Io, lei e le anatre morte. (in moto sulla sabbia della Francia)

Resto paralizzato nel letto della camera, osservando il soffitto bianco e il sensore di fumo che lampeggia. La finestra aperta fa entrare luce e caldo. Si vedono le budella della città, dall’alto del settimo piano. I tetti rossi, di cotto, arredati come terrazze. Le piante, le sdraio di plastica bianca, l’apparente disordine di questi piccoli rettangoli di libertà e disordine urbano.  Due gabbiani girano intorno al cielo, il mare è davvero vicino. Tu sei, ti giuro, la più grande sfida che mi sia mai capitata. Io sono, ti giuro, la più grande sfida che mi sia mai capitata. Mi manca il fiato, quando di colpo capisco di essere nel mezzo della battaglia più grande che mi sia mai capitato di combattere. La straordinaria storia della mia vita. Andando con ordine si potrebbe partire da questa mattina.

Mi sveglio una buona mezz’ora prima della sveglia, mi manca il fiato. Come per un pugno troppo forte, un colpo assestato da una mano sapiente. C’era questo rumeno, quando boxavo, che aveva questo gancio sinistro semplicemente devastante. Una ruspa in pieno petto. Ecco, mi ricorda quella sensazione. Mi alzo e giro per casa, come per poter trovare qualcosa che ho perso. Se il buon giorno si vede dal mattino, penso mentre attraverso quasi correndo il parcheggio dell’aeroporto, siamo nel pieno di una colossale giornata di merda. Mentre bevo il caffe, cercando in fondo al vuoto dei finestroni che danno sulla pista un cenno, qualsiasi, di vita, sento una mano appoggiarsi sulla mia spalla. Riconosco il profumo. Lo riconoscerò per tutta la mia vita. Ho provato a dimenticarlo, per anni. E non ci sono riuscito. Poi ha smesso di ricordarmi tutto il dolore che ha fatto, ed è restato semplicemente quel profumo, quel profumo preciso. Infatti è lei. Sorride. Sorrido. Ci baciamo, sorridendo e parlando uno sopra l’altra. Ci incontriamo sempre in partenza, sempre in questi posti. Ma che caso. La vita. Ne riconosco i tratti, i modi, i gesti e i punti, che mi hanno fatto innamorare la prima volta. Quel collo, quelle mani, quel sorriso, sono stati in grado, per molto tempo, di placare la mia rabbia. Quel collo, quelle mani, quel sorriso, questa donna, sono stati in grado di scatenare tutta la mia rabbia. Per molto tempo.

Ah, forse non mi sono mai ricordato, di ringraziarti per tutta la vita che mi hai fatto sentire nelle vene. Ma non ce lo siamo mai detti. Ci salutiamo. Ci rivedremo. Lo facciamo sempre. Mi viene in mente sull’aereo, che avremmo potuto celebrare insieme l’anniversario, il quindicennale a spanne, di quando mi sono trovato a piangere per lei seduto sotto a una magnolia, proprio oggi, un sacco di anni fa. E’ stata la prima volta in cui ho capito che “ti amo” è un concetto che, davanti a un tipo che assomiglia vagamente a Lenny Kravitz, può essere sfumato in molti modi. E’ stata la prima volta in cui ho cercato, in fondo alle mie scarpe, sotto ai miei piedi, la mia dignità, tirandola a forza con me verso casa. E’ stata l’ultima volta che gli occhi di una donna mi hanno parlato di quello che volevano.

Atterro in una città di mare, e la cosa mi sembra già un buon passo avanti. Cerco un caffè, anche se vorrei, oggettivamente, della vodka liscia. Molta vodka liscia. Mi viene offerta una brevissima descrizione della situazione. Maschio dominante, decisamente dominante, pronto a farmi a pezzi. Accompagnato da femmina alfa, decisamente alfa, pronta a sostenere la mia distruzione professionale. Uno scontro di power point e excel. Recupero fiato, forze e onore. Stringo il nodo della cravatta. Evito di guardarmi allo specchio. Ho gli occhi di un bulldog. Mi fanno tristezza senza nemmeno muoversi. Mentre il maschio dominante e la femmina alfa preparano il mio funerale a colpi di slide, penso a lei. Dio quanto fa male. Saper di aver solo camminato sulla superficie, liscia, di un qualcosa che avrebbe potuto, che avrebbe dovuto, che forse sarebbe diventato. Muoio dentro i condizionali di un futuro che, oggettivamente, ha preso una strada diversa. Respiro, recupero, mi alzo, fingo di darmi un tono. Punto il maschio dominante. Vuoi combattere, vecchio figlio di puttana? Eccoti servito il peggiore degli avversari. Un pugno di ossa, dimagrisco di giorno in giorno divorato da tutta questa vita. Un cespuglio di capelli e disordine, e degli occhi tristi, da bulldog. Sono un buon pugile, da sempre. Non per la classe delle mie braccia. Ma per la mia incredibile capacità di incassare. Potrei smettere adesso, di giocare con tutte queste cose, se solo lei. Se solo noi. Se forse. Mi sale, corposa e verace come un vino rosso troppo invecchiato, la mia solita rabbia. Vomito sentenze, numeri, grafici, rapporti. Benvenuti, teste di cazzo. Grazie di aver portato la vaselina. La useremo insieme. Finisce con una discreta vittoria.

Roba che i colleghi desiderano festeggiare. Merito un pranzo in terrazza. Solo per aver vomitato una piccolissima parte di quel magma che mi bolle dentro. Il sole è infinito, il cielo aspetta di finire dentro al mare, c’è vento caldo, gabbiani, e rumore di traffico. Dalla terrazza si vede tutta la città. Ordino del pollo, della rucola e dei pomodori. E del vino. Per Dio. Molto vino. Scrivo una mail per ammettere che, in effetti, io così non posso andare avanti. Ricevo una serie di risposte che sono più affilate di pugnali. Lame in pancia. Esco dal pranzo come un peruviano dal festival Latino Americano. Cristo, sembro veramente un manifesto della sconfitta. Aggiusto la cravatta, appoggiato allo specchio di un Nike Store, mentre vengo brevemente aggiornato sulla prossima riunione. Siamo a metri, centinaia, dal mare. Lo osservavo atterrando. Calmo e pacifico. Che cazzo di giornata di merda. Nemmeno le onde. La situazione è delicata, chirurgica. Richiede un intervento preciso, un tocco semplice. Mentre vengo appoggiato in una sala riunioni che puzza di rosticceria e che ha una temperatura di almeno trenta gradi, sento mancare il fiato. Dio come è difficile sopravvivere al proprio cuore. Guardo fuori dalla finestra. Devo togliere l’attenzione da questo cazzo di casino. Da lei. Da me. Penso alle vetrate. A una storia di necrofilia omosessuale tra anatre. Che ho seguito qualche tempo fa. Si schiantano contro i vetri, gli uccelli, perché non capiscono. E i sopravvissuti si trombano, senza pietà, i caduti. Riprendo il controllo. Anatre, vetri, necrofilia omosessuale.

Finalmente mi abbandonano in hotel. E posso abbandonarmi. Mi siedo. Non sento il bisogno di piangere. Non sento il bisogno di recuperare. Non sento il bisogno di niente. Sento semplicemente il bisogno di fermarmi. Mi sdraio nel letto. Resto paralizzato nel letto, osservando il soffitto bianco e il sensore di fumo che lampeggia.

Non avrei mai creduto che una donna potesse tanto nella mia vita.

Non avrei mai creduto tanto nella mia vita.

Non avrei tanto nella mia vita.

Non vita.

Prendo in mano lo straccio che mi rimane. Che fosse una giornata di merda, lo si poteva intuire fin dagli albori. Mi incammino verso il mare. Seguendo il dolce scendere di vicoli e piazze.  Mi siedo all’ombra di un grosso albero, davanti a una fontana. Turisti americani che fanno foto, pachistani che vendono ombrelli per il sole, un casino infernale. Un sacco di gente che corre, come se sapessero dove andare. O forse lo sanno. Per oggi basta così. Penso. Mi alzo, entro in un bar, ordino del rhum. Ne voglio molto. Preparati.

Due, importanti, postille.
La storia delle anatre omosessuali necrofile è decisamente vera, ed è anche vero che gli uccelli si schiantano contro le vetrate dei palazzi. Il tipo che ha studiato tutta la cosa è Kees Moeliker. C’è un video su TED.COM : How a dead duck changed my life.Se vi interessano le anatre. Se vi interessano gli omosessuali necrofili o se vi interessa verificare la cosa, cercate su Google. Che mettervi il link mi costa troppo. E poi, fidatevi quando vi dico che la televisione è roba sorpassata. E fidatevi quando, capendo che non siete abbonati a TED.com, mi impietosisco e vi guardo come esseri inferiori. Però in effetti, non mi sarei mai aspettato che venisse pubblicato uno studio sulle anatre omosessuali che praticano la necrofilia.

Triple Es ormai ha preso la sua forma definitiva di moto da competizione. Due piccole modifiche estetico-pratiche hanno completato l’opera. Ieri accarezzavo le grosse manopole da endurance, montate per aiutarmi a sopportare i crampi dovuti a troppe ore stringendo le mani sul manubrio, e godevo dell’aria calda sulla faccia. Mancano le ultime, piccole, prove. Aggiustamenti di brugole, tirature di cavi, rabbocchi d’olio. Siamo pronti. O, perlomeno, lei è pronta. Perfetta e bellissima, come il suo nome. Anche se, fottuta ironia della sorte, mi fa male da morire. Triple Es. Io mi preparerò. Userò i giorni del prossimo ponte per scappare sull’Aurelia, e provare l’effetto che fa tenere il mare sulla destra e le montagne sulla sinistra e correre. Ma c’è poco da prepararsi.

E’ una semplicissima questione tra uomini e moto. Sedici ore. Niente di più, niente di meno. Uomo, curve, moto, sole, vento, sassolini in faccia, odore di benzina, freddo, caldo, giorno, notte. Arrivare prima degli altri. Arrivare. Si parte venerdì, si arriva sabato. Ho due sabati per prepararmi. E due venerdì per ripensarci.
Forse ho bisogno di queste cose, ancora, per sentirmi, in fondo, vivo. Il mio amico Bernard, che è basco, barbuto e stronzo, mi dice sempre che non si tratta di una gara di moto. Si tratta di una lotta tra uomini.
Ecco, Triple Es, la moto migliore del mondo, porterà a casa il mio culo e il premio.
Semplicemente.

Tre Volte Esse.
Triple Es
Qui, per dimostrarvi che non sono pigro, e per i buongustai e quelli che hanno detto no alla televisione due link di livello:

anatre omosessuali necrofile: http://on.ted.com/DeadDuckDay

io e Bernard, ma anche Frenkie,Max e altri Giusti e timorati, giusto un anno fa (pregasi ascoltare con volume a palla, e trovare il Vecchio Franz nel video. Triple Es era già bellissima) : http://vimeo.com/45041577

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