Illazioni su scrittori emergenti

Tre cose

Uno:
Vivo da beat in un mondo fottutamente pop. Ho appena finito di scrivere il primo racconto del 2013. Il migliore dal 2008. Almeno credo, perchè l’unica copia di quello scritto nel 2008 è andata a Fernanda Pivano, che mi ha risposto con un laconico: “grazie mille”. Ho la sua risposta, nel comodino. Come tutte le lettere delle donne che ho amato. Ma non ho nessuna copia di quel cazzo di racconto, visto che mi è stata rubata, insieme al computer, mentre dormivo in spiaggia. No, non porto il computer in spiaggia. Ero semplicemente fuggito dall’ufficio, un pomeriggio di Giugno, a bordo del Generale Buendia, splendida trentenne teutonica che ha avuto il merito di essere stata la mia prima moto, la moto più comoda che abbia mai avuto, la moto più fighetta, la moto più stabile, e la moto con i bauletti più capienti che io abbia mai visto. Solo che i bauletti, come suggerisce il termine, servono per chiuderci dentro le cose. Non appoggiarci sopra. Chiuderci dentro. Beh, si sono portati via il computer, il racconto, una manciata di poesie, e sessantaquattro bestemmie differenti, scandite nel tragitto tra Genova Nervi e Assago, poco prima che ricostruendo l’accaduto capissi che Dio non c’entrava nulla. Il coglione ero io. Spesso nella vita, ricostruendo le cose, capisco di essere io. La causa. Il coglione. Fidatevi, Dio non c’entra quasi mai, quando si parla di cagate.
Beh, quando scrivo, mi prosciugo. Letteralmente. Seguono, solitamente, due o tre settimane in cui ho bisogno, un bisogno feroce, di ascoltare, leggere, mangiare, bere, ottime cose. Per questo non farò mai lo scrittore professionista. Non riuscirei mai a mantenere il mio costoso stile di vita con i proventi di un libro. Specialmente le tre settimane che seguono la fine della stesura.

Due:
Passeggiavo tra gli scaffali della libreria, senza trovare nulla di interessante. Che è come per un cocainomane passeggiare tra le piantagioni in Colombia e non trovare nulla da infilarsi nel naso. Sembra strano, ma è così. Poi, scavando nell’immondezzaio della Top Ten, ho trovato, appoggiato in disordine: “mancarsi”. Che è l’ultimo libro di Diego De Silva.
Una sera, sette anni fa, o qualcosa del genere, ho sentito De Silva leggere un pezzo di un suo racconto. E mi sono innamorato. A prima vista. Finalmente, dopo quasi una settimana che mi porto il libro in giro per l’Europa, posso iniziarlo. Ha dormito con me in quattro letti differenti. E’ ora di fare altro, baby.
De Silva ho iniziato a leggerlo in un periodo molto strano della mia vita. Ero in California, e mi ero portato tutta la saga Bandini, da leggere. Per il semplice fatto che, dove stavo io era esattamente dove stava Bandini. E per il semplice fatto che, tolto Kerouac, ho divorato tutta la Beat Generation.
Mi hanno plasmato, mi hanno cambiato, mi hanno insegnato a scrivere. Speriamo non a vivere, visto come se la sono passata, tra tutti. Per dire quanto la cosa sia seria, ho pianto davanti alle vetrine della City Light Bookstore, e mi sono fermato in mezzo al Big Sur, nella casa di Miller, per un minuto di silenzio. Fatelo. Non fermarvi nella casa di Miller. Il Big Sur. E’ una delle strade più belle d’America. C’è il Pacifico, ci sono le otarie, ci sono i sentieri, le spiagge, le curve, i pini, il silenzio. Si può fare l’amore quasi ovunque, nel Big Sur. Dopo San Francisco, Sausalito, e il Big Sur avrete un’idea molto diversa del concetto “stupido capellone del cazzo” o anche del concetto “beat comunista di merda”.
Beh, dicevamo: finito Bandini ero preda della grande depressione che ogni libro di Fante lascia dietro di se. Guardavo la sua foto, ricordando la sua storia. Maledetto beat, divorato dal diabete, dalla fame, dalla sete e dalla moglie. Avevo bisogno di ridere. E De Silva mi ha fatto ridere.
Gli voglio bene, per questo.

Tre:
Il racconto è scritto davvero bene, in ogni caso. Ha la metrica giusta, la punteggiatura giusta, il senso giusto, ed è un’ottima storia. Ve lo darò in pasto presto. Se ne volete una copia firmata sulla seconda di copertina, con dedica, scrivetemi. E’ una cosa che faccio per i miei fan. Facevo, visto che l’unica che me lo chiedeva era mia nonna, quando le portavo le poesie che scrivevo su di lei. Ma posso ricominciare a farlo.
Mi tocca ripartire. Come sempre.

A presto.

PS: De Silva, Baricco, Hornby è una tripletta quasi assicurata.

2 pensieri su “Illazioni su scrittori emergenti

  1. Baricco: Ultimo (quando finisci di leggere, alla sera, ti ritrovi le mani sporche di grasso del carburatore…)
    Nick Hornby: Altà fedeltà, 31 canzoni e Tutta un altra musica (ti senti come se fossi andato a 82 concerti).

    • Dovresti, fratello, osare di più.
      Associami un Baci Scagliati Altrove con un Martin Millar.
      E smetti, perdio, con le anfetamine. Andavano di moda due anni fa. Io sono passato alla colla. Molto più punk

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