se vuoi colpirmi, fallo (Lambrusco, zanzare, Pop Porn)

Se vuoi colpirmi, maledetta solitudine, fallo nel modo più duro possibile.
Lo sbirro, francesce, che mi pascola attorno da due minuti vuole il suo gioco. Il suo gioco sono io. Seduto per terra, gioco con la cravatta, osservando un sole enorme spuntare sopra il tetto del Terminal 2, in mezzo alle nuvole che portano neve, nero, freddo. Lui vuole fare il suo lavoro, io finire la mia birra in santa pace. Odio la birra. Se per questo, anche la pace. Finalmente, mi si avvicina deciso. Arroganza, decisione e mancato studio delle possibili conseguenze, lo rendono uno sbirro mediocre, un uomo potenzialmente pericoloso per se stesso. Il fatto che io sia seduto per terra, lo pone in una stupida superiorità fisica che lo lascia avvicinare troppo. Potrei colpirlo, con forza, sui coglioni. Alzarmi di scatto, togliere il bottone della sicura, prendere la pistola, puntarla dentro la sua cazzo di bocca, sparare. Quaranta secondi, a spanne. Se aggiungi che tiene la mano destra in tasca, preghi che nessuno abbia davvero bisogno di lui in situazioni pericolose. Che Dio, o il Governo, lo mandino a dirigere il traffico in uno dei sobborghi di merda che puntellano la campagna attorno a Parigi. Mi chiede se la valigia a venti centimetri da me sia mia. Rispondo di si. Cerco di essere più scostante possibile. Non ho un cazzo di meglio da fare, e mi stava prendendo una malinconia assurda. Mi chiede se sono in partenza. Rispondo di si. Sorseggio birra in lattina. Sa bene di non potermi dire nulla, sul fatto che io, in giacca e cravatta, sia seduto per terra, bevendo birra e fumando. Non c’è nessuna legge, se non quel codice accomodante di stereotipi per i quali, bianco e in cravatta sto meglio nella Sky Lounge al primo piano. Ma io voglio stare qui. Che si fottano i tuoi cazzo di stereotipi, la tintoria, il principio di congelamento alle natiche. Sembra convinto.
Si allontana. Torneranno. Sono cani sciolti, addestrati a identificare situazioni che escano dalla lunga lista di accomodanti stereotipi. Provo a dimenticare perchè la malinconia mi stia prendendo, osservando la mia ombra allungarsi sul marciapiede.
Se vuoi fottermi, maledetta nostalgia, fottimi forte, adesso, qui. Sono pronto, la mia birra è pronta. Abbiamo tempo sufficiente per combattere, se lo vuoi.

Per sicurezza, mi alzo, osservando compiaciuto come i miei arti inferiori, seppur presi da un principio di congelamento che, arrivato ai coglioni, mi impedirà di pisciare per i prossimi tre giorni, funzionino perfettamente. Cammino come se mi avessero infilato un dossier bancario tra le chiappe. Mi stanno alle spalle, e urlano: ” se cade il faldone ti sparo nella schiena”. Per questo cammino così. Entro, ordino vino rosso. Lo pago più o meno quattro volte il suo valore reale di mercato. Prendo la mia bottiglietta, recupero un giornale con la foto, gigante, del Papa, da una panchina e ritorno fuori. Filtrato dal giornale, il freddo dovrebbe arrivare più tardi. Filtrato dal vino, il dolore dovrebbe fare meno male.

Osservo tutto il mio carattere reagire. Ma voglio lasciare spazio alla nostalgia. E’ un sentimento stupendo. Il dolore del distacco. E’ quello che tutti dovrebbero provare, se staccati da quello che dicono di amare. Invece, troppo spesso, è il sollievo, la liberazione di un momento, una breve fuga. La nostalgia è il cuscino su cui dorme la sicurezza dell’amore.

Comincio ad essere stanco della vita che faccio. O, stanco della vita che non faccio.

Sono sveglio da troppe ore. Mi sono addormentato cercando in televisione un canale argentino. Per capire cosa cazzo dicessero del nuovo Papa. Stanno, i canali sudamericani, come il SudAmerica, in fondo, alla fine dell’elenco. I canali francesi, la CNN, la BBC, Rai1, che Dio me ne scampi, reti locali, spagnole, svizzere, tedesche, inglesi, americane. Un canale brasiliano. Un altro canale, capisco la lingua, a tratti. Dovremmo esserci. Credo si tratti di uno di quei porno che poi non sono porno. Quelli che ti tengono in sospeso per un’ora e venti, con storie di una morbosità incredibile, sempre annegate in un lusso americano, ma con contesti caraibici. Incredibili maiale, silicone su pelle talmente abbronzata da essere abbrustolita. Stupefacenti palestrati, con muscoli in sequenza perfetta, pettinature nazi nostalgic e modi bruschi e violenti. Lo stereotipo del porno pop. E preliminari talmente lunghi da far supporre irritazioni vaginali e ustioni di secondo grado sullo scroto. Limonano e si strusciano per ore. Ansimando come vecchi alpini all’uscita da una sagra. E poi, si vedono due dita di pelo, un pezzo di pene, muscoli in penombra. E via. Il genere di porno che io chiamo Pop Porno. Fanculo la Pop Cultura. E che mi vieto di guardare, in nome della mia dignità, della mia stima a Brazzers, e del fatto che l’onanismo in albergo con supporto video in chiaro è l’anticamera della frequentazione di prostitute di basso costo in sobborghi male illuminati. Non credo in questa fine. Non credo nei canali in chiaro. Non credo nei sobborghi male illuminati. Non credo che un canale argentino, con l’elezione di un Papa argentino, possa trasmettere il soft core per segaioli via cavo. Ma potrei sbagliarmi. I canali seguenti sono cinesi. Resto con il dubbio, mentre cado in un sonno tremendo. Una stanchezza epocale. Sono già stanco per il giorno dopo. Mi sveglio con quel cazzo di suono di chitarra, in un buio totale, a circa ventinove gradi, secchi come se fossi stato trasportato in un ranch Texano in pieno agosto. Balle di fieno che rotolano, polvere, e Bush Jr. che mi osserva con il suo cappello. Ho dimenticato di lasciare un po’ di luce tra le tende, cambiare la suoneria e spegnere il riscaldamento. Staccare il labbro superiore dalla gengiva richiede l’ausilio di un taglierino. La televisione accesa, trasmette, finalmente, uno speciale sul Papa. Spengo. Accendo la radio. Cnn. Doccia. Barba. Routine consolidata. Nove mattine su dieci. Quanto vorrei, cazzo, che tutta questa routine venisse distrutta da un bacio inaspettato, da un sorriso, da un cazzo di segnale che qualcosa sta andando nel verso giusto. Penso mentre mi vesto. Mi guardo nello specchio, mentre ordino al telefono la colazione. Vorrei osservarmi nello specchio mentre due braccia mi prendono da dietro, chiedendo amore immediato. Vorrei non dover constatare che questa solitudine, che questa routine, che questo ritmo, siano segnali chiari, evidenti.

E’ da questa mattina che bussi, fottuta nostalgia. Odio ammetterlo, ma questa sera voglio farti entrare.

Mi siedo qui, se vuoi colpirmi, fallo.

Farà meno male, sapendo che non è tutto finito.

L’aereo sbatte giù il muso, su una serie di puntini gialli, che devono, a spanne, essere il Piemonte. Ci sono le stelle. Ho viaggiato in prima classe. Su un volo di un’ora e sedici minuti. Diviso dai comuni mortali da una tenda di acrilico e quattrocento euro di biglietto. Ho bevuto vino rosso. Ancora. Per lasciare che la nostalgia facesse il suo sporco lavoro. Era una vita che non bevevo lambrusco. Era una vita che non ammettevo la sconfitta. Era una vita che non…

Arrivo, in meno di un’ora, al Mom. Mi appoggio alle chiacchiere, al vino, ancora. Meno dolore.

Nostalgia è una parola stupenda. Origine greca, conio svizzero. Un medico che costatava nelle truppe mercenarie il dolore della casa. Il dolore del ritorno. Nostos Algos.Come tutte le patologie dolorose, si presenta infiammandosi. La fase acuta. Solo il rhum può lavorare, antibiotico dell’anima, su questo dolore.

In fondo puoi soffrire di nostalgia solo se hai un posto dove tornare.
Un posto che spesso, sono mani, labbra, respiri.

La casa.

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