L’allegra poesia di quelli come noi

Devo lavorare brevemente su me stesso, schiacciando il mal di testa da birra in un angolo del cervello. Mi pulsa l’orecchio sinistro. Regolarmente. L’hangover da birra me lo ero dimenticato.
Bere birra, cazzo, è idiota. O forse basterebbe fermarsi alla quarta media. Arrivo in ufficio e cerco dell’ibuprofene. Donne. Le donne hanno sempre dell’ibuprofene. Recupero una donna. E’ arrivata da una settimana, è ancora intimidita, rigida, professionale. O magari, poverina, è così nella vita. Credo abbia delle tette enormi, a giudicare da due cose: il voluminoso spessore del golf di lana nera e l’ossessività con cui evita di scollarsi. Credo si chiami Elena, Elisa, Eluana, Eliana. Qualcosa del genere. Mi è piombata in ufficio lunedì mattina. Per il Welcome Pack. Il Pacco di Benvenuto. Quell’esercizio di retorica entusiasta con il quale per due ore posso convincerti di essere arrivata nel posto giusto al momento giusto. Se sei quella giusta, è perfetto cazzo. Ma dipende da te. Lunedì, probabilmente mi avrà anche detto il suo nome. Elisa, credo. Elena, forse. E mi avrà anche raccontato la sua storia, credo. Ricordo vagamente del suo passato professionale. Da come mi sorride credo di aver fatto anche una buona impressione. Questo è importante. Deve credere in me. Perdutamente. Fidarsi, otto ore al giorno, di me. Non ho molte alternative, è l’unica donna in ufficio. In verità siamo gli unici due. In effetti, adesso che ci penso, mi domando che cazzo ci faccia qui alle otto della mattina. Penso, di contro, che la domanda sia reciproca. Costruisco una storia che sia sufficientemente credibile (sai, il Piccolo, una piccola bronchite, nulla di serio, se no vai avanti a chiedermelo per settimane, ma ha il sonno disturbato, e io, che alla fine sono davvero un Buon Padre, sto alzato con lui. Tu non lo faresti? Ecco, un mal di testa terribile. Hai mica dell’ibuprofene?) che è una storia molto più ragionevole e adatta al mio status di: ho bevuto della cazzo di birra chiara, mangiando un panino orrendo, fumando in felpa a due gradi sotto la neve. Due litri di birra e una decina di sigarette. Adesso è normale che abbia mal di testa. Anzi cazzo, è già tanto che sia qui con voi, i vivi e vegeti. Sono andato a letto alle due e mezza e mi sono svegliato alle sette. Cazzo, volevo alzarmi, andare nella vasca da bagno e rimettermi a dormire. Iconico.

Non ha dell’ibuprofene. La cosa diventa difficile da affrontare. Ma che cazzo di donna sei? Non hai il ciclo, il mal di testa, la cefalea, la cervicale e tutte quelle cazzo di patologie tipiche di chi possiede un utero? Poi penso, cazzo è ovvio. E’ incinta. Abbiamo assunto una donna incinta. Non assume regolarmente ibuprofene, ha delle mammelle giganti, un sorriso ebete, i capelli unti. E’ incinta. Cazzo, ho assunto una donna incinta. Permessi, maternità, part time. Cazzo.

Mi pulsa l’occhio sinistro. Dall’hangover all’ictus il passo è brevissimo.
Le chiedo, prendendola alla larga, come mai sia arrivata così presto. Il mio obbiettivo era arrivare a chiedere se fosse sola, sposata, convivente, madre. Informazioni che, in verità, dovrei già ricordare.
Sposata? Convivente? Ah, e niente bimbi? Osservare attentamente la mimica facciale e la comunicazione non verbale, per scoprire, preciso come un Clear Test con la barba da hipster, la settimana di incubazione del giovane erede, e di conseguenza la settimana esatta nella quale ci saluterà per l’infinita maternità. Invece mi infilo in una lunghissima arringa sul traffico del mattino. Che lei vive dall’altra parte della città. Che lei ha trovato assurdo metterci così tanto. Che anche con la benzina è un bel costo. Oh cazzo. Che palle. Mi interesso superficialmente alla questione annuendo e nel frattempo mi auto diagnostico un preoccupante formicolio alla gamba destra. Con precisione, siamo in pieno inguine. La dove nulla deve succedere, se non sotto mia autorizzazione. Vengo salvato da un collega che entra e propone un caffè.

Oggi ci sono quattro colloqui. Un’orda di speranzose nuove leve, giovani, profumate, eleganti, arroganti, motivate. Mi siedo sapendo che mi alzerò in non meno di tre ore. Sento una fitta alla schiena. Probabilmente sto morendo. In compenso ho trovato del paracetamolo, che assumo frettolosamente. Una pastiglia effervescente, direttamente in bocca. Schiumo come un posseduto durante un Sabba. Ingoio quintali di saliva frizzante al sapore di arancia.

Una volta, durante un colloquio, osservavo questa giovane candidata sudarmi copiosamente davanti. Aveva più master e specializzazioni di un ricercatore del MIT. E veniva da noi per una posizione per la quale era richiesta la bella presenza ed eventualmente la capacità di articolare semplici frasi come “buongiorno” o “benvenuti”. E, lo ricordo benissimo, ho provato un grandissimo rispetto. Da quel giorno, i colloqui per me sono una specie di transfer psicologico. Ascolto tutto, mi immedesimo, collaboro, chiedo, confermo. Una amichevole nonnina. Poi, a due minuti dalla fine del colloquio, dimentico tutto, e ritorno ai miei criteri di valutazione canonici. Sorriso, genio, sregolatezza, percorso di studi il più strano possibile, arroganza, aggressività, egoismo. Tutti pregi preziosi difficili da trovare.

La prima candidata ha l’eta in cui calori improvvisi, arrossamenti, piccole indecisioni, sono l’inizio della fine. E’ in menopausa anche nell’anima. Troppo per me. La seconda candidata è aggressiva. E vuole starmi simpatica. Impossibile, nella vita reale, visto che ti presenti a un colloquio con la camicia di un materiale non reperibile in natura. Credo si tratti di plastilene catarifrangente. Quelli che ci sudi dentro, e fuori non si vede nulla. Meno donne aggressive ho nella mia vita, meglio sto. Forse avrei dovuto bere anche del rhum. Mischiare. La birra e il rhum. La terza candidata è dolce, soave, delicata. Arrossisce quando la metto sotto pressione. Sopravviverebbe meno di due ore in qualsiasi contesto lavorativo. E’ una di quelle che usano il bagno più per piangere che per pisciare. La quarta candidata arriva con venti minuti di ritardo. Mi sta già simpatica. E ne approfitto per mangiare altro paracetamolo.
Schiumando alla Trainspotting, controllo che le mie funzioni corporali siano tutte sotto controllo.
Osservo il mio pc scaricare istericamente tonnellate di mail, che aumentano il mio distacco con i tempi medi di risposta considerati civili.
Fumo una sigaretta, e penso. Cazzo, che sballona. Arrivare in ritardo a un colloquio. Le rendo l’offesa con una mezz’ora d’anticamera. E’ alta, slanciata ma con un principio di culo eccessivo. Sorprendente attaccatura di capelli bassa, pelle olivastra, occhi neri. Mediterranea. Un ciondolo con una stella marina. Unghie corte, indice mano destra segnato da del giallo. Occhi vispi che corrono sui particolari principali. Labbra screpolate appena, un neo da controllare alla base del collo. Quindi una visiva, pugliese o calabrese, non fidanzata, fumatrice, amante del mare. Oh, le visive sono le migliori per farci l’amore. Lasciate perdere le uditive e le cinestetiche. Gloria alle visive. Parla con calma, dissimula e regge la pressione contrattaccando educatamente. Il curriculum è scritto in Arial. Niente di strano. Ma il nome è in Comic Sans. E credo che il Comic Sans dovrebbe essere vietato, almeno nelle comunicazioni ufficiali e fuori dagli avvisi parrocchiali. Poi leggo, tra le passioni, barca a vela. Una velista. Che figo. Mi viene in mente il mare, non so perchè ma l’Adriatico, con le vele bianche e l’orizzonte largo. Per me è ok. Possiamo finire qui. Devi semplicemente chiudere in bellezza. Tutto finisce come dovrebbe finire. Ci stringiamo la mano.

Ritorno dentro l’ufficio e cerco di capire se la lingua sia dolorante per qualche ragione in particolare. Come se avessi limonato con un bisonte per una notte intera. Maledetta birra.

Mi ha chiamato il mio capo. E il capo del mio capo. Che può voler dire solamente che la questione, qualsiasi essa sia, è diventata abbastanza caliente.

Guardo fuori dalla finestra, mentre il telefono squilla a vuoto. Cielo di piombo, su asfalto di parcheggio aziendale. Il grigio la fa da padrone. Sarebbe un quadro bruttissimo. Nemmeno Vettriano riuscirebbe a renderlo caldo. Cosa c’è di peggio di un parcheggio aziendale? Il mio capo non risponde. Il capo del mio capo non lo chiamo. Nella catena alimentare aziendale, sono il cibo del suo cibo. Non abbiamo molto a che fare. Tipo un leone e una siepe. Io sono la siepe. Al massimo, il capo del mio capo potrebbe strusciarsi la schiena su di me, o pisciarmi sopra. Sono puro arredamento aziendale per lui. E lui, un inutile carnivoro per me che vivo di fotosintesi clorofilliana.

Faccio le prove con me stesso, nel riflesso del vetro, per vedere come sarebbe la mia faccia, se fossi felice.

Ho in mente, da due giorni, una poesia che vorrei intitolare Chicken Nuggets. Affondo il dito dentro il bordo di silicone della finestra.

Incolpare la birra della mia depressione, sarebbe come incolpare il cucchiaio per essere ingrassati.

Ci vuole una primavera, urgentemente.
Mi sono già dimenticato come si chiamava la velista mediterranea.

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