Vittoria ai punti

Ho, decisamente, un problema di punteggiatura.
E’ l’ultimo pomeriggio di questo mare. Del mio mare. Arrivo con il battello di metà pomeriggio e mi siedo sul mio piccolo sasso. Vista sul nulla del mare.
Dio sa.
Dovrebbe sapere.

Il vento nasconde il sole, increspa l’acqua, svuota il cielo. Si vede la Francia. Si potrebbe immaginare la Spagna.
Dio sa.
Mi auguro che sappia.

Mi butto dagli scogli alti e mi lascio trasportare dalla corrente fredda per qualche minuto. Porta verso la città. Sembra che abbia fretta, questo mare, di farmi tornare.
Nuoto fino al mare aperto, il fondo scuro nasconde molte cose. Molte cose sono nascoste.
Ritorno sui miei sassi. Due tedeschi mangiano frutta, arroccati su una roccia vicino. Due coppie, a pochi passi, sono sedute immobili. Il bello di questo posto, oltre che la pressochè totale irraggiungibilità per le festose masse di idioti, è che il mare da spettacolo, costringendo quasi tutti a un religioso silenzio.
Possono urlare solo le cicale.
Da sempre.

Porta una donna, la donna che ami, qui. Su questo sasso. Siediti con lei. Osserva il suo sguardo. Se parla o se guarda altro che non sia il mare, non sarà la donna per te. Me lo sono sempre detto e ripromesso. Poi, quando era il momento non ci ho mai portato nessuna.

Quando i pensieri arrivano ad essere troppi, mi ributto semplicemente in acqua. Galleggio, nuoto verso il mare aperto, ritorno. Prima, poco prima, che mi venga, esplosivamente, da piangere.
Dio sa.
Dovrebbe, perlomeno, sapere.

Sono venuto qui per mettere un punto. Alcuni punti. Ho un problema di punteggiatura. Non ho messo nessun punto, mi sono scivolati in mare, cadendo sul fondo.
Torno senza aver messo un punto.
Sapendo bene cosa voglia dire.

Resto fino alla fine. E’ il mio ultimo pomeriggio qui. Ne sono abbastanza sicuro. Per quest’estate, intendo. Ma, cinicamente, non si può mai sapere. Il sole quasi tramonta.
Mettendo un punto a questa giornata, a questo mare, a questa estate.

Il battello è strapieno. Gente che vorrebbe restare. Di gente così, ne conosco, per fortuna, abbastanza. Sono quelli come me.

Servisse, tornerei subito. Punto.

Non è facile possedere la punteggiatura giusta. Nella vita.
C’è chi ci fa l’amore. Prendi Baricco. Puoi dire di tutto di Baricco. Ma è l’uomo che ha fatto innamorare la punteggiatura. Si vede da come si prendono per mano.
Prendi Carver. Il periodo perfetto, che deve finire al momento giusto, che deve seguire il senso della frase.

Eh già, il senso della frase.

La punteggiatura, nella vita, è quasi tutto. Saper mettere punti, nelle cose, alle situazioni, è questione di tempismo, follia, intuizione. Genio, insomma.

Mettere un punto.
Speriamo Dio stia vedendo.
Non che sia fondamentale. Ma aiuterebbe.

Tornare in paese è sempre abbastanza drammatico. L’umano catalogabile, in versione balneo-chic, passeggia per un immaginario struscio tra simili. Tacchi alti e mocassini, per me che starei a piedi nudi. E ci sto. L’imperfetto umano in mostra. Pance appoggiate su tatuaggi sbiaditi dall’abbronzatura. Tette che litigano con la gravità, che vince sempre. Peli pubici dimenticati da estetiste di fiducia che fanno capolino da costumi troppo stretti, occhiali che riflettono. Rumore. Maledetto rumore.
Mi siedo di fronte al porto.
Punto.
Pigato.
Un bicchiere.
E’ presto per il rhum.
Dice il popolo.
A vedervi, sento che è troppo tardi per il rhum, ormai.

Credo di aver finito le riserve di Zacapa del posto. Per la gioia del giovane barista, che ogni volta mi spilla cifre imbarazzanti.
Ieri sono passato al Saint Etienne. Meglio del Brugal.

Ieri non ci ho nemmeno provato, alla fine, a mettere un punto.
Guardavo le stelle, sul molo. Alle tre.
Le tre sono un’ora buona per guardare le stelle. Alle due c’è ancora gente. Alle quattro senti che dormirai troppo poco. Le tre sono un’ora buona.

Al posto di mettere un punto ho scritto una poesia. Ottima per Eleonora. Se solo conoscessi un’Eleonora. Sono disposto a vendervela. E’ davvero fenomenale. Se avete un’Eleonora da conquistare. La metterò su eBay. “poesia scritta per Eleonora. No altri nomi. No perditempo. Prezzo poco trattabile. Consegna a Mano solo su Milano. No paypal. Solo Rhum”.

Io non conosco nessuna cazzo di Eleonora. Cazzo. Punto.
E non ho visto nessuna cazzo di stella. Punto.
Avrei un desiderio. Prevalentemente uno.

L’ultima sera di vacanza. Per uno come me è già uno shock. Normalmente.
Figurarsi adesso. Prepara la bottiglia di Saint Etienne. E anche quella di Brugal, vista l’emergenza.
Lascia perdere quelle cazzate da villaggio turistico a Santo Domingo. Bicchieri baloon, cioccolato, arancia, caffè. Bevo a canna.

Aveva detto di amarmi. Punto. Questo non quadra.
Avevo detto di amarla. Punto. Questo non quadra.

Dopo un punto, questo la gente non capisce, c’è sempre una frase migliore. Un solo punto è definitivo, l’ultimo. A quello, spero, mi mancano ancora parecchie frasi. Per questo, in teoria, non mi spaventava. In teoria.

Lascio spesso frasi in sospeso, abuso di virgole, tentenno con il punto e virgola, ma ho sempre saputo usare il punto. A un certo punto. Quando, a parer mio, serviva buttarne lì uno.
Adesso no.
Speriamo Dio stia guardando giù.

Cerco una soluzione, e una sigaretta. Spesso le due cose si accompagnano. Per questo non smetto di fumare.
Ne fumo una dopo l’altra.
Ho la soluzione.

Sembrava difficile.
Come tuffarsi da quello scoglio.
Come respirare a fondo su quella salita.
Come andare fino in fondo a quel sentiero.
Sembra sempre difficile.
Prima di farlo.
Prima di crederci.

Ho messo un punto.
Vedrai che frase, la prossima.

Come
spesso
accade
la cosa più semplice
è scrivere.

Come
spesso
accade
la cosa più giusta
l’avevi scritta proprio tu.

Punto

riabilitazione – salsedine, ruggini, gabbiani e vino bianco

Al mattino esco spedito, evitando facce e sorrisi, correndo quasi verso l’edicola. Compro i giornali, cammino ancora più veloce, compro la crostata, mi siedo sulla panchina che da sul porto.
Osservo la gente passare, attraverso la cronaca nazionale. Poi nuoto.

Nuotare è un rimedio abbastanza efficace. Prima di tutto sott’acqua posso fare quello che voglio. Parlare con le piccole orate, provare a piangere, ricordarmi le tue mani che stringono le lenzuola.
E poi mi sfianca. Nuotiamo, a debita distanza, tenendoci d’occhio a vicenda. Ognuno con la sua lotta. Nuotiamo fino alla fine del piccolo golfo. Arriviamo agli scogli in fondo alla baia. A volte ci fermiamo, a volte nuotiamo indietro subito. Come se ci fosse fretta, un valido motivo, per tornare.

Aspetto. So che si tratta di un lavoro lungo. Di solitudine, di ruggine, di salsedine. Sono venuto qui per questo.

Al pomeriggio prendo il piccolo battello, mi siedo sulla prua, mi prendo gli schiaffi del mare e cerco di guardare in fondo all’orizzonte.
Poi cammino tra gli ulivi, l’acqua di un azzurro da far quasi male, le cicale, le rocce, il silenzio infinito. E penso a quanto vorrei, a quanto sarebbe perfetto, a quanto fa male.
Nuoto, verso il mare aperto. Sento la corrente fredda, guardo i pesci, galleggio sospeso. Poi cammino fino alla piccola trattoria, prendo un caffè che sa di bruciato, dell’acqua, una mela. E mi siedo all’ombra delle piccole barche. Scrivo. Di te. Mai di me.
Scrivo fino a quando non mi fa male il braccio destro. Il sinistro tiene le pagine.
Poi strappo le pagine. Le piego, ordinatamente, in quattro. Le tengo strette in mano. Mentre mi tuffo dalla scogliera.
Nuoto verso il largo, verso la tonnara. Le lascio lì. Galleggiano per qualche istante. Come storie carine, senza una trama decente. Poi affondano. Si appoggiano sugli scogli.
Poi nuoto, ancora.

L’ultimo battello è sempre pieno. Di gente, di voci e di casino. Devo mettere musica, molto alta. Mi siedo in poppa. Il ritorno è così.

Arrivo in porto e lascio che il battello si svuoti. Poi scendo e cammino fino al bar. Mi siedo e ordino del vino, bianco.
Mi sembra giusto farlo.

Guardo le barche ormeggiate. Muoversi pigramente. Il sole tramontare. La gente uscire per cena. Ascolto i profumi delle donne. Cerco il tuo. Stendo i miei piedi nudi, e guardo le scarpe eleganti degli uomini, riflettere la luce del tramonto. Finisco sempre la bottiglia. Ho tempo. E un dolore enorme.
Una bottiglia non basterebbe. Ma con il buio preferisco la spiaggia.
Vuota. Il vento fresco che viene da sud ovest, le stelle, i ragazzini che scappano sotto gli scogli. Ormoni e silenzio.
Ho imparato a parlare il meno possibile. Mi sono reso conto che escono lame affilate, parole pesate. Faccio male a chi ho davanti. Allora non lo faccio. A meno che, come un cane spaventato, non mi provochino. Silenzio.
Camminerei fino a non sentire più i piedi, alla sera, per venire da te, con del rhum e delle stelle. Rubarti una sigaretta, un bacio e un sorriso.
Invece cammino a piedi nudi fino al bar del molo, ordino Zacapa e me lo porto via.
E’ un lavoro di solitudine, che fa sentire incredibilmente vivi.
C’è un momento della notte in cui la luna tramonta. Allora vado a letto. Mentre i pescatori armeggiano nel porto.
Cerco, nel piccolo letto di legno, di dormire quasi subito.

E’ un lavoro di solitudine e salsedine. I tempi di recupero, visti da qui, sembrano essere biblici. Ma il mare e la ruggine mi hanno insegnato a non avere fretta. Il vino bianco scrive poesie bellissime e i gabbiani sembrano capire e mi lasciano dormire.

Tre regole per sorpassare in moto

Riconosco i posti, seguo pigro il panorama mentre la strada si infila nelle montagne. Le montagne che separano la città dal mare. Dal mio mare. Il motore borbotta allegro. Si è mangiato un kilo d’olio, ingordo, e adesso gode dell’aria che finalmente soffia dal mare. Strano vento, grandi nuvole. Riconosco i casolari, le fabbriche abbandonate, la statale che si snoda dentro la valle, sotto l’Autostrada.

Prima di partire per ogni viaggio in moto è bene controllare il carico, assicurarsi che sia legato a dovere e che non balli.

Ad ogni curva sento il grosso zaino nero ballare, a destra e a sinistra. Immagino sia anche brutto da vedere. Le corde, me lo ricordo, le ho trovate nel bauletto del Vecchio Generale Buendia, quando lo ritirai dal suo vecchio proprietario. Credo abbiano l’età del Vecchio Generale Buendia. Di elastico non hanno più nulla. Ma tengono ancora. O, perlomeno, hanno tenuto fino ad oggi. Lo zaino è più grosso del solito. Ho messo dentro troppi libri. Nemmeno un paio di scarpe. Non servono, qui, le scarpe. Non serve, qui, la camicia. O, perlomeno, non servono a me. Ogni camion che mi sorpassa, sposta lo zaino verso il fondo della moto. Devo, dovrei, fermarmi. Controllare. Dovrei. Tiro dritto fino al mare.

Essenziale, per un moto viaggiatore, è la protezione del corpo, durante il viaggio. Sia per eventuali urti e incidenti, sia dagli agenti atmosferici, insetti, sassi, sporco.

In effetti, ve lo dico per esperienza, un insetto qualsiasi, scagliato contro la mia faccia a centoventi kilometri all’ora, provoca un dolore acuto, immediato, fastidiosissimo. Viaggio in prima corsia, sto controllando il rumore della cinghia, che sembra essersi stufata di seguire il resto del motore. Ascolto la moto, con la testa appena abbassata. Non c’è nulla da fare. Se non fermarsi, in un officina. La settimana di ferragosto. Tiro dritto. Sento il colpo sul labbro, acuto, dolorosissimo. Ogni volta mi viene da chiedermi che tipo di insetto sia. Qualche volta, la rimozione del cadavere dalla faccia e dalle braccia richiede scavi archeologici di pinzette e forbicine. Sento il labbro pulsare. Fa male. Tiro dritto.
Sento, in bocca, il sapore del mio sangue. Roba non buona. Mi tocca fermarmi.
Nei cessi dell’autogrill, constato che la questione è seria. Servirà del rhum, questa notte.

Il vero motoviaggiatore è consapevole dei suoi limiti, capisce dove osare e dove non, e rispetta pienamente il suo mezzo.

Ogni tanto bisogna tirare oltre il limite, in moto, nella vita, per capire che poi l’andatura giusta è un’altra. Ha un bicilindrico generoso. Americano. Fatto per statali dritte, velocità fisse, distanze infinite. Appena a strada si fa nervosa, infilandosi nelle valli, rimpiango, lo faccio sempre, il Vecchio Generale Buendia. Matrice tedesca, motore parco, baricentro alto, curve facili facili. Con Triple Es è diverso. Lei non fa le curve. Le fai tu. Lei ti segue, quando ce la fa. Faccio urlare il motore, tiro al limite la terza, butto la moto sulle curve, puntando l’angolo morto, sento la ruota arrivare alla fine. Qualche volta tocco le pedane. Sono graffi importanti, sono cicatrici eroiche che Triple Es porta in giro. A memoria del fatto che mi segue, quando voglio fare le cose stupide, le strade ripide, la vita veloce.
La strada inizia a scendere verso il mare. Porto alla fine il motore, tengo stretto l’acceleratore. Rabbia cieca, potenza limitata.

Ogni moto viaggiatore ha rispetto degli altri utenti della strada, e del codice della strada. Non mette mai in pericolo se stesso o altri.

Mi fermo a fumare, seduto sull’Aurelia. La mia Aurelia. Provo a tirare su lo zaino, che ormai è aggrappato alla targa. Fiori viola, spuntano dai muri delle ville. Pini, oleandri, limoni. E’ un banchetto per un bulimico dei colori. Mangiare la vita. Mi resta questo, da fare, quest’estate.
Risalgo, inizio le curve. L’Aurelia, quando passa nei paesi, dalla Francia al Lazio, è un isterico serpente, di curve storte, di dossi maledetti, di rotonde ridicole. Conosco a memoria queste curve. E questi posti. Lui mi sorpassa arrogante, mangia strada schiacciando l’acceleratore. Una grossa macchina. Una grossa macchina tedesca. Scappottata.
Credo, a livello scientifico, si tratti di testosterone.

E’ semplicissimo sorpassare in moto. Basta seguire tre, fondamentali, regole.
Guardarsi intorno. Specchietti, altra corsia, eventuali passi carrai o fonti di pericolo. Scalare la marcia solo se necessario, effettuare una manovra ad elastico uscendo ed entrando armoniosi. Una manovra semplicissima.

Scalo due marce. Seconda. Urla, il bicilindrico. Quasi piange. Vibra, sull’asfalto sconnesso. La curva cieca da su una discesa che porta a un piccolo supermercato. Butto la moto nell’altra corsia, scivolo centimetri su asfalto bollente, gomme stanche, apro il gas fino a quando non c’è più ragionevole dubbio, sento la ruota posteriore disordinata nella risposta. Ci sono moto per correre e moto per viaggiare. Il saggio sa cogliere la differenza. Mi rimetto in corsia appena in tempo per finire la curva, cercando di non finire dritto contro il muretto di protezione. Deve far male. Deve far male quando sbagli le misure nella vita.
Alzo la mano sinistra, lascio che il dito medio si erga libero. Mi assicuro nello specchietto che lui veda. Poi do ancora gas, manca poco.

Al mio mare.
Al mio posto.
Un posto che nessuno conosce bene come me. Un posto dove non ci sono tracce dei miei fallimenti e delle mie paure, dove il mio passato conta pochissimo. Proprio perchè qui il mio passato io ce l’ho portato il meno possibile.
Un posto magico, dove il mare e la terra fanno l’amore senza pietá, senza nascondersi.
Un posto dove il rumore del porto, di notte, accompagna il vino e il rhum, fino a quando ne hai bisogno tu.
Il mio mare.

Arrivo, parcheggio, lascio che il caldo mi faccia sudare. Cammino tra i turisti, senza scarpe, sento tutto il mio passato rallentare, smettere di inseguirmi.

Cercavo questo.

Bisogna camminare molto. Fuori allenamento ci vuole quasi un’ora. Cinquecento scalini, nessna pietá. E poi la discesa verso il mare. Il piccolo molo, l’acqua e il vento.
Seduto, aspetto paziente che tutto arrivi.
Sarebbe immaturo sperare che tu non mi abbia lasciato cicatrici enormi. Sarebbe immaturo. Ma l’ho fatto, dandoti meno importanza di quanta te ne abbia data il mio cuore.
Allora mi siedo, aspetto il mare, il vento, l’acqua.
Sono venuto qui, come sempre.
Come ogni anno. Aspetto che arrivi. Cammino tra la gente, festosa. Scrivo sui miei quaderni, bevo caffè guardando il mare e la spiaggia riempirsi la mattina. Nuoto, fino a che non sento cadere le braccia. Mi fermo sugli scogli. Io e il mare.
Non rispondo alle mail, non rispondo al telefono. Ascolto conversazioni estive, su cellulite e abbronzanti.
Cammino, insieme a due dei miei fratelli. Parliamo pochissimo. Siamo tutti qui, come sempre, per leccarci le ferite.
La sera è il momento peggiore. La sera è il momento migliore.
Rubiamo quel momento in cui il sole si nasconde dietro le montagne bevendo vino sul molo deserto. Lasciamo che il freddo ci trovi nudi, alticci, e senza nessuna voglia di aggiungere altro.

Aspetto, paziententemente, che arrivi.

Quello che faccio qui, resta qui.
E qui faccio quello che tu non stai facendo.
Ascolto il mio cuore.

Bhudda disse un giorno: “il problema è che credete di avere tempo”.

Ogni anno qui, seduto alla fine delle luci del piccolo porto, faccio i conti su quanto tempo abbia sprecato.
Una volta bruciavo nei buoni propositi, adesso ascolto il vermentino, il rumore del porto, le luci, i tacchi delle signore a passeggio, il brusio di anime, e mi riprometto una sola cosa.

Amare.
Davvero.
Come se dovessi morire domani.

Sopravvivo a me stesso. E non è poco di questi tempi.

dieci ragazze il dieci agosto

Il Piccolo mi osserva in silenzio. Io cerco di darmi un tono, qualcosa che assomigli molto a:
“tuo padre sa quello che sta facendo, non ti preoccupare”.
Invece brancolo nel buio.
Solo che il Piccolo mi osserva. Quindi non posso brancolare nel buio. Fingo di eseguire delle mosse ben studiate, sentendo il peso dell’asse del letto sul piede.
Ho, scientificamente, divelto un letto. A mia discolpa va detto che il letto è fatto di nulla. Mi si è sgretolato in mano.
Fuori si alza il vento, il Libeccio. Porta pioggia, aria fresca, onde disordinate. Silenzio.
Riesco a distrarre il Piccolo, facendolo andare a sentire il vento sul balcone. Mi libero dall’asse sul piede, maledico una decina di albergatori, così per maledire il genere intero, e poi infilo tutto sotto la coperta.

Le abitudini sono, per noi, come punti cardinali. Il Piccolo si aggrappa alle sue, esegue i riti serali e si infila nel letto con la promessa di una giornata epica ad aspettarlo dopo la notte. Epica, per un bimbo di due anni, sta a voler dire: mangiare la banana, che è il frutto in assoluto più buono del mondo. Andare con la testa sott’acqua, che è l’avventura in assoluto più pericolosa al mondo. Camminare fino alla fine della stradina, dove finisce la luce dei lampioni, pura avventura. E poi, poter giocare con Carlotta, che sembra essere l’amore della sua vita. Amore, va detto, fatto di secchiello, paletta e qualche dispetto.

Ho preso il ritmo del Piccolo. Era inevitabile, e giusto. Ho scritto pochissimo, lavorato pochissimo, bevuto pochissimo, pensato pochissimo. Ho preso il ritmo di questo posto e dei suoi villeggianti. Non è male, una manciata di giorni l’anno. Non di più.

Ho fatto amicizia con i ragni che la sera camminano sul mio letto, ho litigato con il letto, e ho perso. Niente di più, niente di meno.

Ho bisogno di mare. Mio mare. Del molo, del silenzio, delle luci delle candele, dell’acqua azzurra, dell’assenza di turisti, di nuotare fino a non sentire più le braccia, di fumare guardando le stelle.
Questo ho bisogno adesso.

Il dieci agosto è sempre stata una serata chiave delle mie vacanze. Ero quello della prima quindicina. Ovvero quella metà di italiani che parte il primo agosto e torna il quindici.
Il dieci agosto era una serata di finali inaspettati. Si lavorava alacremente dal primo giorno, per arrivare al dieci agosto con un amore, possibilmente quello di una vita intera, pronto a passare la notte a guardare le stelle. E alle stelle che cadevano, si chiedeva sempre la stessa cosa. Di poter essere felici con quel grande amore. Romanticone del cazzo.

Claudia adesso fa la modella. Era già, a onor del vero, una bellezza da togliere il fiato. Parla poco italiano, ne parlava ancora meno, anche se, geografia politica, vive in Italia. Le ho scritto molte lettere. Per quasi un mese. Perchè la seconda quindicina, la fine del mese, si passava il tempo a scrivere lettere infinite, disperate, un mix letale tra Leopardi e Goethe. Spero la maggior parte siano state tenute. Potrebbero avere un valore storico.

Alessandra era più grande. Anagraficamente. Delle gambe infinite. Ma quell’anno pioveva, il dieci d’agosto. Così è stato più semplice contare i respiri tra una gamba e l’altra. E’ venuto bene, almeno credo.

Giulia era romana, divertente, sorrideva sempre, e mi aveva invitato a guardare le stelle sopra uno scoglio. Paola mi aveva rovesciato addosso una marea di paranoie, e lo fa ancora quelle poche volte che riesce a raggiungermi su Facebook. Maddalena io la guardavo e mi tremavano le gambe. Non avevo mai visto nulla di più perfetto nella mia vita. Francesca sembrava un maschio, e infatti aveva preferito fare il bagno di notte, facendo una gara di nuoto al largo.

Una volta ho passato la notte del dieci agosto su una spiaggia a Pacific Beach. Di stelle non se ne sono viste. Ma il Pacifico ha portato molta birra, molta erba, molta gente e tante ore che sinceramente non ricordo. Insieme all’Halloween passato a Shanghai, rimane uno dei momenti alcolici più bui della mia recente esistenza.

Riparto da questo mare. Voglio stare a Milano giusto il tempo di sentire il caldo, soffrire il caldo, lamentarmi per il caldo, andare dal sarto cinese, che tanto non capisce se mi lamento per il caldo, spiegargli a gesti le cose che voglio, passare in lavatrice magliette e sensi di colpa, e ripartire.
In moto. Verso il mare.
Il mio mare.

Sto aspettando, cercando nelle edicole con illusione infantile, l’ultimo numero di Kustom World. Dove ho scritto di nostalgia e viaggi. Mi hanno dato l’ultima pagina. Scrivo una rubrica che si chiama the voice of Franz.
O qualcosa del genere.
E scrivo pezzi per me.
Delle specie di promemoria motociclistici per la mia anima.
Finchè a loro sta bene, a me sta bene.

Mi spaventa la resa dei conti con il mare e il silenzio.
Ma è una guerra che va combattuta.
Noi della prima quindicina, la seconda quindicina la passiamo a scrivere lettere d’amore.
Ed è quello che farò.

Questo è chiaro.
Meno chiaro, decisamente fosco, chi siano i destinatari.

Ragazzi del Papete – Su le Maaaaaaniiiiiii (x 2, con tono felice)

Mia nonna Tita, la secolo Marina, aveva ragione su molte cose. Due cose dovete sapere su mia nonna Tita.

La prima è che non è mai stata diabetica. O per lo meno, non è mai stato provato che fosse diabetica, nonostante la profonda convinzione del suo dottore, il signor Italo, che a supporto della sua diagnosi riportava le altalene glicemiche a cui la nonna era soggetta. Altalene, però va detto, provocate da iraconde incazzature. Insomma, alla nonna saliva la glicemia quando si incazzava. E, per quanto ne so io, non è una forma di diabete. Le fu, per prevenzione, in ogni caso vietato qualsiasi contatto con i dolci. A mia nonna Tita, che viveva per i dolci. La seconda cosa che è necessario sappiate è che mia nonna ha scritto, ininterrottamente fino al giorno della sua morte, avvenuta per cause naturali quali malasanità e ritardo nei soccorsi, quintali di quaderni. Tassativamente a quadretti. Ha scritto tutti i giorni della sua vita. Ma mai una parola. Solo numeri. Mia nonna sapeva far di calcolo come nessun altro. Questo le ha permesso di mantenere un piccolo impero economico crescituo all’ombra di una Milano bombardata e distrutta e poi dilapidato dagli eredi, tra cui il sottoscritto, nella disperata ricerca di una casa. Solo numeri. Non ha mai scritto una parola. Non ha mai scritto cartoline. Ne le firmava, a dire il vero, volentieri. Anzi, brontolava rumorosamente quando arrivava il momento, tutte le estati, della processione alla Posta con il plico di cartoline per il parentado disperso in altri lidi. Di contro, poteva dire con precisione svizzera quanti gettoni fossero stati consumati nelle telefonate serali dalle cabine della Sip, che lei chiamava Stiptel.

Mia nonna Tita raramente rilasciava dichiarazioni ufficiali, limitandosi a un lieve borbottio appena percepibile al di sopra dell’uncinetto che sferruzzava quattordici ore al giorno, producendo tonnellate di centrini e copertine. Brontolava su tutto, ma mai ufficilamente.

Un giorno, quando ero abbastanza piccolo da non essere ancora nella lista dei suoi obbiettivi, le chiesi perchè non fosse mai venuta al mare. Mai. Lei stava sempre in montagna, sempre seduta sulla sedia, sempre con l’uncinetto. E quando noi migravamo, caricando la vecchia Peugeot di papà fino all’inverosimile, lei si limitava a guardarci e poi salutarci. Stava due settimane da sola in montagna. Rimpinzandosi di gelati e merendine.

Le chiesi, io che amavo il mare alla follia, come fosse possibile che lei non amasse il mare. E lei mi rispose, con una calma glaciale, che il mare lo amava, e anche tanto. Proprio per questo non veniva in quel porcilaio di “sabbia e umidità” dove mio padre ci portava. Che, per dovere di cronanca, era la Maremma dei campeggi, delle tende e delle pinete, dove il ceto medio migrava per quindici giorni ad agosto, con padri intenti a tener pulite le macchine, madri intente a cucinare e figli intenti a limonare in ogni modo e con chiunque.

La Maremma. Eppure la nonna non si sarebbe mai mossa. Era stata, in tempi remoti, le foto dimostravano l’esistenza delle macchine, di pettinature verticali alla Marge Simpson e di mia madre piccolissima, a San Remo. Di passaggio per andare a Lourdes. E di San Remo si era innamorata. Mica di Lourdes. A riprova che la nonna era tutto fuorchè stupida. Dei fiori, diceva, del mare, e degli scogli. E non voleva rovinarsi il ricordo. Di un mare così bello. O forse, adesso lo posso pensare liberamente, voleva semplicemente strafogarsi di zuccheri, facendo provviste per l’inverno in santa pace.

Pensavo a mia nonna, una volta arrivato qui. Nel cuore del cuore delle ferie italiane. Qui, dove gli alberghi finiscono quasi sul mare. Palazzi alti, finestre strette, balconi minimi. Qui dove le file di ombrelloni sono più di venti. E tra un lettino e l’altro c’è giusto lo spazio per una scoreggia. Nemmeno troppo forte. Qui dove il mare assomiglia pericolosamente al Gange. E i bagnanti a devoti indiani in pellegrinaggio.

Qui, insomma, dove il mare è una merda vera.

Mi si conceda, in memoria della mia amata nonna, di dire quello che penso. E che cazzo. Starci ci sto. Anche perchè osservo la felicità totale, completa, serena, del Piccolo. E sono felice anche io.

Lui, d’altronde, è troppo piccolo per poter apprezzare fino in fondo, l’ossessivo bisogno di amicizia che questi adulti hanno. Vicini d’ombrellone che, forzatamente, devono diventare amici, e avere una quotidianità da raccontarsi. Vicini di tavolo al ristorante che adorano commentare la cena insieme.

A me.

Che del mare adoro l’acqua cristallina, le onde, il silenzio, i profumi, il pesce, il tramonto nell’acqua. E che qui non c’è niente di tutto questo.

Mi hanno detto che questa città è una delle mete dei calciatori. Ora, la cosa mi genera due grandi dubbi. Può una informazione del genere migliorare la qualità della vita delle persone? Può un calciatore rendere la mia vita più felice?

In compenso, credo sia collegato, la città è popolata da una quantità inverosimile di giovani donne votate alla causa del cazzo. Non vorrei cadere nel trash. Perchè, mi dicono, sto diventando troppo trash. Vorrei rimanere aulico, fine e poetico. Osservo le allegre famigliole, milanesi bergamasche e russe. Il variopinto carosello di accenti e abitudini. Le gioiose urla dei bimbi, le drammatiche smagliature delle madri, i deprimenti borselli dei padri. Ma osservo pure, anche se al limite dei miei orari, scanditi dal Piccolo, l’affluenza di un numero considerevole di giovani donne che, al calare delle tenebre, quando il sole tramonta dalla parte sbagliata, lasciando anche il mare parecchio perplesso e solo, calano nelle reception degli hotel chiedendo taxi. Scie di profumi fruttati restano dietro di loro, che camminano su vertiginosi tacchi, avvolte in mini abiti, mini top, mini gonne. Trucco impeccabile e linea da urlo. Facciamo appena in tempo, io e il Piccolo, a vederle. Coincide, la loro uscita dalle camere, con il nostro rientro, armati di latte e rhum. Loro prendono un taxi per la bella vita, noi ci catapultiamo nei libri della Peppa Pig e Maurizio Sbordoni (leggetelo, se vi capita. Ne vale la pena. Scrive davvero bene: per un attimo potrebbe farmi dimenticare la tristezza balneare che vi circonda). Di contro il loro rientro coincide con il momento in cui io e il Piccolo usciamo, per controllare che ci sia il mare, camminare annusando gli oleandri e la lavanda e aspettare che apra il bar per la colazione. Provate da una notte intera, sono meno belle, ma restano sempre particolarmente appariscenti.

Io non avrei mai fatto, volontariamente, una vacanza qui. Con le mie amiche. Ho messo anche io, per qualche anno, le notti davanti ai giorni. Ma ho sempre preferito passare le ore di hangover su deliziose spiagge. Vomitare nel mare cristallino greco è decisamente meglio che in questo maledetto pentolone giallo.

Scelta loro.

Mi fa sorridere molto, ma ci tornerò sopra parecchie volte ancora, questo sciame di marche, borse griffate, macchine cabrio, occhiali con grandi loghi, magliette e ciondoli, sandali firmati, asciugamani di stilisti famosi. Un lusso da esibire, dandosi anche un certo tono, per poi tornare, mestamente, in questi albergoni con camere piccole, balconi piccoli, letti piccoli, davanti a un mare giallo e caldo.
Ho sempre preferito, e sempre lo farò, il mio costume sbiadito, i miei piedi nudi, la mia maglietta di Wired, ma stesi a una finestra che da su un mare perfetto come un delitto irrisolto.

Non ho nemmeno un asciugamano. E mi pesano le occhiate critiche delle mamme griffate quando rubo l’asciugamani del Piccolo, per asciugarmi la faccia.

Lui è felice. Io sono felice. Anche con un asciugamani solo.

Ma, dite quello che volete, mia nonna Tita aveva una grande ragione: non è che uno, abituato alla bellezza infinita di una cosa, può accontentarsi di una sua banale imitazione.

Per questo, dico, non capisco che cazzo c’entrino i calciatori.

Non è che se un calciatore mangia merda, a me la merda debba piacere.

E non è che se un calciatore veste maglie dal collo larghissimo, di colori sgargianti, con sneakers piene di borchie, io possa tollerare che lo facciate anche voi.

Oggi mi ero ripromesso due cose: di portare il Piccolo fino alla pineta, per cercare i merli neri, e fischiare per chiamarli. Cosa che riesce meglio a lui di me. E di non essere trash. Apprezzate, ve ne prego, il fatto che per tutto questo tempo io non abbia chiamato le troie da sbarco con il loro nome commerciale, ovvero troioni da sbarco, ma giovani donne.

Fischio e non dico parolacce.

Scrivo un racconto. Anche se il contesto, partendo dal sole che tramonta dalla parte sbagliata, mi disturba alquanto. E cammino con lo stesso passo del Piccolo, molto più lentamente di chi ha fretta, e molto più velocemente di chi si ferma ad essere infelice per cose stupide.

Le Quattro cose da fare tassativamente in Ferie

Più precisamente dodici. Me lo ripeto, mentre li riconto. Dodici bollettini da pagare. Lancio sul tavolo il telefono. Apro il frigo. Ho razionalizzato gli acquisti seguendo una logica post moderna molto in voga nei primi anni settanta nelle case degli spacciatori di LSD californiani. Ho due bottiglie d’acqua e una di rhum. 

Apro il rhum. 

Osservo la pila di cose da stirare. Apparentemente siamo di fronte a un crollo psico-domestico. Passando, delicatamente, il dito sulla mensola, si può raccogliere una pellicola di polvere. Cerco un bicchiere pulito. 

Niente. 

Non lavo i piatti. Sono uno dei primi sostenitori di quel prezioso elettrodomestico che passa inosservato nella maggior parte delle case moderne, ma che in verità salva interi matrimoni e addolcisce molte vite: la lavastoviglie. Che qui non è prevista. 

Ergo, non lavo i piatti. Quando finiscono, ho calcolato, conviene ricomprarli. E con un utilizzo intelligente, ovvero bevendo e mangiando nella stessa ciotola, si risparmia parecchio. 

Recupero una grossa tazza bianca con uno smile giallo. Roba da porno casalinghe. O da nerd segaioli. Credo che il precedente inquilino fosse del secondo tipo. Una porno casalinga non avrebbe lasciato così tante tracce di tristezza. Come le tende in tinta con il colore del muro. Arancione e giallo. Roba da nerd. Fidati. 

Mi siedo sul divano, spostando la posta. L’uso del divano come mensola risale alle mie più precoci abitudini domestiche. Mio padre è ossessivo compulsivo, nel senso buono del termine, se mai dovesse esistere un senso buono. Non butta nulla. Dalla notte dei tempi. Questo ha dei risvolti estremamente positivi. E’ in grado di recuperare carte di sei o sette anni fa. Documenti che nemmeno l’archivio storico tiene più. E ha dei lati negativi. La casa si è lentamente riempita di oggetti, carte, buste, scatole. Ovviamente lo sfruttamento delle superfici tradizionali si è presto dimostrato insufficiente. Il divano e i letti sono diventati scaffali a cielo aperto. Ho imparato molte cose da mio padre. Tra cui l’uso improprio del divano. 

Mi siedo, accendo una sigaretta. Controllo l’estratto conto. Faccio un breve calcolo. Con questo comportamento finanziario mi restano meno di sessanta giorni prima di un catastrofico collasso. Bancarotta domestica. 

Il mio sesto senso percepisce un inizio di straziante serata di auto commiserazione. Che, al netto di un paio di serate in cui i troppi Spritz mi hanno reso innocuo nei confronti di me stesso, è lo spettacolo in programma da qualche tempo a questa parte. 

Non ci sto. Reagisco. Come i veri uomini. Come i veri uomini fanno, in queste situazioni. Quando la vita ti prende per i coglioni, insomma. 

Finisco il rhum e riempio la tazza di nuovo. 

Mi accendo una sigaretta. Osservo la parete gialla e arancione. In effetti una televisione, piacevole stordimento, non guasterebbe. 

Metto Brendan Kelly. L’allegria del momento mi spinge anche ad accendere una candela alla lavanda. 

Aspetta, fratello, Rifletti. Non lasciare che dodici bollette, una casa allo sfascio, una situazione lavorativa pressochè compromettente e una vita sentimentale che assomiglia sempre di più a un brutto sogno possano calpestare il tuo umore. 

Finisco il rhum. 

Cominciamo a ragionare. 

Riempio la tazza, lasciando una piccola aggiunta. Darò la mancia a questo cameriere. 

In effetti, come dimostra il fatto che io sia, più o meno, ancora in piedi, difficilmente mi arrendo. E quando lo faccio, lo faccio da dio. Anche arrendersi richiede una certa classe. E’ nei fallimenti e nelle rese dei conti che si vede la vera classe. Vincere è facile. 

L’altro giorno ho gironzolato per una libreria del centro in cui non entravo da tanto tempo. Anni credo, visto che ho il ricordo netto di una fidanzata appartenuta a un passato remoto. Quando mi davo un tono, portando le mie vittime in libreria con una scusa qualsiasi e mostrando i muscoli intellettuali di chi ha letto Cent’Anni di Solitudine, Il Maestro e Margherita, L’amico Ritrovato, Seta, Oceano Mare, il piccolo Principe, e riesce a muoversi con destrezza attraverso gli scaffali. Offrivo vere e proprie prove di conoscenza letteraria nel disperato tentativo di compensare il resto. Funzionava. Non con tutte. Ma funzionava. 

Ho ciondolato per gli scaffali, cercando una lista di libri per quest’estate. Odio le librerie eccessivamente organizzate. Quelle con gli scaffali divisi per genere, con gli autori in ordine alfabetico. Ho passato i Gialli, i Grandi Autori (una miserevole marchetta a quei quattro stronzi che scrivono sequel di sequel di prequel di storie sado maso moderne, bastardi). Mi sono fermato a pescare un paio di libri e poi mi sono ritrovato incollato a un Manuale Per Schiave Sottomesse. 

Cristo Santo. 

Un Manuale Per Schiave Sottomesse. 

A pochi metri dal Piccolo Principe. 

Credo di essere rimasto a leggere per quasi mezz’ora. Scritto con dedizione e una certa vena poetica, il suddetto manuale si dimostra come un importante strumento per la coppia moderna, la coppia che sa quando e dove osare, nell’intimità di una casa che nasconde e allo stesso tempo lascia che le mura del preconcetto cadano a colpi di vibratori, manette, fruste, e altri oggetti che non credevo davvero potessero essere infilati negli sfinteri. 

Ho scoperto, con discreta soddisfazione, di essere nato decisamente padrone. E non schiavo. Anche perchè, non vorrei ripetermi, ma l’uso improprio di candele, coltelli, mattarelli e altri oggetti contundenti posso tollerarlo, ma non sui miei sfinteri. 

E ho anche scoperto che, in fondo, forse il mondo non sta andando così tanto a puttane come sembra. Ho tenuto il libro con me. Per lasciarlo vicino alla cassa. In bella mostra. Magari, che ne sai, salverò una coppia, quando una moglie svogliata, passata per comprare la serie completa dei DVD di Desperate Housewife, incuriosita, lo prende e lo porta a casa. 

Adesso la pila di libri è l’unica cosa apparentemente in ordine in casa. 

Domani mi spingerò fin nelle remote viscere di un supermercato, comprando prodotti che non capisco, con profumazioni che non tollero, per pulire superfici che non uso. Per quanto riguarda lo stiro, ritengo che sia arrivato il momento di lanciare una moda al passo con i tempi, per un maschio che non deve chiedere mai. Ne se può infilare un mattarello, ne se può mettere una maglietta non stirata. 

Poi comprerò dei piatti di plastica. E una nuova bottiglia di rhum. Che, manco a dirlo, è quasi finita. 

Poi, spinto da una insensata voglia di civiltà, pagherò i miei debiti e le mie bollette. Pago sempre. 

C’è qualcosa, in fondo a tutto questo, che lascia un filo d’amaro. 

Ma, al momento, è decisamente meglio passarci soavemente sopra. Limitandosi all’esecuzione di semplici azioni da cittadino civile. 

Evitare di svegliare il cane che dorme. Anche perchè questo non è un cane. E’ una belva. 

Che beve rhum.

 

PS: in ferie ricordatevi di fare alcune cose fondamentali. La prima: ricordatevi di essere in ferie. Con tutto quello che ne consegue. Menarsela di meno, lasciare che il cellulare riposi, provare a camminare a piedi nudi, ricordarsi di avere un’anima, eccetera. La seconda: leggete. Se proprio proprio non riuscite a leggere nulla di sano, correte a comprare il Manuale Per Schiave Sottomesse. Diciotto euro ben spesi. La terza: a metà delle vostre vacanze, poco prima che inizi a insidiarsi la pericolosa serpe della depressione da rientro, sedetevi. Con calma. Meglio se soli. (o, in caso abbiate una schiava, sulla vostra schiava, ma fatela stare zitta). E scrivete una lettera. A qualcuno che amate, che avete amato, che state amando. Scrivete tutto quello che pensate. Una lettera. D’amore. Metteteci la data. Rimettetela dentro la borsa. Tornati, deciderete se spedirla o consegnarla, o tenerla, (o farla ingoiare alla vostra schiava). Quarto: smettetela di gironzolare in internet cercando regole per qualsiasi cosa facciate. Le cinque regole delle persone felici. Le sei regole delle mamme perfette. Le tre regole della schiava moderna, i quattro cardini per gli addominali da sballo. Che due coglioni. Voi e le vostre cazzo di regole. Prendete una decisione che sia una. Da soli. Senza nessuno che vi detti regole. E poi dettatevele voi, le vostre regole. Siate padroni di voi stessi e non schiavi delle regole. 

L’idea di aver cercato in internet “le cose da fare tassativamente quest’estate” mi da un grande senso di tristezza. Spero davvero non lo abbiate fatto. Spero. Ci credo. Non voglio credere il contrario. 

Infine, se desiderate maggiori informazioni su alcuni divertenti e (apparentemente) legali usi di mattarelli e palle da tennis, contattatemi. Ho una certa cultura in merito. Manco di esperienza, ma in questo caso la ritengo una fortuna.

 

Grazie Al Cazzo (affrontare l’estate pieni di stimoli)

Entro in libreria ancora un po’ scosso. 

Seduto sul bordo della piscina, mi chiede: “che regalo le fai?”.

“un libro, mi sembra ovvio”.

“un libro è un regalo del cazzo”. 

Un libro non è un regalo del cazzo, cazzo. I regali del cazzo sono altri. Che so, le tre paia di calzini bianchi di spugna che per dodici anni consecutivi la vecchia Zia Mat mi ha regalato. Io non metto calzini bianchi. Diffido degli uomini con i calzini bianchi. Quello era un regalo del cazzo. 

Entro in libreria, dicevo, e mi sento in bilico. Forse, dopotutto, è un regalo del cazzo. 

Allora esco. La fortuna dei centri commerciali. Faccio sei metri lineari, entro in un negozio molto cool, molto figo, molto giusto. Luce soffusa, profumo sparato, video di surfisti. Se non fossi nell’hinterland milanese, mi sentirei in California. 

Magliette colorate. Arcobaleno. Frasi molto fighe, molto cool, molto giuste. Scollature abbondanti, vedo non vedo, pizzetti. Bermuda, pigiami. E’ tutto molto figo. Molto anoressico ma molto figo. Suppongo sia molto figo poter mettere un vestitino figo. Ma non me la sento di regalarlo. 

Esco, faccio tre metri lineari, entro in una gioielleria. Osservo pendoli e ciondoli. Ti regalo un ciondolo d’oro. Investo nell’oro. Così quando muori, morirai coperta d’oro. 

Ritorno in libreria. 

Un libro non è un regalo del cazzo. Ne compro due per lei e quattro per me. Avrò molto tempo per leggere questa estate. 

Ti regalo un libro. E’ come se ti regalassi una finestra. Poi se vuoi, la apri tu. Affacciati, se vuoi, sul mondo. 

Arrivo, con i miei due libri, alla festa. Adoro le feste di compleanno. E’ proprio una cosa che mi piace. 

Ordino spritz. Bevo spritz. Non bevevo spritz. Adesso bevo spritz. Lo Spritz ha una bella storia. Inventata, come tutte le belle storie. Meglio di quella del cuba libre. I soldati austriaci allungavano il vino veneto, troppo alcoolico, con acqua. Lo Spritz. Allungare il vino con l’acqua frizzante. Una bestemmia. Molto di moda. Insomma, bevo spritz. Mi piace. 

Mangio tramezzini e pasticcini. Ascolto e osservo. Adoro le feste di compleanno. La gente si rilassa. Ho regalato due libri. Non è un regalo del cazzo. Anzi. 

Conosco un artista. E’ figo. Essere artista, dico. C’è quella discreta percentuale di possibilità di finire poveri, tristi e depressi. Ma lo devi mettere in conto. La tristezza degli artisti è come i legamenti dei calciatori. Shit happens. 

Non capisco, con esattezza, il confine tra arte e “mi faccio i cazzi miei e voi me li pagate”. Ma anche quando Fante scriveva di Bandini nessuno lo capiva. Dicevano che non erano romanzi. Dicevano che i racconti di Carver non erano racconti. 

Insomma, meglio stare nella zona grigia, apprezzando con distacco poetico l’impegno e il lavoro e aspettando che i posteri decretino se si sia trattato di arte o di un gran modo di sopravvivere. 

Il problema delle feste di compleanno di domenica è che poi c’è il lunedì. O forse è il problema dell’eccessivo consumo di spritz. Mi piace lo spritz. Lo ho già detto? 

E non mi piace regalare oggetti ai quali è stato dato un valore irreale. Lo ho già detto? Insomma, magliette, ciondoli, creme, erbe, tisane. Meglio i libri. 

Metti che poi, come spesso succede, io ti abbia davvero regalato il libro della tua vita. Quella finestra che, inconsciamente, apri e “voilà”, la tua vita cambia in meglio. 

Difficilmente succederà di lunedì. Ma, potrebbe succedere. 

Il lunedì mattina la maggior parte dei dentisti ha compulsivi disordini mentali rapportati al suicidio. Lo leggevo sull’Economist. 

Meglio gli artisti, che camminano sul filo teso, sapendo bene quanto si possa andare su e giù. 

Ho un’amica che passa la maggior parte della sua vita a piangere. La vera notizia è che ho un’amica. Una volta digerita questa sensazionale notizia, la restante parte è: passa la maggior parte della sua vita a piangere. 

Piangere è una cazzata. Come regalare ciondoli e tisane. 

Serve, per carità. Ma non si può basare tutta una vita sul pianto. 

Piangere è omaggiare il passato, regalando meriti a persone, sensazioni e posti che hanno avuto un ruolo importante. Fossero davvero così importanti, sarebbero ancora qui. Nel presente. Dove è inutile piangere. 

Meglio fare l’amore, dico io. O bere spritz spulciando nella vita di sconosciuti rilassati a una festa di compleanno. 

Io non capisco proprio, tutta questa impellente necessità di pianto. Però lei vuole piangere. Non le dico che non serve a nulla. Non lo capirebbe. Lo capirà da sola, finite le lacrime. Finito di restare appesa tra un passato ingombrante e un futuro già deciso. Vivendo il presente. 

Dove non serve piangere. Non c’è nessun bisogno di piangere, se le cose non succedono, ma le fai succedere. 

E’ lunedì. Chiari segnali di una lenta e inesorabile ripresa economica rendono gli ottusi più ottimisti. La maggior parte di voi prepara cartelline ordinate di plastica trasparente con biglietti aerei. La guida, i biglietti, le medicine. E’ lunedì. 

Un libro non è un regalo del cazzo, in fondo. 

E piangere non serve a nulla. 

E, non me ne vogliano i veneti, gli austriaci, il marketing del Campari e tutti quelli che credono disperatamente che una festa in spiaggia sia la felicità: lo spritz è buono, ma un buon rhum è altra cosa. 

Solo che mi pareva brutto arrivare in un posto, tra l’altro frequentato da artisti e giovani promettenti promesse del mondo del business, e ordinare rhum. 

Dai sempre quell’idea di scappato di casa. Uno spritz è più cool. 

E’ lunedì. 

Voglio scrivere e leggere. 

E bere del rhum. 

Piangerei anche io. Ma non serve a un beneamato cazzo. 

E poi mi viene male. Ho il nasone. Mi si arrossa tutto. Roba brutta, da vedere. 

Mi fa paura l’incredibile scontro tra il mio passato e il mio futuro. Per questo mi siedo, nel presente, e aspetto. 

E’ lunedì. Le feste di compleanno alla domenica lasciano un vago odore di spritz. Sui capelli. 

Entro in riunione. Un brainstorming creativo di lunedì mattina. Facce abbronzate. Sandaletti estivi. I primi braccialetti senza senso. Ordino caffè per tutti. E poi chiedo: 

“Credete di aver pianto a sufficienza nella vostra vita?”

Nessuno risponde. Sono qui per un brainstorming creativo. Partorire idee, eseguire. Rivedere. Correggere, eseguire. Rivedere. Correggere, modificare, eseguire. 

“perchè se non avete pianto abbastanza nella vostra vita, vuol dire che il vostro passato non è mai stato così figo come lo ricordate”. 

E’ lunedì.

Adoro osservare il disordine dell’anima venire a galla, con una semplice domanda. 

In fondo al mare, proprio vicino a te.

“Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai, potranno prendere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai”

Dal piccolo balcone si vede un triangolo di mare. Piatto, infame, giallo e azzurro. Si vedono gli scogli, messi li a proteggere dalla forza dell’inverno, così inutili in questa quiete d’estate. Sento il rumore del ventilatore, e il profumo di lavanda. La casa è talmente piccola che quel piccolo barattolo riesce ad arrivare fin sul balcone. Alle spalle le colline, gialle, verdi e marroni. Sembrano aspettare un tramonto, e null’altro. I vigneti immobili. Cade della cenere. 

Sudo. Fermo immobile. 

Non sono arrivato in tempo, per fermare l’urlo del mio dolore. Non ho fatto in tempo, e adesso resto immobile a guardarne le conseguenze. Struggenti. Immobile come il mare. 

In questa estate, in questo posto, sembra non possa esistere nessun autunno, perchè non può esistere l’inverno qui. Respiro a fondo, bevo acqua ormai tiepida.

Ci sono stati occhi che non mi hanno fatto dormire. Occhi che non mi hanno fatto mangiare. Occhi che mi hanno fatto scrivere. 

Ho portato via quello che potevo, scatoloni di roba che hanno l’ambizione di essere tutto un mondo. Poi ti accorgi di quanto poco valga, tutta questa roba. Sento di avere tutto, proprio perchè mi sono reso conto di non avere nulla. 

Tutte le mattine, cercando di muovermi nel buio, perdo la scommessa con il passato, scontrandomi contro il presente. Ho le gambe piene di lividi. Sbatto contro le misure che non ho ancora preso. Non voglio prenderle. 

Ho portato qualche libro, e dei vecchi quaderni. E una cartellina azzurra, macchiata di caffè. Fogli gialli, tantissimi. Tutto quello che ho scritto, anni fa, per rimediare al dolore di quegli occhi, che ho rivisto pochissimo tempo fa. E che non mi fanno più male. Pensare che credevo di non poter nemmeno sopravvivere a un dolore così. E scrivevo, scrivevo, scrivevo. 

Quando non sono capace di vivere, mi fermo e scrivo. Niente da capire. Scrivere. 

Ho portato un sacco di piccoli oggetti. Che non servono a nulla, se non a farmi sentire a casa. 

C’era un periodo in cui buttavo i ricordi nel mare. Immaginavo di vederli andare a fondo, insieme agli oggetti che lanciavo. Andavo sul vecchio molo, di fronte alla chiesa, e lanciavo tutto. Sentendomi liberato, non appena la mano liberava la presa. Poi tornavo a casa. Un pezzo di passato in meno. 

Ci vorrebbe della pioggia. Per me, per queste colline. Per mettere a tacere questi pezzi di conversazione, che scappano dall’ordinato controllo del mio dolore. 

Non adesso. 

Non succede. 

Non piove. Sto seduto, sudando e ricordando di quando scrivevo, scrivevo, scrivevo. 

Il mare immobile, le colline immobili, l’aria immobile. 

Una notte lunga da attraversare. 

Poi per forza di giorno cammino solo, stanco, come un malato, con una voglia infinita di buttare le mani contro un muro, appoggiarmi, stare li. 

Io capisco di mare, capisco di motori, capisco di rumori dell’anima. 

Ma non capisco molto d’amore. 

Questo sembra chiaro. 

Resto seduto, immobile come tutto quello che c’è intorno. Aspetto semplicemente che passi. Almeno per oggi. Accendo un’altra sigaretta. Ripenso a tutto quello che ho fatto. Faccio sogni strani, in queste notti. 

I quaderni che mi sono portato raccontano storie scritte veloci. 

Se mai dovessi vederla, ricordale tutti i miei errori. Lo dico al gabbiano che mi si è seduto davanti. Cova, gorgogliando, sulla caldaia, con il becco che cerca aria. Ricordale di non preoccuparsi troppo. Ricordale di provarci, almeno una volta. 

Ad essere quel profumo che fa dimenticare tutto il male. 

Ad essere quegli occhi che possono davvero togliere il sonno. 

 

Cerco, nel piccolo frigorifero, dell’alcool. C’è del vino, bianco. 

Scommetterei, ma ultimamente perdo tutte le scommesse. 

Ogni tanto mi capita di fermarmi, e pensarci. 

A quanto io abbia scritto al posto di parlare, urlare, piangere. 

Aspetto, insieme ai pescatori, che questo mare porti qualcosa di buono. 

 

 

Quell’insana voglia di sfoglia-sfoglia (Nicole Minetti is my president)

Se vuoi rovinarmi la serata, parliamo di politica o di calcio. Perchè del calcio non mi interesso per nulla, se non per il variopinto carosello di figa che accompagna i calciatori. Invece di politica mi sono interessato anche troppo. Decisamente troppo. Ho creduto nella forza dirompente dell’opinione, nell’incontrastabile potere di un giudizio, nella democrazia. 

Per poi cadere, come tutti voi, nelle mani di un teatro levantino di interessi, mignotte e piccoli imbrogli. Voto, ci mancherebbe. E voto sempre lo stesso partito. Anche se ormai siamo rimasti in sei. Io e i cinque candidati. 

Ma non chiedetemi di parlare di politica. 

Da quando non posseggo più un televisore sono ben felice di avere più tempo per me, ma non so bene cosa farmene visto che quel preciso tempo lo avrei volentieri investito nel rapportarmi con un televisore. Allora, costretto ai metodi alternativi di intrattenimento, mi sono buttato sul digitale. Cazzeggio digitale avanzato. 

Nel buoi della mia cameretta, ritrovo l’emozione di essere aggiornato sui fatti del mondo, in tempo reale. Meno su quelli locali, che sono tutti a pagamento. Insomma non sapevo del terremoto a Numana, ma sapevo di quello in Nuova Zelanda. 

Poi, sul tardi, la sera, cado nella tentazione dello sfoglia-sfoglia. Quel processo di disattenta lettura che facevi dal parrucchiere, con Cronaca Vera e Chi. Magari senza nemmeno conoscere la metà dei personaggi.

Lo sfoglia sfoglia digitale si fa su Facebook, su Instagram e su Flipboard. 

Così, casualmente, ti capito sulla pagina Instagram di Nicole Minetti. E mi ritrovo a tirare l’alba. Non tanto sulle foto di Nicole Minetti. Che tutti sappiamo essere una discreta, timida, chiusa, ragazza di provincia. Ma sui commenti alle foto di Nicole Minetti. Che pubblica foto, questo va detto, degne di sostituire il funzionale catalogo Postalmarket anni 80 e anche le puntate migliori di Colpo Grosso. 

Si tratta, dopo tutto, di una parlamentare regionale, impegnata civilmente e politicamente in numerose battaglie sociali. Una bella figa, d’accordo. Ma pur sempre rappresentante del governo che gestisce, con inesorabile capacità di fallimento, la regione in cui vivo. 

Ecco, ho letto i commenti a molte foto. E a un certo punto non guardavo più nemmeno le foto. 

Ho provato lo stesso allarmante senso di nausea di quando guardo i commenti alle notizie su corriere.it

E mi sono ricordato perfettamente il motivo per il quale mi sono allontanato da ogni possibile espressione politica. 

Un giorno, a mio figlio, cercherò di spiegare questi anni bui. La generazione X e la generazione Y. 

Io la Minetti non l’ho mai votata, nemmeno indirettamente. Ma ho subito capito, già dalle foto di quando era una semplice igenista dentale, le potenzialità politiche della donna in questione. La sua lungimiranza e il suo spigliato senso del potere. 

E ho sentito forte il bisogno di buttare tutti i libri della Pivano, di Ada Merini, e di tutte le grandi donne che hanno fatto grandi le donne. 

Poi ho letto i commenti sotto le sue foto di instagram. 

Come è corretto aspettarci, c’è di tutto. 

A me quel tutto, che voi chiamante “La GGente”, mi terrorizza.

A me quel tutto, che voi chiamate “Democrazia”, mi toglie il fiato. 

 

Perchè capisco di essere, socio politicamente, una minoranza schiacciata da una larga maggioranza.

Non è che a noi non ci piace la figa. E’ che, presupponendo che la perfetta depilazione del suddetto organo, il rigonfiamento mammellare, lo sbiancamento anale e l’appassionante uso in licenza di tali organi, dati in cambio di potere o soldi,  non rappresentino sintomi di intelligenza, non ci aspettiamo che la figa comandi solo per il fatto di essere figa. 

A noi ci piace la figa. Ma leggendo la Pivano, ci si blocca il respiro. Le grandi donne sono altre. 

Mi è passata la voglia di sfoglia-sfoglia. E anche di “GGente”. 

 

Il cliente rompicoglioni (deluxe edition) Le Sette Regole Del Successo

Tolto lo zoccolo duro di pervertiti e maniaci sessuali che capitano su questo sito grazie a keywords quali: fighe pelose, vecchie milf, tette sudate, peni enormi, il cazzone del mio amico negrone, il resto dei visitatori cerca molte, divertenti, cose. Due sono gli argomenti principe:

le proprietà terapeutiche del rhum

i clienti rompicoglioni

Keywords che portano dritte dritte a due post pubblicati anni fa.Entrambi i post, come quasi tutti i post pubblicati, hanno un titolo che non centra nulla con il contenuto. Credo che questo possa generare qualche malcontento negli utenti che capitano qui con ricerche specifiche. Cerchi fighe pelose e si parla di beat generation, cerchi clienti rompicoglioni e si parla di serate alcooliche. Desidero quivi (quivi… cazzo che cultura), dare una chance a chi qui è capitato cercando “clienti rompicoglioni”. Una seconda chance. Per essere persone migliori. 

Sulle proprietà terapeutiche del rhum scriverò più avanti. In ogni caso sarà anche importante riconoscere che l’ingrossamento del fegato, la non corretta coniugazione di verbi, la nausea e l’alterazione delle capacità sessuali non sono proprietà terapeutiche ma dirette conseguenze di un appropriato e continuativo consumo di rhum. Ne parleremo più avanti. Se mai me ne ricorderò. 

Sul cliente rompicoglioni posso andare più a fondo. Adesso .Perchè è adesso che le vostre vite di venditori e venditrici stanno pericolosamente cedendo sotto il peso di una crisi che, nella migliore delle ipotesi, lascerà sopravvivere solo un decimo di voi. Non i migliori. Non i più forti. I più cazzuti. 

Se cerchi in internet “clienti rompicoglioni” hai per forza a che fare con il delicato mondo delle vendite. Tu devi vendere un prodotto, un servizio, una soluzione, una consulenza, un bilancio, un’otturazione, un massaggio a qualcun’altro. Esso, nella dinamica della vendita, è disposto a riconoscerti un valore per il prodotto/servizio, che solitamente si esprime in moneta corrente. Diffida da chi desidera pagarti con abbracci o pacche sulla spalla. Difficilmente, a livello di sistema economico, potrai poi rivendere i suddetti abbracci per comprarti da mangiare. Il vecchio, frusciante, denaro è sempre la soluzione migliore. 

Il fatto è che, nel corso degli anni, hai seguito innumerevoli seminari e corsi per migliorare le tue possibilità di vendere il suddetto prodotto e la suddetta soluzione al tuo cliente. Un notevole investimento intellettuale, da parte tua. Spesso non corrisposto in termini di denaro. Insomma, non sei diventato molto più ricco di prima, nonostante tu abbia seguito le dodici audio lezioni di coaching di vendita, pagate per altro 129 euro. 

Questo perchè, è bene che tu lo sappia, per vendere devi semplicemente avere una fortunata serie di combinazioni genetiche favorevoli, una buona dose di culo e molta perseveranza. L’uomo giusto, al momento giusto, nel posto giusto. 

Seguendo la teoria del “chi sa fa, chi non sa insegna” molti falliti venditori si sono imbattuti in felici carriere da coach. Allenatori di venditori. Tu ti faresti mai allenare da un ciccione cardiopatico per dimagrire? Bene. Perchè prima di pagare i 129 non hai chiesto al tuo coach quali incredibili successi di vendita lui abbia a supporto del prezzo del suo corso? Come mai un venditore smette di vendere per insegnare agli altri a vendere? Come è possibile che un uomo, nel pieno delle sue facoltà mentali, possa pensare di smettere una cosa estremamente piacevole come generare denaro, per insegnare ad altri a farlo? Hai mai visto Fabrizio Corona interrompere una ardita session di sesso orale con Nina Morich, scendendo in strada ed invitando i passanti a provare? Magari dando lezioni su come fare? 

Bene, hai buttato nel cesso 129 euro. Consolati, è solo l’inizio. 

In ogni caso, hai investito tempo e denaro su te stesso per migliorare, in fondo, la tua relazione con il cliente. Il tuo cliente. Che, a fasi alterne, odi e ami. Ne hai di buoni, che ti danno un sacco di soddisfazioni, e di cattivi, che ti fanno sentire l’acidità del pranzo salire, anche se il pranzo non l’hai ancora iniziato. 

Dall’alto di più di dieci anni di esperienza con i clienti, mi sento di poterti dire che quello che sbaglia sei tu. Per farlo, per dirlo, ho studiato e letto molto. E sono più di dieci anni che mi relaziono con i miei clienti. Vendendo loro, come richiesto dalla mia professione, cose di cui non hanno bisogno e che non si possono permettere.

Eccoti, (per ringraziarmi puoi scrivermi), alcuni importanti suggerimenti, utili nella vita lavorativa e nella vita privata. Sette regole. Poi ti spiego perchè sono sette. 

 

1) Il Ciccione Che ti fa dimagrire: smetti immediatamente di fare corsi. Informati prima. Se il tuo coach è un fallito, imparerai il fallimento. Andresti mai da un prete a chiedere delucidazioni sui lubrificanti anali? (beh, ok, ma non andare da un ciccione a chiedere come ha fatto a dimagrire).

2) smetti subito di prenderti sul serio. Il grosso rischio dei venditori è una delle patologie più pericolose dell’epoca moderna: il rigonfiamento dell’ego. Insomma, tiratela di meno. Resta sempre uno splendido novellino. Non te la menare. Ci sono venditori migliori di te, per fortuna, e peggiori di te. Tieni un profilo basso con te stesso. Funziona. Fattelo come mantra. Stay down. Tiratela davvero il meno possibile. Se proprio devi, chiuditi in bagno e sparati delle sessioni di rigonfiamento dell’ego davanti allo specchio. Da solo. O al telefono con un tuo amico. (ricordati anche che il fatto di essere un venditore di successo non ti rende migliore di molti altri animali e non aumenta le tue possibilità di riprodurti. E’ già pieno il centro storico di avvocati e commercialisti che esplodono nei loro vestiti su misura, dopo una positiva trattativa con un cliente. Non aggiungerti anche tu, ti prego). 

3) Smettila di fingerti amico dei tuoi clienti. Farsi amici i clienti è, psicologicamente, abbastanza normale. Comportamento deviato, ma normale. C’è una parte di umanità che confonde le solide basi di un contratto con l’affetto. Sono quelli che vanno a puttane e si innamorano. Abbastanza perverso. Fidati. Ci sono passato anche io. (ok, no. Non mi sono mai innamorato di una puttana. Ma cazzo, fidati, era bellissima e dolcissima. Duecento euro di puro amore, ma poi ci siamo lasciati). Il fatto che tu e il tuo cliente beviate insieme, pranziate insieme, parliate insieme, non significa nulla nella tua vita professionale. Se non che, pranzando con lui stai perdendo tempo per visitare un altro cliente. La Customer Intimacy, la nuova moda del momento di tutti i coach fighi, è roba da antiquario della vendita. Usali, come loro usano te. Fottili. Ma non farti fottere. Persuadili. Insomma, tutte le validissime regole che usi in una relazione sentimentale di successo.

4) Pere con Pere, Mele con Mele. Se sei arrivato anche tu alla fatidica frase “ehy, ma lei non compara pere con pere e mele con mele” vuol dire che hai un grande, grosso, problema di prezzo. Il tuo cliente ha trovato qualcosa di meglio. Lo paga di meno. Tu ti fissi sui particolari. Nella tariffa che vendi tu, i minuti di telefonate con il Congo Belga di notte sono 21. Il tuo concorrente ne ha solo 10. Ma il tuo cliente, in fondo, in Congo Belga non chiamerà mai. Lo sapevi fin dall’inizio. Incazzati con il tuo marketing, che ha creato un prodotto fallimentare. Non con il tuo cliente. Che ha tutto il diritto di comparare pere con limoni e banane con meloni. In fondo, quello che compra sono cazzi suoi. Non metterti mai nella condizione, poco dignitosa, di comparare pere con pere. Una volta scoperta tua moglie con l’installatore di Sky, ti metteresti davvero a misurare il suo pene e compararlo con il tuo? (tenendo conto che tu non puoi dare gratis a tua moglie il pacchetto Cinema e quella dannata somiglianza con il modello D&G?)

5) Il cliente rompicoglioni. Se sei ancora convinto di poter dividere i tuoi clienti in fasce di gradimento, sei in un periodo felice della tua vita da venditore.Ne hai tanti e diversi. Arriverai al duro momento in cui la maggior parte dei tuoi clienti saranno rompicoglioni. Chiamate fuori orario, richieste impossibili, tono sprezzante, alitosi da tartaro. Ma in fondo, come recita il vecchio adagio: se tutti ti sembrano pazzi, forse il pazzo sei tu. Traduci: se tutti sono rompicoglioni, forse sono i tuoi coglioni ad essere divenuti estremamente fragili. In questo caso, fidati che ci arriverai, ti rimane solo una cosa da fare: fattene una ragione. Oppure cambia lavoro. E’ come cambiare bar per smettere di bere, ma ti farà sentire meglio. 

6) Provaci ancora Tommy! essendo la vendita una semplice questione di tempismo umano, ovverosia essere al momento giusto nel posto giusto, la regola aurea è: provaci ancora. E ancora. E ancora. Ti ricordi di quella incredibile figa con cui hai ininterrottamente intrattenuto una relazione di finta amicizia per dodici anni? tu eri innamorato perso, lei no. Beh, in quel caso hai fallito per evidenti limiti estetici. Il tuo corpo non risponde alle prerogative di maschio alfa che provocano la reazione positiva dei ferormoni delle superfighe. Non puoi farci nulla. Anche se alcune ricerche hanno dimostrato che uno stipendio superiore ai 200 mila euro e una macchina tedesca con i cerchi in carbonio possono aiutare notevolmente la tua provvisoria condizione di cesso. Ma questo è un altro argomento. Provaci. Non smettere mai. Cazzo. Sei pagato per questo. E prenderai soldi per questo. Provaci, non smettere mai. Il fallimento non esiste. E’ solo un’altra occasione per provarci. (è quello che mi piace farti credere. Un vero venditore non fallisce mai, le seconde chance si danno solo agli sconfitti).

7) Smettila di leggere libri di Steve Jobs. Quando Steve Jobs è morto è iniziato un lunghissimo periodo di profanazione intellettuale della salma. Una delle frasi più ripetute era quella che lui avrebbe detto un giorno ai suoi collaboratori: se non ami quello che fai, smetti di farlo. Ecco, tu ti sei sentito immediatamente motivato. Incredibile. La stessa, fresca, sensazione, che hai quando dopo sei mojito la sera prima ti basta una bottiglia di Uliveto per sentirti di nuovo in forma. Un perfetto idiota succube del marketing basico. Se vendi aspirapolveri porta a porta o tariffe telefoniche, potrai anche dire in giro di essere innamorato di quello che fai. Ma chi cazzo ti crede, sballone del cazzo? Come cazzo fai ad amare delle aspirapolveri? Smettila di leggere libri di Steve Jobs. Focalizzati sulla vendita. Fai soldi a palate e poi cambia settore. Oppure fai solo soldi a palate. Cazzo, fai il venditore, ti vergogni di fare soldi? Hai mai visto una soubrette vergognarsi di darla via? Non vergognarti mai dei soldi. Ma usali bene. Dai, sempre, almeno il dieci per cento di quello che guadagni in beneficenza. Questo è fondamentale. Lo dice anche la Torah. E, cazzo, se lo fanno gli ebrei, fallo anche tu. Fai tutto quello che fanno gli ebrei. Fanno un sacco di soldi. Ci sarà un perchè. Se vuoi, evita di segarti il prepuzio. Ma per il resto, seguili. Una delle regole che i libri non ti dicono, se no non ci sarebbe gioco, è quella delle scimmie. Dalle quali, converrai, non ti distingui un gran che. Le scimmie quando nascono non sanno mangiare le banane. Imparano a farlo con una tecnica davvero difficile. Guardano quelle che lo sanno fare. E copiano. Infatti:

7+1) Scimmia vede, scimmia copia, la Golden Rule.  Vuoi veramente imparare a vendere: osserva i migliori venditori. Fai come hai fatto con Rocco e il sesso. Ore di filmati e ora sei un vero hard core player. Peccato che la tua fidanzata non sia una ventenne ungherese pronta a tutto, specialmente a farsi infilare la testa nella tazza del cesso. Peccato. Vuoi veramente vendere? Impara dai grandi venditori. Sembra semplice, ma non lo fai. Fatti una lista: chi vorresti imitare. Perchè. Ecco, poi fallo. Vuoi imparare a bere? Eccomi. Solo un esempio. Vale anche per il successo, estremo, nella vita. Chiedimi pure. Non essere timido

 

Eccoti spiegato, in fondo, perchè il cliente rompicoglioni non esiste. Sei tu il problema. Non sono l’unico a dirtelo. Fattene una ragione. 

Sai perchè le regole erano solo sette? E’ dimostrato da diversi studi che il tuo livello di attenzione, nel migliore dei casi, non supera i sette minuti. La tua memoria è in grado di ricordare poche cose. Per questo tutti i tuoi coach ti daranno poche e chiare regole. Nella speranza che tu ricordi. E ritorni per pagare ancora. 

Una volta, quando ero giovane, più o meno mentre scrivevo il mio primo post sui clienti rompicoglioni, ho letto un libro: Le Sette Regole del Successo. E mi sono innamorato. E’ un libro che dovresti leggere. E ricordarti solo la prima regola: devi essere fottutamente proattivo. Compratelo davvero, è un buon punto di partenza. Non fare l’errore, poi, di fermarti. Io distinguo le persone che incontro tra chi ha letto le Sette Regole Del Successo e i diversamente intelligenti. Se non vuoi leggerlo, ricordati almeno la prima regola: proattivo. Fatteli prima che loro si facciano te. 

Ecco. 

Non posso prolungarmi molto. Perchè nei prossimi anni prevedo di scrivere un libro, facile facile, su come avere uno straordinario successo nella vita. Seguendo la teoria del: chi sa fa, chi non sa insegna. 

Avanti, fattene una ragione, il problema sei tu.