intorno alla mia moto. Conosco la procedura. Se adesso il legittimo proprietario, che sarei io, si avvicina, i due iniziano cordialmente con il chiedere documenti, libretti, certificati di nascita, attestati di frequenza, lauree e diplomi. Una situazione che, nella maggior parte dei casi, finisce male. Bisogna lasciare che i due si spazientiscano e si allontanino dalla preda.
Ergo, mi parcheggio di fianco a un gigante orso che tiene in mano una Vodafone Station, e osservo il nemico.
L’interesse maggiore per la mia moto è dovuto al fatto che è bellissima. Pensavo io.
Invece con il tempo ho imparato che le Forze dell’Ordine, in qualsiasi tonalità di divisa, adorano i piccoli particolari come l’omologazione degli scarichi, la mancanza di documentazione sullo splendido manubrio da bicicletta, il singolare clacson da camion appoggiato al telaio.
Non si fermano nemmeno un secondo sulla speciale collezione di adesivi, peraltro provenienti da California, Paesi Baschi e Cina. O, per dire, sui bendaggi termali che accarezzano gli scarichi fin dal motore. O, per dirne un’altra, sulle deliziose cromature dei raggi.
I due hanno un sacco di tempo.
Ma io non sono da meno.
Per passare il tempo mi informo sull’iPhone 5. Mi faccio fare un piano tariffario che include tutto. Tutto. Anche un servizio clienti dedicato. Mica come a me, che nella vita reale vengo sballonzolato tra paesi balcanici e sudamericani. Un servizio clienti dedicato. Quasi lo prendo. Il telefono. Giusto per avere un servizio clienti dedicato.
Ma i vigili se ne vanno, a passo spedito, inseguendo un maranza che ha appena parcheggiato sulle strisce il suo luccicante SLK.

La pila di libri

Sul mio comodino c’è, ordinatissima, una pila di libri. Rientrano nella categoria: da leggere.
Lo sto facendo. Adesso tocca all’ultimo Pennac. Mi piace avere dodici libri che mi aspettano. E come sapere che per un bel po’ avrai delle belle storie pronte, a venti centimetri dal tuo naso. Solo che pensando al naso, ripenso al foruncolo. Mi sono massacrato la fronte. Ho delle cicatrici enormi, in compenso del foruncolo non c’è più traccia. Leggo Pennac, facendo un po’ fatica. Fortunatamente ho un cuscino nuovo. Talmente scomodo che è fisicamente impossibile appisolarsi leggendo. Pennac era quello dei diritti dei lettori. Uno dei diritti era quello di interrompere un libro in qualsiasi momento. Ma voglio troppo bene a Pennac. Lo finirò. Leggo tantissimo e parlo pochissimo in vacanza. Questo mi piace. Meno a chi mi sta intorno.

L’Ikea

E’ sbagliato considerare l’Ikea come una punizione divina per l’uomo urbano. Anche perchè, fino a prova contraria, l’uomo urbano all’Ikea ci va deliberatamente. Giocandosi, nella maggior parte dei casi (eterosessuali), la cosa come un regalo. Un dolce pensiero alla consorte. Insomma, nella disperata speranza di un qualsivoglia rapporto fisico nella serata che segue la visita all’Ikea. C’è chi paga le donne in contanti, e chi paga le donne in tempo. Quelli che pagano in contanti, sanno quello che spendono. Quelli che pagano in ore, minuti, mezz’ore, non sanno mai cosa possono avere in cambio.
Io all’Ikea ci vado volontariamente. Non felice, per Dio. Ma volontariamente.
Rubo una matita, come tutti, e inizio a osservare le coppie che pascolano, nelle varie fasi dell’amore. Quelli che devono mettere su casa, pieni di speranze e di confusione sul reale utilizzo di un divano letto. Lui pensa che servirà per la suocera, quindi vuole quello scomodo ed economico. Ma non sa che, nel giro di meno di un paio di anniversari, ci avrà passato almeno una decina di notti. Converrebbe quindi quello comodo ed ergonomico.
Le coppie nel mezzo dell’amore, che comprano meccanicamente nuovi mobili per dare una ventata di novità alle loro vite. Ma l’amore non si arreda facilmente.
Le coppie sfinite, e quelle con il pancione. Le coppie di fatto e gli amanti che finalmente vanno a vivere insieme. Quelle armate di progetto, quelle armate di figli e quelle armate di suocere pedanti. Non mi dispiace l’Ikea. Mi trovo sempre con duecento euro di stronzate nel carrello. Ma è un prezzo che pago volentieri per osservare le fasi di arredamento dell’amore.
Finisco sempre a mangiare polpette con marmellata. Sentendo tutto il peso dell’omologazione di massa. Poi sparo qualche aneddoto che ho letto su qualche libro sul fondatore dell’Ikea che vive in povertà e sulla filosofia di assemblaggio delle Volvo. Aneddoti che non centrano nulla, ma che erano sullo stesso libro. E che quindi ricordo in quest’ordine.
Non esco mai dall’Ikea felice. Ma credo che, anche in questo caso, sia tutto nella norma.

Le Donne Nude

Ho molto tempo, rispetto ai periodi canonici dell’anno. Molto tempo, avendo un figlio e una vita sociale, significa che posso permettermi di oziare beatamente sul divano quando mio figlio è impegnato a dormire. Cosa che succede di notte, normalmente. Ma anche di pomeriggio. In questo infinito lasso temporale, fonte di un’inesauribile senso di libertà, mi godo qualche vizio. Solitari momenti di godimento. Negli ultimi giorni ho anche spento il cellulare.
Il rischio è di voler strafare. Come tutti i vizi, la moderazione è fondamentale per un pieno godimento. Come per tutti i vizi, voglio tutto e subito.
Prendo il Sole 24 Ore, lo apro, nello stesso momento metto l’iPad su un sito di customizer, francesi. In contemporanea, cerco su Anobii delle recensioni interessanti con l’iPod. E, per non farmi mancare nulla, metto il documentario sui Queen che volevo vedere da un pezzo. Voglio tutto e subito.
Poi, preso da un forte bisogno di mettere ordine nella mia vita, constato il fatto che la mia mail personale è piena zeppa di messaggi da leggere. Decido allora di fare ordine.
Poi ti chiedi come sia possibile che io non abbia nulla da scrivere.
Galleggio tra l’ordinare la casella mail e un giretto tra Banca e Ikea. Hai mai visto nulla di più ordinariamente suicida per una mente fertile?
Leggo messaggi vecchi di mesi, cancello stronzate, filmini divertenti, link mandati da sconosciuti, e poi incappo in una mail che prende la mia attenzione. Tanto da chiudere il Sole 24 Ore e fermare il documentario dei Queen. Proprio quando, tra l’altro, riesco finalmente a capire il ruolo di John Deacon nel gruppo. Pensavo fosse un imboscato, o un derelitto. Invece dietro a quelle improbabili magliette, a quei ridicoli short, a quelle inguardabili espressioni, si nasconde un fottuto genio, anticipatore dell’elettronica e salvatore del gruppo. Pensa, e io che pensavo fosse un coglione.
Beh, questa mail è di un amico. Diciamo di sesto grado. Amico di un conoscente di uno che io reputo un amico. Ha avuto il mio numero dal mio amico. Che di colpo diventa meno amico, anche se mi è oscuro come uno che ha il mio numero mi possa scrivere una mail. Beh, poi io, il mio numero lo do a tutti. In ogni caso, dice che ci siamo visti a maggio, a un raduno di moto. Che ci siamo parlati, di Pin Up e di tatuaggi. E che ci siamo detti che ci saremmo risentiti quando il suo progetto sarebbe partito. La cosa mi sa di losco. Io ai raduni di moto, generalmente, sono vergognosamente ubriaco e molesto. Le Pin Up e i tatuaggi sono cose adorabili, ma di cui non so assolutamente nulla se non una ordinatissima fila di luoghi comuni. Qualche luogo comune vale doppio, perchè è sui tatuaggi delle Pin Up. E poi io non ricordo di nessun progetto.
Qualche riga più sotto, la spiegazione del progetto è sotto i miei occhi. Ha realizzato un calendario con delle Pin Up. Dodici, ovviamente. Una per mese. Lo vuole vendere. E’ sicuro del successo di un calendario di Pin Up. Da me vuole, quando mi scrive ovvero tre mesi fa, un aiuto concreto perchè la cosa abbia risonanza nell’ambiente.
Per quasi un secondo e mezzo mi sento in colpa per aver letto così tardi di un amico che aveva bisogno di me. Poi mi rendo conto che non lo conosco. E non lo vorrei conoscere.
Le ragazze, in fondo, sono carine. Ma per me una qualsiasi donna vestita anni 50, con i capelli a nuvola e le scarpe di vernice tacco dodici è carina. Ma, cazzo, l’idea di un calendario con delle Pin Up. Che cazzo di idea sarebbe? E in quale cazzo di ambiente dovrei dare risonanza alla cosa?
Riguardo la ragazza di giugno. Mi sembra di conoscerla. O forse, avrei sempre voluto conoscere una ragazza così. Nell’incertezza butto l’allegato.
Rispondo chiedendo scusa del ritardo. E che, a mio modo di vedere, l’anno prossimo conviene focalizzarsi su qualcosa di più originale. Che so, un bel calendario con le donne nude.

Idiota.

Con questa vita, dimmi, cosa mi rimane da scrivere?

Leggo, lavoro, parto e ritorno. Come mio solito. Lo farò, nei prossimi due mesi, molto intensamente.
Peccato che ad accompagnarmi, non ci sia un delizioso calendario di Pin Up. Ma possibile che a nessuno sia venuta un’idea così?

Dio benedica le Pin up e i tatuaggi. E, ovviamente, le Pin Up tatuate.
E, già che ci siamo, le donne nude.
Il massimo, forse, sarebbe una Pin Up tatuata e nuda.
Ma forse chiedo troppo.

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