se vuoi colpirmi, fallo (Lambrusco, zanzare, Pop Porn)

Se vuoi colpirmi, maledetta solitudine, fallo nel modo più duro possibile.
Lo sbirro, francesce, che mi pascola attorno da due minuti vuole il suo gioco. Il suo gioco sono io. Seduto per terra, gioco con la cravatta, osservando un sole enorme spuntare sopra il tetto del Terminal 2, in mezzo alle nuvole che portano neve, nero, freddo. Lui vuole fare il suo lavoro, io finire la mia birra in santa pace. Odio la birra. Se per questo, anche la pace. Finalmente, mi si avvicina deciso. Arroganza, decisione e mancato studio delle possibili conseguenze, lo rendono uno sbirro mediocre, un uomo potenzialmente pericoloso per se stesso. Il fatto che io sia seduto per terra, lo pone in una stupida superiorità fisica che lo lascia avvicinare troppo. Potrei colpirlo, con forza, sui coglioni. Alzarmi di scatto, togliere il bottone della sicura, prendere la pistola, puntarla dentro la sua cazzo di bocca, sparare. Quaranta secondi, a spanne. Se aggiungi che tiene la mano destra in tasca, preghi che nessuno abbia davvero bisogno di lui in situazioni pericolose. Che Dio, o il Governo, lo mandino a dirigere il traffico in uno dei sobborghi di merda che puntellano la campagna attorno a Parigi. Mi chiede se la valigia a venti centimetri da me sia mia. Rispondo di si. Cerco di essere più scostante possibile. Non ho un cazzo di meglio da fare, e mi stava prendendo una malinconia assurda. Mi chiede se sono in partenza. Rispondo di si. Sorseggio birra in lattina. Sa bene di non potermi dire nulla, sul fatto che io, in giacca e cravatta, sia seduto per terra, bevendo birra e fumando. Non c’è nessuna legge, se non quel codice accomodante di stereotipi per i quali, bianco e in cravatta sto meglio nella Sky Lounge al primo piano. Ma io voglio stare qui. Che si fottano i tuoi cazzo di stereotipi, la tintoria, il principio di congelamento alle natiche. Sembra convinto.
Si allontana. Torneranno. Sono cani sciolti, addestrati a identificare situazioni che escano dalla lunga lista di accomodanti stereotipi. Provo a dimenticare perchè la malinconia mi stia prendendo, osservando la mia ombra allungarsi sul marciapiede.
Se vuoi fottermi, maledetta nostalgia, fottimi forte, adesso, qui. Sono pronto, la mia birra è pronta. Abbiamo tempo sufficiente per combattere, se lo vuoi.

Per sicurezza, mi alzo, osservando compiaciuto come i miei arti inferiori, seppur presi da un principio di congelamento che, arrivato ai coglioni, mi impedirà di pisciare per i prossimi tre giorni, funzionino perfettamente. Cammino come se mi avessero infilato un dossier bancario tra le chiappe. Mi stanno alle spalle, e urlano: ” se cade il faldone ti sparo nella schiena”. Per questo cammino così. Entro, ordino vino rosso. Lo pago più o meno quattro volte il suo valore reale di mercato. Prendo la mia bottiglietta, recupero un giornale con la foto, gigante, del Papa, da una panchina e ritorno fuori. Filtrato dal giornale, il freddo dovrebbe arrivare più tardi. Filtrato dal vino, il dolore dovrebbe fare meno male.

Osservo tutto il mio carattere reagire. Ma voglio lasciare spazio alla nostalgia. E’ un sentimento stupendo. Il dolore del distacco. E’ quello che tutti dovrebbero provare, se staccati da quello che dicono di amare. Invece, troppo spesso, è il sollievo, la liberazione di un momento, una breve fuga. La nostalgia è il cuscino su cui dorme la sicurezza dell’amore.

Comincio ad essere stanco della vita che faccio. O, stanco della vita che non faccio.

Sono sveglio da troppe ore. Mi sono addormentato cercando in televisione un canale argentino. Per capire cosa cazzo dicessero del nuovo Papa. Stanno, i canali sudamericani, come il SudAmerica, in fondo, alla fine dell’elenco. I canali francesi, la CNN, la BBC, Rai1, che Dio me ne scampi, reti locali, spagnole, svizzere, tedesche, inglesi, americane. Un canale brasiliano. Un altro canale, capisco la lingua, a tratti. Dovremmo esserci. Credo si tratti di uno di quei porno che poi non sono porno. Quelli che ti tengono in sospeso per un’ora e venti, con storie di una morbosità incredibile, sempre annegate in un lusso americano, ma con contesti caraibici. Incredibili maiale, silicone su pelle talmente abbronzata da essere abbrustolita. Stupefacenti palestrati, con muscoli in sequenza perfetta, pettinature nazi nostalgic e modi bruschi e violenti. Lo stereotipo del porno pop. E preliminari talmente lunghi da far supporre irritazioni vaginali e ustioni di secondo grado sullo scroto. Limonano e si strusciano per ore. Ansimando come vecchi alpini all’uscita da una sagra. E poi, si vedono due dita di pelo, un pezzo di pene, muscoli in penombra. E via. Il genere di porno che io chiamo Pop Porno. Fanculo la Pop Cultura. E che mi vieto di guardare, in nome della mia dignità, della mia stima a Brazzers, e del fatto che l’onanismo in albergo con supporto video in chiaro è l’anticamera della frequentazione di prostitute di basso costo in sobborghi male illuminati. Non credo in questa fine. Non credo nei canali in chiaro. Non credo nei sobborghi male illuminati. Non credo che un canale argentino, con l’elezione di un Papa argentino, possa trasmettere il soft core per segaioli via cavo. Ma potrei sbagliarmi. I canali seguenti sono cinesi. Resto con il dubbio, mentre cado in un sonno tremendo. Una stanchezza epocale. Sono già stanco per il giorno dopo. Mi sveglio con quel cazzo di suono di chitarra, in un buio totale, a circa ventinove gradi, secchi come se fossi stato trasportato in un ranch Texano in pieno agosto. Balle di fieno che rotolano, polvere, e Bush Jr. che mi osserva con il suo cappello. Ho dimenticato di lasciare un po’ di luce tra le tende, cambiare la suoneria e spegnere il riscaldamento. Staccare il labbro superiore dalla gengiva richiede l’ausilio di un taglierino. La televisione accesa, trasmette, finalmente, uno speciale sul Papa. Spengo. Accendo la radio. Cnn. Doccia. Barba. Routine consolidata. Nove mattine su dieci. Quanto vorrei, cazzo, che tutta questa routine venisse distrutta da un bacio inaspettato, da un sorriso, da un cazzo di segnale che qualcosa sta andando nel verso giusto. Penso mentre mi vesto. Mi guardo nello specchio, mentre ordino al telefono la colazione. Vorrei osservarmi nello specchio mentre due braccia mi prendono da dietro, chiedendo amore immediato. Vorrei non dover constatare che questa solitudine, che questa routine, che questo ritmo, siano segnali chiari, evidenti.

E’ da questa mattina che bussi, fottuta nostalgia. Odio ammetterlo, ma questa sera voglio farti entrare.

Mi siedo qui, se vuoi colpirmi, fallo.

Farà meno male, sapendo che non è tutto finito.

L’aereo sbatte giù il muso, su una serie di puntini gialli, che devono, a spanne, essere il Piemonte. Ci sono le stelle. Ho viaggiato in prima classe. Su un volo di un’ora e sedici minuti. Diviso dai comuni mortali da una tenda di acrilico e quattrocento euro di biglietto. Ho bevuto vino rosso. Ancora. Per lasciare che la nostalgia facesse il suo sporco lavoro. Era una vita che non bevevo lambrusco. Era una vita che non ammettevo la sconfitta. Era una vita che non…

Arrivo, in meno di un’ora, al Mom. Mi appoggio alle chiacchiere, al vino, ancora. Meno dolore.

Nostalgia è una parola stupenda. Origine greca, conio svizzero. Un medico che costatava nelle truppe mercenarie il dolore della casa. Il dolore del ritorno. Nostos Algos.Come tutte le patologie dolorose, si presenta infiammandosi. La fase acuta. Solo il rhum può lavorare, antibiotico dell’anima, su questo dolore.

In fondo puoi soffrire di nostalgia solo se hai un posto dove tornare.
Un posto che spesso, sono mani, labbra, respiri.

La casa.

Illazioni su scrittori emergenti

Tre cose

Uno:
Vivo da beat in un mondo fottutamente pop. Ho appena finito di scrivere il primo racconto del 2013. Il migliore dal 2008. Almeno credo, perchè l’unica copia di quello scritto nel 2008 è andata a Fernanda Pivano, che mi ha risposto con un laconico: “grazie mille”. Ho la sua risposta, nel comodino. Come tutte le lettere delle donne che ho amato. Ma non ho nessuna copia di quel cazzo di racconto, visto che mi è stata rubata, insieme al computer, mentre dormivo in spiaggia. No, non porto il computer in spiaggia. Ero semplicemente fuggito dall’ufficio, un pomeriggio di Giugno, a bordo del Generale Buendia, splendida trentenne teutonica che ha avuto il merito di essere stata la mia prima moto, la moto più comoda che abbia mai avuto, la moto più fighetta, la moto più stabile, e la moto con i bauletti più capienti che io abbia mai visto. Solo che i bauletti, come suggerisce il termine, servono per chiuderci dentro le cose. Non appoggiarci sopra. Chiuderci dentro. Beh, si sono portati via il computer, il racconto, una manciata di poesie, e sessantaquattro bestemmie differenti, scandite nel tragitto tra Genova Nervi e Assago, poco prima che ricostruendo l’accaduto capissi che Dio non c’entrava nulla. Il coglione ero io. Spesso nella vita, ricostruendo le cose, capisco di essere io. La causa. Il coglione. Fidatevi, Dio non c’entra quasi mai, quando si parla di cagate.
Beh, quando scrivo, mi prosciugo. Letteralmente. Seguono, solitamente, due o tre settimane in cui ho bisogno, un bisogno feroce, di ascoltare, leggere, mangiare, bere, ottime cose. Per questo non farò mai lo scrittore professionista. Non riuscirei mai a mantenere il mio costoso stile di vita con i proventi di un libro. Specialmente le tre settimane che seguono la fine della stesura.

Due:
Passeggiavo tra gli scaffali della libreria, senza trovare nulla di interessante. Che è come per un cocainomane passeggiare tra le piantagioni in Colombia e non trovare nulla da infilarsi nel naso. Sembra strano, ma è così. Poi, scavando nell’immondezzaio della Top Ten, ho trovato, appoggiato in disordine: “mancarsi”. Che è l’ultimo libro di Diego De Silva.
Una sera, sette anni fa, o qualcosa del genere, ho sentito De Silva leggere un pezzo di un suo racconto. E mi sono innamorato. A prima vista. Finalmente, dopo quasi una settimana che mi porto il libro in giro per l’Europa, posso iniziarlo. Ha dormito con me in quattro letti differenti. E’ ora di fare altro, baby.
De Silva ho iniziato a leggerlo in un periodo molto strano della mia vita. Ero in California, e mi ero portato tutta la saga Bandini, da leggere. Per il semplice fatto che, dove stavo io era esattamente dove stava Bandini. E per il semplice fatto che, tolto Kerouac, ho divorato tutta la Beat Generation.
Mi hanno plasmato, mi hanno cambiato, mi hanno insegnato a scrivere. Speriamo non a vivere, visto come se la sono passata, tra tutti. Per dire quanto la cosa sia seria, ho pianto davanti alle vetrine della City Light Bookstore, e mi sono fermato in mezzo al Big Sur, nella casa di Miller, per un minuto di silenzio. Fatelo. Non fermarvi nella casa di Miller. Il Big Sur. E’ una delle strade più belle d’America. C’è il Pacifico, ci sono le otarie, ci sono i sentieri, le spiagge, le curve, i pini, il silenzio. Si può fare l’amore quasi ovunque, nel Big Sur. Dopo San Francisco, Sausalito, e il Big Sur avrete un’idea molto diversa del concetto “stupido capellone del cazzo” o anche del concetto “beat comunista di merda”.
Beh, dicevamo: finito Bandini ero preda della grande depressione che ogni libro di Fante lascia dietro di se. Guardavo la sua foto, ricordando la sua storia. Maledetto beat, divorato dal diabete, dalla fame, dalla sete e dalla moglie. Avevo bisogno di ridere. E De Silva mi ha fatto ridere.
Gli voglio bene, per questo.

Tre:
Il racconto è scritto davvero bene, in ogni caso. Ha la metrica giusta, la punteggiatura giusta, il senso giusto, ed è un’ottima storia. Ve lo darò in pasto presto. Se ne volete una copia firmata sulla seconda di copertina, con dedica, scrivetemi. E’ una cosa che faccio per i miei fan. Facevo, visto che l’unica che me lo chiedeva era mia nonna, quando le portavo le poesie che scrivevo su di lei. Ma posso ricominciare a farlo.
Mi tocca ripartire. Come sempre.

A presto.

PS: De Silva, Baricco, Hornby è una tripletta quasi assicurata.

Finisce sempre così

Approssimativamente, nel vostro cervello ci sono ventotto miliardi di neuroni. Ognuno di essi è capace di sviluppare un milione di informazioni. Ogni secondo siamo in grado di maneggiare trenta milioni di informazioni. Numeri.
Il cervello di un uomo è uno degli organi più splendidi e meno utilizzati che esistano al mondo. Su come il cervello funzioni non desidero tediarvi. Per compensare le lacune dovute agli scadenti studi universitari (nulli, più che scadenti. L’unica informazione chiave che ricordo di aver appreso riguarda la capacità di distinguere tra un vero spacciatore magrebino e uno sbirro trasandato in borghese), ho dovuto far di necessità virtù. Ovvero, sviluppare più velocemente degli altri alcune capacità e tenerle ben allenate. Eseguendo un lavoro non fisico, reputavo inutile sviluppare bicipiti, tricipiti e addominali, e ho puntato sull’organo che più mi serviva: il cervello. E ho scoperto un piacevole sottobosco di santoni, profeti, coach, predicatori, imbroglioni, semplici teste di cazzo, ma anche un ragguardevole numero di validi personaggi che solitamente vengono parcheggiati negli scaffali delle librerie sotto la voce: “management”. Qualsiasi sia il vostro preconcetto su questo genere di letteratura, è sicuro che le neuroscienze rappresentino oggi una frontiera molto importante. Il fatto che la vostra reazione a questa frase sia stata la stessa che un labrador adulto ha di fronte al muoversi di una foglia di una pianta d’appartamento, ovvero quel docile stupore idiota e molto tenero, non vi esula dall’essere pienamente coinvolti in questa nuova frontiera. Non confondetevi, quando usate le vostre scarpe da deserto, le Clark, sotto la pioggia battente d’inverno, oppure quando usate scarpe tecniche da pallavolo per lo struscio del sabato pomeriggio in centro, siete semplicemente succubi di mode e tendenze, o diversamente degli idioti. Ma le neuroscienze, i santoni e i professionisti, sono molto usati per capire cosa vi piace, come farvelo piacere, quando farvelo piacere, e come smettere di farvelo piacere. Niente di segreto. Avrete comprato il libro “è facile smettere di fumare, se sai come farlo”. E avrete smesso di fumare. Bravissimi. Avrete percepito un desiderio delizioso di America, di uomo, di pettorali, di WASP perfezione, sentendo nell’aria il profumo di Abercrombie. Bravissimi. E, senza farvi troppe domande, avrete trovato delle costose creme idratanti e lenitive vicino alla corsia dei detersivi. Bravissimi. Noccioline per scimmie.

La vostra mente, il vostro cervello, insieme al vostro cuore, sono due organi dal potere impressionante. Cosa direste nel vedere un amico che si prepara a una maratona facendo solamente addominali? Beh, che forse è deliziosamente idiota. Ovvio che gli addominali sono parecchio importanti per un maratoneta, come anche i dorsali e tutti quegli altri muscoli che non so come si chiamano perchè non li ho. E anche correre, probabilmente, è una cosa importante nell’allenamento di un maratoneta. Probabilmente più degli addominali.

Ecco, questo è il punto. Per prepararvi a vivere, vi massacrate di palestra. Avete addominali scolpiti, culetti marmorei evidenziati da tacchi vertiginosi, bicipiti gonfi che esplodono nelle magliette di due taglie meno. Dimenticando che forse il cervello e il cuore sono discretamente importanti, per questo tipo di maratone. Deliziosi idioti. Bellissimi, perdio. Perfetti, idratati, lampadati, depilati.

Vi adoro per questo.

Tutto questo cappello introduttivo per una semplice constatazione di fatto sugli ultimi tre giorni.
Estremamente difficili per una lunga seri di ragioni, poco poetiche ma molto interessanti.
Ho in testa questo racconto su due amanti, e sulla loro follia. Sull’amore. Vorrei un racconto in bianco e nero. Per non rovinare la bellezza di lei, per lasciare tutto in un passato sospeso. Per scrivere questo genere di cose ho bisogno di alcuni elementi: mente libera, alcool, ambiente giusto, pazienza. E sono tre giorni che mi inseguo. Anzi mi inseguono lui e lei. Perchè non riesco a scrivere di loro. Lei, con questo abito appena sopra il ginocchio, e questi capelli che si appoggiano ai riflessi della luce, mi sorride, ma si vede che è impaziente. Lui, mi guarda fumando, appoggiato a una vetrina di un negozio di orologi. Da cui parte tutto. Quel negozio di orologi, appena dentro a uno dei vicoli del centro. Uno di quei posti che non sai se c’è finchè non lo cerchi sulle Pagine Gialle. Per regalarle un orologio. Quale regalo migliore al mondo: il tempo. Lui vuole regalarle il suo tempo. Ecco, è tutto pronto.

Ma:

L’idiota Emotivo
Sapevo di avere davanti una persona emotivamente instabile. Ma non credevo diventasse una minaccia alla mia tranquillità. Quel genere di minaccia molto fisica, che mi provoca una reazione molto rabbiosa che gli amici scambiano spesso per “eccesso di personalità” (ah, Franz, sei davvero strano, sei proprio fatto così..). Ecco, lei mi fissa per qualche istante e poi mi dice, con le pupille dilatate: “volevo solo farti presente che ci sono rimasta male che non sei felice per questo contratto”. Ok, penso. Calmati. Respira. Esci. Fuma. Cosa, esattamente, in un contratto di fornitura, dovrebbe rendermi felice? Che cos’è la felicità? Cosa dovrebbe portare la mia mente a provare piacere nell’osservare che hai semplicemente eseguito le tue mansioni lavorative, brutta sballona emotiva del cazzo? Idioti emotivi, estremamente felici per un contratto.

La Ballata del Malinconico

L’idiota emotiva mi ha costretto a una improvvisa ritirata con un collega di comprovata serenità emotiva e intellettuale, in questo ristorante che non ha nessun particolare pregio se non quello di essere irraggiungibile. Non solo dai disabili fisici, visto che ha una scalinata a chiocciola da dare il vomito e larga meno di mezzo metro prima dell’ingresso, ma anche dai disabili emotivi visto che è nascosto dentro due vie anonime, in un pezzo di Madrid che sembra disabitato. Fanno un baccalà che fa godere. Ma credo sia surgelato. Anche il vino è abbastanza scadente. Fuori piove. Madrid con la pioggia è bellissima o bruttissima. Perchè Madrid è sempre tutto e niente. Ecco che il mio collega, che credevo di comprovata stabilità psicofisica, mi entra a gamba tesa nel mezzo di un pensiero leggero sulla pioggia e su Madrid, con uno psicopippone sull’infelicità. Oh cazzo. Ormai non ci si può fidare più di nessuno. Fingo di interessarmi mentre cerco di capire se Madrid sia una buona città per ambientare il racconto. In fondo, dopo Milano, è la città che conosco meglio. Di colpo vengo aspirato nel discorso del mio ex collega. E tutto arriva, tutta questa malinconia, su una donna. E’ colpa di una donna. Tipo che se perdi la maratona è colpa degli addominali. O porco cazzo. Ordino del rhum. Che si fotta il pomeriggio. Qui c’è grande confusione. E non sono certo io la soluzione.

Sei Gradi Di Conoscenza

Rientrato dal pranzo, mi ritrovo in una riunione che promette bene. Conflitto, aggressività, violenza verbale, tensione. C’è sempre da imparare da tutti. Questa è una regola d’oro. E come tutte le regole d’oro, mi guardo bene dall’applicarla. Ma, quando gli esseri umani adulti entrano in conflitto, animandosi fino alla rabbia, alla violenza, all’infarto, per ragioni spesso stupide come manciate di euro di commissioni o parcheggi rubati, io adoro osservare questi piccoli fallimenti da attento spettatore. Non mi piacciono i bambini che litigano e la lotta delle donne nel fango. Ma sono spettacoli facilmente evitabili a patto di non frequentare giardinetti e YouPorn.
Il volume della voce sale subito. Adorabile. Iniziano a partire i primi comportamenti non verbali esplicitamente aggressivi, le prime sudorazioni non controllate, e gli sguardi taglienti. Figo. Poi, purtroppo, rientrano tutti nei ranghi. Peccato. Allora salta fuori questo venditore. Che seguo da parecchio tempo. Per due ragioni: l’uso sconsiderato di gommina sui capelli, e l’associazione tra camicie a quadretti e cravatte a righe. E se ne esce con la storia dei sei gradi di separazione. Porco il cazzo. La storia dei sei gradi di separazione. Sono mesi che me lo ripropongo, ma adesso diventa urgente. Devo tassativamente chiarire quale sia il mio potere in questa filiale. Devo capire a livello contrattuale cosa mi sia concesso fare. Che ne so: produrre sentenze di morte, proclamare editti, suggerire strategie. E’ ora che io chiarisca questa cosa. Perchè, porco il cazzo, uno così scemo deve essere escluso da qualsiasi organizzazione vincente. Mi sale, pontente, un forte senso di sconforto.

La Mia banda Suona il Rock

Passeggiando sulla Gran Via, godo del movimento, delle vetrine, dello struscio, e riesco anche a rilassarmi. Perfetto. Mi infilo in un posto sicuro, il cinese di fronte alle puttane russe. Sono sicuro di questo posto. Nulla mi può disturbare. Nessuno, con un intelligenza appena superiore a quella di una cocorita, verrebbe a mangiare qui. Ho anche bidonato un pedante collega. Mangio. Bevo. Sono pronto. Sono carico. Posso scrivere. Ecco che ritorna lei. E il suo abito, e i suoi capelli. E i suoi occhi. Cristo, dovreste davvero vederla, per capire la bellezza. E lui, che adesso passeggia, con l’orologio chiuso in un sacchetto. Tra poco è il compleanno di lei. Quante infinite variabili ci sono in una storia d’amore?
Arrivo in hotel. Accendo il pc. Sono pronto. Apro una bottiglia di vino. Sento la loro storia cadermi addosso. Sento la loro voglia morirmi dentro. Sento l’attesa, sento tutto questo. Vedo lei, camminare verso il suo ufficio. Già da come cammina, si potrebbe capire la sua perfezione. Si potrebbe capire perchè arriva la primavera. E lui, che ritorna a sedersi. Questa volta su una panchina. Da solo. Insieme a troppi pensieri. Ma ecco, che.
Ecco che. Ecco che cazzo succede? Sento la mia stanza profondare in un Sultan Of Swing suonato male e troppo veloce. Ma dove cazzo sono? Apro la finestra. Un consesso di frikkettoni spagnoli si è assembrato sotto la mia finestra. Suonano e cantano. Sulle prime la prendo bene. Suppongo tendano a spostarsi, insieme ai loro ridicoli jeans aderenti e alle loro donne. Credo si tratti di un tipo di animale non stanziale. Ma non lo posso sapere con certezza. Vivo in periferia. E gli unici sotto le mie finestre, normalmente, sono i vicini di casa. Che non sono frikkettoni. E non hanno chitarre. Partono i Beatles. Mi accendo una sigaretta e finisco il vino. Suonano proprio male. E cantano pure peggio. Alcuni hanno anche dei tamburelli. Credo si chiamino cembali. Provo a chiudere le finestre. Ma li sento dentro. Come se fossi con loro. Provo a mettermi a letto. Con un libro. Niente. Decido di fare la cosa più odiosa di tutte. Quella cosa che dimostra non solo che sono vecchio, ma anche che non mi so più divertire. Scendo in strada, deciso a interagire con uno di essi. Nonostante ci dividano numerose fasce di reddito, e la capacità di associare i colori primari senza creare disagi visivi mischiano verde, giallo, nero e rosso tra un golf e un paio di pantaloni, credo si possa negoziare qualcosa. Cerco di identificare il maschio dominante. Ma mi rendo conto che è impossibile fermarli. Sono presi dall’estasi. Adesso siamo ai Nirvana. Che suonare male i Nirvana, occorre davvero tutto l’impegno del mondo. Mi fermo a pochi passi dal primo chitarrista. Mi accendo una sigaretta. Che giornata di merda. Mi avvicina una donna del branco. Mi chiede da accendere. Accendo. Mi sorride ringraziandomi. Ricambio. Mi fissa e mi chiede due euro. Prego? Se hai due euro? No. Una sigaretta? Mentre rollo una sigaretta per la mia nuova amica scroccona, lei si dondola sulle note dei Green Day. Le do la sigaretta, lei mi ringrazia e mi dice: sembri tanto stanco. Rilassati, fratello. Con la musica, fratello!

Suppongo non sia impossibile, sopravvivere nelle carceri spagnole dopo una condanna per omicidio. Chissà se esiste l’attenuante dell’aver ucciso un gruppo non capace di suonare i Nirvana.

Mi sdraio nel letto, sospirando.
Troppa roba pure per me.
Troppa.

E’ facile smettere di pensare, se sai come farlo.

Amamilano

Aspettate un attimo.
Sono nato in un quartiere abbastanza popolare, palazzi disordinati nei colori e nelle altezze, appena fuori dalla prima circonvallazione. Sono nato tra i rumori dei vecchi tram e del traffico, e delle lingue di erba e spaventati ippocastani che qui chiamiamo giardini, mentre tutto intorno la città bolliva dei suoi anni ottanta; una cottura lenta, di corruzione e opulenza, di disordine e ottimismo.
Ho viaggiato tanto, troppo, forse non abbastanza. Ho conosciuto persone, posti, culture, emozioni. Ho guardato, annusato, toccato, proprio come un bambino che lentamente scopre i sapori diversi, i rumori nuovi. Non respiravo come voi, per lo smog, sotto al cielo di Shanghai, ho osservato compiaciuto le tette rifatte a Santa Monica, il sole addormentarsi nei vetri di Miami, la panna nebbiosa cadere su San Francisco, i barboni spuntare ovunque a San Diego, l’infinito cielo sopra Hong Kong, il tramonto perfetto di Cape Town, le tempeste di sabbia di Dubai, l’argento del mare di Instanbul. Ho fumato erba al mercato arabo di Gerusalemme, lasciando in una cassetta di siurezza a Jaffa Door il passaporto e l’etica, ho camminato sulla sabbia del deserto tunisino, ho respirato il freddo della Normandia, i profumi della Provenza, l’odore delle puttane nei vicoli di Timisoara. Ho avuto paura, ho gioito, ho goduto, ho pianto partendo, proprio come voi. Ho evitato, accuratamente, il mondo finto dei villaggi turistici, delle guide, delle carovane ai mercati locali. Ho preso multe, mi hanno rubato tutto, mi hanno aiutato a una stazione del GrayHound a recuperare la vita, sono stato in un ospedale rumeno, in uno spagnolo, in una stazione di polizia francese, un paio americane, una turca. Ho guidato nelle paludi della Florida, sulle montagne cinesi, dentro i villaggi baschi, sopra il nulla dei confini balcanici. Ho guardato il mare da quasi tutti i suoi angoli, e ho fatto l’amore davanti al Pacifico, dentro l’Atlantico, e sopra il Mediterraneo. Ho bagnato i piedi nel Mar Giallo, e nei laghi salati alla fine dell’Occidente. Ho trovato la magia di un ricordo bellissimo in un negozio di souvenir di Budapest, sopra un ponte a Varsavia, dentro un palazzo di Chicago, su una panchina di New York, su una spiaggia greca. L’elenco si allunga, di anno in anno, di giorno in giorno. E come acqua tiepida, mi lava smussando il carattere e il cuore. Eppure sento il bisogno ancora di vedere, ancora di toccare, ancora di ascoltare, assaggiare, fumare, camminare. Viaggiare. Mi stanca, mi strazia, mi allontana da persone e cose che meriterebbero il mio tempo, eppure è quello che faccio. E farò.

Ma aspettate un attimo.
Torno sempre a casa.
Sempre.
E la mia casa è diventata, con il tempo, uno strano posto fatto più di persone che di posti. La mia casa sono quel pugno di amici, quel padre che mi osserva calmo, il sapore di una donna, l’odore del Piccolo, questa è la mia casa.

Ma sono nato, qui, a Milano. Milano è il posto dove torno. Milano è la donna che ho imparato, mio malgrado, ad amare. Milano è la città dove tutto è iniziato.

Aspettate un attimo.
Milano è anche quello che volete vedere voi. I locali, le ridicole puttane, la coca, le ‘ndrine, il traffico e il cielo grigio, lo smog e il freddo delle anime che la abitano. E’ anche questo. Come tutte le donne che hanno sofferto per amore, Milano è anche cicatrici, segni e ferite. Milano è stata violentata da un marito ubriaco e geloso, il fascismo, che le ha lasciato dei segni incredibili. Milano si è innamorata del progresso fatto di metropolitane e tunnel, quando invece è piena d’acqua. Milano ha vissuto tutti i mali del Novecento, tollerando fin troppo l’abuso di potere che ogni volta un partito, una fazione, una chiesa le infliggeva. Eppure è da questo che ne è uscita splendida. A Milano la primavera non arriva, succede, di colpo. A Milano si possono guardare le stelle più belle del Cantico dei Cantici, si può toccare con mano l’inferno della Resistenza, si può guardare il fallimento architettonico di tre generazioni di idioti, si può accarezzare la malinconia dei vicoli. Milano ha chieste stupende, strade strazianti per i ricordi, ville bellissime, angoli segreti, in pieno centro, dove fare l’amore nel silenzio. Milano ha pochissime salite, è piatta e rotonda. Non ti ci perdi mai, ma dovresti avere il coraggio di provare a farlo, infilandoti nelle vie e nei giardini che ancora hanno il sole quando i palazzi lo coprono nelle strade grandi. Milano forse non è bella di quella bellezza di Barcellona, di Palermo, di Roma. Ma è bella come un segreto.
Milano ha una storia di musica, di cinema, di teatro, di rivoluzione silenziosa, di massonerie, di moda, di soldi, che nessuno vuole raccontare. Ma a farlo, Milano apparirebbe anche a voi come qualcosa di bello.
Milano ha una chiesa di ossa, vicino a un porto, dietro a una sinagoga, di fronte a un obitorio, proprio alle spalle di dei chiostri, di fronte alla casa di Satana, dietro a delle tombe, davanti a una torre. E poi, proprio di fianco a tutto questo, certo, c’è un locale. Ma non è Milano ad essere brutta, sei tu a vedere solo il locale.

Io ci torno sempre, a Milano.

come scrivere un romanzo (e altri modi per allungare il pene)

Ho iniziato uno dei cinque libri su Steve Jobs che sono parcheggiati nei pressi del mio letto da tempo immemore. Anzi, dalla morte del vecchio Steve. Il fatto è che a me, fondamentalmente, del vecchio Steve non me ne è mai fottuto moltissimo. Grande manager, visionario, ricco, buddista, egocentrico, dispotico, concreto. Tutte doti che già possiedo, a parte il buddismo e la ricchezza, che sono in ogni caso in lista nelle cose che voglio comprarmi prima o poi. Ho smesso di leggere i libri dei grandi manager quasi subito dopo aver iniziato. Sostanzialmente penso di essere allergico. Lievemente, non troppo. Arrossamenti dell’anima, lieve gonfiore dell’ego, nulla che non possa passare con un buon bicchiere di alcool. Solo che, al momento ho due ottime ragioni per leggere questo libro. La prima è che ho finito Mark Haddon. Signori, quanta umanità, davvero. Quanto è contemporaneo, concreto, e docile da leggere il signor Haddon. Se fosse un paio di jeans, il Signor Haddon, sarebbe certamente un paio di jeans Gap. Di moda, ma reali, economici, molto concreti. Bel libro. Però finito. Tra l’altro esco dalla doppietta Pennac-Haddon, quindi so benissimo che il terzo libro, in ogni caso, deve per forza essere un pacco tremendo. Non esiste la tripletta della buona lettura. Quindi ho evitato accuratamente qualsiasi libro serio. La seconda ragione è deliziosamente pratica: devo andare in libreria. Annusare, curiosare, commentare, e comprare dei libri, se mi rimane tempo. Ieri spostando un paio di copie di Wired, ho trovato tutta la saga di Steve Jobs. Ricordo esattamente dove ho comprato questo libretto e i suoi simili: Hudson News di Malpensa, terminal 2. In quel momento epilettico che mi succede sempre prima di un lungo viaggio, nel quale compro, nell’ordine: due riviste di moto, una rivista di tecnologia, una penna, un quaderno, due pacchi di tabacco, un libro, il Corriere, la Repubblica e il Sole 24 Ore. Di tutto questo, solitamente, prima di addormentarmi, ubriacarmi o andare in fissazione compulsiva su qualche film di supereroi con i sottotitoli in coreano, leggo solo la Repubblica. Il resto viaggia nel mio zaino. Tornando a casa con me. E’ uno di quei libri scritti sull’onda dell’emozione, quando ancora il morto era caldo. Valore intellettuale dello scritto: zero. E’, era già appena stampato, pronto per le bancarelle di seconda mano della Versilia. A livello business, è di interesse come gli scritti di Galgano sul sistema Toyota. Letto uno, letti tutti. E soprattutto, che due coglioni. Ma è scritto grosso, e alla fine di ogni capitolo riporta le cose importanti dette in precedenza. Cose che di norma mi forzano a non comprare un libro. Chissà che cazzo mi era passato per la testa a Malpensa.

Durante una riunione, questa mattina, cercavo di riempire il vuoto cosmico intellettuale facendo altro. Nello specifico, stavo tentando di forzare il mio iPad a scaricare un’app rivoluzionaria per sincronizzare la posta triangolando un server e due NAS. Roba pirotecnica. L’obbiettivo di questa straordinaria app è quello di farmi leggere la posta. Ma in versione nerd. Non con la solita app. Con una figa, che fa una cosa ordinaria, facendola sembrare straordinaria. Un po’ come quei baristi che per farti un cuba, lanciano in aria la bottiglia di rhum, saettano la bottiglia di coca prima di farla scendere dall’alto, e lanciano i cubetti di ghiaccio. Inutili scampoli di dimostrazione dell’esistenza dell’anello mancante tra orango tango e sapiens. Beh, questa cazzo di app non ne voleva sapere di funzionare. Ho perso il controllo, anche perchè nello stesso tempo cercavo di rispondere a una mail sul telefono, e ho smesso di fingere interesse per la riunione, rendendo plateale il fatto che non me ne fregasse un beneamatissimo cazzo ne degli outlook industriali italiani del prossimo quinquennio ne della difficile posizione di Confindustria nel panorama associativo europeo. Era una di quelle riunioni in cui ti siedi e pensi: perchè sono qui? Beccato, ho recuperato il self control, immedesimandomi immediatamente, e ritornando sui miei passi. Ho sottolineato che ci sarebbe voluto, in questo difficile momento di convergenza, un approccio più flessibile e aperto nel management. Mi sono permesso di citare, a sostegno della mia tesi, il caso lampante del primo iMac, vincente dimostrazione del perfetto controllo manageriale di Steve Jobs su una Apple, fino a poco prima, dichiarata prossima al fallimento. E il bello è che un paio di idioti mi hanno anche dato ragione. Che tenerezza infinita. Forte del fatto che mi sono vestito come Marchionne, ovvero ho dimenticato la riunione e sono arrivato in ufficio con un maglione blu più adatto a un summit di scout che a un’azienda, ho continuato la mia filippica, chiudendo in bellezza, ovvero suggerendo la lettura di un libro sul management nell’era di Jobs.
La cosa, peraltro, mi ha permesso di ritornare felicemente a farmi i cazzi miei per una buona mezz’ora. E durante il coffe break ho anche ricevuto i complimenti da uno dei dinosauri della presidenza. Questi simpatici nonnetti settantenni, capitani di un sistema industriale morto e sepolto, che guidano associazioni che hanno l’obbiettivo di creare un futuro per i giovani. E’ come se mettessero un industriale corrotto e platealmente colluso, i cui metodi di crescita imprenditoriale rispecchiano l’etica che ha Rocco Siffredi quando si avvicina all’ano di una attrice porno dell’Est Europa, a capo di una coalizione di governo, e la stessa venisse votata da un sacco di gente. E’ poco credibile. Ma succede. Sono i sintomi ad essere preoccupanti, per noi che siamo nati nella patologia e non abbiamo mai visto questo corpo-Stato sano.

Ritornando verso casa, pensavo, come al solito, a una moltitudine di cose. La solitudine da macchina, ultimamente, mi crea scompensi intellettuali abbastanza gravi. Penso troppo.
Penso a molte cose, anche di diverso spessore umano. Per dire, penso alla mia vita, al mio futuro, a mio figlio, all’amore, all’Amore, ai baffi di Mercury, allo stimolante processo con il quale un pomeriggio di sole mi ha sconvolto gli ormoni, a Roma e ai suoi tramonti, al mare.

Vorrei i baffi di Mercury, un tramonto di Roma, del mare, l’Amore. Se possibile, tutto insieme.

Pensavo anche a un racconto che ho scritto, l’ultimo, durante le vacanze di Natale. E che ho buttato proprio ieri. Perchè era una storia troppo triste. Perfino per me. Non scriverò mai un romanzo, se mi commuovo per i personaggi che invento. Se soffrono, io soffro. Quindi cerco di non farli soffrire troppo. Pensa che palle. Nessuno che si lascia, nessuno che si uccide, nessuno che si fotte. Amici che restano amici, amanti che restano amanti. Che due coglioni. E poi, il fantasy è un genere per ragazzini e bambinoni, come il porno. Quindi non scrivo romanzi. Non sono capace di far soffrire le mie creature. Scrivo racconti, perchè nello spazio di un racconto succede qualcosa. E io lo racconto, appunto. Ma è successo anche qualcosa prima, e succederà qualcosa dopo. Insomma c’è speranza. Ma questo racconto, era davvero troppo triste.

Se volete scrivere un romanzo, semplicemente abbiate una grande compassione per i personaggi che create. Far nascere qualcuno per farlo soffrire, è proprio da stronzi.
E, a proposito di uso sconsiderato del pene, uno dei modi per allungarlo è il seguente: (lo dico perchè circa il sessanta percento dei lettori di questo pezzo arriverà qui per ricerche su google tipo: ” modi per allungare il pene, allungamento del cazzo, cazzo allungabile, cazzo con i baffi di Mercury, cazzo iMac, iCazzo con i baffi)
dicevo:

allungare il proprio membro è possibile in tre modi: meccanico, chimico, intellettuale.
Meccanicamente, si possono apportare dei piccoli pesi di piombo sul glande, in modo che, nella deambulazione, il peso del piombo tiri il pene, invitandolo a un naturale allungamento. Si parla di millimetri al mese. E poi, credo faccia un male boia. E poi, se viaggiate, occhio a non suonare al controllo di sicurezza in aeroporto. E’ difficile spiegare due piombini appesi al cazzo.
Il modo chimico prevede l’uso di sostanze idro cortisoniche. E’ possibile iniettarle, tecnica usata nel porno anni novanta, oppure massaggiarle. L’effetto dell’iniezione è immediato, proprio perchè il membro acquista volume e spessore, ma tende a non essere efficace nel tempo. L’effetto del massaggio è più a lungo termine, e anche più divertente. La sega al cortisone è sicuramente meglio della puntura. Il terzo modo, la terza via, è quella intellettuale. La meno rischiosa e più semplice. Convincetevi di avere un cazzo lungo. Decidete prima quanto significhi per voi. Lungo. Beveteci sopra. Continuate a ripetervi di avere un cazzo lungo. Ripetetelo anche agli amici. Ho un cazzo lungo. Bevete sempre molto. In presenza di un possibile partner, sottolineate che per voi è ok andare avanti con la serata ma lui/lei deve sapere che avete un cazzo lungo. Molto lungo. Ecco, magari non si allunga davvero, ma c’è una buona possibilità che abbiate convinto non solo voi stessi, ma anche il vostro/la vostra partner di avere un membro di tutto rispetto.
Qui, amici della ricerca su Google, vi lascio con due quesiti: ma vi sembra credibile cercare questo tipo di risposte su Google? (e vi sembrano domande da fare a un algoritmo…) E poi: ma è più importante la lunghezza o il saperlo usare bene? (che è quella domanda a cui gli uomini con il cazzo corto e le donne ben educate rispondono: saperlo usare bene. Mentre gli uomini con il cazzo veramente lungo e le donne sincere rispondono: il cazzo lungo).
Fortunatamente, uomini con il cazzo lungo e donne sincere sono rarissimi esemplari in estinzione.

La notte in cui è morta la tua Bellezza

Los Angeles, Maggio 1981, Sunset Blv.

Henry si era dovuto alzare, nonostante il sonno, il mal di testa, la nausea, per far smettere quel dannato telefono del cazzo. Suonava da cinque minuti. Era già tanto che i suoi vicini, i signori Lauren, non avessero già iniziato a bussare sul muro del soggiorno. Bussavano per qualsiasi rumore, anche una scoreggia troppo forte. Il prezzo da pagare per un affitto basso, nessuna domanda, nessun contratto. Muri di legno, sottili come fogli di carta, e il cortile pieno di spazzatura.

Le cinque e undici minuti. Domenica mattina. Chi cazzo può chiamare, alle cinque e undici minuti di domenica mattina? Nessuna buona notizia. Questo è certo. Le buone notizie vanno a dormire presto e si alzano tardi. Arrivano sempre di pomeriggio. E ultimamente, queste cazzo di buone notizie avevano proprio smesso di arrivare. Non era un problema di indirizzo, visto che le bollette arrivavano puntuali.

Cercando la cornetta, nel buio della stanza, rispose con un “hey” quasi sottovoce, per non svegliare nessuno. Svegliare chi? Dall’altra parte, rumore di traffico, una voce femminile, una bestemmia, e poi niente.

Hey, che senso ha questa cosa? Per un attimo, nella penombra, osserva le luci della notte, i neon gialli e rossi di Amoeba Music Store. Per forza nessuno voleva quel cazzo di appartamento. Illuminato a giorno anche di notte. Per forza nessuno voleva la sua vita, con voci femminili che bestemmiano in piena notte.

Un sospiro, il telefono ricomincia a squillare. Lo stesso rumore di traffico, nessuna voce questa volta.

Ci vuole poco, pochissimo, perché Henry si preoccupi. Vorrebbe occuparsi delle persone, lo fa. Per questo odia preoccuparsi, per le persone. Perchè vuol dire due cose: che lui non sta facendo il suo lavoro, e che l’altro, l’altra se ne sta fottendo. Occuparsi e non preoccuparsi. Odia preoccuparsi, soprattutto quando non gli è data la libertà di aiutare. E una bestemmia, è un allarme, che non vuole aiuto. E’ così da una vita. Appoggia la cornetta, cerca delle pillole. Qualcosa per calmarsi. La voce, il traffico, la bestemmia. Niente che faccia supporre che qualcosa stia andando per il verso giusto.

In effetti, vista da fuori, tutta la sua vita sta andando nella direzione sbagliata. Vista da dentro, invece, è una semplice catena di conseguenze. Il lento lavorio di una piccola scelta sbagliata, appoggiata a una più grande, e così via. Trentatrè anni. Un passo ai trentaquattro. A volerci arrivare. Quello si. Dannata miseria. Quello si. Non avrebbe immaginato di arrivarci così. Questo no. Ma, in ogni caso, ci vuole arrivare. Tutti i sogni rimessi in gioco. Ma forse questo è il prezzo da pagare per avere quello che vuoi.

Preoccuparsi di cosa? La voce. Quella voce. Ultimamente era diventato bravo, con quella voce, a riconoscerne i dettagli e le sfumature. Sapeva quando quella voce stava giocando, flirtando, aspettando, godendo, ridendo. E quando qualcosa stava andando storto. Ogni voce viene da un’anima. E quell’anima, l’anima di quella voce, era una delle pochissime cose che lo facevano pensare a un futuro sereno. Senza muri di legno, senza i Lauren, senza le insegne del Sunset, senza la paura. Quell’anima era disperata come lui. Ma era sicuro che sarebbe tutto finito presto. Invece no. La bestemmia. E basta. Una donna che bestemmia, questo va detto, è uno spettacolo bruttino, anche per uno abituato a vedere cose ben più brutte. Il tono, impastato da troppa roba, era sconfitto. Ecco di cosa era preoccupato. Di non poter essere con quella voce, in quel momento, per poterle dire, piano, che non c’era nessun bisogno di nient’altro. Di non preoccuparsi. Di non spaventarsi. Di non avere paura. Cazzo, lui era bravo in questo. Moriva di paura, ma bastava un suo sorriso, una sua parola, per cancellare la paura nelle persone che amava. Forse era questo il suo segreto. E, invece, quella voce aveva paura.

Prese la testa tra le mani. Pulsava allegramente. Vodka. Avrebbe avuto bisogno di vodka. E di pace, di tempo, di riposo, niente di tutto questo.

– Sai Henry, forse ne dovremmo parlare

La voce di sua moglie, Lora. E la sua figura, a fare ombra in soggiorno.
Ecco, se c’era una cosa che non doveva succedere, in questa cazzo di vita, era proprio questa, pensava Henry. Meccanicamente cercava con la mano destra altre pillole.

– Di cosa vuoi parlare?

Anche se, nessuna buona discussione veniva a galla alle sei della domenica mattina. E, a dirla tutta, le ultime volte che avevano provato a parlare, i Lauren avevano dato il loro massimo in quanto a nevrotiche bussate sul muro. Perchè non c’era niente di cui parlare. E quando non c’è niente di cui parlare, la gente, lui e lei, trova pessimi argomenti e pessimi modi di farlo.

Era, forse, l’ultima cosa di cui aveva bisogno. Iniziava a sentire il benefico scorrere delle due pillole dentro il suo sangue. Questo era una cosa buona.

Per un secondo, tirò su la testa e guardando le ombre del soggiorno disse:

– non penso di farcela più.

Troppo sottovoce da sembrare convinto. Eppure era vero. Puro dolore, fisico e mentale, da troppo tempo. Troppi giorni, troppi mesi, forse anni. Era tutto vero. Non era giusto, arrivarci così. Ma forse non era nemmeno giusto arrivarci. Che città di merda, Los Angeles, per stare a pezzi. Il posto migliore del mondo per trovare tutto quello da cui dovresti stare lontano, in questi casi. Alcool. Pastiglie. Notti lunghissime. Locali fumosi. E anime. E voci.

Lui, che viveva delle sue parole, adesso non ce la faceva più. A parlare. A dire nulla. E quando avrebbe dovuto urlare qualcosa, usciva un flebile mugugnio penoso. Lui e le sue parole. Le parole che lo avevano salvato, cresciuto, coccolato. Lo mantenevano, le parole. Non averne più era un problema non da poco. E la risposta, a dispetto di tutto, non era nella vodka. Anche questa cosa, di dover cercare sempre delle risposte. Parlava sempre meno. Aspettava. Forse aveva parlato troppo prima. Forse non abbastanza.

Ed ecco, la danza psichedelica delle discussioni degli ultimi mesi. L’ombra di Lora, che inizia a muoversi veloce, i primi libri che volano sulla moquette, la finestra che si apre, il tono che sale, le mani che si agitano disperate. Perchè sanno, queste mani, che le parole non porteranno da nessuna parte, e allora provano a cercare una soluzione, un compromesso, un punto sospeso in mezzo al soggiorno. Un punto a cui appigliarsi. Il tono sale ancora. Adesso è pura rabbia. Marte contro Venere, pioggia di asteroidi. Adesso i Lauren busseranno. Sono le sei e mezza del mattino. Ne avrebbero anche diritto.

Vorrebbe avere ragione solo su una cosa Henry: questo non è il modo giusto per arrivare da nessuna parte. E vorrebbe dirlo a Lora. E vorrebbe dirlo alla voce che ha appena sentito.

Si alza, prende tutta la calma di cui è capace, per attraversare la casa e mettersi nel letto. Domenica, Cristo, è il giorno in cui ci si dovrebbe riposare. La notte, puttana merda, è il momento in cui si dovrebbe dormire. Il letto, cazzo, è il posto dove si dovrebbe ridere di più al mondo. E la vita, cazzo, dovrebbe fare meno male. Appena meno, non troppo. Solo da sembrare una cosa fattibile.

L’allegra poesia di quelli come noi

Devo lavorare brevemente su me stesso, schiacciando il mal di testa da birra in un angolo del cervello. Mi pulsa l’orecchio sinistro. Regolarmente. L’hangover da birra me lo ero dimenticato.
Bere birra, cazzo, è idiota. O forse basterebbe fermarsi alla quarta media. Arrivo in ufficio e cerco dell’ibuprofene. Donne. Le donne hanno sempre dell’ibuprofene. Recupero una donna. E’ arrivata da una settimana, è ancora intimidita, rigida, professionale. O magari, poverina, è così nella vita. Credo abbia delle tette enormi, a giudicare da due cose: il voluminoso spessore del golf di lana nera e l’ossessività con cui evita di scollarsi. Credo si chiami Elena, Elisa, Eluana, Eliana. Qualcosa del genere. Mi è piombata in ufficio lunedì mattina. Per il Welcome Pack. Il Pacco di Benvenuto. Quell’esercizio di retorica entusiasta con il quale per due ore posso convincerti di essere arrivata nel posto giusto al momento giusto. Se sei quella giusta, è perfetto cazzo. Ma dipende da te. Lunedì, probabilmente mi avrà anche detto il suo nome. Elisa, credo. Elena, forse. E mi avrà anche raccontato la sua storia, credo. Ricordo vagamente del suo passato professionale. Da come mi sorride credo di aver fatto anche una buona impressione. Questo è importante. Deve credere in me. Perdutamente. Fidarsi, otto ore al giorno, di me. Non ho molte alternative, è l’unica donna in ufficio. In verità siamo gli unici due. In effetti, adesso che ci penso, mi domando che cazzo ci faccia qui alle otto della mattina. Penso, di contro, che la domanda sia reciproca. Costruisco una storia che sia sufficientemente credibile (sai, il Piccolo, una piccola bronchite, nulla di serio, se no vai avanti a chiedermelo per settimane, ma ha il sonno disturbato, e io, che alla fine sono davvero un Buon Padre, sto alzato con lui. Tu non lo faresti? Ecco, un mal di testa terribile. Hai mica dell’ibuprofene?) che è una storia molto più ragionevole e adatta al mio status di: ho bevuto della cazzo di birra chiara, mangiando un panino orrendo, fumando in felpa a due gradi sotto la neve. Due litri di birra e una decina di sigarette. Adesso è normale che abbia mal di testa. Anzi cazzo, è già tanto che sia qui con voi, i vivi e vegeti. Sono andato a letto alle due e mezza e mi sono svegliato alle sette. Cazzo, volevo alzarmi, andare nella vasca da bagno e rimettermi a dormire. Iconico.

Non ha dell’ibuprofene. La cosa diventa difficile da affrontare. Ma che cazzo di donna sei? Non hai il ciclo, il mal di testa, la cefalea, la cervicale e tutte quelle cazzo di patologie tipiche di chi possiede un utero? Poi penso, cazzo è ovvio. E’ incinta. Abbiamo assunto una donna incinta. Non assume regolarmente ibuprofene, ha delle mammelle giganti, un sorriso ebete, i capelli unti. E’ incinta. Cazzo, ho assunto una donna incinta. Permessi, maternità, part time. Cazzo.

Mi pulsa l’occhio sinistro. Dall’hangover all’ictus il passo è brevissimo.
Le chiedo, prendendola alla larga, come mai sia arrivata così presto. Il mio obbiettivo era arrivare a chiedere se fosse sola, sposata, convivente, madre. Informazioni che, in verità, dovrei già ricordare.
Sposata? Convivente? Ah, e niente bimbi? Osservare attentamente la mimica facciale e la comunicazione non verbale, per scoprire, preciso come un Clear Test con la barba da hipster, la settimana di incubazione del giovane erede, e di conseguenza la settimana esatta nella quale ci saluterà per l’infinita maternità. Invece mi infilo in una lunghissima arringa sul traffico del mattino. Che lei vive dall’altra parte della città. Che lei ha trovato assurdo metterci così tanto. Che anche con la benzina è un bel costo. Oh cazzo. Che palle. Mi interesso superficialmente alla questione annuendo e nel frattempo mi auto diagnostico un preoccupante formicolio alla gamba destra. Con precisione, siamo in pieno inguine. La dove nulla deve succedere, se non sotto mia autorizzazione. Vengo salvato da un collega che entra e propone un caffè.

Oggi ci sono quattro colloqui. Un’orda di speranzose nuove leve, giovani, profumate, eleganti, arroganti, motivate. Mi siedo sapendo che mi alzerò in non meno di tre ore. Sento una fitta alla schiena. Probabilmente sto morendo. In compenso ho trovato del paracetamolo, che assumo frettolosamente. Una pastiglia effervescente, direttamente in bocca. Schiumo come un posseduto durante un Sabba. Ingoio quintali di saliva frizzante al sapore di arancia.

Una volta, durante un colloquio, osservavo questa giovane candidata sudarmi copiosamente davanti. Aveva più master e specializzazioni di un ricercatore del MIT. E veniva da noi per una posizione per la quale era richiesta la bella presenza ed eventualmente la capacità di articolare semplici frasi come “buongiorno” o “benvenuti”. E, lo ricordo benissimo, ho provato un grandissimo rispetto. Da quel giorno, i colloqui per me sono una specie di transfer psicologico. Ascolto tutto, mi immedesimo, collaboro, chiedo, confermo. Una amichevole nonnina. Poi, a due minuti dalla fine del colloquio, dimentico tutto, e ritorno ai miei criteri di valutazione canonici. Sorriso, genio, sregolatezza, percorso di studi il più strano possibile, arroganza, aggressività, egoismo. Tutti pregi preziosi difficili da trovare.

La prima candidata ha l’eta in cui calori improvvisi, arrossamenti, piccole indecisioni, sono l’inizio della fine. E’ in menopausa anche nell’anima. Troppo per me. La seconda candidata è aggressiva. E vuole starmi simpatica. Impossibile, nella vita reale, visto che ti presenti a un colloquio con la camicia di un materiale non reperibile in natura. Credo si tratti di plastilene catarifrangente. Quelli che ci sudi dentro, e fuori non si vede nulla. Meno donne aggressive ho nella mia vita, meglio sto. Forse avrei dovuto bere anche del rhum. Mischiare. La birra e il rhum. La terza candidata è dolce, soave, delicata. Arrossisce quando la metto sotto pressione. Sopravviverebbe meno di due ore in qualsiasi contesto lavorativo. E’ una di quelle che usano il bagno più per piangere che per pisciare. La quarta candidata arriva con venti minuti di ritardo. Mi sta già simpatica. E ne approfitto per mangiare altro paracetamolo.
Schiumando alla Trainspotting, controllo che le mie funzioni corporali siano tutte sotto controllo.
Osservo il mio pc scaricare istericamente tonnellate di mail, che aumentano il mio distacco con i tempi medi di risposta considerati civili.
Fumo una sigaretta, e penso. Cazzo, che sballona. Arrivare in ritardo a un colloquio. Le rendo l’offesa con una mezz’ora d’anticamera. E’ alta, slanciata ma con un principio di culo eccessivo. Sorprendente attaccatura di capelli bassa, pelle olivastra, occhi neri. Mediterranea. Un ciondolo con una stella marina. Unghie corte, indice mano destra segnato da del giallo. Occhi vispi che corrono sui particolari principali. Labbra screpolate appena, un neo da controllare alla base del collo. Quindi una visiva, pugliese o calabrese, non fidanzata, fumatrice, amante del mare. Oh, le visive sono le migliori per farci l’amore. Lasciate perdere le uditive e le cinestetiche. Gloria alle visive. Parla con calma, dissimula e regge la pressione contrattaccando educatamente. Il curriculum è scritto in Arial. Niente di strano. Ma il nome è in Comic Sans. E credo che il Comic Sans dovrebbe essere vietato, almeno nelle comunicazioni ufficiali e fuori dagli avvisi parrocchiali. Poi leggo, tra le passioni, barca a vela. Una velista. Che figo. Mi viene in mente il mare, non so perchè ma l’Adriatico, con le vele bianche e l’orizzonte largo. Per me è ok. Possiamo finire qui. Devi semplicemente chiudere in bellezza. Tutto finisce come dovrebbe finire. Ci stringiamo la mano.

Ritorno dentro l’ufficio e cerco di capire se la lingua sia dolorante per qualche ragione in particolare. Come se avessi limonato con un bisonte per una notte intera. Maledetta birra.

Mi ha chiamato il mio capo. E il capo del mio capo. Che può voler dire solamente che la questione, qualsiasi essa sia, è diventata abbastanza caliente.

Guardo fuori dalla finestra, mentre il telefono squilla a vuoto. Cielo di piombo, su asfalto di parcheggio aziendale. Il grigio la fa da padrone. Sarebbe un quadro bruttissimo. Nemmeno Vettriano riuscirebbe a renderlo caldo. Cosa c’è di peggio di un parcheggio aziendale? Il mio capo non risponde. Il capo del mio capo non lo chiamo. Nella catena alimentare aziendale, sono il cibo del suo cibo. Non abbiamo molto a che fare. Tipo un leone e una siepe. Io sono la siepe. Al massimo, il capo del mio capo potrebbe strusciarsi la schiena su di me, o pisciarmi sopra. Sono puro arredamento aziendale per lui. E lui, un inutile carnivoro per me che vivo di fotosintesi clorofilliana.

Faccio le prove con me stesso, nel riflesso del vetro, per vedere come sarebbe la mia faccia, se fossi felice.

Ho in mente, da due giorni, una poesia che vorrei intitolare Chicken Nuggets. Affondo il dito dentro il bordo di silicone della finestra.

Incolpare la birra della mia depressione, sarebbe come incolpare il cucchiaio per essere ingrassati.

Ci vuole una primavera, urgentemente.
Mi sono già dimenticato come si chiamava la velista mediterranea.

carpe diem

Una delle cose che rimprovero a Fred è di non aver mai letto Carver. “Principianti” sarebbe perfetto per lui. Ad essere sinceri, Fred non ha letto quasi un cazzo, negli ultimi trent’anni. Compensa con un’onnivora cultura musicale. E, in fondo, dimostra una spiccata sensibilità pur essendo un primate di categoria inferiore. Uno di quelli con un fisico statuario, una naturale abbronzatura perenne, un sorriso spiazzante con denti terribilmente bianchi, un lavoro cool e la capacità di praticare tutti gli sport stilosi dell’epoca in cui vive. Tipo, se fosse nato negli anni venti, avrebbe lanciato il giavellotto, corso la mezza maratona e nuotato durante il Cimento. Fosse nato nel Medioevo, sarebbe stato Maestro di Giostre, duellante e un grandissimo arciere. E’ nato alla fine dei settanta, quindi surfa, skeita, snowborda. Un primate di categoria inferiore. Ma con una grande sensibilità.

Oggi Fred mi osservava mentre io osservavo lui che mi osservava. Funziona così da parecchio tempo. Io faccio una cosa. Indipendentemente da che si tratti di una cosa buona e ragionevole o l’ennesima spunta della lista “peccati mortali”, Fred si prende il suo tempo per ragionarci e prendere posizione. Ci può mettere pochissimo o moltissimo. Poi mi osserva, mentre io osservo lui che mi osserva. E, se capita, parliamo anche.

Beh, oggi ci osservavamo. Ai bordi della periferia est, alla fine della civiltà, quando il numero di rotonde supera quello delle strade, e il crescente numero di ipermercati fa supporre di una popolazione costantemente impegnata a mangiare, pulire, comprare.

Alla fine abbiamo convenuto che, almeno per quanto riguarda la nostra generazione, il supporto psicologico di un professionista dovrebbe essere gratis e continuativo. Magari poi c’è qualcuno che non ne ha così bisogno. Ma noi si, perdio. Noi si.

E’ un periodo in cui, per quel poco che dormo, faccio sogni molto complessi.
Qualche anno fa, era estate, era caldo, stavo imbiancando casa. Era agosto, ero al verde, non c’era nessuno a cui scroccare una birra, allora la sera rimanevo in casa a leggere. E mi sono letto tutta L’Interpretazione Dei Sogni, di Freud. Da quel momento, ho smesso di sognare. Inconsciamente, è diventato rarissimo che io sogni. E, solitamente, alla fine del sogno, poco prima del risveglio, il mio io Sognante fa auto analisi al mio io Sognato. E tutto finisce lì. Tipo l’anno scorso quando ho sognato la vigilessa che mi ha fermato in moto, che veniva allegramente scopata dal mio ex maestro di canto, mentre io cercavo la nota per intonare la Salve Regina, il tutto in Piazza Castello, Milano, all’ora di punta.

Beh, questo è un periodo in cui faccio sogni molto complessi.
Ieri notte, mi sono rotto il polso. Destro. Non mi faceva male, ma era rotto. Ero in un bar, in un villaggio rurale lungo il Rio Delle Amazzoni. Un caldo infernale, la festa appena finita, molto alcool, molte donne, molto rumore. Neruda, impeccabile nel suo completo con cui lo immagino sempre, scriveva al bancone del bar, mentre Garcia Marquez portava da bere a un tavolo di puttane, sporche e ubriache. Sono uscito, senza nemmeno salutare Pablo e Gabo. Tra noi scrittori famosi succede spesso, che non ci salutiamo. Siamo tipo calciatori. Calciatori delle parole. Giochiamo le nostre partite, poi nei locali la sera non è che passiamo tutta la sera a salutarci. Siamo grandi scrittori. Grandi giocatori delle parole. Beh, sono uscito e mi sono incamminato verso una salita, stretta, illuminata a giorno. Le zanzare, l’umido e la salita. Dovrei smettere di fumare. Ho il fiatone anche in sogno. Andavo spedito, verso una casa azzurra, con l’intonaco cadente e il portone di legno intagliato. Entrato nel cortile, ho sentito il fresco delle grosse mura, il silenzio e la luce della luna passare tra i rami del grosso albero da frutta. Ho visto lei, appoggiata all’albero. Con delle mutande rosse. Rosso corrida, pensavo. Mi sorrideva, piangendo. Il polso iniziava a farmi male davvero. Più mi avvicinavo più la suoneria del BlackBerry suonava impietosamente. Fine del Sud America, di Neruda, di Garcia Marquez, delle mutande rosse e del mio dolore al polso. Anche se il braccio destro era completamente addormentato. Poi, finiti i sogni, non c’è verso di riprenderli. Questo mi dispiace di quando sogno. Che quell’albero, quelle mutande, quel fresco riposante erano un gran bel sogno. E anche il poter parlare a Neruda. Ma niente.

Non credo che spiegare i sogni possa spiegare anche gli incubi che vivo di giorno. Uno sogna di notte quando vive incubi di giorno. Fino a che poi, le due cose non si fondono pericolosamente in un pastone denso e difficile da dividere.

Comunque ha ragione Fred, un professionista, in questo momento, sarebbe abbastanza utile in entrambe le vite. Più che altro per riprendere quel pastone denso e difficile, e dividerlo pazientemente.

Scorre Lento

Ho un bisogno estremo, viscerale, di riposo e Bellezza.
Di sassi che rotolano nell’acqua, di silenzio, di salsedine, di sole che scalda, di sonno arrivato a placare tutto questo frastuono che ho nell’anima.

Di Bellezza. Di un profumo, di una canzone, di uno sguardo, di un tramonto, di un sorriso, di una curva a strapiombo sulla montagna, di un racconto perfetto, di un vino dolce, di un corpo, di un’anima che si incastri con la mia, di un desiderio che si avvera, di un odore famigliare, di un sapore eccitante. La Bellezza, tutto ciò per cui vivo e sto morendo. Quei particolari insoliti, catturati solo da occhi sapienti, ovunque. In un vicolo, nella penombra, in un sorriso, in uno sguardo, in uno stadio, in una camera. Il battere le mani di cento persone insieme, il rosso sanguigno della marmellata di fragole che sbuca da una brioches, il riflesso luccicante della moto in una vetrina, La pulizia di una maglietta che lascia intravedere tutto il calore possibile di un cuore, un piede che si inarca, simmetrico, mentre il cuore perde il ritmo, un sospiro in un orecchio, una mano che si ferma, accompagnando il desiderio di un dito, un bicchiere di vino che si confonde con le parole, un racconto. La luce del sole che passa nei capelli, le forme decise dal vento degli alberi spogli, la Bellezza è ovunque. Come la poesia.

E’ che, talvolta, presi da tutte le cose non importanti, ci dimentichiamo di quanta fatica stiamo facendo per avere anche solo un istante di Bellezza. Ci dimentichiamo che la Bellezza non si può comprare, decidere, programmare.

Scaccio tutti i miei demoni, bevendo un caffè ormai freddo. Sento il corpo ribellarsi a tutta questa fatica, al vino, al mal di testa, al freddo. Osservo il Piccolo giocare con dei coriandoli. Fa cose che non dovrebbe o non potrebbe, semplicemente sbattendosene. Dal padre ha preso questo. Il carattere peggiore. Gli servirà moltissimo, una volta che avrà imparato a gestirlo. Se sapessi come fare, gli insegnerei qualcosa. Tutto quello che so, è che a un certo punto, smetterai di respirare per un istante. Per un tramonto, per una parola, per una carezza, per un sospiro, per una pelle, per un rumore, per una canzone. E capirai di doverlo cercare per sempre. Quell’istante.

Sono giorni davvero difficili, questi di fine inverno. Di questo inverno.

Lascio che i cattivi pensieri volino via insieme al rumore di un elicottero rosso, che ci passa sopra la testa. Il Piccolo è sorpreso. Un elicottero rosso. Anche la sorpresa di un bambino è una stupenda forma di Bellezza.

Questa Bellezza, è davvero solo mia. Come tutte le follie fatte per averla, per farla mia, anche solo per un’istante.

La perfezione di una pagina di Mr. Gwyn, con la punteggiatura che fa l’amore con i sogni. L’incredibile senso di vuoto dei piedi, a galla mentre non senti il fondo. Il profumo di un prato su cui ti sdrai per piangere tutte le tue lacrime. Quel piccolo rinculo del gas, mentre apri tutto, sentendo la ruota dietro slittare istericamente. Quel modo unico, folle, con cui il sole si appoggia sullo sfondo dei nuovi grattacieli, rendendo umano il vetro che litiga con il cemento. Quel polso, tenuto fermo da una mano, che sa essere ferma solo quando tiene quel polso. Quell’idea di partire, che diventa un viaggio stupendo, ancora prima di essere fatto, solo bevendoci sopra del vino e respirandoci sopra delle chiacchiere.
La Bellezza prende piede, se il tuo occhio sa di poterla vedere, se il tuo naso sa di poterla annusare, se la tua bocca sa di poterla prendere, mordere, leccare, mangiare, se le tue mani sanno di poterla tenere. Prende forma, colore, spessore, peso, odore.

Questo è uno dei pochi motivi per cui in giorni come questo, dove litigo con i miei peggiori demoni, trovo ottime ragioni per continuare a farlo. Questo è il motivo per il quale mi fermo, sorpreso, a osservare il rosso rotondo di un serbatoio disegnato trent’anni fa, sporco della terra di una strada che non sapeva di finire in un giro perfetto. Questo è il motivo per cui mi ritrovo con il naso per aria, a seguire il profumo di erba appena tagliata, in mezzo a un traffico qualsiasi, di una città qualsiasi che non sapeva di avere un prato appena tagliato a profumare l’aria. Questo è il motivo per cui guardo sempre gli occhi di una donna, scavando dolcemente in tutti i segreti che non vuole dire. E immagino storie bellissime, fatte di quegli occhi e di quelle mani. Questo è il motivo per il quale scrivo poesie, racconti, pagine fitte di parole. Questo è il motivo per il quale invidio i fotografi, i pittori, i pasticceri, i vinai, gli architetti, chiunque usi se stesso per questa Bellezza.

Questo è il mio più grande bene. Questo è il mio più grande male. Avere la certezza di poterla vedere, poterla descrivere, poterla respirare, ecco tutto.

Ascolto la mia rabbia, feroce e pericolosa, mentre mi accarezza la schiena. Conosco questa sensazione. Nuoterò fino a non sentire le gambe, fino a respirare il dolore delle braccia, perchè l’unico modo di dominare questa rabbia è annullandomi. O scriverne.

Ascolto la mia rabbia, mentre osservo compiaciuto il modo con il quale il Piccolo rivendica la sua altalena.

Un elicottero rosso, in sottofondo, passa sopra le nostre teste. Solo uno stupido non capirebbe la Bellezza assoluta di un elicottero rosso, in una domenica mattina di fine febbraio, in un cielo azzurro.

Respiro piano, per un secondo lascio che tutto mi scorra di fianco.

Fermati, respira, pensaci davvero.
Vivere per altro, non ha senso.

Dopo tutto, ci salveremo lo stesso, Cecile

E’ un pezzo lungo. Scritto di corsa, tornando da Parigi. Ma a Cecile lo devo.

Mi guarda, facendo ciondolare le chiavi della macchina nella mano destra.
– Ci muoviamo da questo mortorio?
– Potrei anche starci. Cosa proponi?
– Fidati di me. Fidati di una donna, almeno per il fatto che io sono di qui.
– Ok

Quello che Cecile non sa:

Cecile non sa che, nonostante il mio sorriso confortevole, sono in macchina dalle sei di questa mattina. Sigaretta, aria gelata, montagne all’ombra di minacciose nuvole bianche, camionisti francesi, ingorghi, lavori, casello, sigaretta, lavori, parcheggio. Autogrill, caffè, sigaretta, pisciatina, acqua, sigaretta, coda, lavori, coda, casello.Riunione. Treno. Sedile 92, carrozza 16. Albergo. Sigaretta guardando il vuoto. Doccia. Cena, cravatta allentata. Tasso di ascolto ridotto al minimo. Alito del vicino molto pesante. Profumo della vicina eccessivo, da troione. Commensali odoranti, cena rovinata. Reception, hotel, vino rosso, sigaretta, brainstorming (alle dieci di sera credo sia illegale chiamarlo brainstorming). Sigaretta.

Quello Che Franz non sa:

Franz non sa che Cecile, nonostante il profumo, l’aria svampita e gli occhi veloci che corrono addosso a Franz con la naturalezza dell’acqua sulle rocce, ha dentro un dolore gigante, che morde l’intestino come la peggiore delle rabbie, che fa mancare il respiro, appena accennato. Questo non lo sa quasi nessuno. Nemmeno Franz. Ma fra poco lo saprà

Quello che non sapete voi:

Io e Cecile ci siamo conosciuti un venerdì pomeriggio di tanti anni fa. Sul bordo di un laghetto, con un prato tagliato all’inglese, talmente perfetto da sembrare disegnato, dei tavoli da cocktail con lunghe tovaglie bianche, del buon vino bianco, e un’orchestra che suonava qualcosa di simile a Frank Sinatra. Ero pivello, non sapevo gestire un cocktail party. Camminavo abbastanza alticcio, sentendo il gonfiore del prato spingere sulle mie suole. Fumavo lontano dai tavoli, e osservavo la gente importante parlare, parlare, parlare. Cecile era seduta sul prato, proprio vicino al lago, con un bicchiere di vino in mano e le scarpe appoggiate sul prato. A dire il vero, avevo notato prima le scarpe. Blu, scuro, lucide. Con un tacco alto, e le suole immacolate. Adoro le scarpe con le suole immacolate. Si vedono solo nei film. Qui, se volete sentire entrambe le campane, le versioni sono discordanti. Io vi posso giurare di aver notato prima le scarpe, e ragionato sui film, sulle scarpe, sul sesso con le scarpe, sul sesso con le scarpe sul lago, sul sesso con le scarpe sul lago in quel preciso istante. Lei sostiene che io sia stato quasi dieci minuti in piedi, inebetito, a guardarla.

Resta il fatto che ricordo perfettamente che è stata Cecile a iniziare tutto. E’ dieci anni che glielo ricordo.

– Pensi di volermi guardare e basta?
– hai dei piedi bellissimi, ma le scarpe sono ancora più belle
– ma che cazzo dici? ti sembra modo di iniziare?

Cecile, in dieci anni di amicizia, non ha mai ammesso di aver provocato tutto da sola. Dandomi la spinta con quel: ti sembra modo di iniziare?
Siamo finiti a bere, molto vino e del rhum.
Ho finito per fare il brillante. Lei ha finito per stare al gioco. Sono insopportabile quando faccio il brillante. Le probabilità di accoppiamento, quando faccio il brillante, precipitano. Io ho finito per alzare la posta, avvicinando la mia bocca al suo collo, e baciando delicatamente proprio sotto l’orecchio, lei è stata ferma. Ho finito per rifarlo, lasciando l’indice della mano sinistra a correre leggermente, appena appena, nello spazio tra il pantalone, la schiena e la maglietta. E lei me lo ha lasciato fare. Poi ho ordinato altro rhum. E lei si è avvicinata al mio collo, mordendo appena, lasciando una sua mano a cadere nella mia. E io l’ho lasciata fare. Poi, sottovoce, mi ha detto

– io vado in camera mia

E io ho pensato, cazzo, porca puttana, merda. E nient’altro. E ho detto:

– ti accompagno
– ma col cazzo. Non sono una puttana.

E io ho pensato, cazzo, porca puttana, ma fottiti.

Il giorno dopo osservavo dal bordo del parcheggio, il suo fidanzato venirla a prendere, abbracciarla, sollevarla.

E ho pensato, cazzo, porca puttana, incredibile.

Poi a luglio, ad Amsterdam, ci siamo incontrati ancora. Ed ero un po’ in imbarazzo. Ed è stata davvero lei a riprendere il tutto. Così, lasciandomelo appena intendere:

– ho voglia di andare a letto con te
– prego?
– ho voglia di te, nel mio letto

E io ho pensato, cazzo, porca puttana, incredibile.

Ma ho risposto solo:
– ok, beviamo prima?

Ecco, così, per chiarire quello che non sapete su me e Cecile. Credo sia importante sapere anche che Cecile è piccola, elegante, estremamente fine, decisamente in carriera. Ha i capelli biondi finissimi, corti sulle spalle, l’incavo delle anche pronunciato, che tira i pantaloni, le caviglie affusolate come le mani. Le unghie sempre lunghe, rosa carne. Gli occhi scuri, veloci, di un cerbiatto. Il collo piccolo, che sta in una mano. Come altre cose, che quivi non specifico perchè sono una persona fine ed intellettualmente impegnata. E’ quel tipo di ragazza che i primi poeti latini avrebbero definito Gran Fica. Credo sia importante sapere che Cecile ed io siamo stati insieme in un letto solo quella notte. Continuiamo a vederci, per lavoro, e qualche volta si è rischiato lo scivolone, sulle scivolose strade del vino e della notte. Ma finiamo sempre a chiacchierare, bevendo. Di vita, di lavoro, di cose grosse e piccole. Cecile è la cosa più vicina ad un amica che io abbia mai avuto. Volendo confessare i miei peccati, durante la cena di Natale di due anni fa, a Monaco, le ho massaggiato i piedi, mentre seduti sulle scale della hall dell’hotel, aspettavamo del vino. Ma lo ho fatto per godere degli sguardi invidiosi di quelli che passavano. E ad essere molto sinceri, una volta, a Parigi, camminavamo per tornare in hotel e lei mi ha preso sotto braccio dicendomi:

– ti ho mai detto che eri niente male a far l’amore?
– no Cecile. Ma adesso sei ubriaca, non vale.
– se lo rifacciamo, te lo dico ancora.
– Ho smesso
– cosa?
– ho smesso di andare a letto con ragazze bellissime e in carriera
– idiota
– no dicevo, quindi mi va bene andarci con te

E, ridendo, camminavamo zigzagando verso l’hotel e ci siamo fermati a bere in un bar gestito da turchi. E siamo tornati in hotel trascinandoci ubriachi. Girano, in effetti, nel settore storie e pettegolezzi piccanti su noi due. Lei non se ne cura. Io non ho nulla da perdere.

Ecco, quello che non sapevate di me e Cecile.

Torniamo a oggi

La serata è fredda. Gelata. Parigi sembra schiacciata da un freddo che quasi taglia la pelle. Fuori dalla hall dell’hotel, fumo aspettando Cecile e due bicchieri di rosso.

Arriva senza vino, con il cappotto viola scuro e i grossi bottoni blu, un cappello ridicolo blu e mi guarda, facendo ciondolare le chiavi della macchina nella mano destra.
– Ci muoviamo da questo mortorio?
– Potrei anche starci. Cosa proponi?
– Fidati di me. Fidati di una donna, almeno per il fatto che io sono di qui.
– Ok

– Però ti devo dire la verità.
– Dimmi “finocchio” italiano.
– Cecile, io ho l’anima a pezzi, e non ho voglia di uscire.
– Tu, stasera, me lo devi.
-…
-Credi di avermi scopato gratis?
– tecnicamente, pur essendo passati quasi dieci anni, credo si sia trattato di una tua richiesta.
– Ok, adesso ti sto chiedendo gentilmente di portarmi fuori a bere, stasera, per un paio d’ore. E lasciarmi parlare
– Ok, ma prendiamo un taxi, credo sia meglio.
– Credo tu sia l’unico in Europa a farsi pregare per uscire con me
– Per forza, cerchi disperatamente di essere la sosia di Paris Hilton
– Che merda che sei. Avesse la metà del mio cervello.
– Avessi tu la metà dei suoi soldi
– Sei proprio un’italiano del cazzo.

Entriamo nel taxi mentre ribadisco il concetto, felice e nazionalista, degli italiani bravi a letto. Il tenore della conversazione è sul genere “battute idiote a riempitivo”.
Arriviamo in un bar pieno di quadri con i tori, drappi rossi, sgabelli colorati e gente abbastanza chiassosa.

– La tauromachia, si dice così in inglese?
– Frankie, io sono nella merda

E inizia, la mia piccola Cecile, la cosa più vicina ad un’amica che io abbia mai avuto, un fiume di parole. E gli occhi stanno fissi, a guardare uno di quei quadri con le locandine dei toreri. E il tono è sempre lo stesso. Cecile ha una voce bassa, suadente, che riempie il silenzio. Ascolto giocando con un sottobicchiere, facendo piccoli pezzi di carta e tenendoli tra le dita.

Diventa, di colpo, la mia Cecile, una donna fragilissima, piccola, spaventata. Tocca con il suo indice la mia fede. Poi mi fa vedere la sua.

– sai perchè non abbiamo mai scopato dopo il 2004?
– perchè sono diventato troppo bello per te? Invecchi male, Cecile. Se avessi le tette, ti cadrebbero.
– Perchè io ho sempre creduto in questo cazzo di anello.

E gli occhi tornano, leggeri, ai quadri alle pareti, al bicchiere del vino. Ascolto, questo credo facciano gli amici. Mi parla di un matrimonio, di un’idea. Cerco di riportare alla mente la faccia di suo marito. Me lo ricordo vagamente. Un bestione yuppie, macchina cabrio coupe, Rolex, gemelli.

E adesso, quasi piange, Cecile. Non credo di essere pronto a questo.
Fermo la cameriera, prendendole un braccio. Mi guarda come se le avessi toccato il culo. French Friendly un cazzo, penso. Ordino del rhum. Ho visto il Millonario. Non lo servono a bicchieri. Compro la bottiglia. Servirà.

– Cecile, non credo di essere la persona giusta con cui parlarne
-…
– Ti ascolto volentieri, sempre che tu paghi la bottiglia, perché al momento non ho soldi. Ma non poso fare nient’altro.

Adesso piange davvero. Piano, delicatamente. Gira la testa di lato, si tiene il mento con la mano. I singhiozzi muovono il ciondolo con una perla.

C’è quest’uomo, che arriva, si siede sulla sua vita, e la guarda. Me ne parla con gli occhi illuminati. E non ci è mai andata a letto. Per non sentirsi puttana. E lui aspetta. Suppongo sia frocio, ma non lo dico, non mi sembra il caso. O forse ha un pene molto piccolo, e aspetta l’ultimo momento per sfoderarlo. Ma non dico nemmeno questo.

Poi si riprende. Tira sul con il nasino. Annusa il rhum. Mi guarda.

– Roba da vecchi il rhum. E tu, cosa cazzo combini?

E il fiume, adesso, sono io. Che non piango, perchè non mi verrebbe bene come è venuto a lei. E non ne ho nemmeno voglia.

E’ la notte, a Parigi, che rende umana la città. Perchè non c’è nessuno, e le strade sembrano aspettare due fiumi in piena, che camminano lenti, cercando un taxi che forse non vogliono trovare.
Le luci gialle dei lampioni non sono mai belle, e illuminano solo il vuoto.

– Cecile, a me Parigi fa cagare
– a me voi uomini sembrate tutti figli di puttana
– beh, stai parlando con uno dei più senior, in questo senso.
– e tu con una parigina DOC.

Camminiamo nel freddo fino a quando non riusciamo a fermare un taxi. Nel caldo del taxi, Cecile si appoggia alla mia spalla. Non c’è niente di sexy in quello che sta facendo. Non c’è nulla di sensuale in questa città congelata. Arrivati in hotel, ci fermiamo a fumare.
Senza parlare. Forse è questo che fanno gli amici. Non ho mai creduto nell’amicizia tra uomo e donna. E non ci credo nemmeno adesso. Ma sono troppo stanco per pensarci.

– A volte, mi manca talmente tanto mio figlio, che mi sento solo da star male.
– Non farò un bambino prima dei trentacinque
-Cecile, i figli non si pianificano.
– Nemmeno i fallimenti, piccolo.

Restiamo a guardare il traffico notturno sulla strada. Gente, poca, che ha fretta, molta.

– Dimmi una cosa, Frenkie
-…
– Tu moriresti per amore?

Credo, mia piccola Cecile, di doverti una risposta, che non leggerai mai. Scritta qui, due giorni dopo. Al posto di quel mugugno (“che cazzo di domanda, Cecile, buona notte”) e di quel bacio in fronte.

Io morirò d’amore. Ne sono sicuro. Lo sto facendo, giorno dopo giorno. Perchè per amore ho fatto tutto. Le cose migliori e le cose peggiori. Le cose più giuste e le cose più sbagliate. Io lo sto facendo, Cecile. E nessun uomo è uguale ad un altro. Per questo, sono sicuro, qualcuno si ricorderà di tutto l’amore che ho messo in circolo.

Fallo Cecile. Scappa, poi torna, poi scappa ancora. O resta, Cecile, e muori come un fiore che si secca senz’acqua. Ma fai qualcosa per amore.

A presto, Cecile. Se l’amicizia tra uomo e donna esistesse, saresti una grande amica. Che poi è un modo di amare, con meno sesso e più parole.