Sesso, Droga e Folk Contemporaneo

Ti osservi allo specchio. Già questa è una novità abbastanza singolare. Pensavi lo specchio in bagno servisse solo come oggetto di arredamento. Adesso è l’unico strumento per monitorare la comparsa di peli, neri e ispidi quanto solitari. Foruncoli, minacciosi, in massa. Cambi due numeri di scarpe l’anno. La giacca a vento dello zio Alfredo non va più bene. Senti perennemente caldo. Ti senti pieno di energie, stanco, emozionato, apatico, freddo, coinvolto, allo stesso tempo. Di colpo, compaiono nel tuo universo, sfondando la porta principale, questi esseri deliziosi che il resto del mondo chiama femmine. Che non sai bene a cosa servano. L’odore, o forse i modi, o forse i capelli lunghi, ma senti una incredibile attrazione per queste piccole gocce di paradiso.
Contemporaneamente, nelle parti basse, in zona mutanda bianca sudata, succede il finimondo. Il coso, che la mamma ancora chiama “pistolino”, è diventato ingestibile. Si gonfia in modo preoccupante, nei momenti più disparati e nei luoghi più impensabili. A farti buona compagnia c’è tutta la classe di catechismo, che versa nelle medesime condizioni. La condivisione del problema, come per tutti i problemi della vita ma non lo sai ancora, non serve a una beneamata minchia. Ma, a proposito di minchia, per lo meno ti senti meno solo. Scopri, di colpo, di avere un fortissimo bisogno di stropicciarti il coso. In continuazione. Gli esiti dello stropicciamento sono differenti. Gli argomenti di stropicciamento sono quasi sempre gli stessi. La signora del terzo piano, Martina, la figlia della panettiera. A un certo punto, lo stropicciamento entra nello scorrere delle giornate, diventandone parte integrante. Ti ci vorrà qualche anno, per capire che la signora del terzo piano è oggettivamente solo una normalissima signora. Di una certa età, e con un fisico dimenticabile come una canzone dei Modà. Ti ci vorrà qualche anno per capire anche come gestire il coso in maniera utile, forse non profittevole ma perlomeno sociale. Martina, una sera, finirà appoggiata al muro dei bagni di una discoteca. Un casino di liquidi scambiati tra sudore, saliva, vodka e altro. Niente di memorabile. Se solo pensi al monte ore che hai dedicato a Martina tra i tredici e i quindici anni, ti vorresti tagliare le mani. Con la corretta gestione del coso, ne comprendi anche il valore aggiunto. Un arnese di estrema semplicità, dall’immediata comprensione e adatto a molti usi. Se poi paragonato alla cosa, e alla complessità infinita di tutto quello che le ruota attorno, ti rendi conto di essere veramente fortunato. Un fortunato portatore di pene. Dalle tue personali ricerche in classe e in palestra, sei normo dotato. Nella media. Stranamente, mentre i piedi e le gambe si allungano, il coso resta di una dimensione simile a quello della maggior parte dei tuoi compagni. Le diverse scuole di pensiero sulla misurazione, con il fratello di Martina (ah, se solo sapesse!) che inizia a misurarlo da molto indietro e i due gemelli della terza F che lo misurano con il compasso, non ti interessano.
A un certo punto, smetti anche di partecipare alle misurazioni di massa. Anche perchè non c’è verso di farlo crescere. La tua attenzione verso le femmine e il loro universo, muta inesorabilmente. Non sono più un mistero magico. Adesso sono due tette. Solo tette. Ovunque. Passeresti ore a toccare tette. Sei disposto a passare sopra a molti altri aspetti, come l’alito di Susanna Pedretti, Quarta E. Due giganteschi meloni, rotondi e gonfi. E un alito da asfalto condito con sudore. Le tette. Pensi alle tette e scopri che la signora del terzo piano non ne ha molte. Non capisci nemmeno come sia possibile che, per tutte quelle ore, tu le abbia dedicato le tue attenzioni. Invece la vigilessa di quartiere, quella si. Anni, terribili, passati alla disperata ricerca di tette.
Hai anche imparato a baciare. Lo trovano, le femmine, necessario e bello. Limonare. Fino alla perdita di sensibilità delle terminazioni nervose della bocca. Avevi paura delle malattie ma Rocco, a catechismo, ti rassicura. Lui limona da molto tempo e ha un amico che ha limonato addirittura con la suora. Limoni per interi pomeriggi, massaggiando tette e respirando affannosamente. L’effetto sul coso è drammatico. Sembri un vulcano pronto ad eruttare. Un Vesuvio in carne e ossa che deambula per la città. Poi, in una primavera calda e accogliente, ti rendi conto anche dell’esistenza del resto. Il resto smette di essere il resto. Diventa il centro. Di tutto. Rispetto e venerazione, che con l’autunno e l’inverno diventano attesa e desiderio. La seconda primavera non la passi indenne. O per lo meno lo speri. Tu e il tuo coso. Che ormai, detta legge.
Ascolti, pazientemente, tutta una serie di deliri umorali sul momento giusto, sull’occasione giusta, sull’uomo giusto. Ascolti, ma non recepisci. Tu devi arrivare li. Dentro. Questione di vita o di morte.

Ecco. Questo succede circa nell’arco di sei o sette anni. Precoce o meno, finisci in questo stadio proprio mentre le versioni di latino si fanno più complesse, il motorino diventa una necessità e tuo padre inizia a piazzarti discorsi imbarazzanti sul diventare uomo.

Il tuo coso, da operoso coinquilino è diventato prima un assoluto protagonista e adesso una valida spalla su cui contare. La produzione di peli si è fermata, riesci anche ad avere una quasi barba sul mento. La conquista dei foruncoli si è arrestata e anche la crescita dei piedi.
Cominci anche a capire come funzionano le femmine. E ti piace anche.

Quello che non sai, caro il mio adolescente, è che mentre tu vivi incentrando la tua esistenza sugli apparati genitali tuoi e delle tue amiche, tutto intorno ti scorre una deliziosa vita.

Che poi dopo, per questa dedizione agli apparati genitali, che scoprirai sempre molto attiva nel corso degli anni, ti accorgerai di esserti perso altre cose. Ma è il gioco della vita.

Akunamatata

Mi sento in dovere di dirti, semplicemente perchè ci sono passato anche io, ed uscito quasi indenne, che quella è l’età migliore per sognare liberamente. Senza nessun limite.

Ovviamente, quando il Piccolo dovesse mai iniziare con l’uso massiccio del coso e tutti i vari stropicciamenti spero caldamente di essere in grado di farmi, manco a dirlo, i cazzi miei. Evitando i polpettoni morali sul diventare uomo. Parlare a un piccolo uomo seguace di Onan del diventare uomo credo sia uno dei retaggi psico cattolici più brutti che abbiamo.

Forse al Piccolo non dovrei nemmeno dire nulla sul resto. Sulla cosa. Sui pericoli che la cosa nasconde. Da cosa nasce cosa. Ma la cosa, e l’osceno strapotere che eserciterà sul Piccolo, non dovrebbero spaventarmi.

Oggi osservavo una coppia di quindicenni, con quegli osceni jeans aderenti e quelle barbare sneakers alte e colorate. Fumavo aspettando il mio turno in Posta. Lui, giustamente, osava cercando di superare le barriere architettoniche del piumino di lei. Lei, giustamente, faceva finta di non volerlo. Sarei stato ore a guardare. Anche per capire. Ormai, qui si potrebbe parlare di confronto generazionale.

Ma forse, alla mia età, con la mia barba, il cappotto e il maglione sgualcito, è saggio ritirarsi in un bar per un caffè.

Sono andato verso l’ufficio, ricordando divertito le terribili estati di stropicciamento del coso.
E, rapidamente, a quante cose abbia fatto per la cosa.

Che poi non c’è niente di male. A fare cose per la cosa. E che, prima, dovresti avere chiaro che stai lavorando per il tuo coso. Ci sono state date molte cose. Ghiandole, organi, tessuti, ossa. Splendida orchestra. Ma la lucidità di capire quando stai semplicemente facendo cose per la cosa, quella non è di serie.

E’ un optional molto caro.

Nota del traduttore: si, chiamarli cosa o coso è infantile, immaturo, forse anche noioso. Ci sono, correntemente, quarantasei lemmi per indicare il pene. In una lingua nella quale abbiamo solo una decina di sinonimi della parola morte (decesso, dipartita, trapasso…), usiamo correntemente quarantasei sinonimi per la parola pene (cazzo, verga, membro, affare, mazza, fallo, piffero, pisello… minchia). Il cazzo è dunque più importante della morte? D’Annunzio, che ne sapeva parecchio sia sulla lingua italiana sia sull’uso originale e innovativo del cazzo (suo e di amici), aveva sottolineato che sono molti gli uomini che si sentono più rilassati dando un soprannome al proprio pene, durante gli incontri amorosi. Quarantasei modi, più i soprannomi. Ma coso era la miglior scelta. La cosa (sorca, fregna, vulva, figa, passera, vagina, topa, bernarda, gnocca) era il più dolce dei modi per chiamarla.

Non me ne vogliate.

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