Stesso sesso, spesso spasso

Quando la gente mi chiede che lavoro faccio, si aspetta delle concise, semplici, risposte. Che rispecchino l’idea che loro hanno su di me. Lo fanno, lo fate, con tutti. Insomma, ben prima di chiedere a una persona che lavoro faccia, ti sei già fatto un’idea. Dall’aspetto estetico, dai modi, da un sacco di criteri di valutazione, che tu ritieni veritieri e che nella maggior parte dei casi non lo sono. Si chiama mappa mentale. La usi, inconsapevolmente, per fare un sacco di cose nella vita. Il fatto è che la tua mappa mentale corrisponde solo a grandi linee al territorio. E’ un giochino di psicologia facile facile. Chiedi a quattro persone coinvolte nello stesso evento di raccontartelo. E avrai quattro racconti differenti. Della stessa cosa. 

Insomma, nelle tue mappe mentali il mio essere rientra in un dato canone. Difficilmente, conoscendomi, sospetteresti che io sia un neurologo di fama mondiale. Infatti non lo sono. 

La differenza tra me e te è nella fiducia che mettiamo nelle mappe. Tu ti fidi ciecamente, questo ti rende instabile e pericolante, insoddisfatto, insicuro, indeciso. Io non mi fido delle mie mappe. Mai. Ma questo è un altro discorso. (se volessi approfondire, per tua cultura personale, al posto che giocare a Ruzzle ossessivamente come sto facendo io da troppe notti, potresti leggere qualche interessante libro sull’argomento. La psicologia non è una scienza oscura. E le psicologhe, spesso, sono carine e sessualmente aggirabili usando le loro stesse armi). 

Insomma, quando la gente mi chiede, “ma che lavoro fai?” si aspetta una risposta semplice, corta, facilmente interpretabile. Tutto il contrario di quello che realmente è. 

Ho dovuto, nel corso degli anni, preparare diverse risposte adatte al livello di comprensione dei miei interlocutori. Ho il pacchetto base, comprensibile da tutte le creature con un intelligenza base con o senza pollice opponibile.

“vendo computer”.

Poi posso articolare versioni più o meno complesse, adattandomi a livelli di intelligenza superiori alla mia. 

Questa mattina, mentre aspettavo di essere ricevuto da un manipolo di iene affamate del mio sangue, nel pieno del ciclo mestruale, indisposte alla vita e al mondo, impacchettate in settecento euro di pantaloni e scarpe con tacchi vertiginosi, acide come lo yogurt, pronte a sbranare chiunque si dimostri essere portatore di un pene e di due testicoli (forse anche uno solo), riflettevo su cosa veramente io faccia. In gergo, attendevo che il focus group del cluster relativo all’Internet of Things, che è il prossimo macro trend tecnologico su cui fare affidamento per risollevare le sorti di un modello macro economico basato su profitti crescenti e sempre meno sostenibili da economie di scala che non tengono conto della ciclicità di eventi legati al mercato azionario, mi ricevesse. Cioè, fai anticamera su un divano di pelle sintetica,mentre le senti inveire contro le loro povere assistenti. Ma sull’agenda di Outlook c’è segnato che affronti un focus group. 

Fai attenzione, e scoprirai la ragione segreta per la quale, ogni qual volta incontro una coppia di pensionati tedeschi sul Lago di Garda, alzo il dito medio. E’ una primordiale forma di sciopero, l’unica a me consentita. E’ la mia ribellione. Hans e Kerstin, infilati nei loro sandali, con calzino protettivo, bermuda tecnico e marsupio porta contanti, sono il finale di una catena nemmeno troppo oscura, che mi tira il collo la mattina. Io mi alzo alle quattro per andare in aeroporto per loro. E a loro, di conseguenza, come tutti gli operai nei secoli, porgo il mio dito medio. 

Lavoro per una multinazionale quotata in un listino asiatico. Ci sono degli azionisti. Tra i quali un fondo asiatico e tedesco, un wurstel con gli occhi a mandorla (lo stereotipo è il miglior modo per fare si che le tue mappe mentali incontrino le mie), che è il maggior azionista. Questo fondo asiatico e tedesco, sinobavarese, per correttezza, è posseduto da molte banche. Mi segui? Molte banche che a loro volta riversano queste azioni nei portafogli di investimento misti. Le azioni della mia azienda sono discretamente stabili, pur appartenendo ai listini tecnologici. Vengono quindi usate come cuscino economico per evitare che i tuoi mille euro che hai messo in banca sperando di diventare ricco diventino in meno di una settimana trecento dobloni pakistani. Il tuo istituto bancario, sotto forma di un nerd neo laureato in Economia e Commercio con la passione per gli orologi, le macchine, la figa e tutte le cose più scontate che i soldi possono comprare, bilancia i tuoi investimenti. Un po’ di soldi li mette sul ferro cinese. Che è un investimento base. Poi un po’ su qualche fondo indiano. Poi qualcosa sui titoli di aziende vietnamite (la maglietta da seicento euro che hai regalato alla tua fidanzata viene da li, ma tu non lo vuoi sapere). Poi qualcosa sulla mia azienda o sulle sue concorrenti. 

Essendo un fondo sinobavarese, saranno proprio i bavaresi con disponibilità economiche sufficienti per garantire un investimento bancario a medio termine ad essere proprietari delle azioni della mia banca. A loro insaputa. Vecchi panzoni che credono nel sistema bancario tedesco, nella Bavaria, in Dio e nel Lago Di Garda. 

Sono loro i miei capi. 

A loro insaputa.

Io vengo pagato per prendere decisioni in modo veloce, più veloce possibile, per garantire profittabilità delle azioni della mia azienda, perchè Hans possa comprarsi, alla fine dell’anno, con la rendita del suo piccolo investimento, un nuovo grembiule per l’Oktober Fest, con il ricamo dorato (prodotto, per altro, dalla stessa azienda che ha fatto la maglietta della tua ragazza. Che se lei lo venisse a sapere, smetterebbe di credere follemente nella moda. Meno male che desidera rimanere nel fango intellettuale primordiale. Quello da lettrici di Vanity Fair, per intenderci). 

Ecco, io lavoro, quattordici, sedici, ore al giorno per il ricamo dorato di un grembiule di un bavarese pensionato, bilanciando le conseguenze della miopia intellettuale del consulente bancario che pensa troppo alla figa, agli orologi e alle macchine, confondendo i mezzi con i fini e i soldi con la felicità. 

La rapidità con cui prendo decisioni e le eseguo o le faccio eseguire è di fondamentale importanza. E’ uno dei criteri di successo della mia azienda. (è uno dei criteri di successo della vita in genere). A decisioni complesse corrispondono procedure complesse di interpretazione, valutazione dei rischi correlati, comprensione degli scenari, e processi di esecuzione che prendano in conto le variabili. Mi alzo la mattina e faccio questo. 

Se il mio lavoro viene eseguito correttamente, si crea una catena di valore per la quale in qualche mese la mia azienda, in Europa genera del profitto. Flussi finanziari. Soldi. Cash. Profitto che viene, più velocemente possibile, spostato a Est, molto a Est. Quel profitto, quei soldi, vengono poi utilizzati per pagare la catena produttiva e per investire in nuove sorgenti di profitto. Questo è quello che fa il mio capo. Che si convince che una cosa possa essere una nuova sorgente di profitto. 

Hans e Kerstin non sanno nulla di queste cose. Pagano una commissione variabile tra il 3 e il 5 percento al consulente appassionato di figa, macchine e orologi, per occuparsi di questo. Tre euro ogni cento. Ma lui non sa niente di tutto questo. Lui esegue, pur sentendosi forte di una laurea che lo distingue dalla massa. I suoi capi pagano una commissione che varia tra il 10 e il 15 percento a istituti di trading. Che si occupano di valutare la mia azienda. Ovvero le cazzate che il mio capo suppone siano di successo, e le mie decisioni a supporto di suddette cazzate. Se Hans ci desse direttamente i soldi, gli frutterebbero molto di più. E potrebbe scoprire che le Cinque Terre sono decisamente meglio del Lago Di Garda, per lo meno per il genere di passeggiata che lui ama fare con Kerstin. 

Io non sono tenuto a pensare ad Hans. Io sono tenuto a pensare alla generazione di un profitto dovuto alla transazione tra parti interessate alla compravendita di ferro, silicio, oro e rame. Che saldati insieme in un certo modo generano delle intelligenze artificiali. Quello che faccio pagare è la capacità di alcune centinaia di migliaia di operai cinesi sottopagati e presto sostituiti da robot (che hanno il pregio di avere una ridotta tendenza al suicidio), di saldare i suddetti componenti in modo stabile, creativo e originale. La mia intelligenza artificiale è meglio di altre. 

Io non mi devo occupare dei cinesi sottopagati. Come Hans, sono collaterali della catena. 

Però mi permetto, quando è stagione, di procedere a fare il dito a tutti i pensionati tedeschi che incontro a spasso sui laghi del Nord e sulla riviera adriatica. Se la matematica non è un opinione, uno su cinque è indirettamente responsabile del mio stress. 

Ecco cosa faccio di lavoro. 

Se ti senti meglio, tieni valida quella facile: “vendo computer”. 

 

PS: la storia delle magliettine non ti deve mettere di malumore. Non hai nessuna responsabilità nella morte di milleottocento (milleottocento, cristo santo) persone, schiacciate da una fabbrica che è stata costruita male. Non puoi certo essere responsabile di tutto tu. E che cazzo. 

Consapevole si. Ecco la differenza. Consapevole, ovvero cosciente di quello che fai quando entri nel megastore e trovi la magliettina a ventinove euro e novanta. Semplicemente consapevole delle cose. 

La consapevolezza ti aiuterà, fidati, a capire quanto limitate siano le tue mappe. 

Che lavoro fai tu? 

 

 

Le cose che cambiano

Entro dalla porta principale, costeggiando i bar e i negozi di intimo. Bevo un caffè, è molto presto perchè ci sia vita in un posto del genere. I centri commerciali di periferia. Se esistesse un master in tristezza urbana, dovrei insegnare almeno in due o tre corsi. Ho mangiato per anni, troppi, tutti i santi giorni, in questi maledetti posti. Ho una cultura su scarpe scadenti, intimo omologato, librerie deliranti e grossi negozi di elettronica. 

Stanno aprendo tutti. Bevo il mio caffè, poi passeggio dentro la galleria. Ho tempo. Devo aspettare. Io odio aspettare. La ragazza della libreria sta mettendo a posto la vetrina. 

Mi prende un groppo in gola. Vedo la faccia di Don Andrea. E’ quasi sempre un brutto segno quando vedi la faccia di qualcuno sulla copertina di un libro. Sta mettendo a posto due libri su Don Andrea Gallo. 

Mi fermo. Silenzio irreale. Mi appoggio a un’utilitaria full optional. 

Mi appoggio a pensare. Rimanendo con gli occhi fissi sulla faccia di Don Andrea. 

 

Io e Don Andrea Gallo siamo stati insieme nel posto in cui un ragazzino e un prete non dovrebbero stare. Per un giorno intero. Genova andava a fuoco. Ricordo l’odore di sangue, i vasi rotti, il rumore dei manganelli sulle schiene, le urla devastanti, il silenzio dei vicoli. L’odore della mia paura. E gli occhi vispi di Don Andrea. Recuperavamo cocci di persone, correndo tra vicoli che non conoscevo. 

Poi sono tornato a trovarlo, un pomeriggio in cui avevo l’anima a pezzi e un grande bisogno di mare. E siamo stati a parlare, insieme a una puttana romena. E poi siamo andati a mangiare vicino al Porto.

Don Andrea Gallo è stato un prete che ha fatto il prete. Nel senso in cui ci si aspetterebbe da tutti. Don Andrea Gallo dava da mangiare ai poveri, come tutti dovrebbero fare. Ma poi, ostinatamente, si chiedeva perchè questi poveri avessero fame e nulla da mangiare. Questo è il genere di intelligenza che fa paura, infastidisce, urta chi lo vede da lontano. 

Don Andrea pensava. Era un’anima pensante. I suoi occhi vispi facevano a pugni con chi non pensava. 

Per questo mi piaceva. 

Mi alzo dall’utilitaria, esco a fumare. Il cielo con grossi nuvoloni, il parcheggio, la solitudine del mattino. 

E’ molto difficile da spiegare, ma la solitudine che sento in questi giorni, un fitto dolore alla gola, è incredibile. Forse non è necessaria da spiegare. Perchè è inutile spiegarla. 

 

Aspetto giorni migliori, anche se guardando la mia agenda, il rosario di aerei, treni e sbattimenti degni di un vero commesso viaggiatore, suppongo che ci si possa degnamente riposare solo tra un paio di mesi.

Se volete proprio, saltando la guerra inutile di opinioni, su chi muore e sui preti comunisti, leggere qualcosa di bello: “Come un Cane in Chiesa”. 

 

che è esattamente come mi sento io.

A questo punto, caro Don Andrea, te lo dico sincero: quando muoio vorrei venire dove sei tu. Che magari non è il Paradiso. Ma è il posto dove quelli come te riposano. 

 

Hasta 

Come ti chiami?

Piedi di Tuoni si chiamava così perchè quando correva sbatteva i piedi sull’asfalto. Come fossero tuoni. A dire il vero, non sembrava in grado di correre nemmeno tanto veloce. Aveva imparato nelle strade intorno alla Grande Stazione.Saltando le pozzanghere, schivando i passanti, e tenendo stretto il portafoglio appena rubato nella mano destra. Bisognava correre come se qualcuno ti stesse inseguendo veramente. Sempre. Fino a non sentire più le forze. Verso Nord, verso la zona delle vecchie fabbriche. Bisognava correre via. Poi, quando ti inseguivano veramente, allora, dovevi correre ancora di più. E Piedi di Tuono aveva imparato una cosa straordinaria: quando sembrava davvero tutto finito, quando sembrava che le gambe non tenessero più, era proprio in quel momento che i suoi piedi andavano ancora più veloci. Incredibile. Ancora più veloci. Per finire dritto verso Nord, verso le vecchie fabbriche. La grande cartiera abbandonata, con i cancelli divelti, e le giganti vetrate. Piedi di Tuono aveva un nome. Prima. Prima che gli unici amici fossero quelli della vecchia cartiera. Un algerino un po’ spostato, che beveva fin dal mattino e poi lentamente si trascinava verso la Stazione, un vecchio malandato, che offriva sempre mozziconi rubati alla fretta dei binari, e un grosso slavo, di qualche paese a sud delle montagne e a est del mare. Non parlava mai, lo slavo. Ma aveva sempre, quando dico sempre intendo sempre, un coltello tra le mani. Ci giocava, ci mangiava, ci apriva le bottiglie di birra. Ci dormiva, appoggiato a un vecchio materasso, nell’angolo vicino ai resti di un camioncino. Piedi Di Tuono aveva un nome, prima. Poi, a furia di non sentirsi mai chiamare, lo aveva quasi dimenticato. Se nessuno ti chiama mai, a cosa ti serve un nome, diceva il vecchio, bevendo birra calda da una lattina. In effetti, pensava Piedi di Tuono, la cosa non faceva una piega. 

Così, quella mattina di maggio, sotto una pioggia di novembre e un freddo di marzo, mentre cercava una vittima sufficientemente distratta per iniziare gli affari della giornata, Piedi Di Tuono era rimasto abbastanza perplesso per quella domanda. Una domanda, in fondo, davvero semplice:

come ti chiami?

Veniva, quella voce, da dietro le spalle. E non era un buon segno, generalmente. Ma questa volta, si sentiva dal tono, sembrava ci si potesse fidare e non iniziare a correre immediatamente. Girandosi lentamente, si era trovato davanti a un piccolo spettacolo, di quelli che solo una grande città ti può regalare. 

Un corpo così, doveva ammetterlo, non lo vedeva da almeno, quasi, all’incirca… impossibile quantificare. Ma davvero tanto tempo. Troppo. Sicuramente, da quando aveva iniziato a dimenticare il suo nome. In quel tempo aveva iniziato a dimenticare anche un sacco di altre cose. Come la paura, il senso di solitudine, la fretta di correre a casa, non avendone più una, le donne, non avendone più una, e l’effetto che fa una cena senza birra calda. Un corpo, doveva ammetterlo, in ogni caso fuori dalla norma. Ogni tanto si fermava a guardarle, le donne della città, scendere dai treni, vestite perfettamente. Poteva immaginarne i profumi, e anche le vite. E lo faceva. Dall’angolo in fondo ai binari, vicino alla stazione di Polizia. Non le scippava mai, le donne. Questione d’onore. 

Come ti chiami?

Questo, in effetti, rendeva le cose complicate. Avrebbe dovuto rispondere, velocemente, con un nome. Preferibilmente il suo. Tutti fanno così, e tutti si aspettano questo tipo di risposte, con questo tipo di domande. Semplice. Come bere un bicchier d’acqua, come correre veloce. Ma no, non era semplice. Per niente. 

Quando aveva un nome, aveva una casa, un lavoro, che non fosse questo perlomeno, una vita diversa. Più normale, a spanne. 

Sicuramente avrebbe dovuto rispondere. Ma non se la sentiva. Così, si era limitato a sorridere, e andarsene. Correndo come non mai. 

 

Paola non è, questo va detto, quel genere di donna che riesce a fare cose strane. Anzi Paola è, diciamolo, quel genere di donna che sente le farfalle nello stomaco non appena la sua ordinatissima vita deraglia di un poco dal serrato programma che si era faticosamente costruita. Una casa, prima di tutto. Da sola, finalmente. Appena fuori città. Purtroppo. Con tutte le conseguenze del caso. Tra cui il treno. Tutti i santi giorni. Per arrivare in città, per lavorare, per mantenere quel piccolo cerchio di dolci sicurezze. Non era il massimo, il treno. Sembrava una stalla, strabordava di gente noiosa, ed era sempre in ritardo. E anche la stazione non era il massimo. Pericolosa, brutta e sporca. Nonostante i negozi nuovi. Ci passava quasi correndo, attraversando il grande piazzale e buttandosi nel bar davanti ai giardini, dove si poteva fare colazione. Un primo, caldo, porto franco. Aveva notato, Paola, questo ragazzo di una bellezza straordinaria. Lo aveva notato un giorno. Poi era stato facile ritrovarlo. Era sempre sul piazzale. Ed era sempre vestito uguale. Non doveva passarsela proprio bene, a giudicare dai vestiti. Ma era bellissimo. Lo aveva seguito con lo sguardo, per un paio di volte. Ma lui era fisso, adombrato e concentrato, sul passaggio delle persone. Poi lo aveva visto in azione. Incredibile. Non tanto la velocità con cui prendeva i portafogli dalle tasche. Ma la velocità con cui spariva verso gli stradoni delle fabbriche abbandonate. Incredibile. Poi ci aveva pensato. Le piaceva un ladro. Barbone, per di più. Questo coincideva con quello che suo padre le aveva sempre detto: di uomini non ne capiva molto. Lo diceva, suo padre, guardando impietosito il commercialista grassottello di cui si era innamorata due vite fa. Figurarsi adesso cosa avrebbe detto. Un ladro. Barbone. 

Poi una mattina, pioveva a dirotto, si era decisa, chissà perchè, a presentarsi. Che idea stupida, pensava. Ma intanto i suoi piedi camminavano, evitando le pozzanghere, verso di lui. Che era girato dall’altra parte e che sembrava non averla sentita nemmeno arrivare. Un ladro maldestro, pensava. Poi si era girato, con una calma incredibile. E con quegli occhi neri e fondi, l’aveva guardata per un po’, senza nemmeno risponderle. 

Questo succedeva proprio quando il maresciallo Amato, di servizio come tutte le mattine negli ultimi ventidue anni presso il posto di Polizia della Stazione, usciva armato di ombrello e pazienza, per gironzolare sul grande piazzale. Per controllare, come tutte le dannate mattine, i suoi ragazzi. Quello che rimaneva della sua famiglia, da quando la signora Amato aveva deciso di prendere bagagli e soldi e sparire insieme a un barista di provincia, con i capelli cotonati e la collanina d’oro al petto. Proprio come lei si era immaginata l’amore. Proprio come, si ripeteva il maresciallo, sarebbe dovuto andare molto tempo prima. Così la sua famiglia era rimasta la stessa di sempre, meno la moglie. I ragazzi, ai quali ogni tanto si aggiungeva qualche nuovo entrato, e dai quali ogni tanto spariva qualche vecchia faccia. Il ritmo della vita nelle vecchie fabbriche. La giungla, ma senza liane. Piedi Di Tuono era al suo posto di sempre. Pronto ad entrare in servizio, da quanto si sarebbe detto vedendolo. 

Ma poi era successo, sotto gli occhi assonnati del maresciallo, qualcosa di davvero strano. Una ragazza, davvero carina, lo aveva avvicinato, da dietro. Lui si era girato lentamente. Si erano guardati. Da sotto quell’ombrello era impossibile capire se si fossero parlati. E poi Piedi Di Tuono era scomparso, correndo ancora di più del solito, verso le fabbriche. 

Piedi Di Tuono non aveva complici. E non scippava mai donne. Così al maresciallo era sembrato tutto troppo strano, persino per lui che da una vita seguiva la pancia della Stazione e i suoi parti illegittimi. Si era incamminato di buon passo verso la ragazza, quasi perdendo l’ombrello. Tutto troppo strano, come questa pioggia, per essere maggio. 

Quando Paola si era sentita chiamare da quell’uomo, in divisa, con l’ombrello, prima di capire quanto fosse buffo, con la divisa, quella pancia grandissima e l’ombrello, aveva pensato di aver fatto davvero qualcosa di stupido. Davvero stupido. Adesso anche la Polizia. Ovviamente, questo non avrebbe nemmeno potuto raccontarlo a suo padre. Che stupida. Che idea idiota. Poi si era accorta di quanto fosse buffo quest’uomo. 

La Versione Di Frenkie

Montmartre, ore 21, cielo perso in una battaglia tra tramonto e nuvole di pioggia. Infilato in un ristorante cinese consigliato da Citivox, Zagat e Routard, e alcune altre guide da spiantati e scappati di casa, quindi perfetto, scrivo da un tavolino che da sulla strada. Aspetto i miei noodles con i gamberi, un piccolo, postumo, regalo di compleanno. Bevo birra cinese, ascolto England Keep My Bones, mentre il mio vicino sufficientemente radical chic da profumare anche in un posto del genere, succhia dal suo piatto leggendo il giornale economico. Parigi mi lascia sempre perplesso. Ma oggi, illuminazione uscito dalla metropolitana, ho voluto dedicarmi una serata. Devo studiare, lavorare, recuperare ore notturne per affari diurni. Non adesso. Non adesso, per favore. La mia stanza ha una piccola finestra che da sulla via, sul rumore del fruttivendolo turco e sulle vetrine di un pub illuminato come un cesso. Abuso di neon, perfetto per hangover con incubi. Vengo da due giorni e due notti insieme a balordi, zingari, spostati e border line, sotto una fitta pioggia, a osservare moto, bere birra, guidare moto, bere birra, accarezzare moto, bere rhum, ascoltare storie di moto bevendo birra. Ho chiuso le due serate seduto sul bordo del mare, bevendo rhum caldo, ascoltando mio fratello parlare dei suoi rimpianti e delle sue paure, dei suoi errori e dei suoi dubbi. Fino a che il rhum ti lascia fare, fino a quando non ti sale, davvero, il dubbio di essere un sereno idiota. Quelle sere in cui lasci che a parlare sia un altro, ma in fondo diresti le stesse cose. Condividere un dubbio e una paura, fa meno male. Ho preso l’aereo di corsa, come sempre. Ballando allegramente dentro un temporale infinito, prendendo un treno, due metropolitane, un autobus, all’ora di punta a Parigi. La mia, solita, vita.

Uscendo dalla metro, ho deciso di regalarmi due ore. E’ nel mio stile, regalarmi qualcosa fuori dalle mie possibilità. Ho respirato, per un secondo, il bisogno di scrivere, e non l’affannoso bisogno di scappare. E ho deciso di farlo. Di scrivere.

Dovresti non avere il potere di andare avanti a leggere, ma internet è un mezzo libero. Dovresti rimanere bloccato da una semplicissima regola di ingresso. Non dovresti poter oltrepassare queste righe, se non hai mai letto La Versione Di Barney. D’altronde, non aver letto la versione di Barney ti pone, non lo dico per arroganza, è una constatazione di fatto, a un livello inferiore nella catena alimentare delle intelligenze. Poi, potrebbe non esserti piaciuto. Conosco un dentista un po’ spostato, come tutti i dentisti, ma a cui voglio molto bene, a cui la versione di Barney non è piaciuta molto. Ma è un dentista. Si capisce. Ecco, potrebbe non esserti piaciuto. Non saremmo molto amici. Ma non averlo letto è una discriminante. Ti mette allo stesso livello di un bel golden retriever. Li adoro, i golden retriever. Ma sono cani. Adorabili. Cani.
In un momento di magnanimità, posso tollerare che tu abbia visto, perlomeno, il film. Io lo ho visto due volte. La prima piangendo. La seconda piangendo come un’adolescente al concerto di Bibier. Non iniziare la patologica discussione sul libro contro il film. Non ci provare. Almeno guardati il film.

Dopo aver scremato i lettori dai golden retriever bipedi, procedo. Si tratta di un omaggio. Al mio compleanno. E a tre scrittori. E a Parigi. E alla mia vita. E al dentista spostato, al commercialista fissato con le onde, al commercialista fissato con le moto, al pubblicitario bloccato su dei capelli e dei capezzoli, al tenore erotomane, al trader londinese alcolizzato, al ristoratore che tiene in piedi una ventina di matrimoni della cerchia interna della città, soddisfando le mogli e i mariti, in due modi, ma sempre soddisfando. Insomma, ai miei amici, quelli veri. In fondo, a me.

IL DODICI MAGGIO
tre volte lo stesso giorno. Come cambia la vita.

Uno – Hollywood Hollywood!

Aspettandola, mi sono ritrovato a succhiare le ultime gocce di Pampero da una bottiglia appoggiata sulla vasca da bagno. Credo di non essere del tutto ubriaco. Solo decisamente brillo. Pronto per la serata. E’ il mio compleanno, cazzo. Serve dell’alcool, una inconsapevole vittima, una casa, un divano. Ho tutto. Aspetto l’inconsapevole vittima. Dovreste vederla, oh mio Dio. Enormi tette, portate con timidezza, tipico, insieme a un grandissimo culo. Roba pronta a cadere drammaticamente verso il centro della terra appena passati i trenta. Non sarà un problema mio, penso, mentre lecco il becco della bottiglia. Sono le sei e mezza di sera, piove a dirotto. Arriverà tutta bagnata. Perfetto. Ci siamo sentiti ieri sera, mentre bevevo rhum scuro da un bicchiere di plastica, appoggiato a un cestino. Non stavo in piedi.
-Ehy, domani è il tuo compleanno.
-vuoi festeggiarmi, baby?
-se ti va…
-mi va.
-mi porti a cena?
-perchè non vieni da me?
-non ceniamo?
-tu farai da cena.
-…
-baby, sono ubriaco.
-si sente. Come al solito
-allora vieni?
-Si. Pensavo a qualcosa di più romantico.
-tipo?
-Una cena fuori.
-baby, è il mio di compleanno. Non il tuo. Io ho diritto a un regalo.
-…
-quando sarà il tuo compleanno, faremo quello che vuoi.
-…
-quand’è il tuo compleanno?
-è stato a marzo.
-beh, lo rifesteggeremo a giugno. Con una cena fuori.
-…
-ti aspetto per le sette.
-…
-vieni con un’amica, se vuoi.
-ma non stiamo da te?
-beh, sarebbe un grande regalo
-sei troppo ubriaco
-dici?

Non mi aspetto che abbia davvero capito la storia dell’amica. Accontentarsi, in questi casi, è una buona regola.
Trovo, in cucina, una bottiglia di Brugal. Apro, bevo a canna. Mi siedo davanti alla televisione. Dovrei farmi una doccia. Mi addormento con il telegiornale. Mi sveglia il citofono. E’ lei.
Apro, mi lavo i denti, osservando le occhiaie gialle. La sento arrivare alla porta. Sento arrivare la voglia. Prendo la bottiglia di Brugal. Cazzo, l’amica avrebbe fatto la differenza. Tra un regalo di compleanno e una storia da raccontare. Bevo un sorso abbastanza lungo. Le offro da bere mentre la saluto. Beve, un sorso breve, minuto. Educato. La prendo, con forza, portandola contro il muro. Opposizione poco convinta. Devo puzzare di rhum. Mangio. Bevo. Non c’è nessuna poesia, nessuna certezza. Se non che, dopo questa sera, difficilmente ci rivedremo. E’ timida. Tette enormi e timide. Capezzoli sproporzionati. Si vedono le vene delle gambe. Rosa, pelle rosa. Carne, rosa. Respiro rantolando. Troppo rhum. Mutande ridicole, pizzo bianco. Finisco, troppo presto, ansimante, contro il cuscino. Mi addormento per non vomitare.Sonno tormentato da incubi, sudore. Mi sveglio che albeggia. Domenica. Vomito nel lavandino, vicino alla bottiglia di Brugal. Lei non c’è più. Meno male. Odio vomitare.

Due — Mr. Gwyn

Credeva si trattasse di un particolare non indifferente. Il suo compleanno. Credeva fosse comprensibile. Lei si muoveva lenta. Labbra perfette, o forse solamente perfettamente disegnate. Lo guardava sempre sorridendo. La vecchia riseria era abbandonata da una cinquantina d’anni. Il fiume aveva fatto il suo lavoro, come il tempo. Il fiume del tempo. Era nero, nella notte. E sembrava immobile. Delle cicale, in sottofondo, da qualche parte nel canneto. Pareti umide di mattoni rossi. Penombra di candele. Due, blu. Una bottiglia di vino, fresco, bianco, perfetto. Un rumore, lontano, di città. Erano scappati. Potevano fare solo quello. Scappare dai loro destini. Le sue labbra disegnate, il suo sorriso, le sue mani, piccole e caldissime. Aveva un pregio incredibile. La serenità sottile, come un filo di seta tirato, di sapere che si trattava di una parentesi rubata a una vita già scritta. Lui non sperava nulla. Aveva imparato, stando con lei, a non sperare nulla. Perchè il domani era già stato scritto. Da mani diverse dalle sue. Che si incastravano splendidamente nella schiena di lei. Ascoltavano il fiume, cosa avesse mai avuto da dire non si sapeva. La porta della riseria era rimasta aperta, lasciando entrare fresco e rumore. Prima di iniziare a parlare, si bagnava sempre le labbra, con un movimento veloce della lingua. Chissà chi altro, in questa città, poteva vedere questi particolari, disegnati solo per lui. Lei era venuta sorridendo, camminando soffice con quelle sue scarpe nere, che disegnavano nell’erba piccole orme umide. Così soffici da lasciare che l’erba, subito dopo, cancellasse le sue tracce. Destino. Si era spogliata, con quelle mani calde e con quei modi da bambina, lasciando cadere le spalline nere sulle braccia, aspettando che gli occhi di lui si appoggiassero sull’ombelico, per slacciare i bottoni. Con quelle mani, calde, perfette per lui. Avevano brindato. Clandestini, come le anime che stanno sul fiume di notte. Sembrava avessero tutto il tempo a loro disposizione. Invece, lo sapeva lui, lo sapeva lei, finite le candele, sarebbe finita questa perfezione.Che non aveva ancora un nome, che non aveva ancora fatto in tempo ad avere un passato, che non avrebbe mai avuto un futuro. Lui aveva voluto così. Un regalo di compleanno, unico. Irripetibile, come i veri regali. Lei aveva detto si, sorridendo. Sorrideva come una bambina che non aveva mai sofferto. Si era appoggiata al marmo di un tavolo, aspettando che lui, nella luce delle candele, portasse i bicchieri. Aveva la pelle caldissima. Le gambe perfette, tese. La luce delle candele si consumava, lentamente. Troppo velocemente. Sentiva la sua pelle, perfetta. Si era chiesto, qualche giorno prima, se tutta quella bellezza non fosse troppo per lui. Troppo per un uomo che non avrebbe mai potuto raccontare, saper disegnare, quelle spalle, quelle braccia, quell’ombelico, quel modo di sorridere alla vita, quel modo di camminare soffice. Non aveva il coraggio di dirlo. Non aveva il coraggio di parlare. Aveva lasciato che lui prendesse quella pelle, annusando, respirando, baciando. Poi lo aveva preso, portato in un posto ancora più lontano dalla città, dove il tempo si misurava in respiri, nemmeno troppo ordinati. Sottovoce. Erano andati, senza che nessuno li vedesse, senza mai spostarsi dalla luce delle due candele, in tutta la città. In tutti i posti che lui avrebbe voluto farle vedere. Nei caffè, nelle piccole vie del centro, nei parchi, sulle panchine, dietro alle vecchie mura. Senza mai spostarsi. Erano una cosa sola, immobile, come il fiume. Sapeva, che sarebbe finito, come il sogno di poter disegnare ancora quelle labbra. Sapeva tutto questo. Era il suo compleanno. Era il modo migliore di festeggiarlo. Lontano, verso la città, lei era aspettata. Lui no. Lei era disegnata, in una storia sottile, di matite e destino. Lui era un’isola di canne, battute dal vento e dal fiume. Un’isola in cui fermarsi, fino a quando il fiume avesse voluto.
Cicale.
Umido della notte. Umido del fiume. Gocce di sudore. Scivolare sulla schiena, seguire la linea della pelle, finendo in un destino di pantaloni neri, parole schiacciate dalle cicale. Camminare, senza luce se non la luna di maggio, verso la fine, verso la città. Salutarsi leggermente. Lei sorride. Lui proprio non ce la fa. Lei sorride sempre. Come se non ci fosse qualcuno ad aspettarla. Sottovoce, gli dice, sorridendo, buon compleanno. Ci vedremo, ancora, almeno spero.

Tre — La Versione Di Frenkie

Quello che ho da dire in mia difesa, per quanto possiate capire, è che la sua bellezza è totale. Definitiva. Quello che ho da dire in mia difesa, per quanto vogliate ascoltare, è che tutto in lei ha il sapore perfetto del sole di maggio. Una promessa stupenda, per i gelsomini e per il loro profumo. Così, la trovo impegnata con un innaffiatoio verde più grande di lei, mentre me la sarei aspettata nuda, sorridente, su quel maledetto divano. E’ il mio compleanno. Per niente al mondo mi perderei la sua faccia, il suo strizzare gli occhi e la bocca, mentre io le dico qualcosa fuori luogo. Perchè, sappiatelo, quello fuori luogo, in questa piccola terrazza sospesa sulla città, sono io. Brutto, stanco e sporco, con i segni della vita scavati come un confine, come una trincea, sulla faccia e sui fianchi, faccio poco davanti alla sua bellezza, disorientante. Ha avuto il potere, dal primo momento, di fissare un ricordo indelebile, menta e rhum, nel mio disordine infinito. D’accordo, questo potreste non crederlo, ma lei è il punto di arrivo di ogni respiro, di ogni ragionevole dubbio. Lei e le sue gambe, affusolate come le parole che, quando vuole, sa appoggiarti sulla pancia. Mentre sta seduta sulle tue gambe, nuda, guardandoti e lasciandosi guardare. Lei è, questo dovreste saperlo prima di accusarmi, un’infinità di pensieri leggeri, una docile carezza, un sospiro lasciato cadere nel mio orecchio mentre le sue mani mi fanno dimenticare il confine oltre i gelsomini. Lascio cadere i miei jeans, che hanno vissuto troppo tempo tra una lavatrice e l’altra per essere ancora accettabili nel mondo occidentale, mentre cadono anche tutte le mie dubbiose difese. Non è la sua bellezza, dovete saperlo, a disarmarmi. E’ quello straordinario essere, sandali da lottatrice, semplicemente la risposta a tutte le domande che avevo da fare alla vita. Poi, che vogliate crederci o meno, io ho voluto in ogni modo, ricordarle quanto brutto sia stato il mio passato. Ma la risposta delle sue mani, delle sue gambe, della sua pancia, della sua schiena, è stata un’accenno di quanto bello possa essere il mio futuro. Arrivavo da una tormenta di parole e pensieri, uno di quei pomeriggi, una di quelle notti, una di quelle mattine in cui non riesco nemmeno a respirare. Lei ha questo pregio, tesoro infinito, di prendere tutto tra le sue mani, facendo finta che sia io a tenere il filo, e tenendo tutto dentro le sue spalle, piccole, perfette. Non lo diresti mai, osservando quanto piccola possa farsi dentro le tue braccia. Sembra un sole, che si nasconde dentro a un mare, ma fidatevi, il mio mare è davvero un pessimo posto dove nascondersi.
Ecco, ammetto di essere stato un figlio illegittimo del troppo rhum, menta e ghiaccio. Lei mi seguiva, giocando, con il tempo, con la sera, con me. Io, pensavo, mai una perfezione così avrebbe potuto cedere a tanto disordine. Eppure, un giorno, siamo arrivati a confondere il mio rumore con il suo silenzio. E a scoprire che, in fondo, basta davvero poco per dirsi felici. Vogliate crederci o meno, anche con questi ridicoli sandali da lottatrice, e con questo innaffiatoio verde, mi sembra di vedere un intero destino confondersi dentro il suo sorriso.
Perchè, dovete saperlo, quando sorride, aspetto davvero che finisca il mondo. Per come lo conoscete voi. Perchè io, adesso, conosco questi occhi, questa schiena, e so perfettamente di averla cercata da sempre. E’ il mio compleanno. Non ci avrebbe scommesso, lei che innaffia la sua razionalità con vino bianco e ricordi sofferti, nemmeno un fottuto penny. Io si. Perchè, a differenza sua, conosco il mare e il suo tornare. Ne conosco il sapore, la lentezza, l’odore e il rumore. E’ il mare che torna, tutte le sere, dal sole. Per lasciare che il sole cada, preciso, lasciando la notte.
Festeggio il mio compleanno guardandola, sperando che non mi veda, mentre si impegna a chiudere un sacchetto di foglie secche e rami morti. Dovreste vederla, prima di accusarmi, in tutta la sua bellezza. Quando dico definitiva, dico definitiva. Chiedetelo a chi, prima di me, ha visto questa bellezza farsi sua, e ancora, disperatamente, la cerca. Questo è il senso, definitivo, della sua bellezza. Dopo, non ci può essere nulla. Sappiatelo, il brutto, dei due, sono io. Ma questo, osservandola da lontano, lo capireste subito. Fidatevi, l’apparenza inganna. Lei è, dietro a quel ridicolo appoggiarsi a tutti i vezzi di una donna curata, il preciso istante in cui un uomo come me può sentirsi, finalmente, arrivato.
Poi ci troviamo, è il mio compleanno, a osservare in uno specchio, i vasi dei gelsomini da sfondo, il rosso della sua pelle, proprio sotto il mento, proprio prima di tutta quella perfezione. Al confine tra il lecito e la speranza dell’illecito. Che rosso diventa, questo ve lo posso assicurare, proprio quando io penso, merda, buon compleanno Frenkie.

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Life is short fritz, surf it!

Scambio occasionale di foto porno – regole di ingaggio

Dicevo, spingendo appena il gas, per non distruggere quel poco di dignità rimasta tra le valvole, lasciavo che il lungomare mi scorresse pigramente di fianco. Ci sono pezzi in cui la strada si confonde quasi con la sabbia, ti sembra di entrare nel mare. Poi ci sono i paesi, le città, i lungomare di palme e caffè chic. I larghi marciapiedi, gli ordinati parcheggi, le banchine del porto. 

Sono attaccato a questa costa. Per un sacco di ragioni. La respiro, sentendo il profumo dei fiori, del rosmarino, del mare. La mangio, accompagnando con vino leggero, e Pastis. La tocco, fermandomi a osservare la sabbia che mi scivola tra le mani, e i pezzi di corteccia di pino che mi restano attaccati alla pelle. La guardo, appoggiarsi al mare, esplodere nel lusso, illuminarsi di notte e scomparire nella foschia all’alba. La sento, rumorosa come tutte le coste, silenziosa come tutti i posti di mare. 

E’ uno dei pochissimi posti che mi da pace. Nel mondo. Roba non da poco. 

A ogni semaforo, tolgo la mano dal gas, il motore gira a un minimo disordinato, convulso. Sembra una vecchietta di paese, che arranca sulla strada per la chiesa, zoppicando disordinata. 

Ho un sacco di tempo per pensare. 

Lascio che mi si appoggino addosso tutti i pensieri, come il sole che mi brucia il naso. 

Ci sono stati dei momenti nella mia vita in cui la solitudine mi si è aggrappata addosso con una forza straordinaria. Tenere il respiro, prima o poi passa. Osservare la vita degli altri. 

Affianco una cabrio. Pelle sul cruscotto, Rolex al polso, radio a palla. E’ così che il mondo vi vuole. Mi fermo per qualche secondo di troppo con lo sguardo sulla ragazza seduta, avvolta nella pelle nera. Giuro, era uno sguardo di pietà, nessuna malizia. Lui, è il suo gioco, mi fissa. Quelli appoggiati sulle braccia sono muscoli ordinati da mesi di palestra. Serrato programma addominale, pettorale, trici/bici/qadrici. Non puoi avere una cabrio, un Rolex, e non avere l’ordine apparente dei tessuti muscolari. 

Credo possa, in meno di venti secondi, spaccarmi il naso. Sospiro, riporto lo sguardo su di lei. Voglio vedere come finisce. Invado con gli occhi le gambe lisce, osservo, al polso destro, una quantità di braccialetti d’oro in grado di superare di buon grado la mia retribuzione lorda mensile. 

Lui si innervosisce. E’ così. Il semaforo verde, con buone probabilità, mi salva dalla rottura del setto nasale. parte sgasando. Io procedo con una lentezza allarmante.

Ma la costa del lusso è un ordinato susseguirsi di dossi, rotondine con siepi di lavanda, e semafori. Vado meglio io, che sembra che non voglia davvero andare da nessuna parte. 

Pensavo all’incredibile storia dei miei errori. Penso sempre alle conseguenze, dei miei errori. Mi rodo il fegato, mi rovino intere serate, mi rimpallo pesanti rimpianti, per le conseguenze. Ma non ho mai festeggiato, a dovere, i miei errori. Seduto su queste due tonnellate vibranti, posso guardarli passare davanti agli occhi. 

I miei errori, ovvero la ragione specifica per la quale sono ancora vivo. 

Mi ritrovo seduto su una sedia di vimini intrecciato, sotto un sole incredibile, davanti a due barche che sembrano dimenticate sulla spiaggia. Bevo un caffè, mangio un hamburger. Rilasso i piedi, i tendini, le mani. 

Fra pochi giorni è il mio compleanno. Trentaquattresimo anagraficamente. E’, inutile ricordarlo, anche il compleanno di questo blog. Il nono, anagraficamente. Trentaquattro anni sono tanti? Troppi? Nove anni sono una grandissima età per un blog. 

Rollo una sigaretta, accendo, aspiro. 

E’ ora di ripartire. 

C’è un momento, nella vita, in cui hai voglia di smettere di festeggiare il compleanno. Per come intendono la festa gli altri. Vorresti una festa. Ho un grande pregio: so sempre con scientifica precisione quello che voglio. E brucio la mia anima per averlo. Avrò anche la mia festa. 

Credo sia così per tutti. Credo che sia questione di cosa vuoi veramente.

Il potere di pretenderlo o l’autorità per ottenerlo. 

Sottili punti di vista.

La strada sale, verso le Alpi. Diventa ingestibile. Tornanti troppo stretti, strapiombo sulle vigne. Vento di terra che spazza di lato, alza la terra. La ruota dietro slitta, insieme ai denti. Le mani stringono il manubrio, il motore esplode, i freni scottano. Il segreto, quando la strada si fa così, è farla di corsa. Come se non dovessi morire mai, come se fosse l’ultima volta che la fai, prima di morire. Smetto di pensare. 

Mi lascio sorpassare da chi corre più di me, sorpasso chi corre meno. 

Non scriverò per qualche giorno. 

Per il mio trentaquattresimo compleanno mi voglio fare 27 regali. Uno è il silenzio. 

 

Post Scriptum di grande valore:

In primis, finalmente ho ricevuto una proposta di scambio di foto osè. Da una amica di Facebook. Credo che il concetto sia che lei vuole mandarmi foto delle sue tette. Credo che in cambio voglia soldi. Non credo che sia il contrario. Ovvero i miei capezzoli pelosi, in cambio di soldi. I miei capezzoli pelosi non piacciono molto. Ecco, bisognerebbe poi capire, esattamente, cosa cazzo me ne faccio io di una foto di un paio di tette. Quando hai fame, il volantino di Burger King non aiuta molto. 

Quando ho aperto questo blog era giovedì, c’era il sole, era maggio. Stavo a cavallo tra un fallimento sentimentale e il pericoloso vuoto della solitudine. Quando hai due strade: diventare imprenditore del cuore o disoccupato del rimpianto. Ho iniziato a scrivere. E’ così che reagisco. Piangevo, scrivevo, bevevo. In nove anni, potresti pensare, tantissime cose sono cambiate. 

E’ quello che pensavo io. Poi ieri notte, osservando il cielo, mi sono accorto di avere un gran bisogno di piangere, scrivere e bere. Piangere di felicità, scrivere di rabbia, bere di ricordi. 

 

eppi birdei vecchio stronzo. 

 

Love is a four letter word

Manca poco, questione di una manciata di kilometri, al confine. L’aria è fresca, tracce di neve ai bordi della statale, le case si fanno di legno, compaiono i cartelli di segnalazione degli impianti da sci. La statale sale ordinatamente, seguendo la pancia della valle.
Le colline mantengono sempre le promesse, basta attraversarle per trovare la provincia nascosta, quell’Italia dove, da buon cittadino metropolitano, non vivresti mai ma dove vorresti trovare un casolare, per farci un buen retiro di classe. Sogni segreti della classe media.
L’umore è buono, le moto scivolano, rumoroso ticchettio costante del bicilindrico a stelle e strisce. Nato per questo genere di cose. Distanze infinite a ritmo costante. I pensieri si fanno meno densi, come le nuvole. Sembra quasi ci possa essere il sole. Prima o poi.

Il rumore è netto, deciso, lo conosco. Ferraglia contro asfalto. Il raschiare che tanto mi fa godere, quando sento le pedaline strisciare sull’asfalto curvando. E quando a casa, compiaciuto, accarezzo l’acciaio rovinato. Ma adesso non sto curvando. Ergo, questo rumore non deve essere presente. Mi fermo. Scendo dalla moto. Nonostante scotti, tocco con le dita la marmitta che penzola senza un dio e senza una ragione. Penzola. Ciondola. Non dovrebbe.

E’ ora di pranzo. In mezzo a una valle. Osservo il cielo terso. E le possibilità mentali che, proprio in questa valle, ci sia un meccanico in grado di risolvere il mio problema.

Io non credo nella sfortuna. Se è per questo, nemmeno tanto nella fortuna. Ci sono solide basi matematiche e statistiche che dimostrano lo scarso appeal della fortuna nella vita reale. Ho anche una discreta considerazione delle persone che credono fondatamente nella fortuna, nella sfortuna, negli oroscopi, nel fato, eccetera. Le posiziono appena sopra i cani, nella mia scala affettiva. Comunque, adoro i cani. C’è una possibilità abbastanza remota che io vinca al SuperEnalotto, e allo stesso tempo c’è una possibilità abbastanza remota che io rompa uno scarico della moto.

In effetti, contestualizzando la cosa, romperlo in una valle remota, ai piedi di nevose montagne, in un assolato pomeriggio primaverile, rende il tutto parecchio divertente.

Procediamo a rallentatore, con la moto che sbuffa allegramente, fino a raggiungere un meccanico. Una vecchia Opel con il cofano aperto, una serranda, il silenzio della montagna. Il ragazzo non ha mai messo le mani su una moto in vita sua. Questo lo intuisco da come la guarda. Ma qui si tratta di viti e bulloni. Semplice meccanica della filettatura. Mentre, bestemmiando non poco, avvita lo scarico, mi rendo conto che il danno è parecchio maggiore. Un collettore è divelto. Ma non penso esattamente la frase “un collettore è divelto”. Penso, più o meno, sei bestemmie orrende, lunghe ed articolate. Roba da far impallidire un vecchietto veneto doc.

Seppur non credendo alla sfortuna, constato che è evidente che quest’anno mi sia richiesto uno sforzo decisamente fuori dalla norma per accettare quello che mi accade. Ma non penso questo. Penso otto lunghissime bestemmie, con doppio aggettivo, roba da far impallidire un anziano livornese.
Purtroppo, pensare alle bestemmie, forse anche urlarle, non serve molto.

Decidiamo di procedere. La moto arranca, il mio umore è fortemente condizionato dalla cosa. Ma non penso questo. Penso piuttosto che, oggettivamente, questo sia un chiaro esempio di fallimento della statistica, intesa come scienza, e una plausibile vittoria dei sostenitori della teoria della sfiga, intesa come scienza.

Le restanti trentasei ore sono un lungo elenco di accadimenti, in suolo francese, atti a recuperare un collettore integro, un meccanico ragionevole, un bancomat, un sorriso, dell’ibuprofene per la schiena, dell’alcool per l’anima, dell’elettricità per il cellulare.

Ho prenotato un hotel delizioso. I miei criteri di scelta sono stati parecchi. Non volevo che nulla andasse storto. Ho preso il primo hotel dopo aver ordinato la tabella per prezzo. E prenotare l’hotel più economico
è sempre garanzia di piacevoli sorprese. La struttura è quella di una vecchia villa. Ci arriviamo talmente stanchi e demoralizzati che potremmo dormire in piedi. La camera è piccola, il letto scomodo, il cesso a vista. Roba da bordello sudamericano. A tenere il passo con i tempi del lusso, nel frigobar che abbiamo staccato per usare l’unica presa che funzionava, una bottiglia di champagne. Si tratta, senza ombra di dubbio, di un hotel per fugaci amori. Insomma, un posto buono per una rapida scopata, con il merito di una vaga vista mare.
Svegli con i primi rumori della città, recuperiamo l’anima con una colazione sul porto. Osservando, come fanno tutti, la vita che inizia sugli yatches. Marinai che puliscono, panzoni in accappatoio bianco che bevono caffè, ragguardevoli milfoni che fanno yoga. La vita ai bordi di un reddito alto.
Ripartiamo con destinazione l’unica officina dove, di malavoglia, accettano di ripararmi la moto.
Fottuti francesi del cazzo, penso mentre mi tocca sorridere.

Ripartiamo dall’officina all’ora di pranzo.
E cerchiamo di entrare nella pancia delle montagne evitando accuratamente tutte le strade normali. L’odore di mare, di pini, di rosmarino, la macchia mediterranea. I gelsomini e i limoni, le ville arroccate, la terra che mangia l’asfalto.

Arrivato a casa, questo mi sembra già un dato positivo, calcolo che in quarantotto ore abbiamo fatto ventiquattro ore di moto. Ho il culo piatto, le braccia doloranti e la strana sensazione di aver visto il mondo a cento all’ora per due giorni.

Non era esattamente così che doveva andare.

Ho avuto molto tempo per pensare.
Perché il collettore è quel pezzo di ferro che dal motore porta i fumi di scarico nel mondo, per la gioia di ambientalisti, mamme con passeggino e vecchi rompicoglioni.
Essendo due cilindri, ci sono due collettori. Due marmitte, due tubi. Due di tutto. Per una ragione precisa. La meccanica di una moto non è approssimativa.
Se un collettore butta fuori con meno pressione, per tutta una serie di motivi tra cui anche la rottura in una valle oscura, le valvole, che sono il cuore, e come il cuore fanno il lavoro sporco di mandare avanti la baracca, smettono di essere sincronizzate. Una lavora di più, l’altra di meno. Le valvole sono sposate. Da quando nasce la moto. Non si amano molto. Diciamo che convivono. Ma hanno gli stessi bisogni e fanno le stesse cose. Se una smette di crederci, è la fine.

Non resta che rallentare, procedendo a velocità di crociera adatte più a un carretto dei gelati.
Un sacco di tempo per pensare.

E, non chiedetemi perché, ho pensato molto a molte cose.

Scappi per smettere di pensare, e ti ritrovi a pensare per forza.

Avrò molto da scrivere.
Non è collegato con il pensare molto.
E’ una conseguenza indiretta.

Ho rotto la marmitta, ho rotto il collettore, ho pensato molto.
Conseguenze indirette.

L’amore, e le sue conseguenze indirette.

La differenza fra

Il fatto che il bagaglio sia ridotto al minimo indispensabile è dovuto semplicemente alla corretta distribuzione del peso. E forse anche alla voglia di portarsi via il meno possibile. Scappare non sarebbe scappare, se si ha il tempo di fare un bagaglio. 

Le previsioni remano contro. Inutile anche saltare da un’app all’altra. Il magico incontro tra la mia strada e il temporale dovrebbe avvenire all’incirca poco dopo l’abbandono dell’autostrada, poco prima di iniziare le colline. Se tutto va bene, salendo verso i passi, dovremmo strusciarci contro la coda del temporale. Ho studiato le mappe. Perchè la pioggia in moto è semplicemente un inferno. Entra ovunque, raddoppia le distanze, rallenta i movimenti, infreddolisce. Sul passo si può entrare nelle viscere della montagna solo da una galleria a senso alternato. Dieci gradi di differenza. Il buio totale. E poi, le valli francesi, una manciata di tornanti buttati li da una mano sapiente, Dio forse andava in moto. La statale del Sale scollina lentamente, senza fretta, facendo la corte alle valli, addolcendosi pigramente. Paesini senza nome. Quando arrivi al mare sembra davvero sempre di essere arrivati da un altro mondo. 

Poi arriva il mare. Lo tieni a sinistra, lasciandoti a destra le colline, e tiri dritto, inseguendo il sole. Correndo dietro al giorno. 

So molto poco, come sempre, di quello che mi aspetta. Un migliaio di kilometri, credo molta pioggia. Vento, salsedine, sole, freddo, caldo. Polvere. Sabbia, finalmente. 

E tutta quella gente. Ne conosci parecchi. Saluti. Senza bisogno di troppi convenevoli. Arriviamo tutti da lontano. Abbiamo fatto autostrada, colline, passi alpini. Ore di silenzio, dentro un casco, sopra una moto. Ognuno per una sua ragione. Ognuno per arrivare qui.

Pochissime domande, per tutti. Abbiamo tutti una vita. Nel posto da dove veniamo. E delle buone ragioni per essere arrivati qui. Qualcuno si porta pezzi di vita. Mogli, figli, fidanzate, amanti. La maggior parte no. Non c’è posto per altri. Non c’è posto per il resto.  

Ci sarà musica, festa per i primi arrivati, rispetto per gli ultimi, brevissimo pensiero per chi non ce l’ha fatta. Poi birra, fumo, casino.

Ho preparato uno zaino, con una maglietta e un paio di jeans. Non serve altro.

Siamo in due. Lo facciamo sempre in due. La maggior parte delle cose migliori si fanno in due. Ma parliamo pochissimo. Siamo fratelli per questo. Poche domande, per evitare le risposte. Silenzi lunghissimi, oppure domande dirette, veloci. Stilettate. Di chi si conosce da troppo tempo. Viaggiamo nel silenzio dello splendido borbottio assordante dei bicilindrici. Parliamo, da una moto all’altra, a gesti. Nessuno segue nessuno. Ci fermiamo dove capita. Dormiamo dove capita, mangiamo dove capita, parliamo con chi capita. E al ritorno, alle porte della città, ci ritroviamo sempre con molta vita sulle spalle. 

Molti sono partiti oggi. Molti partiranno domani. Li incontri sulla strada. Li saluti. Scappiamo tutti, a modo nostro. Quelli arrivati oggi mandano foto. Quelli che partono domani sono in contemplazione del meteo e dello zaino. Il dubbio struggente. 

La differenza è che io ho bisogno di questo. Ho bisogno di fughe e di sfide. Rette parallele che, magia, si incontrano. Punto di fuga. 

Quest’anno partiamo per arrivare primi. Cercando di seminare il temporale, la paura, l’indecisione, il freddo. Lasciamo case molto diverse dall’ultima volta. Eppure il viaggio è lo stesso. 

Stanno cambiando molte cose. Per questo, probabilmente, parleremo, seduti davanti al mare, lontano da casa, lontano da tutto, ai margini della festa. 

Sento l’odore dell’asfalto bagnato, dei boschi, dei fiori, delle montagne, del mare, della festa e del casino. Sento il rumore di tutta questa felicità. Per questo voglio partire. 

Scapperò sempre. E’ una sfida. 

Io vinco sempre. E torno sempre. 

Life is short fritz, ride it. 

Per quelli che stanno partendo, o partiranno, ci vediamo lì. Ordinatamente seduti a guardare il mare, dopo esserci arrivati dalla strada più lunga possibile. 

Per quelli che restano, partirete anche voi. Tutti lo fanno. 

 

Ciao, sono Franz.

Da un recente calcolo che ho fatto, mentre aspettavo nella sala d’attesa del mio medico curante, ho scoperto che passo quasi metà del mio tempo sociale, ovvero quando interagisco con altri esseri umani, a presentarmi. A presentare me stesso. In pratica, tolto il tempo in cui io sto da solo, tempo peraltro difficilmente misurabile visto che anche quando sono solo tendo a interagire in ogni caso, il più delle volte con gli altri me stesso che popolano la mia mente, beh tolto il tempo da solo, metà della mia vita io mi presento. Chi sono, cosa faccio, perché lo faccio, cosa vorrei fare, da dove vengo, quando sono arrivato. Perennemente.

Sono un affermato professionista, ammesso che nella categoria degli affermati professionisti rientrino anche quelli come me, che lavora in un settore, sempre lo stesso, da più di dieci anni. Un tempo, lavorativamente parlando, enorme, infinito. Lavoro nel mercato tecnologico. Mercato nel quale un semestre di differenza equivale a due glaciazioni terrestri. Mercato nel quale, modestamente, vanto una certa fama. Basti pensare che un mio video su Google, nel quale presento con affabile tono le caratteristiche tecnologiche di un prodotto di cui pochi sentivano bisogno, è stato visualizzato 55 volte. Compresi i miei 50 click non è niente male.

Scherzi a parte, e finta umiltà a parte, dieci anni. Dieci, fottutissimi anni. Ho due cassetti pieni di biglietti da visita, seicento connessioni su Linkedin, uno dei quaranta profili più visitati in italia, due trafiletti sulle riviste di settore europee, in cui compare la mia foto insieme al mio profilo, eppure passo metà del mio tempo a presentarmi. Sempre alle stesse persone. E il bello è che anche loro fanno lo stesso. Una specie di eterna lotta tra tacchini che si credono pavoni. Queste sono le mie piume, osservale. Ma le ho già viste. Davvero? Riguardale bene. Ma sono sempre le stesse. Dici? Riguardale.

Nella vita privata va ancora peggio. A parte quei quattro handicappati emotivi che annovero come fratelli, ai quali non è decisamente necessario che mi presenti, il resto è un continuo, ossessivo, ripetitivo, drammatico, presentarsi. Dire che cosa fai, perché lo fai, quando lo fai, come lo fai. Capisco, in effetti, che dal punto di vista dei social network, il mio profilo Facebook non mi presenti realmente per quello che sono. E che quindi, i miei mille e passa amici, che crescono al ritmo di una ventina alla settimana (seguendo la logica che io, su Facebook, faccio l’esatto opposto che nella vita, ovvero mi concedo a tutto e tutti), non abbiano una idea corretta di chi io sia realmente. Ma, ripeto, il fatto che motociclisti norvegesi, zoccole californiane o tatuatori vietnamiti non mi inquadrino correttamente non è un problema rilevante.

Il problema si pone quando, nella maggior parte delle occasioni sociali, mi venga chiesto di presentarmi.

Sono Franz.

No, non Franz di battesimo. Ma tutti mi chiamano Franz. So che osservi il mio naso supponendo sia finto. Ma è vero. Ci ho fatto l’abitudine. Bisogna stare attenti nei movimenti e quando tira Maestrale. Può anche tornare utile. Fidati. Si, è vero, scrivo. Tra le altre cose, scrivo davvero bene. Due cose mi vengono meglio dello scrivere: osservare i fallimenti degli altri esseri umani, tra l’altro prevedendoli con un discreto anticipo personale, e fare l’amore. Preferisco, decisamente, fare l’amore. Ma, statisticamente, accade più frequentemente che io venga coinvolto nel fallimento di altri esseri umani. Un po’ perché ascolto le persone. Un po’ perché fingo di ascoltarli, un po’ perché adoro le storie border line. Un po’ perché va così. Punto. Comunque sto lavorando alacremente per invertire la tendenza statistica e portare la voce “fare l’amore” in posizione dominante rispetto a “prevedere i fallimenti degli altri”. Ci sto lavorando. Ah, si, lavoro. Si, viaggio un sacco. A spanne, il 75% del mio tempo. Si, mi manca solo l’Australia. Si, ho una città preferita. No, non sono mai stato a vedere le thai che sparano le palline dalla vagina. No, nemmeno che fumano dalla vagina. No, nemmeno che sparano i dardi con la cerbottana. A dire il vero, una vagina che fuma l’ho vista, ad Amsterdam. Ma non era Thai. Si, New York si. Bella, si. Ah, sui viaggi potremmo parlare per ore, ma non mi dire. Che figata. Per uno che vive perennemente in viaggio, parlare di viaggio anche quando si ferma è proprio bello. Si, sono sempre al Mom. Perché sono un abitudinario, perché il locale mi piace, perché vivevo davanti, perché è pieno di miei coetanei. Perché di Milano odio le vacche da struscio, i loro profumi da baldracche e i loro accompagnatori depilati e palestrati, le loro cabrio coupé lucidate. E il Mom per questo genere di persone è come la citronella per le zanzare. Si, odio molte cose. No, non sono arrogante. Sono intelligente. Si, sono di sinistra. Ma dai anche tu? Che forza, pazzesco! No, non mangio carne rossa. No, non sono vegetariano. Si, lo so che ti piace il sushi. Il sushi in questi anni è come il Moncler per i paninari. Si, ho mangiato vero sushi. No, non verrò con te a spendere cento euro per una tagliata di tonno. Si, leggo moltissimo. Di tutto. No, non ho un libro preferito. No, nemmeno uno scrittore. Si, lo so, è un mio limite. Si, ci sono due o tre libri che sono più degli altri. Si, ho letto anche libri di merda. Succede, sparando nel mucchio. No, non amo gli ebook. Si, sono bibliomane. No, fare l’amore mi piace di più. Si, ho una moto. No, non voglio parlare con te del tuo super motorone giapponese. Si ho un figlio. No, non sto pianificando un altro colpo a stretto giro. Si, vorrei tre figli. Si, anche un cane. Si, come la pubblicità. Si, almeno uno dei tre si dovrà chiamare Aureliano. No, non per il calciatore brasiliano. Per il Generale Aureliano Buendia. Sopravvissuto a diciassette rivoluzioni e morto pisciando nel suo giardino. No, non è esistito veramente, è un personaggio di un libro. No, non guardo Real Time. No, non sono prevenuto. Non ho tempo. Morirò. Come te. E odio l’idea di essere morto dopo aver passato la maggior parte del mio tempo a guardare la vita degli altri. Si, ho una televisione. Non sono sociopatico. Odio perdere tempo. Si, adoro i film. No, non me ne intendo un gran che. Mi piacciono le belle storie. E anche alcuni porno anni ottanta. Sempre belle storie. No, non stavo scherzando. Ne hai mai visto uno?

Potrei andare avanti ancora per molto.

Ma devo, forzatamente, leggere. Circa milleseicento pagine entro due settimane. Quattordici giorni.

E devo, fortunatamente, preparare attentamente il bagaglio per una ragionevole, razionale, matura, breve, fuga su due ruote. Spazzolino, mutande, tabacco, libro. Direi basta. Milletrecento kilometri in ventiquattro ore. Gloria e onore. E tanta pioggia, a spanne.

In moto, sorprendentemente, nessuno mi chiede di presentarmi. Mi chiedono di presentare la mia moto.

L’ultima persona con cui ho dovuto, forzatamente, ripetere il canovaccio dei convenevoli, è finita  a parlarmi di yoga e Paolo Cohelo. Perché lo yoga mi serve in viaggio e Cohelo è uno dei migliori autori contemporanei.

Come dire a un appassionato di vini che il Tavernello è uno dei migliori vini in commercio.

Io, forse, più del piattume estetico da tronisti, odio il piattume intellettuale. Che permette a tutti di parlare di tutto. Lo chiamano progresso.

Ma uno che dice che Cohelo è uno dei migliori autori contemporanei dovrebbe, per l’evoluzione darwiniana, essere reso incapace di riprodursi.

Sterilizzato, per lo meno. Che lui viva sereno, ma che non abbia discendenze.

A livello genetico, si passa sempre qualcosa ai propri figli.

PS: mi presentano lei che fuori piove a dirotto. E io voglio uscire a fumare. E lei, non capisco se per disperazione o per chimica, esce a fumare con me. Ha grandi occhiali, un grande tatuaggio, una faccia intelligente, una scollatura abbondante, un sorriso carino, dei leggins di sei o sette taglie in meno. Posso eseguire un controllo ginecologico, volendo, senza nemmeno toccarla. Potere delle aderenze. Inizia lei. Anche perchè io non ho nessuna voglia di iniziare niente. Se non una sigaretta. Ho letto i tuoi pezzi. Scrivi storie belle. Non ti immaginavo così precisino. Ti immaginavo più biker barbone panzone. Posso farti un complimento: qualche volta quando scrivi assomigli a Cohelo.

Tu meriti un uomo migliore di me, giovane e avvenente femmina. Un uomo palestrato, depilato, armato di macchinone tedesco, giovedì calcetto, sabato sera cena toscana, domenica Spa con idromassaggio. Con amici importanti. Con un passato in Sardegna, con la camicia bianca in spiaggia a brindare. Con un futuro di successo. Un uomo che possa prendere questa tua frase come un complimento. O perchè lo crede davvero, o perchè non sa chi sia Cohelo. Spero che tu possa trovarlo presto. Possiate trovarvi. E vivere felici.

Meriti tutto questo. Davvero.

Sparati. Mignotta.

E poi mi chiedono perchè odio perdere tempo a presentarmi.

Leadership is a night job

Mi fermo, più che altro incuriosito, a qualche metro da loro. Stanno intorno a una campana della Caritas, quelle per raccogliere i vestiti usati. Io sto camminando, con i miei cuffioni da dj anni 80, cercando di recuperare energie. Studiare nel week end mi sega letteralmente le gambe. Piove fine e forte, incessantemente. Una pioggia strana, che sembra quasi non bagnare, ma sembra anche non voler smettere mai. Del camminare nel mio quartiere non mi piace quasi nulla. Tranne osservare la vita ai bordi della Tangenziale. Loro sono tre. Sono ragazzi del quartiere. Lo riesco a capire dall’abbigliamento. Dal cappello messo in testa stretto, dai pantaloni messi a mezza coscia, con le mutande che spuntano. Stanno intorno alla campana gialla. Tu metti dentro i vestiti usati. In buone condizioni. E poi galleggi dentro un flusso di leggende urbane. La prima vuole che le suore della Caritas, prendano i tuoi jeans usati e li rivendano ai negozianti vintage. I quali li lavano e li rimettono sui loro scaffali, come jeans vintage. A centoventi euro. La seconda è che gli zingari entrino dentro le campane, talvolta rimanendo incastrati, per prendere i tuoi vestiti. Suppongo per indossarli. Preferisco la prima storia, quella delle suore vintage. Mi fa sorridere pensare che tu possa buttare dei pantaloni, e io possa ricomprarli al doppio. Il flusso economico del prezzo del cotone trattato. Poi ci sono gli idioti. Che bruciano carta di giornale e la mettono dentro alle campane. E si brucia tutto. Cotone, scarpe, logo della Caritas, fatturato delle suore vintage e l’intelligenza e il senso comune che vorrebbe che il mondo potesse fare a meno di alcune forme di idiozia.

Mi fermo per curiosità, ma anche perchè sono in quell’età della mia vita in cui il comportamento idiota e compulsivo, le leggende metropolitane, l’incosciente e dilagante arroganza, insomma l’ignoranza in tutte le sue forme, mi irrita. Sto invecchiando. Rimanendo sempre quel vecchio cazzone che sono sempre stato.

C’è un’alta possibilità che il trio sia armato. I giovani della mia zona amano moltissimo i coltelli. E i motorini brutti. E il bullismo. Bulli con i coltelli, armati di ignoranza. Che è un’arma mortale. Uccide molto più dei coltelli. Sebbene tu creda, dopo aver guardato Iron Man e Batman, di poter disarmare un tuo simile armato di coltello, rimane davvero pericoloso. Guardavo un reportage sulle ferite da lama, e sono rimasto molto colpito dal numero di deficienti che credono di poter disarmare uno con il coltello. Fidati, la soluzione migliore per prepararsi a queste situazioni è lavorare sullo scatto. Scappare. E anche velocemente.

Mi guardano, mentre li guardo. Mi avvicino. Curioso.
Stanno scrivendo sulla campana gialla. Non smettono. “Mecenate Merda”. Grosso, nero.

Mecenate, Via Mecenate, è l’inizio della città per chi arriva dalla Tangenziale, la fine della città per chi ci vive. E’ uno dei viali più brutti di Milano. Questo è indubbio. Abbandonato a se stesso, il viale è in agonia da anni. C’era la Rizzoli, adesso non c’è più. Ci sono gli studi televisivi. E tante, troppe, case. C’è una sede del PD, quattro bar, tre benzinai, un lager per vecchi, una caserma di Polizia, una trattoria per camionisti dove si mangia benissimo. Pastarito Pizzarito ha aperto. Poi, quasi subito dopo, ha chiuso. I capannoni abbandonati li usano per fare feste. Molto cool. Migrano, una notte, con le loro macchine. Festeggiano e poi spariscono.
Secondo una mia indagine i giovani di via Mecenate amano le stesse cose dei giovani del mio quartiere. Che poi, dal punto di vista amministrativo, è anche lo stesso quartiere.
Macchine ribasssate, occhiali da sole grandi, canne, bordello.

Scrivono, sulle campane gialle del mio quartiere, l’odio per il quartiere vicino. Crescono con questa idea. La periferia che odia la periferia.

Cammino allontanandomi dai tre giovani idioti. Cercando di capire le ragioni per le quali noi dobbiamo odiare gli altri noi, a due kilometri di distanza. Respiriamo lo stesso smog, viviamo degli stessi soprusi urbani, abbiamo lo stesso traffico, lo stesso pane, lo stesso freddo. E ci dobbiamo odiare.

La guerra tra i poveri.

Non odiare mai i guerrieri. Odia la guerra. Vorrei spiegarlo a loro e ai loro coltelli. Ai loro pennarelli e ai loro motorini.

Sono civilmente abbastanza attonito. La dinamica con cui si sono svolte le elezioni del Presidente,mi ha lasciato molto perplesso. Non per il teatro ridicolo. Per la reazione ischemica del popolo. Che vomita su Facebook molta rabbia.
In ogni caso, povero Giorgio. Ammesso che sfondi la soglia dei novantacinque ancora in vita, questi dovrebbero essere gli anni da passare al mare, leggendo il Corriere.

Il Piccolo ha festeggiato il suo secondo compleanno. Lui non capisce molto bene. Credo sia normale. Ma per noi adulti, è una festa obbligatoria. E fondamentale. Mi fa sorridere, questa cosa di un uomo obbligato a festeggiare una cosa che non capisce.

Gli ho regalato una moto. Mi piace, poter sperare, sognare, di continuare a potergli regalare moto. E’ un bel regalo.
Lui la guida con molta serietà. Senza dimenticare di fare il rumore della moto, sputando saliva ovunque.
Non sono un padre perfetto. Questo lo so, e ho anche una schiera di fan che non dimenticano mai di farmelo notare. Ma credo che la ragione finale per cui faccio la maggior parte delle cose sia nel poter e nel voler, lasciare qualcosa di migliore per il Piccolo. Un piccolo pezzo di mondo, migliore. Fare il possibile per farlo. Credo sia un buon fine. E anche un buon modo di essere padre.

Vorrei che il Piccolo potesse evitare, consapevolmente, di odiare i suoi simili, e di scriverlo sulle campane gialle della Caritas. Vorrei che il Piccolo potesse avere una moto. Vorrei che il Piccolo potesse studiare e leggere e vivere e amare.

Sto lavorando intensamente per questo.

Ho superato, al momento, ogni record. Sto leggendo quattro libri contemporaneamente. Uno, La straordinaria storia della mia vita, di Capelli, è un bel romanzo. Gli altri tre parlano di Taylorismo, organizzazione aziendale e statistiche aziendali.
Leggo, seduto sul divano, ripensando ai tre giovani odiatori.
Forse sono solo invecchiato
Non avrei mai provato tristezza per una cosa del genere.

E’ uscito il nuovo numero di Kustom World. Chiedetelo in edicola. Si tratta di un’opera d’arte.

Io, lei e le anatre morte. (in moto sulla sabbia della Francia)

Resto paralizzato nel letto della camera, osservando il soffitto bianco e il sensore di fumo che lampeggia. La finestra aperta fa entrare luce e caldo. Si vedono le budella della città, dall’alto del settimo piano. I tetti rossi, di cotto, arredati come terrazze. Le piante, le sdraio di plastica bianca, l’apparente disordine di questi piccoli rettangoli di libertà e disordine urbano.  Due gabbiani girano intorno al cielo, il mare è davvero vicino. Tu sei, ti giuro, la più grande sfida che mi sia mai capitata. Io sono, ti giuro, la più grande sfida che mi sia mai capitata. Mi manca il fiato, quando di colpo capisco di essere nel mezzo della battaglia più grande che mi sia mai capitato di combattere. La straordinaria storia della mia vita. Andando con ordine si potrebbe partire da questa mattina.

Mi sveglio una buona mezz’ora prima della sveglia, mi manca il fiato. Come per un pugno troppo forte, un colpo assestato da una mano sapiente. C’era questo rumeno, quando boxavo, che aveva questo gancio sinistro semplicemente devastante. Una ruspa in pieno petto. Ecco, mi ricorda quella sensazione. Mi alzo e giro per casa, come per poter trovare qualcosa che ho perso. Se il buon giorno si vede dal mattino, penso mentre attraverso quasi correndo il parcheggio dell’aeroporto, siamo nel pieno di una colossale giornata di merda. Mentre bevo il caffe, cercando in fondo al vuoto dei finestroni che danno sulla pista un cenno, qualsiasi, di vita, sento una mano appoggiarsi sulla mia spalla. Riconosco il profumo. Lo riconoscerò per tutta la mia vita. Ho provato a dimenticarlo, per anni. E non ci sono riuscito. Poi ha smesso di ricordarmi tutto il dolore che ha fatto, ed è restato semplicemente quel profumo, quel profumo preciso. Infatti è lei. Sorride. Sorrido. Ci baciamo, sorridendo e parlando uno sopra l’altra. Ci incontriamo sempre in partenza, sempre in questi posti. Ma che caso. La vita. Ne riconosco i tratti, i modi, i gesti e i punti, che mi hanno fatto innamorare la prima volta. Quel collo, quelle mani, quel sorriso, sono stati in grado, per molto tempo, di placare la mia rabbia. Quel collo, quelle mani, quel sorriso, questa donna, sono stati in grado di scatenare tutta la mia rabbia. Per molto tempo.

Ah, forse non mi sono mai ricordato, di ringraziarti per tutta la vita che mi hai fatto sentire nelle vene. Ma non ce lo siamo mai detti. Ci salutiamo. Ci rivedremo. Lo facciamo sempre. Mi viene in mente sull’aereo, che avremmo potuto celebrare insieme l’anniversario, il quindicennale a spanne, di quando mi sono trovato a piangere per lei seduto sotto a una magnolia, proprio oggi, un sacco di anni fa. E’ stata la prima volta in cui ho capito che “ti amo” è un concetto che, davanti a un tipo che assomiglia vagamente a Lenny Kravitz, può essere sfumato in molti modi. E’ stata la prima volta in cui ho cercato, in fondo alle mie scarpe, sotto ai miei piedi, la mia dignità, tirandola a forza con me verso casa. E’ stata l’ultima volta che gli occhi di una donna mi hanno parlato di quello che volevano.

Atterro in una città di mare, e la cosa mi sembra già un buon passo avanti. Cerco un caffè, anche se vorrei, oggettivamente, della vodka liscia. Molta vodka liscia. Mi viene offerta una brevissima descrizione della situazione. Maschio dominante, decisamente dominante, pronto a farmi a pezzi. Accompagnato da femmina alfa, decisamente alfa, pronta a sostenere la mia distruzione professionale. Uno scontro di power point e excel. Recupero fiato, forze e onore. Stringo il nodo della cravatta. Evito di guardarmi allo specchio. Ho gli occhi di un bulldog. Mi fanno tristezza senza nemmeno muoversi. Mentre il maschio dominante e la femmina alfa preparano il mio funerale a colpi di slide, penso a lei. Dio quanto fa male. Saper di aver solo camminato sulla superficie, liscia, di un qualcosa che avrebbe potuto, che avrebbe dovuto, che forse sarebbe diventato. Muoio dentro i condizionali di un futuro che, oggettivamente, ha preso una strada diversa. Respiro, recupero, mi alzo, fingo di darmi un tono. Punto il maschio dominante. Vuoi combattere, vecchio figlio di puttana? Eccoti servito il peggiore degli avversari. Un pugno di ossa, dimagrisco di giorno in giorno divorato da tutta questa vita. Un cespuglio di capelli e disordine, e degli occhi tristi, da bulldog. Sono un buon pugile, da sempre. Non per la classe delle mie braccia. Ma per la mia incredibile capacità di incassare. Potrei smettere adesso, di giocare con tutte queste cose, se solo lei. Se solo noi. Se forse. Mi sale, corposa e verace come un vino rosso troppo invecchiato, la mia solita rabbia. Vomito sentenze, numeri, grafici, rapporti. Benvenuti, teste di cazzo. Grazie di aver portato la vaselina. La useremo insieme. Finisce con una discreta vittoria.

Roba che i colleghi desiderano festeggiare. Merito un pranzo in terrazza. Solo per aver vomitato una piccolissima parte di quel magma che mi bolle dentro. Il sole è infinito, il cielo aspetta di finire dentro al mare, c’è vento caldo, gabbiani, e rumore di traffico. Dalla terrazza si vede tutta la città. Ordino del pollo, della rucola e dei pomodori. E del vino. Per Dio. Molto vino. Scrivo una mail per ammettere che, in effetti, io così non posso andare avanti. Ricevo una serie di risposte che sono più affilate di pugnali. Lame in pancia. Esco dal pranzo come un peruviano dal festival Latino Americano. Cristo, sembro veramente un manifesto della sconfitta. Aggiusto la cravatta, appoggiato allo specchio di un Nike Store, mentre vengo brevemente aggiornato sulla prossima riunione. Siamo a metri, centinaia, dal mare. Lo osservavo atterrando. Calmo e pacifico. Che cazzo di giornata di merda. Nemmeno le onde. La situazione è delicata, chirurgica. Richiede un intervento preciso, un tocco semplice. Mentre vengo appoggiato in una sala riunioni che puzza di rosticceria e che ha una temperatura di almeno trenta gradi, sento mancare il fiato. Dio come è difficile sopravvivere al proprio cuore. Guardo fuori dalla finestra. Devo togliere l’attenzione da questo cazzo di casino. Da lei. Da me. Penso alle vetrate. A una storia di necrofilia omosessuale tra anatre. Che ho seguito qualche tempo fa. Si schiantano contro i vetri, gli uccelli, perché non capiscono. E i sopravvissuti si trombano, senza pietà, i caduti. Riprendo il controllo. Anatre, vetri, necrofilia omosessuale.

Finalmente mi abbandonano in hotel. E posso abbandonarmi. Mi siedo. Non sento il bisogno di piangere. Non sento il bisogno di recuperare. Non sento il bisogno di niente. Sento semplicemente il bisogno di fermarmi. Mi sdraio nel letto. Resto paralizzato nel letto, osservando il soffitto bianco e il sensore di fumo che lampeggia.

Non avrei mai creduto che una donna potesse tanto nella mia vita.

Non avrei mai creduto tanto nella mia vita.

Non avrei tanto nella mia vita.

Non vita.

Prendo in mano lo straccio che mi rimane. Che fosse una giornata di merda, lo si poteva intuire fin dagli albori. Mi incammino verso il mare. Seguendo il dolce scendere di vicoli e piazze.  Mi siedo all’ombra di un grosso albero, davanti a una fontana. Turisti americani che fanno foto, pachistani che vendono ombrelli per il sole, un casino infernale. Un sacco di gente che corre, come se sapessero dove andare. O forse lo sanno. Per oggi basta così. Penso. Mi alzo, entro in un bar, ordino del rhum. Ne voglio molto. Preparati.

Due, importanti, postille.
La storia delle anatre omosessuali necrofile è decisamente vera, ed è anche vero che gli uccelli si schiantano contro le vetrate dei palazzi. Il tipo che ha studiato tutta la cosa è Kees Moeliker. C’è un video su TED.COM : How a dead duck changed my life.Se vi interessano le anatre. Se vi interessano gli omosessuali necrofili o se vi interessa verificare la cosa, cercate su Google. Che mettervi il link mi costa troppo. E poi, fidatevi quando vi dico che la televisione è roba sorpassata. E fidatevi quando, capendo che non siete abbonati a TED.com, mi impietosisco e vi guardo come esseri inferiori. Però in effetti, non mi sarei mai aspettato che venisse pubblicato uno studio sulle anatre omosessuali che praticano la necrofilia.

Triple Es ormai ha preso la sua forma definitiva di moto da competizione. Due piccole modifiche estetico-pratiche hanno completato l’opera. Ieri accarezzavo le grosse manopole da endurance, montate per aiutarmi a sopportare i crampi dovuti a troppe ore stringendo le mani sul manubrio, e godevo dell’aria calda sulla faccia. Mancano le ultime, piccole, prove. Aggiustamenti di brugole, tirature di cavi, rabbocchi d’olio. Siamo pronti. O, perlomeno, lei è pronta. Perfetta e bellissima, come il suo nome. Anche se, fottuta ironia della sorte, mi fa male da morire. Triple Es. Io mi preparerò. Userò i giorni del prossimo ponte per scappare sull’Aurelia, e provare l’effetto che fa tenere il mare sulla destra e le montagne sulla sinistra e correre. Ma c’è poco da prepararsi.

E’ una semplicissima questione tra uomini e moto. Sedici ore. Niente di più, niente di meno. Uomo, curve, moto, sole, vento, sassolini in faccia, odore di benzina, freddo, caldo, giorno, notte. Arrivare prima degli altri. Arrivare. Si parte venerdì, si arriva sabato. Ho due sabati per prepararmi. E due venerdì per ripensarci.
Forse ho bisogno di queste cose, ancora, per sentirmi, in fondo, vivo. Il mio amico Bernard, che è basco, barbuto e stronzo, mi dice sempre che non si tratta di una gara di moto. Si tratta di una lotta tra uomini.
Ecco, Triple Es, la moto migliore del mondo, porterà a casa il mio culo e il premio.
Semplicemente.

Tre Volte Esse.
Triple Es
Qui, per dimostrarvi che non sono pigro, e per i buongustai e quelli che hanno detto no alla televisione due link di livello:

anatre omosessuali necrofile: http://on.ted.com/DeadDuckDay

io e Bernard, ma anche Frenkie,Max e altri Giusti e timorati, giusto un anno fa (pregasi ascoltare con volume a palla, e trovare il Vecchio Franz nel video. Triple Es era già bellissima) : http://vimeo.com/45041577