Vieni Qui, Tancredi

Tancredi si è fatto un sacco di domande, soprattutto nell’ultimo periodo. Una delle domande a cui non ha dato risposta, è su quella storia assurda per cui un padre deve dare al figlio il nome del nonno. Insomma, Tancredi non è uno scherzo come nome. Suona bene, solo nelle vecchie feste di paese, vicino alle colline, quando il vento del Mare, il Marino, spazza i cortili e annuncia la primavera. E si tira fuori il rosso della vendemmia, e il salame, e la musica, e si guarda sotto alle gonne delle ragazze sedute sulle panchine. Peccato che quelle vecchie feste siano un ricordo lontano. Tancredi ha il Marino nel cuore, che ogni tanto soffia più forte, facendolo traballare mentre cammina seguendo le rotaie dei tram, in centro. Oppure quando va in bici, nei vicoli vicino all’Università, e sente il vento spingerlo forte verso qualcosa.

Alle domande, Tancredi, ci ha fatto una certa abitudine. Alle risposte meno. Le risposte sono come il Marino, il vento del Mare. Arrivano in determinate stagioni, portando quel fresco che può anticipare un’acquazzone o una caldissima primavera. Le risposte arrivano sempre. Basta saperle aspettare.

Tancredi dal nonno ha preso il nome, il cuore forte e veloce, la cadenza stanca degli uomini delle colline, che sembrano fermi a un passo dal mare per pigrizia. La fronte alta, il naso grosso e le mani affusolate vengono dalla mamma. Altra gente, sempre di collina. Tancredi ha iniziato a vivere quando tutti lo davano per spacciato, finito, morto. E’ la forza del vento, di un vento che spazza il cuore, e tiene in piedi anche gli alberi più fragili. Sembra nato per spazzarli, ma in fondo li culla e li sostiene. Ha pochi amici, e una moto. Parla di più la moto, a volte. Ma ci sono sempre, dannate canaglie. Sempre e comunque. E’ questo che fa sentire meno il peso del vento, costante, che batte sulle finestre del cuore. Il sapere, nel bene o nel male, di avere quelle facce sempre vicine. A un tiro di schioppo, avrebbe detto il nonno, che lo schioppo lo usava per spaventare i cinghiali, e per farsi sentire dal Delio, il vicino. Queste facce, scavate dal mare, picchiate dal vento, sfrattate dalla vita comoda, sono i suoi amici migliori. In grado, quelli lì, di bere tutta una sera in silenzio. O parlare continuamente, senza mai toccare il nocciolo della questione, lasciando che qualche battuta passi veloce. Stanno seduti contro una vetrina, la vetrina del Mom. Aspettano che faccia troppo freddo o che sia troppo tardi, per dirsi ciao, veloci e infastiditi. Come se uscire fosse stato un piacere da fare, per forza. Ma sanno, mentre scappano a star peggio o a lottare per star meglio, che è un ciao che vuol dire molto di più. E Tancredi si chiedeva, sempre, se questa cosa dell’amicizia tra uomini fosse così chiara a tutti. Se tutti avessero capito che dietro alle cazzate da osteria ci fosse una stretta solida, di mani e braccia unite per tenere in piedi il cuore contro la sofferenza. Come l’edera del nonno, che si faceva forza dei suoi rami per rimanere appesa, ostinata, alla vita, al sole, al muro del giardino. Che il Delio poi invidiava quello del nonno, il sapere con esattezza come si cura una pianta, senza nemmeno aver mai letto o studiato o sentito una lezione di botanica. E quando il nonno è morto, poi è morto il pesco e si sono seccati i gelsomini. Quasi che avessero aspettato proprio quel momento, amici, per dire basta anche loro.

E Tancredi ne aveva approfittato, andando al cimitero per portare gli ultimi fiori bianchi del gelsomino sulla tomba, per capire, provare a immaginare, quale fosse la ricetta del nonno. Con le piante e con le donne.
Di parlare a una tomba, però, non se la sentiva. Certe sere, a parlare con una tomba sarebbe stato più facile che tirare fuori qualche parola da quei due. Che con ancora la cravatta al collo, sorseggiando birra, guardavano la gente passare, senza parlare. Voleva dire che il vento stava soffiando forte anche per loro. Per tutti, a volte, il vento soffia troppo forte. A questo servono gli amici, le birre, e se va proprio male, purtroppo, le tombe.
Sulla tomba del nonno, si piegava un pino marittimo. Appoggiato al tronco, Tancredi osservava la foto e le lettere di ottone. Tancredi, scritto grosso, ottone nuovo e luccicante. Faceva un po’ impressione. Forse, a dire il vero, un pezzo di lui era veramente morto con il nonno.
E forse, quel segreto sull’edera, sul pesco e sulle donne, il nonno se lo era portato nella tomba.

Osservava un gabbiano appoggiato al pino marittimo. Che doveva aver perso la strada, perchè il mare è parecchio lontano. O almeno sembra, d’inverno.

Quale donna sarebbe stata la risposta alla sua domanda, questo non lo sapevano ne lui, ne il gabbiano, ne la tomba e nemmeno il pino. A riprova del fatto che è meglio un bar di un cimitero, quando cerchi certe risposte.
E’ vero che nella solitudine silenziosa che solo nei cimiteri anche il vento rispetta, si poteva fare il punto della situazione. E cercare una risposta. Che magari era a un tiro di schioppo. O magari non era il momento, come per il Marino.
Aprire le cantine senza il Marino, faceva muffa sui prosciutti e cattivo vino. Aprire il cuore senza una risposta, avrebbe dato risultati ancora peggiori.

Le donne. Che uno, con gli anni di Cristo, non pensava certo di aver capito ancora così poco di donne. Come i gatti, pensavano alla loro sopravvivenza, capaci di fusa e dolcezza. Come i gabbiani, arrivavano talmente lontane dal mare, che sembravano perse, ma pescavano sempre.
Ma lui, adesso, avrebbe avuto bisogno di un cane. Fedele, che correndo fiducioso nel vento, fosse venuto a riprenderlo. Un cane fa questo per il suo padrone. Un gatto, si trova un altro padrone.

Per questo adorava i cani e odiava i gatti. Anche per moltissime altre ragioni. In fondo, un gatto è davvero un compromesso.

Un cane. Aveva bisogno di una donna cane. Paziente e ostinata nel recuperarlo. Un cane da riporto. Un golden retriver. Elegante, bello, sinuoso, ma ostinato a riprendere la preda.

Questa sarebbe stata bella da raccontare al bar.

Tancredi in moto ci andava per pensare. O per smettere di pensare. E la strada per il cimitero erano due ore di curve perfette, per smettere di smettere di pensare. Al nonno piaceva solo la sua Vespa, bianca e grassa. Con il culo basso, diceva. Ma sempre meglio del Guzzi del Delio. Che sembrava un rinoceronte rincoglionito, diceva. Dal nonno aveva preso l’amore per le curve perfette, sull’asfalto, sull’acciaio e sulla pelle. Terra di contrabbandieri, di piloti, di vento e di donne bellissime. Terra di silenzio spezzato da motori, spari e sibili.

Tancredi arriva sempre a casa più tardi. Ogni giorno, per aspettare che si illumini una stella, o cada una risposta. Un cane fedele e ostinato. Questa era davvero la miglior definizione possibile.

Un cane che, mordendo dolcemente, gli avesse detto: Vieni qui, Tancredi.

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