E’ facile citare Jovanotti, se sai come farlo

Grazie ai miei approfonditi studi sulla psicologia umana, sulla personalità e sulla comunicazione non verbale, vanto una certa qual comprensione del gentil sesso. Diciamo una comprensione superiore alla media. Dato che la media, mediamente, è drammaticamente bassa, sono parecchio sopra la media. Talvolta, la mia spiccata sensibilità mi porta ad essere il naturale anello di congiunzione tra l’amico e il padre. Quel cocktail che ogni donna vorrebbe. Perlomeno fuori dal letto. Questi anni di studio mi hanno portato a capire le donne nel profondo del loro nobile animo, nei riverberi azzurri del loro flusso coscienziale, nelle tenebre del loro oscuro, volutamente, vedo non vedo dell’anima. La cosa, a dirla tutta, mi è completamente inutile. Non ha un’utilità specifica particolare, se non quella di trovarsi ad essere spesso una specie di Kleenex gigante dentro cui piangere morbosamente, oppure un mastodontico orecchio dentro cui riversare ore di flusso ininterrotto di dubbi, paranoie, segreti e massacranti rimorsi. Ho accettato la cosa, per diversi anni, lavorando molto sul tornaconto emotivo-esistenziale che porta la maggior parte di esse a considerare un pompino come una corretta forma di compensazione di venti minuti ininterrotti di pianto o sedici telefonate di sfogo sul loro ex, che non le guarda più e che è passato proprio ieri, ma ti giuro che anche un cieco mi avrebbe vista, e invece questo stronzo, bastardo, eccetera eccetera eccetera. Erano gli anni in cui ognuno di noi doveva decidere la migliore strategia per accaparrarsi, con ogni mezzo, una donna. Molti hanno puntato sul look, molti sul potere intrinseco del fingere di sostenere uno stile di vita molto sopra la media. Molti hanno puntato sul loro naturale fascino. Molti altri sul lavoro estetico di ore di palestra. Altri, forti di una naturale bellezza, hanno aspettato educatamente che sciami di donne piovessero dentro i loro jeans. Mancando di tutte le naturali doti che rendono un maschio attraente per una donna, se non un certo sguardo malinconico che stimolava la pietà materna, e mancando di mezzi per fingere di potermi permettere più di quello che mi sono permesso, mi sono affidato a una tecnica, affinata negli anni, di impersonificazione dell’amico – padre che molte, troppe, inconsciamente desiderano avere al loro fianco.
La cosa ha funzionato, permettendomi tra l’altro, di spaziare molto tra generi umani. Anche le donne innamorate del lusso dato da una macchina cabrio, una cena figa e una casa nel Levante Ligure hanno spesso bisogno di un’amico. Anche le donne fatalmente innamorate della perfezione fisica che solo ore di massacranti sessioni di ABmachine possono dare, alla fine risentono della latenza paterna. Potevo serenamente coltivare la mia pancia, con ore di massacranti sessioni di rhum e cola, girando felicemente per il mondo a bordo della mia Panda 750CL rossa, con tanto di adesivi con le fiamme, continuando a leggere i miei libri, ostentando un look da “oh cazzo, uno dei 99 Posse”, senza essere mai fuori luogo. Non sono mai passato di moda, per il semplice fatto che non sono mai stato di moda. Nemmeno per sbaglio. Ancora adesso, ho un ritardo medio sulle tendenze in fatto di abbigliamento di almeno una stagione e mezza. Non lo faccio apposta. E’ che non me ne frega un cazzo dell’eccitante sensazione che un maglione con il collo più o meno all’ombelico può darmi. Felice del mio carnet di conquiste, ho anche scoperto che la donna, in quanto tale, tende a ripercorrere più volte lo stesso percorso, prima di cedere all’evidenza che il buon senso tentava di comunicarle molto tempo prima. Significa che, per una serie di imperscrutabili ragioni emotive, e probabilmente per un fortissimo senso punitivo, la maggior parte delle donne tende a voler riprovare lo stesso dolore emotivo più volte, prima di cedere all’evidenza che di dolore si tratti. Come se, per verificare che effettivamente il fuoco brucia, ci ripassaste la mano sopra due o tre volte, a distanza di tempo. Ecco. Gli ex, rimangono tali per parecchie scottature. Vanno e vengono, dalle vite di queste disperate emozionali come la bora su Trieste, spazzando via ricordi dolorosi, dignità e mutandine con la stessa facilità. E, prontamente, ad ogni passaggio dell’orco, c’è sempre bisogno di un amico. Sono stato uno dei primi, grazie ai miei studi, a comprendere il valore del prezioso sms “hey, come va?”. Un amo pieno di vermi, lanciato in una vasca di allevamento di trote.

Finito il periodo, felice, della mia vita in cui avevo pochissime responsabilità civili, e una folta rubrica di figlie-amiche, ho smesso di utilizzare le mie capacità sovrannaturali per sporchi secondi fini, a sfondo sessuale.

Interagisco, a oggi, con numerose donne. La maggior parte delle quali, per altro, facilmente attorcigliabili sul sottile bastoncino del padre-amico. Con i trenta, sono subentrate le grandi scottature della vita, le convivenze fallite, i matrimoni sepolti sotto il mobile della tv, i colleghi marpioni, i genitori che chiedono impellentemente un nipote, preferibilmente bianco, preferibilmente sano, e preferibilmente con il fidanzato storico del liceo-università. Le amiche di una vita che armeggiano con i pannolini al posto che con i boxer, la carriera aspettata, sudata, graffiata, sfumata in promesse e rimandi. Le capisco. Le capisco davvero. Adorabili creature, delicate nel profumo quanto nel prendere la vita sottogamba.

Continuo, in effetti, a capirle. Mediamente più degli altri. E continuano, le donne, ad essere una delle cose più belle che la vita offra a noi uomini, appena dopo il motore bicilindrico a carburatori aspirati e il rhum.

Mi sono innamorato di alcune, pochissime, di esse. Tre.
Ne amo una. Correntemente. Alla follia. Credo sia, spannometricamente, l’unica a potermi davvero salvare da tutte le pessime fini che il mio sesto senso mi porta a trovare per il mio corpo e la mia anima. Credo, davvero, si tratti di salvezza. Tu mi salverai. Questo, in fondo è l’amore che può durare più di tutti.

Ma non è di questo che dobbiamo parlare.

Oggi sono stato messo all’angolo, per distrazione mia, da una donna. Di cui non so il nome, ma credo che sia poco importante. Ha la faccia da Giulia, o Giuliana. Quei lineamenti tipici di una Giuliana. E’ una di quelle donne in grado di mettere un numero incredibile di golf, sovrapponendoli e creando interessanti incastri. Ha anche un Dodo appeso al polso. Carino, se hai quattordici anni. Oppure se vuoi dirmi che hai bisogno di un padre. Ha anche un telefono, su cui scrive messaggi veloci veloci. Con una custodia, ingombrante, di Hello Kitty. Hai bisogno di un padre, davvero. E la borsa, una garanzia per chi legge gli oggetti prima delle anime, piena di cuoricini. Appesi, legati, incatenati. Nessun eterosessuale sano di mente te li avrebbe mai regalati. Nessuno. Allora, piccola, te li seri regalata tu. O meglio, tu e la tua amica psico depressa con la quale condividi nell’ordine: la tariffa You&Me, le serate Nutella violenta, il corso di pilates per recuperare le serate, l’uscita in locale per abbordaggio disperato, la passione per Brad Pitt, come attore, come uomo, come padre, l’idea che tutti gli uomini siano stronzi, il catalogo Villaggi Bravo sul quale state mettendo le mani per capire se Santo Domingo o Cuba, o Capo Verde. Dio, sembri un autostrada deserta senza tutor per un motociclista. Sembri un’onda tubante e gonfia per un surfista. Sembri un gol facile facile. Facile Facile.

Qui, il tempo mi ha insegnato, bisogna agire con attenzione. Dev’essere l’amico a scardinare il cancello e il padre ad entrarvi. Lascio che una battuta sul “si vede da come scrivi veloce” cada lentamente per risvegliare i sette golfini, chiudendo con il finto saccente “dicono che si scriva veloce solo quando si sia sinceri o innamorati”. Che non vuol dire niente. Niente. Nessuno cederebbe a una stronzata del genere. Sembra un discorso tra Moccia e Fabio Volo. Appunto. Sorride. “spero per te si tratti di amore, la sincerità fa meno male ma è anche meno divertente”. Sorride ancora di più. Sorride, platealmente raggirata da due frasi dal dubbio senso logico. Bisogna dare la botta al cancello, scardinare del tutto. “in ogni caso, la primavera porta sempre rinascita e amore, non è vero?” lascio decantare e riattacco mentre il barista mi guarda perplesso come se uno struzzo stesse ballando sul suo bancone. “la pioggia, la neve, servono per bagnare la terra. Per i fiori sono indispensabili come le lacrime per l’amore”. Man bassa del peggior Jovanotti anni novanta. Mi faccio impressione da solo. Nel libro che scriverò prima di morire, How to get a blowjob mentioning Jovanotti’s worst songs, spiegherò come il citare Jovanotti, prima che rinsavisse a colpi di corna scoperte, e si mettesse a scrivere della piacevole musica, serva per due scopi: frasi ad effetto di semplice comprensione con ambientazione naturalistica di immediato ritorno (alberi, fiori, sole, luna, mare) e ottime per sondare l’eventuale presenza di ex.
La mia giovane portatrice di infantili gadget è pronta per l’arrivo del padre. L’amico sfonda, il padre entra. Ricordatelo sempre.
Solo che di colpo mi rendo conto della bassezza umana del mio ignobile essere. Brutto stronzo. Sprecare pregiate citazioni proto Jovanottiane per un lavoro di cui non godrai i frutti.
Rientro nei ranghi, pago il caffè. Esco, non prima di essermi sorbito un’accenno all’uso di What’s Up, del fatto che era un’amica, del fatto che si, il sole ci vorrebbe proprio e tutto il resto. Ho scatenato il mostro, risvegliato il drago nel castello, punzecchiato la tigre in gabbia. Ho fatto una cazzata.

Ritorno in ufficio riflettendo sul mio essere un inguaribile coglione. Entro in una fitta serie di mail sul destino del mondo, più nello specifico sull’uso scorretto di alcune licenze software quando suona il campanello. Il fatto che io debba aprire la porta, spesso mi obbliga a riflettere sul concetto di carriera. Apro, e trovo lei. O santo cazzo. Forse ho esagerato.

Mi guarda. La guardo. Lampeggia nei miei occhi il terrore. Nei suoi una strana calma apparente.
“firmi tu?” Cosa? Chi? Adesso? Arriva in mio soccorso un collega, che saluta me, saluta lei e prende una penna. Quindi, suppongo, dovrei conoscerla.
Firma. Lei lascia due buste e se ne va. Sorridendo.

La postina. Ovvio. Giulia. Ci conosciamo da quattro anni. Almeno.

Una busta è per me. Una multa. Il prezzo da pagare per l’insostenibile leggerezza del citare Jovanotti senza ritegno.

Questa sera avrei dovuto studiare. Non le donne. Lo stato patrimoniale. E scrivere. Non sulle donne. Sui ragazzi di Anvil, per Kustom World.

Citare Jovanotti ha sempre delle conseguenze, nel medio lungo termine. E’ un’arma pericolosa, da usare solo se strettamente necessaria. E io, sinceramente, al momento, ho bisogno di tutto fuorché di una postina.

Anche perchè, da quando ci conosciamo, mi ha solo, sempre, portato delle fottutissime multe.

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