La notte in cui è morta la tua Bellezza

Los Angeles, Maggio 1981, Sunset Blv.

Henry si era dovuto alzare, nonostante il sonno, il mal di testa, la nausea, per far smettere quel dannato telefono del cazzo. Suonava da cinque minuti. Era già tanto che i suoi vicini, i signori Lauren, non avessero già iniziato a bussare sul muro del soggiorno. Bussavano per qualsiasi rumore, anche una scoreggia troppo forte. Il prezzo da pagare per un affitto basso, nessuna domanda, nessun contratto. Muri di legno, sottili come fogli di carta, e il cortile pieno di spazzatura.

Le cinque e undici minuti. Domenica mattina. Chi cazzo può chiamare, alle cinque e undici minuti di domenica mattina? Nessuna buona notizia. Questo è certo. Le buone notizie vanno a dormire presto e si alzano tardi. Arrivano sempre di pomeriggio. E ultimamente, queste cazzo di buone notizie avevano proprio smesso di arrivare. Non era un problema di indirizzo, visto che le bollette arrivavano puntuali.

Cercando la cornetta, nel buio della stanza, rispose con un “hey” quasi sottovoce, per non svegliare nessuno. Svegliare chi? Dall’altra parte, rumore di traffico, una voce femminile, una bestemmia, e poi niente.

Hey, che senso ha questa cosa? Per un attimo, nella penombra, osserva le luci della notte, i neon gialli e rossi di Amoeba Music Store. Per forza nessuno voleva quel cazzo di appartamento. Illuminato a giorno anche di notte. Per forza nessuno voleva la sua vita, con voci femminili che bestemmiano in piena notte.

Un sospiro, il telefono ricomincia a squillare. Lo stesso rumore di traffico, nessuna voce questa volta.

Ci vuole poco, pochissimo, perché Henry si preoccupi. Vorrebbe occuparsi delle persone, lo fa. Per questo odia preoccuparsi, per le persone. Perchè vuol dire due cose: che lui non sta facendo il suo lavoro, e che l’altro, l’altra se ne sta fottendo. Occuparsi e non preoccuparsi. Odia preoccuparsi, soprattutto quando non gli è data la libertà di aiutare. E una bestemmia, è un allarme, che non vuole aiuto. E’ così da una vita. Appoggia la cornetta, cerca delle pillole. Qualcosa per calmarsi. La voce, il traffico, la bestemmia. Niente che faccia supporre che qualcosa stia andando per il verso giusto.

In effetti, vista da fuori, tutta la sua vita sta andando nella direzione sbagliata. Vista da dentro, invece, è una semplice catena di conseguenze. Il lento lavorio di una piccola scelta sbagliata, appoggiata a una più grande, e così via. Trentatrè anni. Un passo ai trentaquattro. A volerci arrivare. Quello si. Dannata miseria. Quello si. Non avrebbe immaginato di arrivarci così. Questo no. Ma, in ogni caso, ci vuole arrivare. Tutti i sogni rimessi in gioco. Ma forse questo è il prezzo da pagare per avere quello che vuoi.

Preoccuparsi di cosa? La voce. Quella voce. Ultimamente era diventato bravo, con quella voce, a riconoscerne i dettagli e le sfumature. Sapeva quando quella voce stava giocando, flirtando, aspettando, godendo, ridendo. E quando qualcosa stava andando storto. Ogni voce viene da un’anima. E quell’anima, l’anima di quella voce, era una delle pochissime cose che lo facevano pensare a un futuro sereno. Senza muri di legno, senza i Lauren, senza le insegne del Sunset, senza la paura. Quell’anima era disperata come lui. Ma era sicuro che sarebbe tutto finito presto. Invece no. La bestemmia. E basta. Una donna che bestemmia, questo va detto, è uno spettacolo bruttino, anche per uno abituato a vedere cose ben più brutte. Il tono, impastato da troppa roba, era sconfitto. Ecco di cosa era preoccupato. Di non poter essere con quella voce, in quel momento, per poterle dire, piano, che non c’era nessun bisogno di nient’altro. Di non preoccuparsi. Di non spaventarsi. Di non avere paura. Cazzo, lui era bravo in questo. Moriva di paura, ma bastava un suo sorriso, una sua parola, per cancellare la paura nelle persone che amava. Forse era questo il suo segreto. E, invece, quella voce aveva paura.

Prese la testa tra le mani. Pulsava allegramente. Vodka. Avrebbe avuto bisogno di vodka. E di pace, di tempo, di riposo, niente di tutto questo.

– Sai Henry, forse ne dovremmo parlare

La voce di sua moglie, Lora. E la sua figura, a fare ombra in soggiorno.
Ecco, se c’era una cosa che non doveva succedere, in questa cazzo di vita, era proprio questa, pensava Henry. Meccanicamente cercava con la mano destra altre pillole.

– Di cosa vuoi parlare?

Anche se, nessuna buona discussione veniva a galla alle sei della domenica mattina. E, a dirla tutta, le ultime volte che avevano provato a parlare, i Lauren avevano dato il loro massimo in quanto a nevrotiche bussate sul muro. Perchè non c’era niente di cui parlare. E quando non c’è niente di cui parlare, la gente, lui e lei, trova pessimi argomenti e pessimi modi di farlo.

Era, forse, l’ultima cosa di cui aveva bisogno. Iniziava a sentire il benefico scorrere delle due pillole dentro il suo sangue. Questo era una cosa buona.

Per un secondo, tirò su la testa e guardando le ombre del soggiorno disse:

– non penso di farcela più.

Troppo sottovoce da sembrare convinto. Eppure era vero. Puro dolore, fisico e mentale, da troppo tempo. Troppi giorni, troppi mesi, forse anni. Era tutto vero. Non era giusto, arrivarci così. Ma forse non era nemmeno giusto arrivarci. Che città di merda, Los Angeles, per stare a pezzi. Il posto migliore del mondo per trovare tutto quello da cui dovresti stare lontano, in questi casi. Alcool. Pastiglie. Notti lunghissime. Locali fumosi. E anime. E voci.

Lui, che viveva delle sue parole, adesso non ce la faceva più. A parlare. A dire nulla. E quando avrebbe dovuto urlare qualcosa, usciva un flebile mugugnio penoso. Lui e le sue parole. Le parole che lo avevano salvato, cresciuto, coccolato. Lo mantenevano, le parole. Non averne più era un problema non da poco. E la risposta, a dispetto di tutto, non era nella vodka. Anche questa cosa, di dover cercare sempre delle risposte. Parlava sempre meno. Aspettava. Forse aveva parlato troppo prima. Forse non abbastanza.

Ed ecco, la danza psichedelica delle discussioni degli ultimi mesi. L’ombra di Lora, che inizia a muoversi veloce, i primi libri che volano sulla moquette, la finestra che si apre, il tono che sale, le mani che si agitano disperate. Perchè sanno, queste mani, che le parole non porteranno da nessuna parte, e allora provano a cercare una soluzione, un compromesso, un punto sospeso in mezzo al soggiorno. Un punto a cui appigliarsi. Il tono sale ancora. Adesso è pura rabbia. Marte contro Venere, pioggia di asteroidi. Adesso i Lauren busseranno. Sono le sei e mezza del mattino. Ne avrebbero anche diritto.

Vorrebbe avere ragione solo su una cosa Henry: questo non è il modo giusto per arrivare da nessuna parte. E vorrebbe dirlo a Lora. E vorrebbe dirlo alla voce che ha appena sentito.

Si alza, prende tutta la calma di cui è capace, per attraversare la casa e mettersi nel letto. Domenica, Cristo, è il giorno in cui ci si dovrebbe riposare. La notte, puttana merda, è il momento in cui si dovrebbe dormire. Il letto, cazzo, è il posto dove si dovrebbe ridere di più al mondo. E la vita, cazzo, dovrebbe fare meno male. Appena meno, non troppo. Solo da sembrare una cosa fattibile.

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