Ciao, sono Franz.

Da un recente calcolo che ho fatto, mentre aspettavo nella sala d’attesa del mio medico curante, ho scoperto che passo quasi metà del mio tempo sociale, ovvero quando interagisco con altri esseri umani, a presentarmi. A presentare me stesso. In pratica, tolto il tempo in cui io sto da solo, tempo peraltro difficilmente misurabile visto che anche quando sono solo tendo a interagire in ogni caso, il più delle volte con gli altri me stesso che popolano la mia mente, beh tolto il tempo da solo, metà della mia vita io mi presento. Chi sono, cosa faccio, perché lo faccio, cosa vorrei fare, da dove vengo, quando sono arrivato. Perennemente.

Sono un affermato professionista, ammesso che nella categoria degli affermati professionisti rientrino anche quelli come me, che lavora in un settore, sempre lo stesso, da più di dieci anni. Un tempo, lavorativamente parlando, enorme, infinito. Lavoro nel mercato tecnologico. Mercato nel quale un semestre di differenza equivale a due glaciazioni terrestri. Mercato nel quale, modestamente, vanto una certa fama. Basti pensare che un mio video su Google, nel quale presento con affabile tono le caratteristiche tecnologiche di un prodotto di cui pochi sentivano bisogno, è stato visualizzato 55 volte. Compresi i miei 50 click non è niente male.

Scherzi a parte, e finta umiltà a parte, dieci anni. Dieci, fottutissimi anni. Ho due cassetti pieni di biglietti da visita, seicento connessioni su Linkedin, uno dei quaranta profili più visitati in italia, due trafiletti sulle riviste di settore europee, in cui compare la mia foto insieme al mio profilo, eppure passo metà del mio tempo a presentarmi. Sempre alle stesse persone. E il bello è che anche loro fanno lo stesso. Una specie di eterna lotta tra tacchini che si credono pavoni. Queste sono le mie piume, osservale. Ma le ho già viste. Davvero? Riguardale bene. Ma sono sempre le stesse. Dici? Riguardale.

Nella vita privata va ancora peggio. A parte quei quattro handicappati emotivi che annovero come fratelli, ai quali non è decisamente necessario che mi presenti, il resto è un continuo, ossessivo, ripetitivo, drammatico, presentarsi. Dire che cosa fai, perché lo fai, quando lo fai, come lo fai. Capisco, in effetti, che dal punto di vista dei social network, il mio profilo Facebook non mi presenti realmente per quello che sono. E che quindi, i miei mille e passa amici, che crescono al ritmo di una ventina alla settimana (seguendo la logica che io, su Facebook, faccio l’esatto opposto che nella vita, ovvero mi concedo a tutto e tutti), non abbiano una idea corretta di chi io sia realmente. Ma, ripeto, il fatto che motociclisti norvegesi, zoccole californiane o tatuatori vietnamiti non mi inquadrino correttamente non è un problema rilevante.

Il problema si pone quando, nella maggior parte delle occasioni sociali, mi venga chiesto di presentarmi.

Sono Franz.

No, non Franz di battesimo. Ma tutti mi chiamano Franz. So che osservi il mio naso supponendo sia finto. Ma è vero. Ci ho fatto l’abitudine. Bisogna stare attenti nei movimenti e quando tira Maestrale. Può anche tornare utile. Fidati. Si, è vero, scrivo. Tra le altre cose, scrivo davvero bene. Due cose mi vengono meglio dello scrivere: osservare i fallimenti degli altri esseri umani, tra l’altro prevedendoli con un discreto anticipo personale, e fare l’amore. Preferisco, decisamente, fare l’amore. Ma, statisticamente, accade più frequentemente che io venga coinvolto nel fallimento di altri esseri umani. Un po’ perché ascolto le persone. Un po’ perché fingo di ascoltarli, un po’ perché adoro le storie border line. Un po’ perché va così. Punto. Comunque sto lavorando alacremente per invertire la tendenza statistica e portare la voce “fare l’amore” in posizione dominante rispetto a “prevedere i fallimenti degli altri”. Ci sto lavorando. Ah, si, lavoro. Si, viaggio un sacco. A spanne, il 75% del mio tempo. Si, mi manca solo l’Australia. Si, ho una città preferita. No, non sono mai stato a vedere le thai che sparano le palline dalla vagina. No, nemmeno che fumano dalla vagina. No, nemmeno che sparano i dardi con la cerbottana. A dire il vero, una vagina che fuma l’ho vista, ad Amsterdam. Ma non era Thai. Si, New York si. Bella, si. Ah, sui viaggi potremmo parlare per ore, ma non mi dire. Che figata. Per uno che vive perennemente in viaggio, parlare di viaggio anche quando si ferma è proprio bello. Si, sono sempre al Mom. Perché sono un abitudinario, perché il locale mi piace, perché vivevo davanti, perché è pieno di miei coetanei. Perché di Milano odio le vacche da struscio, i loro profumi da baldracche e i loro accompagnatori depilati e palestrati, le loro cabrio coupé lucidate. E il Mom per questo genere di persone è come la citronella per le zanzare. Si, odio molte cose. No, non sono arrogante. Sono intelligente. Si, sono di sinistra. Ma dai anche tu? Che forza, pazzesco! No, non mangio carne rossa. No, non sono vegetariano. Si, lo so che ti piace il sushi. Il sushi in questi anni è come il Moncler per i paninari. Si, ho mangiato vero sushi. No, non verrò con te a spendere cento euro per una tagliata di tonno. Si, leggo moltissimo. Di tutto. No, non ho un libro preferito. No, nemmeno uno scrittore. Si, lo so, è un mio limite. Si, ci sono due o tre libri che sono più degli altri. Si, ho letto anche libri di merda. Succede, sparando nel mucchio. No, non amo gli ebook. Si, sono bibliomane. No, fare l’amore mi piace di più. Si, ho una moto. No, non voglio parlare con te del tuo super motorone giapponese. Si ho un figlio. No, non sto pianificando un altro colpo a stretto giro. Si, vorrei tre figli. Si, anche un cane. Si, come la pubblicità. Si, almeno uno dei tre si dovrà chiamare Aureliano. No, non per il calciatore brasiliano. Per il Generale Aureliano Buendia. Sopravvissuto a diciassette rivoluzioni e morto pisciando nel suo giardino. No, non è esistito veramente, è un personaggio di un libro. No, non guardo Real Time. No, non sono prevenuto. Non ho tempo. Morirò. Come te. E odio l’idea di essere morto dopo aver passato la maggior parte del mio tempo a guardare la vita degli altri. Si, ho una televisione. Non sono sociopatico. Odio perdere tempo. Si, adoro i film. No, non me ne intendo un gran che. Mi piacciono le belle storie. E anche alcuni porno anni ottanta. Sempre belle storie. No, non stavo scherzando. Ne hai mai visto uno?

Potrei andare avanti ancora per molto.

Ma devo, forzatamente, leggere. Circa milleseicento pagine entro due settimane. Quattordici giorni.

E devo, fortunatamente, preparare attentamente il bagaglio per una ragionevole, razionale, matura, breve, fuga su due ruote. Spazzolino, mutande, tabacco, libro. Direi basta. Milletrecento kilometri in ventiquattro ore. Gloria e onore. E tanta pioggia, a spanne.

In moto, sorprendentemente, nessuno mi chiede di presentarmi. Mi chiedono di presentare la mia moto.

L’ultima persona con cui ho dovuto, forzatamente, ripetere il canovaccio dei convenevoli, è finita  a parlarmi di yoga e Paolo Cohelo. Perché lo yoga mi serve in viaggio e Cohelo è uno dei migliori autori contemporanei.

Come dire a un appassionato di vini che il Tavernello è uno dei migliori vini in commercio.

Io, forse, più del piattume estetico da tronisti, odio il piattume intellettuale. Che permette a tutti di parlare di tutto. Lo chiamano progresso.

Ma uno che dice che Cohelo è uno dei migliori autori contemporanei dovrebbe, per l’evoluzione darwiniana, essere reso incapace di riprodursi.

Sterilizzato, per lo meno. Che lui viva sereno, ma che non abbia discendenze.

A livello genetico, si passa sempre qualcosa ai propri figli.

PS: mi presentano lei che fuori piove a dirotto. E io voglio uscire a fumare. E lei, non capisco se per disperazione o per chimica, esce a fumare con me. Ha grandi occhiali, un grande tatuaggio, una faccia intelligente, una scollatura abbondante, un sorriso carino, dei leggins di sei o sette taglie in meno. Posso eseguire un controllo ginecologico, volendo, senza nemmeno toccarla. Potere delle aderenze. Inizia lei. Anche perchè io non ho nessuna voglia di iniziare niente. Se non una sigaretta. Ho letto i tuoi pezzi. Scrivi storie belle. Non ti immaginavo così precisino. Ti immaginavo più biker barbone panzone. Posso farti un complimento: qualche volta quando scrivi assomigli a Cohelo.

Tu meriti un uomo migliore di me, giovane e avvenente femmina. Un uomo palestrato, depilato, armato di macchinone tedesco, giovedì calcetto, sabato sera cena toscana, domenica Spa con idromassaggio. Con amici importanti. Con un passato in Sardegna, con la camicia bianca in spiaggia a brindare. Con un futuro di successo. Un uomo che possa prendere questa tua frase come un complimento. O perchè lo crede davvero, o perchè non sa chi sia Cohelo. Spero che tu possa trovarlo presto. Possiate trovarvi. E vivere felici.

Meriti tutto questo. Davvero.

Sparati. Mignotta.

E poi mi chiedono perchè odio perdere tempo a presentarmi.

4 pensieri su “Ciao, sono Franz.

  1. Lo so anche io che é uno scrittore da edicola della stazione dei treni piuttosto che da libreria, peró guarda che si chiama Paulo COELHO (ovvero coniglio) e non Cohelo.
    Continueró a romperti i coglioni se non impari a scrivere! 🙂

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