carpe diem

Una delle cose che rimprovero a Fred è di non aver mai letto Carver. “Principianti” sarebbe perfetto per lui. Ad essere sinceri, Fred non ha letto quasi un cazzo, negli ultimi trent’anni. Compensa con un’onnivora cultura musicale. E, in fondo, dimostra una spiccata sensibilità pur essendo un primate di categoria inferiore. Uno di quelli con un fisico statuario, una naturale abbronzatura perenne, un sorriso spiazzante con denti terribilmente bianchi, un lavoro cool e la capacità di praticare tutti gli sport stilosi dell’epoca in cui vive. Tipo, se fosse nato negli anni venti, avrebbe lanciato il giavellotto, corso la mezza maratona e nuotato durante il Cimento. Fosse nato nel Medioevo, sarebbe stato Maestro di Giostre, duellante e un grandissimo arciere. E’ nato alla fine dei settanta, quindi surfa, skeita, snowborda. Un primate di categoria inferiore. Ma con una grande sensibilità.

Oggi Fred mi osservava mentre io osservavo lui che mi osservava. Funziona così da parecchio tempo. Io faccio una cosa. Indipendentemente da che si tratti di una cosa buona e ragionevole o l’ennesima spunta della lista “peccati mortali”, Fred si prende il suo tempo per ragionarci e prendere posizione. Ci può mettere pochissimo o moltissimo. Poi mi osserva, mentre io osservo lui che mi osserva. E, se capita, parliamo anche.

Beh, oggi ci osservavamo. Ai bordi della periferia est, alla fine della civiltà, quando il numero di rotonde supera quello delle strade, e il crescente numero di ipermercati fa supporre di una popolazione costantemente impegnata a mangiare, pulire, comprare.

Alla fine abbiamo convenuto che, almeno per quanto riguarda la nostra generazione, il supporto psicologico di un professionista dovrebbe essere gratis e continuativo. Magari poi c’è qualcuno che non ne ha così bisogno. Ma noi si, perdio. Noi si.

E’ un periodo in cui, per quel poco che dormo, faccio sogni molto complessi.
Qualche anno fa, era estate, era caldo, stavo imbiancando casa. Era agosto, ero al verde, non c’era nessuno a cui scroccare una birra, allora la sera rimanevo in casa a leggere. E mi sono letto tutta L’Interpretazione Dei Sogni, di Freud. Da quel momento, ho smesso di sognare. Inconsciamente, è diventato rarissimo che io sogni. E, solitamente, alla fine del sogno, poco prima del risveglio, il mio io Sognante fa auto analisi al mio io Sognato. E tutto finisce lì. Tipo l’anno scorso quando ho sognato la vigilessa che mi ha fermato in moto, che veniva allegramente scopata dal mio ex maestro di canto, mentre io cercavo la nota per intonare la Salve Regina, il tutto in Piazza Castello, Milano, all’ora di punta.

Beh, questo è un periodo in cui faccio sogni molto complessi.
Ieri notte, mi sono rotto il polso. Destro. Non mi faceva male, ma era rotto. Ero in un bar, in un villaggio rurale lungo il Rio Delle Amazzoni. Un caldo infernale, la festa appena finita, molto alcool, molte donne, molto rumore. Neruda, impeccabile nel suo completo con cui lo immagino sempre, scriveva al bancone del bar, mentre Garcia Marquez portava da bere a un tavolo di puttane, sporche e ubriache. Sono uscito, senza nemmeno salutare Pablo e Gabo. Tra noi scrittori famosi succede spesso, che non ci salutiamo. Siamo tipo calciatori. Calciatori delle parole. Giochiamo le nostre partite, poi nei locali la sera non è che passiamo tutta la sera a salutarci. Siamo grandi scrittori. Grandi giocatori delle parole. Beh, sono uscito e mi sono incamminato verso una salita, stretta, illuminata a giorno. Le zanzare, l’umido e la salita. Dovrei smettere di fumare. Ho il fiatone anche in sogno. Andavo spedito, verso una casa azzurra, con l’intonaco cadente e il portone di legno intagliato. Entrato nel cortile, ho sentito il fresco delle grosse mura, il silenzio e la luce della luna passare tra i rami del grosso albero da frutta. Ho visto lei, appoggiata all’albero. Con delle mutande rosse. Rosso corrida, pensavo. Mi sorrideva, piangendo. Il polso iniziava a farmi male davvero. Più mi avvicinavo più la suoneria del BlackBerry suonava impietosamente. Fine del Sud America, di Neruda, di Garcia Marquez, delle mutande rosse e del mio dolore al polso. Anche se il braccio destro era completamente addormentato. Poi, finiti i sogni, non c’è verso di riprenderli. Questo mi dispiace di quando sogno. Che quell’albero, quelle mutande, quel fresco riposante erano un gran bel sogno. E anche il poter parlare a Neruda. Ma niente.

Non credo che spiegare i sogni possa spiegare anche gli incubi che vivo di giorno. Uno sogna di notte quando vive incubi di giorno. Fino a che poi, le due cose non si fondono pericolosamente in un pastone denso e difficile da dividere.

Comunque ha ragione Fred, un professionista, in questo momento, sarebbe abbastanza utile in entrambe le vite. Più che altro per riprendere quel pastone denso e difficile, e dividerlo pazientemente.

2 pensieri su “carpe diem

  1. Penso che sí, potresti anche azzardarti a scrivere un libro, per davvero. Del resto scrivi bene, e non ti manca la profonda sensibilitá che uno scrittore dovrebbe avere. Sei innamorato della vita e non ti vergogni a dirlo, anche se a volte diventi un po’ ripetitivo con certe immagini (il bicchiere di vino, il vino, la vita vissuta, la bocca, il respiro). Peró hai tutta la mia stima.
    A volte devo fare uno sforzo, sai, per guardare fuori dal finestrino dell’autobus, per scorgere in mezzo a tutto il casino, la tanta bellezza che effettivamente é dovunque.

    M

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