Dopo tutto, ci salveremo lo stesso, Cecile

E’ un pezzo lungo. Scritto di corsa, tornando da Parigi. Ma a Cecile lo devo.

Mi guarda, facendo ciondolare le chiavi della macchina nella mano destra.
– Ci muoviamo da questo mortorio?
– Potrei anche starci. Cosa proponi?
– Fidati di me. Fidati di una donna, almeno per il fatto che io sono di qui.
– Ok

Quello che Cecile non sa:

Cecile non sa che, nonostante il mio sorriso confortevole, sono in macchina dalle sei di questa mattina. Sigaretta, aria gelata, montagne all’ombra di minacciose nuvole bianche, camionisti francesi, ingorghi, lavori, casello, sigaretta, lavori, parcheggio. Autogrill, caffè, sigaretta, pisciatina, acqua, sigaretta, coda, lavori, coda, casello.Riunione. Treno. Sedile 92, carrozza 16. Albergo. Sigaretta guardando il vuoto. Doccia. Cena, cravatta allentata. Tasso di ascolto ridotto al minimo. Alito del vicino molto pesante. Profumo della vicina eccessivo, da troione. Commensali odoranti, cena rovinata. Reception, hotel, vino rosso, sigaretta, brainstorming (alle dieci di sera credo sia illegale chiamarlo brainstorming). Sigaretta.

Quello Che Franz non sa:

Franz non sa che Cecile, nonostante il profumo, l’aria svampita e gli occhi veloci che corrono addosso a Franz con la naturalezza dell’acqua sulle rocce, ha dentro un dolore gigante, che morde l’intestino come la peggiore delle rabbie, che fa mancare il respiro, appena accennato. Questo non lo sa quasi nessuno. Nemmeno Franz. Ma fra poco lo saprà

Quello che non sapete voi:

Io e Cecile ci siamo conosciuti un venerdì pomeriggio di tanti anni fa. Sul bordo di un laghetto, con un prato tagliato all’inglese, talmente perfetto da sembrare disegnato, dei tavoli da cocktail con lunghe tovaglie bianche, del buon vino bianco, e un’orchestra che suonava qualcosa di simile a Frank Sinatra. Ero pivello, non sapevo gestire un cocktail party. Camminavo abbastanza alticcio, sentendo il gonfiore del prato spingere sulle mie suole. Fumavo lontano dai tavoli, e osservavo la gente importante parlare, parlare, parlare. Cecile era seduta sul prato, proprio vicino al lago, con un bicchiere di vino in mano e le scarpe appoggiate sul prato. A dire il vero, avevo notato prima le scarpe. Blu, scuro, lucide. Con un tacco alto, e le suole immacolate. Adoro le scarpe con le suole immacolate. Si vedono solo nei film. Qui, se volete sentire entrambe le campane, le versioni sono discordanti. Io vi posso giurare di aver notato prima le scarpe, e ragionato sui film, sulle scarpe, sul sesso con le scarpe, sul sesso con le scarpe sul lago, sul sesso con le scarpe sul lago in quel preciso istante. Lei sostiene che io sia stato quasi dieci minuti in piedi, inebetito, a guardarla.

Resta il fatto che ricordo perfettamente che è stata Cecile a iniziare tutto. E’ dieci anni che glielo ricordo.

– Pensi di volermi guardare e basta?
– hai dei piedi bellissimi, ma le scarpe sono ancora più belle
– ma che cazzo dici? ti sembra modo di iniziare?

Cecile, in dieci anni di amicizia, non ha mai ammesso di aver provocato tutto da sola. Dandomi la spinta con quel: ti sembra modo di iniziare?
Siamo finiti a bere, molto vino e del rhum.
Ho finito per fare il brillante. Lei ha finito per stare al gioco. Sono insopportabile quando faccio il brillante. Le probabilità di accoppiamento, quando faccio il brillante, precipitano. Io ho finito per alzare la posta, avvicinando la mia bocca al suo collo, e baciando delicatamente proprio sotto l’orecchio, lei è stata ferma. Ho finito per rifarlo, lasciando l’indice della mano sinistra a correre leggermente, appena appena, nello spazio tra il pantalone, la schiena e la maglietta. E lei me lo ha lasciato fare. Poi ho ordinato altro rhum. E lei si è avvicinata al mio collo, mordendo appena, lasciando una sua mano a cadere nella mia. E io l’ho lasciata fare. Poi, sottovoce, mi ha detto

– io vado in camera mia

E io ho pensato, cazzo, porca puttana, merda. E nient’altro. E ho detto:

– ti accompagno
– ma col cazzo. Non sono una puttana.

E io ho pensato, cazzo, porca puttana, ma fottiti.

Il giorno dopo osservavo dal bordo del parcheggio, il suo fidanzato venirla a prendere, abbracciarla, sollevarla.

E ho pensato, cazzo, porca puttana, incredibile.

Poi a luglio, ad Amsterdam, ci siamo incontrati ancora. Ed ero un po’ in imbarazzo. Ed è stata davvero lei a riprendere il tutto. Così, lasciandomelo appena intendere:

– ho voglia di andare a letto con te
– prego?
– ho voglia di te, nel mio letto

E io ho pensato, cazzo, porca puttana, incredibile.

Ma ho risposto solo:
– ok, beviamo prima?

Ecco, così, per chiarire quello che non sapete su me e Cecile. Credo sia importante sapere anche che Cecile è piccola, elegante, estremamente fine, decisamente in carriera. Ha i capelli biondi finissimi, corti sulle spalle, l’incavo delle anche pronunciato, che tira i pantaloni, le caviglie affusolate come le mani. Le unghie sempre lunghe, rosa carne. Gli occhi scuri, veloci, di un cerbiatto. Il collo piccolo, che sta in una mano. Come altre cose, che quivi non specifico perchè sono una persona fine ed intellettualmente impegnata. E’ quel tipo di ragazza che i primi poeti latini avrebbero definito Gran Fica. Credo sia importante sapere che Cecile ed io siamo stati insieme in un letto solo quella notte. Continuiamo a vederci, per lavoro, e qualche volta si è rischiato lo scivolone, sulle scivolose strade del vino e della notte. Ma finiamo sempre a chiacchierare, bevendo. Di vita, di lavoro, di cose grosse e piccole. Cecile è la cosa più vicina ad un amica che io abbia mai avuto. Volendo confessare i miei peccati, durante la cena di Natale di due anni fa, a Monaco, le ho massaggiato i piedi, mentre seduti sulle scale della hall dell’hotel, aspettavamo del vino. Ma lo ho fatto per godere degli sguardi invidiosi di quelli che passavano. E ad essere molto sinceri, una volta, a Parigi, camminavamo per tornare in hotel e lei mi ha preso sotto braccio dicendomi:

– ti ho mai detto che eri niente male a far l’amore?
– no Cecile. Ma adesso sei ubriaca, non vale.
– se lo rifacciamo, te lo dico ancora.
– Ho smesso
– cosa?
– ho smesso di andare a letto con ragazze bellissime e in carriera
– idiota
– no dicevo, quindi mi va bene andarci con te

E, ridendo, camminavamo zigzagando verso l’hotel e ci siamo fermati a bere in un bar gestito da turchi. E siamo tornati in hotel trascinandoci ubriachi. Girano, in effetti, nel settore storie e pettegolezzi piccanti su noi due. Lei non se ne cura. Io non ho nulla da perdere.

Ecco, quello che non sapevate di me e Cecile.

Torniamo a oggi

La serata è fredda. Gelata. Parigi sembra schiacciata da un freddo che quasi taglia la pelle. Fuori dalla hall dell’hotel, fumo aspettando Cecile e due bicchieri di rosso.

Arriva senza vino, con il cappotto viola scuro e i grossi bottoni blu, un cappello ridicolo blu e mi guarda, facendo ciondolare le chiavi della macchina nella mano destra.
– Ci muoviamo da questo mortorio?
– Potrei anche starci. Cosa proponi?
– Fidati di me. Fidati di una donna, almeno per il fatto che io sono di qui.
– Ok

– Però ti devo dire la verità.
– Dimmi “finocchio” italiano.
– Cecile, io ho l’anima a pezzi, e non ho voglia di uscire.
– Tu, stasera, me lo devi.
-…
-Credi di avermi scopato gratis?
– tecnicamente, pur essendo passati quasi dieci anni, credo si sia trattato di una tua richiesta.
– Ok, adesso ti sto chiedendo gentilmente di portarmi fuori a bere, stasera, per un paio d’ore. E lasciarmi parlare
– Ok, ma prendiamo un taxi, credo sia meglio.
– Credo tu sia l’unico in Europa a farsi pregare per uscire con me
– Per forza, cerchi disperatamente di essere la sosia di Paris Hilton
– Che merda che sei. Avesse la metà del mio cervello.
– Avessi tu la metà dei suoi soldi
– Sei proprio un’italiano del cazzo.

Entriamo nel taxi mentre ribadisco il concetto, felice e nazionalista, degli italiani bravi a letto. Il tenore della conversazione è sul genere “battute idiote a riempitivo”.
Arriviamo in un bar pieno di quadri con i tori, drappi rossi, sgabelli colorati e gente abbastanza chiassosa.

– La tauromachia, si dice così in inglese?
– Frankie, io sono nella merda

E inizia, la mia piccola Cecile, la cosa più vicina ad un’amica che io abbia mai avuto, un fiume di parole. E gli occhi stanno fissi, a guardare uno di quei quadri con le locandine dei toreri. E il tono è sempre lo stesso. Cecile ha una voce bassa, suadente, che riempie il silenzio. Ascolto giocando con un sottobicchiere, facendo piccoli pezzi di carta e tenendoli tra le dita.

Diventa, di colpo, la mia Cecile, una donna fragilissima, piccola, spaventata. Tocca con il suo indice la mia fede. Poi mi fa vedere la sua.

– sai perchè non abbiamo mai scopato dopo il 2004?
– perchè sono diventato troppo bello per te? Invecchi male, Cecile. Se avessi le tette, ti cadrebbero.
– Perchè io ho sempre creduto in questo cazzo di anello.

E gli occhi tornano, leggeri, ai quadri alle pareti, al bicchiere del vino. Ascolto, questo credo facciano gli amici. Mi parla di un matrimonio, di un’idea. Cerco di riportare alla mente la faccia di suo marito. Me lo ricordo vagamente. Un bestione yuppie, macchina cabrio coupe, Rolex, gemelli.

E adesso, quasi piange, Cecile. Non credo di essere pronto a questo.
Fermo la cameriera, prendendole un braccio. Mi guarda come se le avessi toccato il culo. French Friendly un cazzo, penso. Ordino del rhum. Ho visto il Millonario. Non lo servono a bicchieri. Compro la bottiglia. Servirà.

– Cecile, non credo di essere la persona giusta con cui parlarne
-…
– Ti ascolto volentieri, sempre che tu paghi la bottiglia, perché al momento non ho soldi. Ma non poso fare nient’altro.

Adesso piange davvero. Piano, delicatamente. Gira la testa di lato, si tiene il mento con la mano. I singhiozzi muovono il ciondolo con una perla.

C’è quest’uomo, che arriva, si siede sulla sua vita, e la guarda. Me ne parla con gli occhi illuminati. E non ci è mai andata a letto. Per non sentirsi puttana. E lui aspetta. Suppongo sia frocio, ma non lo dico, non mi sembra il caso. O forse ha un pene molto piccolo, e aspetta l’ultimo momento per sfoderarlo. Ma non dico nemmeno questo.

Poi si riprende. Tira sul con il nasino. Annusa il rhum. Mi guarda.

– Roba da vecchi il rhum. E tu, cosa cazzo combini?

E il fiume, adesso, sono io. Che non piango, perchè non mi verrebbe bene come è venuto a lei. E non ne ho nemmeno voglia.

E’ la notte, a Parigi, che rende umana la città. Perchè non c’è nessuno, e le strade sembrano aspettare due fiumi in piena, che camminano lenti, cercando un taxi che forse non vogliono trovare.
Le luci gialle dei lampioni non sono mai belle, e illuminano solo il vuoto.

– Cecile, a me Parigi fa cagare
– a me voi uomini sembrate tutti figli di puttana
– beh, stai parlando con uno dei più senior, in questo senso.
– e tu con una parigina DOC.

Camminiamo nel freddo fino a quando non riusciamo a fermare un taxi. Nel caldo del taxi, Cecile si appoggia alla mia spalla. Non c’è niente di sexy in quello che sta facendo. Non c’è nulla di sensuale in questa città congelata. Arrivati in hotel, ci fermiamo a fumare.
Senza parlare. Forse è questo che fanno gli amici. Non ho mai creduto nell’amicizia tra uomo e donna. E non ci credo nemmeno adesso. Ma sono troppo stanco per pensarci.

– A volte, mi manca talmente tanto mio figlio, che mi sento solo da star male.
– Non farò un bambino prima dei trentacinque
-Cecile, i figli non si pianificano.
– Nemmeno i fallimenti, piccolo.

Restiamo a guardare il traffico notturno sulla strada. Gente, poca, che ha fretta, molta.

– Dimmi una cosa, Frenkie
-…
– Tu moriresti per amore?

Credo, mia piccola Cecile, di doverti una risposta, che non leggerai mai. Scritta qui, due giorni dopo. Al posto di quel mugugno (“che cazzo di domanda, Cecile, buona notte”) e di quel bacio in fronte.

Io morirò d’amore. Ne sono sicuro. Lo sto facendo, giorno dopo giorno. Perchè per amore ho fatto tutto. Le cose migliori e le cose peggiori. Le cose più giuste e le cose più sbagliate. Io lo sto facendo, Cecile. E nessun uomo è uguale ad un altro. Per questo, sono sicuro, qualcuno si ricorderà di tutto l’amore che ho messo in circolo.

Fallo Cecile. Scappa, poi torna, poi scappa ancora. O resta, Cecile, e muori come un fiore che si secca senz’acqua. Ma fai qualcosa per amore.

A presto, Cecile. Se l’amicizia tra uomo e donna esistesse, saresti una grande amica. Che poi è un modo di amare, con meno sesso e più parole.

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