Bruno (il modello per avere successo)

Ho trovato Bruno su uno scaffale, abbandonato tra le promozioni post natalizie. Io ho un grande, grosso, grasso problema con le piante grasse ( o succulente, se vogliamo darci un tono): provo una fortissima attrazione, quasi sessuale, per ogni tipo di pianta grassa. Ho posseduto sedici tipi differenti di sempervivum, e la madre di tutti i sempervivum che stanno sul mio balcone ha quasi otto anni. Ogni anno, il venerdì prima di Pasqua, rifaccio la terra ai miei vasi, comprando nuove palline di argilla, terriccio non fertilizzato, due dita di cotone idrofilo, e inondando la cucina di terra. 

L’anno scorso, Macondo, la mia prima sempervivum, ha fiorito. E’ una cosa bellissima. Possono passare anni, ci vuole grande cura e molto culo. Ho avuto molto culo. Le piante grasse, dopo aver fiorito, muoiono. 

Ciao ciao Macondo. 

Avevi anche un nome da travestito. In fondo non ti piangerò a lungo, pensavo. 

Bruno, invece, è un cazzo di cactus dell’Ikea. Nel mio ufficio mancava una pianta. Me lo hanno sempre detto. Ho diritto, per il mio livello, a un ficus benjamin. Che è, dopo la felce, la pianta più triste e anni 80 che esista al mondo. Ho sempre rifiutato il ficus. 

Adesso c’è Bruno. 

Che è meglio di un ficus. E poi è tozzo e fuori misura, in un vaso troppo piccolo, con la terra troppo arida e tutte le spine mozzate da (suppongo) i trasporti. 

Mi sembrava carino trovare una casa a Bruno. 

Bruno, fin dall’inizio, mi è sembrato chiaramente di destra e decisamente colluso con Confindustria. Alcune posizioni che prende, ascoltando le mie telefonate, parlano chiaramente: ho un cactus post fascista. Ma io, che sono tollerante, posso conviverci. 

Ho dovuto chiedere a Don Lino se per lui andava bene. E’ Don Lino che comanda nel mio ufficio. Ormai da quattro anni. 

Don Lino è un ragno fedele, compagno sincero, deciso mangia mosche. Io proteggo Don Lino da Serjo, il colombiano che pulisce gli uffici, e Don Lino protegge me dalle mosche. 

A Don Lino Bruno sembra piacere. 

Buon per loro. 

Don Lino apprezza molto i cambiamenti d’arredamento. Sono due anni che ha fatto una ragnatela tra una bottiglia di Cannonau e un faldone di documenti. Ma quando ho messo il nuovo cestino, si è subito spostato. 

Tenendo conto che io in ufficio ci passo dalle otto alle sedici ore alla settimana, mi pareva anche corretto e umano trovare un compagno a Don Lino. 

Un fascista spinoso e colluso con gli ambienti industriali è un buon compagno di discussione. 

Il mio sogno sarebbe un giardino verticale. Quando passeggio per Madrid, rimango sempre a fumare davanti a quella splendida parete di verde che c’è tra le vie del centro, vicino al Prado. 

Bruno ha anche un inaspettato taglio da gran lavoratore. E’ un ottimo fermacarte. 

Non credo che le piante abbiano un anima. Non lo credo nemmeno per certe persone. 

In ogni caso, nella mia  grande etica, ho deciso di pagare Bruno, inserendo nel vaso un euro ogni volta che lo uso come fermacarte.

A quanto ne so, pagare qualcuno per fare qualcosa, che abbia un anima o meno, è un segno di grande civiltà. 

Ho infilato sotto Bruno un invito. 

Che ho ricevuto oggi. 

Ho aperto la busta credendo di ricevere ancora qualche biglietto di auguri. 

Invece era un invito. Su cartoncino blu. 

Per parlare a una conferenza. 

Mamma, quanto saresti orgogliosa. 

Ho un cactus fermacarte!

Sono l’ultimo speaker. E questo, nella lingua delle conferenze significa che chiudo la giornata. Che nella lingua dei partecipanti significa: o sei la cosa più interessante al mondo, oppure sii breve e spiccio che ho da prendere i bambini a scuola. 

Dicono di pagarmi il biglietto aereo e l’albergo. 

A Roma.

Forse non hanno ricevuto notizia dell’inaugurazione della diligenza ferroviaria. 

Andrò.

Chiedono che parli di modelli di cambiamento.

Matrici. 

 

Spiegavo a Bruno che, correntemente, esistono 98 modelli di definizione del cambiamento. 

Potrei parlarne per ore. 

A patto che mi venga offerto da bere. 

Ecco, non so come dirlo, nella cortese risposta richiesta all’invito.

Che mi va bene farlo a Babbo Morto, godendo solo dello squallido rimborso spese. 

Ma almeno una piccola botticella di rhum… 

 

Un ridente futuro anteriore

Un sottile e suadente odore di piscio mi accoglie quando apro la porta. Ancora prima di accendere le luci mi rendo conto di quanto precaria sia, in fin dei conti, questa cosa di avere un ufficio. Non mi serve, non lo voglio, eppure lo riempio di cose.

Perchè io non butto mai niente. E’ un disturbo ossessivo compulsivo. Disposofobia. Niente di cui preoccuparsi, paragonato alle vostre patologie.

Colleziono tutto. Quasi inconsapevolmente. Ogni tanto butto via. A malincuore.

Accendo la candela alla lavanda, deterrente anti piscio.

Verrebbe da chiedersi come sia possibile che questo puzzo di piscio, perfetto per una scala della metropolitana o per un angolo di una stazione, si sia fermato placidamente dentro il mio ufficio. Ma non me lo chiedo.

Il rientro, ogni fottuto rientro, è per me un lungo e doloroso viaggio.

Fatico sempre a rientrare in un contesto.

Ho staccato, completamente, per una decina di giorni.

Nessuno, tra i grandi capi di stato, le più importanti ONG e i miei colleghi, si è accorto della mia assenza.

Ho scritto. Un racconto carino. Che però finisce male. E non mi piace. Questa fine.

Inizia dalla fine, come tutte le storie fighe. Nell’area di sosta dell’Agip di Cascina Gobba. Che dovrebbe comparire presto nei cinque luoghi da visitare assolutamente a Milano, in una guida seria e ragionata. E’ un non luogo abbastanza infelice e tetro, infilato tra uno stradone che non ha mai visto la luce della civiltà, Via Rizzoli, e il disordine creativo mafioso del San Raffaele. Ci faceva capolinea la metropolitana, che da qualche stazione prima corre alla luce del sole. Ci arriva la tangenziale e un paio di statali che vomitano pendolari verso il centro. Controvoglia, il gestore dell’area di servizio ha dovuto togliere i DVD porno e ridurre il piazzale di sosta. I camion non si fermavano più. Stava diventando pericoloso. Incredibile a dirsi. Dietro al parcheggio si è creato un piccolo miracolo umano. Hanno deciso di farci capolinea i piccoli mini van che arrivano dall’Est. Romania, Bulgaria, Slovenia, e altri cinque o sei stati senza euro, senza speranza, senza fibra ottica ma con un sacco di cose belle da esportare. Puttane, schiavi bambini, batteri, cianfrusaglie, e parecchia gente onesta che cerca di rifarsi una vita.

Fuori dal parcheggi ci stanno sempre due pattuglie dei Vigili Urbani. Fanno una tenerezza infinita.

Il mio racconto iniziava e finiva qui.

Ma lo riscriverò.

Ho anche aperto il mio quaderno viola. Ho preso la penna, deciso a scrivere un bilancio del 2013.

Gesto estremamente pericoloso.

Ho chiuso il quaderno. Ho respirato a fondo. E lo ho buttato dentro un fosso, nel parco vicino all’aeroporto.

Osservavo, fumando, le pagine inzupparsi e cadere verso il fondo. Proprio vicino a un pacchetto di Fonzie.

Se non lecchi, godi solo a metà.

Rifarei tutto. Ancora. E ancora.

Tengo tutto. Non riesco mai a buttare niente. Nemmeno i peggiori errori.

 

La notte della vigilia, camminavo allungando il rientro a casa, per finire con calma un Montecristo. Sentivo il freddo umido entrare ovunque, il silenzio, guardavo le luci accese nelle case, e cercavo di capire perchè, in trentacinque anni di onorato servizio, io non sia mai riuscito a fare una lista delle cose da buttare.

Mi sono fermato a parlare con una puttana. Una ragazza dell’est. Bionda. Piccolina. Con dei lunghissimi stivali bianchi di vernice. Quel genere di stivali che possono mettere solo le puttane. E le donne che vogliono fare le puttane. Insomma, un best seller.

E’ strano che una puttana bazzichi questa zona. Pensavo.

Forse lo pensava anche lei.

Parlava poco italiano. Si dichiarava maggiorenne, diceva di avere freddo, e quaranta euro tutto, tranne il culo.

Ho risposto che si, faceva parecchio freddo, no, non sembrava maggiorenne, e quaranta euro erano un prezzo davvero ragionevole.

Lei mi ha chiesto, dove andiamo? A casa tua? Hai una macchina?

Le ho risposto no. Le ho augurato buon natale e me ne sono andato.

Mentre le davo le spalle, ha aggiunto: quindici un pompino qui.

Mi sono girato. Qui dove?

Qui.

Qui, intendi sul marciapiede, proprio di fianco al semaforo?

Si. Dietro siepe.

Ho sorriso.

Lei mi ha fatto cenno di avvicinarmi.

Suppongo che un pompino dietro una siepe, spoglia, contro un semaforo, la notte della vigilia di Natale, al freddo, sia una delle cinque esperienze che un uomo potrebbe, e forse dovrebbe, definire squallide.

Ti capita spesso?

Si. Tutti vogliono. Qui, dietro siepe.

Cristo.

Ho buttato il sigaro e mi sono incamminato verso casa.

Uno dei giorni tra Natale e Capodanno sono andato a surfare. L’acqua gelata, il rumore del mare, il sale. Come se fosse la medicina migliore. Sentivo il freddo passare la muta e, non so perchè, mi è tornata in mente l’idea di un pompino al freddo.

Ho abbandonato tutti i libri di studio. Ho iniziato un paio di buone letture. Ho letto Winslow in meno di due giorni. E ho iniziato “Lui è tornato”.

Ho fatto colazione, tutti i santi giorni, insieme al Piccolo.

Ho preso il suo ritmo.

Ogni tanto, scendevamo in box per accarezzare l’ultima arrivata, una deliziosa Guzzi Cross 50.

Al posto di buttare cose, compro cose.

La sera di Capodanno sono riuscito a stare con i miei fratelli, non tutti, ma quelli più importanti.

Ci stavamo dimenticando di mezzanotte. Qualcuno aveva fretta di iniziare il 2014, qualcuno non voleva lasciare il 2013.

Sono tornato a casa prima del solito, meno ubriaco, più felice.

Ho evitato, saggiamente, tutti i possibili buoni propositi. Lasciando semplicemente scappare il 2013.

Ho in testa profumi, odori, sensazioni, cose che non se ne andranno mai.

Non ho mai vissuto così tanto come in quest’anno.

Vorrei rifarlo.

Ho capito come si fa.

Non butto via niente.

Lo rifarò.

 

Adesso, odore di piscio a parte, sono rientrato nei ranghi. Ho un paio di biglietti pronti per la settimana prossima. Una decina di giorni in giro. Ho quattro viaggi in mente. Pochi soldi. Ho voglia di una moto nuova. Insomma, sono tornato.

Per dovere di cronaca, la ragazza giovane di origini est europee con gli stivali bianchi non si è fatta più vedere.

Con ogni probabilità, il business plan del pompino dietro alla siepe non ha attecchito come sperato.

Vai tu a capirli, questi uomini.

 

PS: come ogni anno, allego brevissimo sunto sul Bradipo.

Il giorno di massima gloria ha visto 1230 visitatori unici. Un record.

Il Bradipo è posizionato bene, nella classifica dei siti più visti d’Italia. Al milionesimo posto. O giù di li. Credo che il sito della Fratellanza Austriaca e quello sulla cucina vegana della comunità filippina di Oristano facciano più share. Ma non me ne fotte un cazzo.

Il termine di ricerca usato più volte per arrivare qui è, ovviamente, il nuovo bradipo. Segue a ruota: proprietà benefiche del rum. E fighe pelose. In classifica, appena sotto: belle fighe girate di culo, ode al pesce, serata devasto, fabio volo, fallimento bradipo travel.

Insomma, una pletora consistente di affezionati lettori.

Life is short fritz! Surf it

 

L’importanza dello Champagne (Navigli)

Scendendo dall’aereo percepisco la fine di un sogno. Così, a mezz’aria. Sospesa tra il gelo e la scaletta della Easyjet, nel mezzo della penombra nebbiosa. 

Che cazzo di posto brutto per vivere. Un posto dove il gelo e la nebbia ti confondono così tanto le idee. 

La fine di un sogno, come ogni anno. Siamo entrati nel rush finale. In meno di una settimana ho tre cene di lavoro, quattro pranzi e pure una colazione. 

La colazione di lavoro, va detto, fa veramente molto figo. Il problema, che ho già sperimentato sulla mia pelle in precedenza, è che io solitamente a colazione ci arrivo in hangover, puzzolente, di pessimo umore e con un declinante senso di morte apparente. 

Sono fatto così, mi spiace. 

Uno a Natale dovrebbe fare cose tipo, coperta sul divano, rhum invecchiato con gli amici, sigari, scopare, ancora, e ancora, e ancora, mangiare senza gonfiarsi, ascoltare il rumore del freddo da dentro la finestra, leggere, scopare (lo ho già detto?), leggere (lo ho già detto?). 

Insomma, procedere sereno, veleggiare, verso la fine dell’anno. Pieno di ispirante ottimismo. 

Lo penso mentre cammino, più correttamente pattino, visto lo strato di ghiaccio, verso la macchina. 

Cerco, di riflesso un sigaro. Suona il cellulare. Cerco, di riflesso, gli auricolari. 

Non trovo ne auricolari ne sigaro. Quindi non rispondo. 

Questa delle cene di lavoro di Natale, se la guardate da vicino, è una tragedia evitabile. 

Solo che, puntualmente, ci finisco dentro tutti i fottuti anni. 

Guido serenamente in corsia preferenziale. 

Cerco i sigari nel vano porta oggetti, e con la mano sinistra cerco di mettere su un cd di Frank Sinatra. Se mi devono fermare gli sbirri, che mi fermino con un sottofondo musicale adeguato. 

Milano sotto Natale è impercorribile. Non che ci sia una ragione particolare. Vanno tutti in giro, incazzatissimi, stressatissimi, bruttissimi. Droni dello shopping. 

Parcheggio dentro un portone, troppo piccolo per essere un passo carrabile, troppo grande per passare inosservato come plausibile posteggio. 

Mentre salgo le scale, cerco di pensare a dove cazzo abbia messo i fottutissimi sigari. 

Ovvio, nella vaschetta di plastica del controllo di sicurezza di Schiphol. Un cazzo di olandese adesso si sarà imboscato placidamente una splendida scatoletta di mini Montecristo. 

Shit happens. 

Cerco il numero del ristorante. Non lo conosco. Non che ci sia da stupirsi. Mangio sempre nello stesso, unico, posto. Sempre. 

Abitudinario a trentaquattro anni. 

Risponde, con marcato accento sardo, un educato signore. 

Chiedo se, gentilmente, sia possibile mettere il nostro tavolo il più isolato possibile. 

E’ una cena di lavoro. Non di Natale, di lavoro. 

Il silenzio dall’altra parte della cornetta è abbastanza eloquente. Come solo il silenzio di una cornetta telefonica sa esserlo. 

Si tratta, mi dice, di un difficile mercoledì. E’ pieno zeppo. E sono tutte cene di Natale. Uno studio dentistico, uno studio di commercialisti, uno studio di notai. 

Il che, in effetti, mi conferma il dubbio su quanto potessero essere credibili degli antipasti da 40 euro a piatto. 

Bene, non si preoccupi. A mali estremi estremi rimedi. 

Avete champagne? Si? Perfetto, posso chiederle di metterne in fresco tre bottiglie? Si, lo so che siamo in tre. Non si preoccupi. 

Entro dal dentista. 

Che è il mio dentista di famiglia. Ovverosia ha una partnership religiosa molto forte con mio padre, e i loro padri tra di loro. Quello che Dio unisce, non si permetta l’uomo di dividere. 

Posso pagarlo quando preferisco, mi riceve in orari davvero poco canonici, e ogni volta mi manda via con una immaginetta di Jose Maria Escriva De Balaguer. E’ questa sua incrollabile fede, insieme al fatto che io possa pagare le salatissime, ma molto cattoliche, fatture quando voglio, che me lo rende simpatico. 

Mentre scava alla ricerca di non so più quale radice di quale dente, sento quel piacevole tremolio di tutta la scatola cranica. Mi sovviene il dubbio che la mia masticazione, mancando quaranta minuti alla cena, non sarà perfetta. 

Aggiungerei, potessi parlare, un’altra bottiglia di champagne alla prenotazione.

Fumo camminando sul bordo del Naviglio. Mi viene sempre in mente la Milano calibro 9, quello spostato di Pinketts, e il grande Sandrone Dazieri, quando cammino sui Navigli. Mi viene addosso anche una straordinaria tristezza, di solito. Ma il pensiero dello champagne mi rilassa parecchio.

Il ristorante è stra colmo. Umanità vestita a festa, sudore, caldo infernale, umido che cola dai vetri, facce rosse, troppo vino. Troppo casino. 

Mi siedo, ordino pesce. 

Questa è l’unica cena che mi interessava fare. 

Il benefico effetto di champagne, anestesia, calore e umidità mi fa rilassare, intorpidire, cadere in quello stato bucolico in cui si potrebbe stare per ore ad ascoltare, senza nemmeno muovere un dito. 

La posizione del tavolo è da denuncia penale. A sei centimetri dalla porta del bagno. Ma il continuo passaggio di esseri umani è un buon deterrente per la mia pazienza. 

Lei passa tra i tavoli ancheggiando come tutte le donne dovrebbero saper fare.

E’ vestita di nero. Tutto nero. Ha i capelli nero corvino, lisci, che cadono sulle tette. Che non cadono. Dio benedica le tette, penso. 

Lo penso sempre, a dire il vero. 

C’è un diamante, sospeso sulla scollatura. La stella polare che nella notte illumina il viaggio di ogni sguardo. La delicatezza di un piccolo richiamo, piccolissimo. 

Ha quell’abbondanza mediterranea per cui i fianchi riescono a darti l’idea di grandi scopate e di grandi famiglie allo stesso tempo. Ha le mani talmente curate da darti l’idea di avere molto tempo. Ha una fede al dito talmente grossa da darti l’idea di avere un marito davvero ossessionato e dai pessimi gusti. 

Al suo ritorno dal bagno mi faccio trovare preparato, in quella che tecnicamente si chiama pole position da guardone. Mi godo il modo di camminare, e gli sguardi del resto del ristorante. 

E’ stupendo leggere negli occhi degli uomini, l’opaco desiderio. 

La cena procede, la serata anche. L’anestesia lascia il posto a un pulsante dolore. Devo fumare. 

Esco, e mi appoggio alla ringhiera gialla del Naviglio. Posso vedere, dalla mia posizione, la multa appoggiata sul vetro della mia macchina. 

Ho addosso una stanchezza disumana. Un anno feroce e bellissimo. Ma troppo lungo. 

Lei esce a fumare. Ve lo aspettavate anche voi. 

Me lo aspettavo anche io. Le donne così sensuali fumano per forza. 

Lo so di mio. 

E io la guardo, questo lo sapevate anche voi. 

E’ mio dovere morale farlo. 

Ho i capelli, la barba, la camicia e abbastanza champagne in corpo per poterlo fare. 

Ai fini statistici va detto che la situazione ha due vie di uscita.

– 20% di probabilità che ottenga il numero di telefono, una promessa di uscita e qualche segnale che a tanto beccheggiare di bacino corrisponda altrettanta fame di carne.

– 80% di probabilità di essere scaricato, In molti modi differenti. 

Adoro le sfide. Vivo di questo. 

E, posso serenamente dirlo, è pura routine. La fede al dito, la noia negli occhi, la cura dei dettagli, sono binari di una ferrovia che porta diretta nei peggiori motel della circonvallazione. Un treno chiamato desiderio. 

Datemi tempo, dieci minuti, e quel venti percento di possibilità ve lo trasformo in ottanta. Novanta, come la paura. E’ il mio lavoro. 

Ed è quello che lei cerca. Lo dicono le parigine, che si notano a metà della coscia, strette nei pantaloni aderenti neri. 

Eppure.

Eppure, ecco la verità.

Sono felice dove sono.

Appoggiato a una ringhiera gialla, fumando un sigaro, ascoltando lo champagne che mi parla dolcemente, osservando i movimenti delle mani di una donna, a cinque metri di distanza. E capendone fino in fondo le paure e i desideri. 

Che significa, al netto di una sbornia da champagne, un sensibile invecchiamento. 

Invecchio. Come tutto. 

Chiudo la cena con una, la terza, bottiglia di champagne. Adesso sono, pienamente, consapevolmente, piacevolmente, sbronzo. 

Natale è bello anche per questo. Per le sbronze di champagne. 

Per le multe. 

Per la consapevolezza. 

Esco in strada, ci fermiamo a parlare. 

Lei esce. Con due amiche.

Sguardi che si incrociano. 

Suppongo si chiami Marta.

O al massimo Martina.

Così, a naso. 

Saluto i colleghi. 

Si salutano anche loro. 

 

– Allora ciao!

– a presto!

– a presto Carlotta. 

Sto perdendo colpi, cazzo.

 

 

Post Scriptum: 

E’ comunque difficile pensare a una notte di bagordi, abbondanza e calore, con una che si chiama Carlotta, quando dovrebbe invece chiamarsi Marta. 

Al massimo Martina. 

Carlotta non è un nome che urli mentre stai venendo. 

Per forza che poi le coppie non funzionano… 

Post Office

Siccome che iniziare la giornata con una coda è parecchio snervante, ho cercato di ritardare il momento il più possibile. Siccome che iniziare un post scrivendo siccome che potrebbe tradire origini non certo nordiche, è necessario sottolineare che questo post inizia in un sabato mattina di dicembre, con il sole, il freddo, lo smog, insomma tutto il pacchetto standard, a Milano. 

Ho una certa latenza amministrativa, rifuggo dagli sportelli di qualsiasi genere, da troppo tempo. 

Le pratiche, bollettini, comunicazioni, raccomandate, promemoria, note esplicative, si accumulano da un paio di mesi ordinatamente nella parte destra in alto della mia scrivania, quella che riservo alle grandi rotture di coglioni. A sinistra ci tengo i ricordi piacevoli, in mezzo ci lavoro, a destra ci tengo le rotture di coglioni. Poi, solitamente, prendo in carico la cosa il venerdì mattina, combattendo contro la sorda burocrazia italiana o altri grandi mali mondiali. Arrivare alle undici del venerdì e constatare che la pila di carte sulla scrivania, in alto a destra, è sparita, è piacevole. Ti fa sentire un uomo migliore. Lo faccio sostanzialmente per questo. 

Non serve aver letto Tony Robbins per capire che questo sistema funziona, ma fino a un certo punto. Perchè poi c’è il venerdì in cui non posso occuparmene. Il venerdì in cui sono fuori sede. Il venerdì in cui sono in vacanza. Il venerdì in cui sono in Università. Il venerdì in cui ho una importante riunione da preparare. Il venerdì in cui, osservando la pila creatasi per via di tutti i venerdì che ho bucato, sospiro e mi giro dall’altra parte. 

Ecco, sono arrivato a questo dicembre più o meno in queste condizioni. 

Pertanto mi sono trovato costretto a un piano d’emergenza. Sono partito dalle urgenze. Ieri ho parlato al telefono, dopo quasi quarantacinque minuti di attesa, con una operatrice che mi ha confermato che avevo sbagliato numero. Però me ne ha dato uno giusto. Così un foglio è ritornato nella parte destra della scrivania, in alto, con un piccolo appunto su un nuovo numero. 

Poi ho cercato, in cinque modi diversi, di pagare l’asilo del Piccolo. Per farlo sul sito del comune, uno dei comuni più fighi, freak, e avanzati d’Italia, Milano, ci vuole un dottorato in ingegneria nucleare, ma soprattutto un misterioso aggeggio che legge la CRS, Carta Regionale dei Servizi. Che io non ho. Per farlo sull’home banking serve il codice del Comune, che sul sito del Comune non c’è. Per farlo in Posta, servirebbe essere alle poste. Per farlo in Banca, servirebbe la mia banca, che è situata a 19 kilometri dal mio ufficio, in centro. Sotto Natale, potrebbero anche essere sei o sette ore di macchina. Ho rimesso il bollettino sulla parte destra in alto della scrivania. 

Poi ho chiamato una operatrice dalla mia assicurazione. Sono gentilissime. Perchè la mia assicurazione costa un botto. E io non ho mai rotto i coglioni. Credo abbiano un database segreto dove si scrivono tra di loro il grado di rottura di coglioni a cui le sottoponi. Così quando richiami, sanno subito a che livello puoi arrivare. 

Forte della fattura del dentista da rimborsare, e di ottimo umore, prendo il numero di pratica e spiego che, avendo io speso seicento euro, e volendo loro rimborsarmi 36 euro, mi sovviene un alone di dubbio, senza mai voler accusare nessuno, sulle percentuali del rimborso. Trentasei euro, dal mio dentista, non mi bastano nemmeno per sedermi sulla poltrona. A saperlo prima, lasciavo morire i denti tra atroci sofferenze. Lei risponde, capisce. 

Silenzio.

Rumore di tastiera. 

La mia pratica non corrisponde. A cosa? Chiedo gentilmente. 

Non corrisponde. Si, ok. A cosa. 

Non corrisponde, non so se mi capisce. 

Eh no, se no non lo richiederei. 

Insomma, non corrisponde il numero di pratica al tipo di intervento.

E questo a cosa può essere dovuto?

Al numero sbagliato.

Questo mi sembra abbastanza chiaro.

Cosa posso fare?

Richiedere una nuova pratica. 

Ottimo.

E rimandare la fattura.

Ma la fattura l’ho mandata con la pratica vecchia. 

Silenzio.

Rumore di tastiera. 

Silenzio.

Pronto?

Si?

Quindi?

Cosa?

La fattura, dicevo, l’ho mandata con la pratica vecchia.

Deve richiedere la cancellazione della pratica.

Ok. A chi posso chiederlo?

A me. 

Ottimo. 

Silenzio.

Quindi?

Cosa?

Mi cancelli la pratica?

Non posso.

In che senso?

Deve chiamare un’altra volta. 

Chi?

Me.

Non possiamo fare adesso?

No.

Ok, quindi devo mettere giù e richiamare?

Corretto.

Ho capito. Non si può fare sul sito?

Cosa?

Questa trafila.

Quale?

Niente. 

Perfetto.

Buona giornata.

Anche a lei. 

Rimetto la pratica sulla scrivania, in alto a destra. 

Prendo in mano l’ultima cosa. Un abbonamento che non sapevo di aver fatto, a una chiavetta internet (modem HDSPA, per essere corretti) che funziona solo nei giorni dispari dei mesi pari, prendendo una tacca di segnale anche se io la accendo da sotto a un ripetitore. Credevo fosse gratis, come scritto in grande e in rosso sul volantino, senza aver letto in piccolo e in blu che è gratis. In effetti. Ma solo venticinque giorni. Poi: S.C.T. (sono cazzi tuoi). 

Si applicano, infatti, le tariffe intercontinentali più care d’Europa. Anche se la cazzo di chiavetta non funziona. 

In pratica giro con un oggetto nella borsa che mi costa ogni fottuto minuto e che non funziona mai. 

Ma, dopo sedici minuti di attesa, e uno di conversazione, scopro di dover fare il tutto presso un Centro Servizi. 

E al Centro Servizi, essendo io un grande pianificatore di tragedie domestiche, decido di andarci di Sabato, sotto Natale, con un bambino di tre anni. 

Un coglione. 

Non il bambino.

Io.

Raggiungo il centro commerciale procedendo in contromano per quasi seicento metri. Una recita con presepe vivente ha attratto migliaia di uomini dal futuro incerto, che ingorgano un pezzo di periferia altrimenti deserto o abitato da travestiti. 

Meglio i travestiti dei pastorelli, dico ad alta voce. E il Piccolo, ovviamente, mi chiede cosa sia un travestito. 

Non sa, il Piccolo, che suo padre sta procedendo in contromano in una strada cieca. E’ felice. 

I travestiti, amore di papà, sono uno dei capisaldi del matrimonio cattolico. 

Non risponde. 

Parcheggio ostruendo un uscita di sicurezza del centro commerciale. 

Scavalco due banchi di promozione di palestre, spintono un volontario che fa i pacchetti di Natale per non so quale cazzo di associazione, tirando il Piccolo. 

Arrivo davanti al Centro Servizi. 

Il ciccione dietro alla scrivania è lo stesso che mi ha inculato con l’abbonamento multimilionario. 

Tra me e lui una coppia, lui quarantenne con camicia allacciata anche sul collo e lei sessantenne con un colore di capelli disponibile solo su ordinazione nelle carrozzerie di latinos. 

Mi sembra un buon risultato. 

In cinque minuti, i due finiranno i fatti loro.

In dieci minuti io finirò i fatti miei. 

In quindici minuti, io e il Piccolo saremo fuori. 

Due ore dopo, ho capito alla perfezione la situazione. Sono madre e figlio. Il figlio, che probabilmente surgela femori di travestiti di notte in box, dopo averli uccisi nella sua macchina, come tutti quelli con la camicia allacciata sul collo, ha comprato alla madre un laptop da migliaia di euro. 

La madre, che ha ancora addosso un figlio probabilmente maniaco sessuale, non ha fatto una piega. 

Il figlio ha comprato anche una chiavetta internet. 

Per collegare la madre a non so quale network. 

La madre non ha fatto una piega. 

Però, i due, non sanno come cazzo si accende un computer. 

Il ciccione, quindi, è costretto a procedere passo a passo in una accurata lezione di vita su come collegare una ultrasessantenne al mondo del porno e della pedofilia online. 

Potrei scommettere un centone che quel cazzo di computer, in meno di due sessioni di Explorer, sarà intasato di trojan pronti a clonare la carta di credito della nonnetta. 

Ma non ho tempo. 

Il Piccolo, dopo due ore di attesa, sta meticolosamente smontando un espositore di quelli dei weekend da sogno. Ha estratto tutti i cofanetti, spargendoli per tutto l’ingresso, e si sta arrampicando per smontare anche l’insegna. 

Un senegalese di circa quattro metri quadrati (al garrese), credo preposto alla sicurezza, lo guarda perplesso. 

Sono davanti a un bivio. 

O decido di riconoscere il Piccolo come mio figlio, e quindi rimettere tutto a posto, oppure faccio finta di niente.

Farei finta di niente, ma è il Piccolo a chiamarmi, felice, per farmi vedere una paginetta strappata da un volantino. 

Il senegalese mi punta. 

Mi tocca mettere tutto a posto. 

Nel frattempo la lezione base su come usare un personal computer procede a gonfie vele. 

Tanto che, sembrerebbe, i due sono intenzionati a verificare altri possibili abbonamenti internet, convinti dal ciccione. 

Il Piccolo punta il reparto cucine, appendendosi a uno sportello di un forno. Lascio la coda, procedo, stacco il Piccolo dal forno, mi becco l’occiataccia di una vecchia promotrice di cialde per macchinette del caffè.

Dovrebbe stare attento, mi dice. 

Non rispondo. Non posso. 

Il senegalese mi osserva. 

Brutta puttana finita a promuovere cialde del cazzo, infilati una aspirapolvere senza sacchetto nel culo e accendila. 

Ma lo penso solamente. 

Intensamente. 

Torno in coda, e mi accorgo che, con grande destrezza, il tipo dopo di me ha preso il mio posto. 

Il Ciccione lo sta ascoltando mentre guarda lo schermo del pc. 

La vecchietta e il figlio serial killer mi passano di fianco felici del loro piano all inclusive da 5 Gb al mese. 

Procedo verso la postazione. 

Guardo il tipo che mi ha fottuto il posto, appoggio i miei fogli sul tavolo e dico al ciccione:

tocca a me. 

Il tizio mi guarda e mi dice: la lascio sedere solo per il bambino.

Non me ne fotte un cazzo. Lasciami sedere, penso. 

Non dovrebbe portare un bambino in un posto del genere di sabato mattina. 

Me lo dice guardandomi negli occhi. 

Ha ragione. Rispondo.

Perchè ha ragione, in fondo. 

Il ciccione ci guarda con deferenza. E’ sovrappeso, lavora in un posto dove incontra solo gente incazzata o rincoglionita, non ha futuro professionale, e con lo stipendio non può comprarsi niente di quello che il posto in cui lavora vende. 

Una cazzo di frustrazione assurda. 

Inizia con la mia pratica. 

Sento battermi sulla spalla. 

E’ il tipo di prima, quello che mi ha fottuto il posto. 

Mi dice, con tono petulante:

Guardi che suo figlio è scappato ancora. 

In effetti il Piccolo si è concentrato su un espositore di prese di corrente, vicino a una cassa. Le toglie tutte, e le sparge per terra, in mezzo all’indifferenza del popolo, che gli gira intorno. 

Ignoro la cosa. Sono a un passo dal successo. 

Mi scusi.

Si?

E’ pericoloso, davvero.

Cosa?

che suo figlio giochi con le prese di corrente. 

Ma testa di cazzo, non vedi che sono impacchettate? Che cazzo di pericolo c’è? Sono avvolte nel lattice. Cosa che, fosse successa al cazzo di tuo padre, ci avrebbe evitato rotture di coglioni. 

Questo lo dico. 

Ad alta voce. 

il Ciccione mi osserva, forse apprezza la poesia. 

Il tizio è colto alla sprovvista. 

Mi guarda, poi si gira verso la coda e inizia un comizio su di me, forte della disapprovazione di un paio di donne. 

Ho in mano la disdetta, ho vinto. 

Mi alzo, guardo il tizio e vado a recuperare il Piccolo che nel frattempo ha trovato un compagno di giochi con il quale stanno tentando di far cadere un espositore di pile. 

Prendo il Piccolo e esco. 

Osservo la macchina che blocca l’uscita d’emergenza. 

Forse avrei potuto dare fuoco a tutto e aspettare di vedere la faccia del tizio sporgere appena dalla porta d’emergenza, insieme al fumo e alle urla di terrore. 

Sposta la macchina, stronzo. 

Non posso, è una Toyota. Sono macchine intelligenti. 

Ma sono un padre modello, non posso farlo. Dare fuoco a un centro commerciale potrebbe essere diseducativo. 

Procedo verso un bar. 

Mi bevo un caffè mentre il Piccolo lancia pezzi di tovagliolo per terra. Fuori il sole splende, con un po’ di freddo che costringe i tizi del presepe vivente a tenere i cappotti. Sono tutti gonfi sotto i costumi. Pastori e angeli obesi, con teste molto piccole. Il centro commerciale vomita una quantità infinita di persone, che escono con grossi pacchi colorati. 

Pago il caffè e chiedo scusa per i tovaglioli spezzettati per terra. La ragazza sorride.

Fa niente, sono bambini. 

Ok. Grazie.

Prego. Buon Natale.

Buon Natale un cazzo.

 

Camminando verso la macchina il Piccolo mi chiede: 

Papi, buon natale un cazzo cosa vuol dire?

what if (regalare un libro a Natale)

Ho rischiato la vita per recuperare una scarpa, l’altra notte al concerto di Biffy Clyro. Ho capito ieri sera mentre due cubisti mi ballavano davanti ancheggiando in mezzo al Corso, che mi piacerebbe andarmene da questo posto. Ho osservato fumando un mini Montecristo, lo struscio isterico. Adoro farlo. Ho regalato un sorriso a una ragazza, semplicemente passandole lo zucchero, mentre il suo palestratissimo fidanzato era impegnato a scrivere sul cellulare. Mi sono perso nel freddo, sbagliando autobus. Ho fatto la lista delle cose che voglio fare entro la fine dell’anno, e ho capito di aver, nel 2013, cambiato famiglia. 

Ma bando alle ciance. Se volete regalare dei libri, eccovi un breve estratto di una possibile lista di livello. 

1) Zorro, M. Mazzantini. Me lo ha fatto venire in mente un’amica (una delle due che ho). E’ bello perchè è stato scritto per amore vero. Lei lo ha scritto perchè il suo uomo lo recitasse. 

2) La Famiglia Spellman, Lisa Lutz. Gran bella storia. Regalatelo a chi adora Little Miss Sunshine. 

3) La Leggenda di Bobby Z, Don Winslow. Anche se, Le Belve, I Re del Mondo, Il Potere del Cane restano capolavori. Regalatelo a chi adora CSI, Criminal Minds, e tutte quelle cazzo di serie Crime. Winslow è il maestro del crime. E si legge facile facile, quindi è adatto anche ai disadattati da Fox Crime. 

4) Mi Raccomando tutti vestiti bene, Sedaris. Regalatelo ai vostri amici omosessuali. E a chiunque adori i bei libri. Se poi i vostri amici omosessuali adorano i bei libri, beh, siete a posto. 

5) Storia di un Corpo, Pennac. Regalatelo a chi non sa amare il suo corpo. Alle vostre amiche bulimiche, anoressiche, depresse, sociopatiche. Insomma un po’ a tutti. 

6) Nemmeno immagini quanto ti voglio bene, Ames. Regalatelo a chi conosce Bukowsky, agli uomini senza mogli ma con un figlio. A chi si vuole divertire. 

7) Il Momento è Delicato, Ammaniti. Regalatelo a chi ha paura del buio e a chi non crede che in Italia si scrivano buoni racconti. E ai vostri amici cocainomani. 

8) Freakonomics, Superfreakonomics, Levitt. Regalatelo agli amici che vogliono leggere un saggio. Riceveranno sicuramente i libri di Rampini sulla socio sinistra cinese, e altre cose molto local. Questo è un must. Anche per quelli che amano la statistica. E per quelli che cercano argomenti di conversazione fighissimi. 

9) I Milionari. Non esiste solo Gomorra, e nemmeno solo Saviano. Per tutti gli amici che amano fare battaglie contro la camorra (solo su facebook che poi è pericoloso). 

10) Scheggia, Parodi. Insomma Roberto è un personaggio davvero notevole. Scrive bene, la storia regge, e viaggia in moto tantissimo. Regalatelo a quelli a cui avreste regalato un libro delle sorelle Parodi. Fa figo dire: “Beh, al posto delle sorelle Parodi, ti regalo un libro del fratello, quello biker”. Ne ha scritti tre. Valgono tutti e tre. 

 

Fuorilista, ma sempre belli da regalare: 

Ballando Nudi nel campo della Mente, Tutta un’altra musica, Otto milioni di biciclette, Lamento di Portnov, Correndo con le forbici in Mano, Vedi di non morire, L’amore dura tre anni, La fortuna non esiste, Dopo Di lei e Mia sorella è una foca monaca. (gli autori cercateveli…sono tutti capolavori, in ogni caso, ognuno nel suo genere)

Ah, ovviamente non c’è nemmeno un libro che è in classifica adesso, così non rischiate i doppioni… 

Non comprateli su IBS. Primo perchè IBS in inglese è acronimo della sindrome del colon irritabile. E secondo perchè le librerie hanno una storia stupenda, il più delle volte. 

La mia preferita è il Trovalibri, perchè trovo sempre quello che cerco. E’ un posto bello, con dietro al bancone (banchino a dire il vero) una grande famiglia. Che ne sa tanto di libri. 

PS: regalate un libro, è molto meglio di una cravatta (e costa meno). 

Life is short fritz, read it!

 

Dispari

Al netto di più di dodici anni di esperienza, posso con tranquillità confermare che gli anni dispari sono degli anni di merda. 

E’ stato così per il 2001, per il 2005, per il 2009, per il 2011, per il 2013. 

Andando indietro, posso in ogni caso trovare reperti di emozioni che mi confermano che la cosa è abbastanza assodata. 

Nella classifica degli anni dispari, va detto, il 2001 e il 2009 sono stati davvero tra i migliori. Cioè tra i peggiori. 

Poi, com’è ovvio che sia, l’ultimo sembra sempre il peggiore. Questo perchè, poveri illusi, non avete ancora avuto modo di provare quello dopo. 

Insomma, per quanto riguarda gli anni dispari, non c’è limite al peggio. 

Poi, cose belle, negli anni dispari, ne succedono comunque. Prendi il 2011, quando è nato il Piccolo. O prendi il 2001, quando ho trovato duecento euro appoggiati su un cofano. 

Resta comunque che questi cazzo di anni dispari sono davvero una merda. 

Ora, per quanto riguarda il 2013, è abbastanza presto per fare bilanci. Tutto può succedere, in un anno dispari, fino all’ultimo. 

Come le altre volte, il 31 dicembre, verso mezzanotte, tirerò un respiro di sollievo e mi scolerò dello champagne agricolo. 

Pronto ad entrare in un anno pari. 

Niente, volevo dire solo questo. 

Che questa mattina sono uscito tardi. Troppo tardi. E che correvo verso l’aeroporto, come al solito. 

E che correvo dentro l’aeroporto, come al solito. 

E che pensavo due cose: puttana merda che freddo. (quanto sono inadeguati i completi da uomo in questo genere di situazioni).

E, puttana merda che anno. 

E, alla fine, pensavo che entrambe le cose sono abbastanza risolvibili.

Ci sarà una calzamaglia per proteggersi negli anni di merda. 

 

Vecchio Porco

Ieri notte, dopo un lavoro di quasi mezz’ora per infilare degli strani oggetti nelle prese di corrente, ho finalmente collegato il televisore a internet. Adesso mi sento un uomo migliore, ho pensato. Odio la televisione ma adoro il progresso tecnologico, quindi questo sarà progresso, ho pensato. 

In verità, al netto di un ottimismo sfrenato e di una grande fiducia nel progresso, non ho tenuto conto della scandalosa banda internet.

In ogni caso, sono riuscito a rendere il televisore, come di dice, intelligente. 

A stare alla pubblicità, ho accesso a milioni di contenuti differenti, proposte interessanti, trasmissioni uniche, grandi prime visioni. 

La mia felicità si è tramutata in tristezza quando ho scoperto, in verità, di avere accesso solamente a una incredibile quantità di puttanate. Reality sulle macchine, sui cantanti, sugli scrittori, sui ballerini, sugli attori, sulle moto, sulle barche, sulla pesca, sui lavori strani, sull’apocalisse. Cristo. 

Ormai sconfortato, scavavo il fondo della programmazione pur di trovare qualcosa che avesse senso quando mi sono imbattuto in questo qui. 

Che è un vecchio documentario a cui ero tanto affezionato. 

E ho pensato che il mondo, in fondo, non è un posto così infame. 

Così, per togliervi d’impaccio, vi caldeggio la visione di questo film (90 minuti circa) per alcune ragioni: 

– Si vede il vecchio porco ridere quando parla, bere, (tanto), vomitare prima di un reading a San Francisco, toccare le tette di una misteriosa cicciona. Insomma, c’è tutto il beat che Bukowsky ha sempre predicato

– c’è la conferma che Bukowsky chiamasse il suo cazzo in pubblico “la mia cipolla viola”. Ora, non che sia strettamente necessario dare un nome al proprio cazzo, in ogni caso “cipolla viola” è molto trendy. 

– si sente Bukowsy recitare le sue poesie, Ferlinghetti parlare, la signora Fante parlare. Insomma un pezzo di storia. 

– Per gli amanti dell’architettura si vede l’america dei sessanta – settanta. Uno spettacolo.

– E’ un buon modo per dire di aver letto Bukowsky anche se non vi piace leggere. 

– E’ un grande modo per apprezzare la cultura beat, l’America alternativa, per ritrovare molte cose che poi i Punk e la New Wave hanno richiamato. 

– Non puoi dire di essere appassionato di cultura underground se non conosci il vecchio porco

– al minuto 54 inizia a parlare di donne. E tutte le donne dovrebbero vederlo

– Sean Penn che lo ricorda è fantastico. 

– Bono che legge una sua poesia (1.11) è stupendo

– al minuto 14 ( un ora e 14) si osserva come si dovrebbe litigare con una donna. 

 

E poi mi ha ricordato la mia prima volta. 

La prima volta che ho fatto l’amore. 

Dio che sballo. 

Ma questo è un altro racconto

 

Vi auguro di essere davvero beat, di lasciare un fottuto segno nelle vostre vite. Di non vivere per le vostre macchine, per i vostri lavori, per le vostre moto, per i vostri figli. 

Di vivere per voi. 

Viva la Foca

Che che se ne dica io sono uno molto attento al contesto sociale il cui vivo.Mi commuovo ogni volta che su Facebook vi dilungate in commuoventi post sull’ultima tragedia umana, inondazione o tifone che sia. Solitamente sei ore dopo pubblicate foto di scarpe o di gente ubriaca. Insomma rientrate nella norma. Mi animo, come voi, ogni volta che osservo la situazione politica. Sono uno che legge. So che non sembra. Leggo due o tre quotidiani al giorno. Saltando lo sport e la cronaca rosa. In pratica non leggo un cazzo. Ogni santissimo giorno mi siedo e rifletto, osservando la classifica degli articoli più letti sul Corriere.it. 

Mi fate riflettere, anche voi. 

Ecco, su di voi avrei molto da dire, ma anche pochissima voglia. Mentre sugli ultimi accadimenti politici, ritengo di dover esprimere quivi la mia opinione. 

Più che altro un atroce dubbio. 

Partiamo dall’inizio. Provengo da una scuola di formazione (Scienze Politiche) che ha forgiato il mio pensiero educando la mia mente a cercare nelle radici del dibattito politico la fertilità di una nazione. Se solo avessi frequentato, almeno una lezione. In ogni caso, per dovere di cronaca, ho dato tutte e tre Teologia, Teologia 1, Teologia 2, e Teologia 3. Tutta la saga. Esami di un certo spessore. In più, ho passato con scioltezza Storia delle Istituzioni Militari, esame fondamentale sulle, appunto, istituzioni militari francesi. Ho anche passato Storia Contemporanea (alla quarta volta, forse perchè il professore era esausto di vedermi), Diritto Pubblico e Economia, ovviamente Sociologia. Questi sono gli esami che ricordo di aver passato. Di questi, insomma, sono abbastanza sicuro. Degli altri no. 

Dio, aveste avuto anche voi l’assistente che avevo io a Sociologia, vi sareste ricordati anche voi l’esame, e lo avreste ridato volentieri anche voi. Picchi ormonali degni delle peggiori Animal House. 

Insomma, ho una certa formazione per parlare di politica. (Non è assolutamente vero, ma in fondo ho studiato, lasciatemi almeno la gloria). 

Inoltre ho un passato da attivista politico. Al liceo mi sono battuto per alcune grandi cause sociali. Mosso da grandi ideali, ho lottato fino al sangue per i miei, i nostri, diritti. Ero uno, per dire, che faceva a botte senza nessun problema se le canne non si facevano girare in modo democratico, affinchè tutti beneficiassero degli effetti. 

Poi, con il tempo, sono diventato cattocomunista. O forse lo sono sempre stato. 

Ecco, io non odio Berlusconi. Non fraintendetemi. Io, al massimo, disprezzo il messaggio, l’odore nauseabondo dell’arricchito rampante che spintona per una comparsata in televisione, la puttanella da Billionaire, l’imbruttito da Porche in seconda fila. Insomma tutte le sfumature dei danni che i soldi fanno a chi non li sa usare. E Berlusconi, forse volutamente, si è fatto portabandiera di un variopinto mondo, pieno di buona gente ma anche pieno di puttanazze, arrivisti, corrotti, presenzialisti televisivi, tronisti, letterine, e quanto di peggio la mente deviata di un autore televisivo possa produrre. Il potere, da sempre, attira il suo circo. 

Sulle sentenze a carico di Berlusconi non mi esprimo, Primo perchè sono troppe. Dovrei scrivere sei giorni e mezzo. Secondo perchè non ho nessuna voglia di farlo. Adoro leggere di Berlusconi dai giornali esteri, che pubblicano sempre foto di lui depresso, incazzato e bastonato. Ogni tanto mi dispiace. 

Ogni tanto no. 

Ora è venuto alle luci della ribalta questo verbale, di uno dei diciotto processi in cui Berlusconi presenzia in aula, che poverino gli conviene trasferirsi in zona Tribunale, almeno quattro giorni la settimana, e vengono fuori le testimonianze di questa Ruby, che è una delle cose più difficili da spiegare all’estero quando parlo dell’Italia, e di quello che succedeva ad Arcore di notte.

Ne avrete sentito parlare. Ne sono sicuro. Due cose stanno sconvolgendo l’Italia in questi giorni: questo verbale e la morte del cane dei Griffin. Che si fottano i filippini e i sardi, è morto il cane dei Griffin, urla a gran voce il social network!

Ora, indipendentemente dalla vostra, opinabile, opinione, e anche dalla mia, su quanto sia penalmente perseguibile il comportamento notturno di un uomo in casa sua ( se la flatulenza sul divano fosse reato penale, avremmo un serio problema di sfoltimento della popolazione maschile), mi resta un grandissimo interrogativo. 

Riassumo qui, per voi, quanto detto da Ruby Rubacuori, nipote di Mubarak o forse no, ma questo è un altro processo, povero Silvio. 

Ruby dice che, finita la cena, ci si sposta nella stanza del bunga bunga. Ruby dice che si sentiva tranquilla, perchè Lele Mora aveva garantito che lei non avrebbe avuto implicazioni, in questo bunga bunga. (come se un condannato fosse tranquillo per una rassicurazione del boia). E vanno in questa stanza. E fanno delle cose davvero sconce. Barbara D’Urso, Belen Rodriguez, Ayda Yespica (forse con meno ypsilon) e Mara Carfagna. E poi vanno in camera, e succede di tutto. 

Nel dettaglio, un piacevole terzetto nel quale tutti si leccano tutto. 

Ora, scioccato come voi, per molti versi sconvolto e amareggiato, dubitante e sdegnato, ho riflettuto molto. 

Ho una chiara opinione sui fatti e ho anche un giudizio.

Ma ho ancora un atroce dubbio. 

Ponendo appunto questa scena hot tra l’onorevole Berlusconi, la dottoressa D’Urso e la signorina Rodriguez, come avvenuta veramente (fatto da dimostrare) e ponendo che il sistema di sorveglianza della villa di Arcore fosse dotato di registrazioni video, qualcheduno adesso è in possesso di un video molto hot. (fatto da dimostrare). 

Che nel caso della Rodriguez si tratterebbe di un sequel. 

Questo video hot avrebbe, sul mercato, un valore incredibile. E qui mi fermo. 

Ma il dubbio atroce che mi attanaglia è: questo video, questa scena, questo (tutto da dimostrare) atto sessuale, in quale categoria di YouPorn andrebbe?

Perchè, sembra stupido, ma si potrebbe aprire un grande dibattito.

Si tratta forse di Celebrity? O di Chubby? Milf? Lesbian? Oral? Interracial? Latina? Office Fuck (in fondo sono dipendenti con datore di lavoro)?

O forse andrebbe, per l’occasione, creata una nuova categoria?

Ar Core Movie? Farfallina e Passerotto? The Bunga Bunga Late Nite Show? (si, nite. E’ slang. Si può dire anche nite. Non rompere troppo i coglioni). 

 

Tenete anche conto che la domanda sembra stupida. Ma si tratta del sito più visitato d’Italia. (non Arcore, Youporn). 

E di un filmato dal valore incalcolabile. 

Ai posteri l’ardua sentenza. O forse ai giudici e poi ai posteri.

 

—-

Avvocato: E quella sera lui c’era?

Teste: si quella sera lui era venuto.

Avvocato: precisi il luogo.

Teste: prego?

Avvocato: mi dica dove.

teste: che domande, in faccia. 

 

 

 

Le ragioni per cui non vivere con me

Enrica mi dice: scriviamo le ragioni per cui vivere con noi è una merda. E io subito penso: io e te non viviamo insieme, baby. Poi, dopo un po’, capisco il senso del messaggio e mi metto a pensare. 

Ecco, partiamo dalla cosa più semplice: io non capisco mai i messaggi delle donne. Mai. Io capisco, straordinariamente bene, le donne. Lo so di mio e ne ho conferma tutti i giorni. Ma le donne, prevalentemente, degli altri. Le mie, di donne, non le capisco. Non capisco quello che mi vogliono dire, scrivendo o comportandosi in un certo modo. Ci metto sempre troppo, a capire, e rovino la poesia. Non capisco mai il limite, non capisco mai un rimprovero non detto, una malizia appena accennata o una dolcezza nascosta in un gesto. Non è vero. Non è che non le capisco: ci arrivo appena un po’ dopo. Che tra uomini non è un problema (a parte che gli uomini li capisco al volo, come peraltro le donne, tutte, tuttissime, tranne la mia), ma per una donna può essere un problema drammatico. Ne ho le prove. 

Inoltre, se proprio vogliamo essere pignoli nell’autoanalisi, dovremmo menzionare un paio di altre cosette. La prima riguarda l’essere psicosomatici. Io sono, per ammissione di un primario di gastroenterologia di fama europea e dalle parcelle con quattro zeri, l’incarnazione del Paziente Zero Psicosomatico. Gestisco volumi di stress giornalieri che un uomo medio non vede nemmeno in dodici anni. E questo, come tutte le cose belle, ha delle conseguenze. Sul mio corpo. Più precisamente su diversi organi del mio corpo. Io psicosomatizzo tutto. Tutto. Pur insegnando agli altri come evitare di psicosomatizzare, io ho un colon talmente delicato che un colpo di tosse durante una mia presentazione può avere delle conseguenze intestinali drammatiche. Fin qui tutto bene. Però devi aggiungere che sono, a momenti, estremamente ipocondriaco. A momenti, solitamente fasi quinquennali, giusto per chiarire. Come tutti gli ipocondriaci, alterno fasi della vita in cui, pur avendo il corpo che cade a pezzi, ignoro ogni forma di cura e medicina a momenti in cui per un semplice starnuto prenoto un check up, ordino i fiori per il mio funerale e dispongo che i miei averi vengano distribuiti ad alcuni amici e a mio figlio, scrivendo commoventi testamenti che poi, di tanto in tanto, rileggo. Sono arrivato alla versione 14. Convivere con un ipocondriaco non è semplice. Lo ammetto. Anche se, proprio mentre scrivo sento un fischio fastidioso che non vorrei fosse quell’acufene che, di tanto in tanto, bussa al mio timpano. Anche se i sette otorini che, privatamente, ho interpellato per un parere in merito concordano nel dire che si tratta dell’auricolare dell’iPhone. Togliendolo, in effetti, passa. 

L’altra cosuccia riguarda un’aspetto umano davvero importante. Qualche anno fa, agli albori della mia luminosa carriera, mi hanno insegnato una cosa davvero importante. Drammaticamente importante. Decisamente fondamentale. La delega. Delegare, ovvero assegnare agli altri compiti propri, monitorandone il risultato, è uno dei pilastri del time management, della vita di un manager di successo e di chiunque, professionalmente, non voglia morire di esaurimento. Solo che, prendendo alla lettera il tutto, ho imparato a delegare molto bene. Decisamente benissimo. Talmente tanto che, oggi, insegno a delegare. Credo nella delega, come chiave del successo. Si basa sulla fiducia e sul rispetto. Io delego tutto. Vivo delegando. Delego cose facili, cose abbastanza difficili, cose impossibili. Ecco. Questo in ufficio. A casa, uguale. Io sono il campione della delega. Una delle mie specialità, a casa, è ridelegare qualcosa che mi era stato delegato. 

– allora domani fai un salto all’esselunga a prendere la carta igienica che è finita?

– okkei

….

– Ti sei ricordata la carta igienica?

– dovevi andarci tu!

-ok, allora se tu non sei riuscita a farlo, rimedio io. Nessun problema. 

– mah…

– lascia lascia, davvero

– no ok. Ci vado io. 

 

In ultimo, ma forse è la cosa meno trascurabile, ho un piccolo problema di immedesimazione con i libri che leggo. Ovverosia, entro nel personaggio. Del libro che sto leggendo. Il processo di personificazione è abbastanza immediato, fin dalle prime pagine, e si esaurisce qualche giorno dopo la fine del libro. Qualsiasi libro. No, con i film non funziona. Solo con i libri. Ma tutti, proprio tutti. 

Ho fatto il mio periodo pulp, e anche il periodo sciovinista. Ritorno spesso sul personaggio beat, che poi è quello che naturalmente mi viene meglio. Ho avuto qualche problema di inserimento in società nel periodo in cui leggevo Kundera, tendevo all’omosessualità leggendo Sedaris, ho cercato di scoparmi un cadavere quando leggevo Bukowsky, ho provato a seguire Barney in molte cose ( a dire il vero ho anche trovato la mia Miriam, e come lui la ho cacciata), piscio contro gli alberi in memoria di Aureliano Buendia, ascolto le onde e cerco dove finisce il mare e inizia la terra camminando in spiaggia. Poi, è anche vero che, leggendo tanto, cambio spesso personaggio. Che, sotto una certa luce, può essere anche abbastanza divertente. Basta sapersi abituare. Anche perchè, in una settimana posso passare da una deliziosa rilettura di Bandini, a cui devo la storta di vino rosso, a un libro sul Lean Thinking, per il quale ho studiato i processi di approccio al frigorifero di mio figlio, con uno Spaghetti Diagram sul suo percorso usuale, decidendo che il pericoloso spreco di energie poteva essere risolto obbligando il Piccolo a cambiare abitudini. 

Nel periodo in cui leggo poco, in ogni caso, divento nervoso e noioso. Quindi, o così mi prendi, o ti attacchi al cazzo. 

Che poi, è stato solo un problema, davvero, quando mi sono immedesimato in Alby Starvation. 

Il fatto, in ultimo, che io dica effettivamente quello che penso non credo sia un difetto. Anche se, solitamente, il pensare che la tua amica di una vita sia una puttanella da tangenziale, o che il tuo ex fidanzato sia il riassunto dell’amore tra il fallimento economico e quello sociale (il Bignami del Loser), non è bello. Ma tutti, la maggior parte, lo fanno. Il fatto è che io lo dico. Esattamente per come lo penso. Vengo pagato un sacco di soldi, al lavoro, per dire quello che penso. E’ normale che lo faccia anche a casa. E pure gratis… 

– Stasera esco con Veronica.

– Veronica chi? 

– la mia amica dell’Erasmus

– oh Cristo, la versione grassa di Iva Zanicchi. 

– Ma come ti permetti, io non giudico mai i tuoi amici 

– per forza, nessuno di loro assomiglia a un porro peloso con dietro una grassona. 

Di buono c’è, non lo dico per redimermi, che puoi sapere, tu che convivi con me, quello che penso, sempre e comunque. 

Beh, cara la mia Enrica, io avrei finito. Dopotutto, a parte un lieve egocentrismo, il fatto che non butti via mai il rotolo finito di carta igienica, sia in grado di seminare per casa sei tipi diversi di biancheria intima e non usi, per partito preso, la scarpiera, non ho altri grandi difetti urbani. 

Inoltre, per chiudere il discorso, ritengo che vivere con me sia bellissimo. Lo dicono tutte, dico tutte, le donne che lo hanno fatto. 

Che poi, tutte, dico tutte, ringrazino la Madonna per aver finito quest’esperienza, io lo ritengo un fatto secondario.

Vai a capirle, ste cazzo di donne. 

 

Post Scriptum: 

1) no, impersonare un personaggio letterario non è precisamente il metodo Stanislavskij. Quello è il metodo che usano gli attori, per personificare, prima mimicamente e poi nella personalità, il personaggio che dovranno recitare. Io non recito, Io sono Alby Starvation. 

Uno che sapeva il fatto suo, in merito al metodo Stanislavskij è il padre di Anthony Kiedis (il cantante dei Red Hot, che ti piace tanto). All’epoca, facendo l’attore, girava per Los Angeles vestito come il personaggio che doveva impersonare. Sempre. E si comportava come il personaggio. Anche se, in questo caso, le droghe pesanti hanno aiutato molto la cosa. Io faccio tutto da me. (se ti interessasse la cosa, leggiti Scar Tissue, la biografia di Kiedis). 

2) Alby Starvation è un personaggio di Latte, Solfato e Alby Starvation, di Martin Millar. Un libro stupendo. Leggilo. Oppure drogati, semplicemente. 

3) il blog di Enrica, la ragazza che dice di aver vissuto con me, o almeno questo è quello che ho capito dal suo messaggio, è qui, ed è uno dei blog più letti del momento. Leggilo anche tu. Io lo leggo sempre. E di conseguenza, mi sento molto Enrica. 

Oddio, forse io sono Enrica. 

 

Life is short, Enrica, surf it! 

 

Le 5 cose belle della convivenza (con una donna)

Post in risposta a quello scritto (qui) dalla magica mano di Enrica, che di fallimenti, pannolini, levatacce e unghie mal tagliate se ne intende, e quindi anche d’amore. 

L’ottanta percento delle coppie si separa, divorzia, si uccide, si martoria, si umilia, insomma si divide, entro cinque anni dal matrimonio o dall’inizio della convivenza. Otto coppie su dieci. Epidemico. 

Di questi, buona parte sta facendo la cosa migliore, o crede di farla. Le conseguenze di una separazione sono, a trent’anni, decisamente impegnative. Alcuni (amanti delle statistiche, il 44%), in questo calderone ci mettono anche i figli. Generalmente piccoli. 

Altri ci mettono i cani, i gatti e altri animali domestici, paragonandoli ai figli. (amanti della psicologia: è una deformazione psichica. Antropomorfizzazione dell’animale domestico. E’ una patologia. Davvero). 

Seppure si potrebbe parlare e scrivere per ore delle conseguenze psicologiche sui figli, sui parenti, sui gatti e sui cani, io non sono Maria Rita Parsi. E se fossi lei, licenzierei il mio webmaster, perchè il sito è una vera merda. Ma questo non c’entra. 

Ci sono alcune cose che nessuno, genitori, preti, psicologi ed amici, ci dicono, prima che sia troppo tardi, ovverosia prima che gli scatoloni con dentro tutte le cazzate di venticinque anni di vita, reputate indispensabili, si uniscano in un unico soggiorno creando quella simpatica entropia nella quale, solitamente, finisce che poi i suppellettili della donna finiscono esposti e quelli dell’uomo finiscono in box, insieme all’orgoglio e a molte altre cose. 

Ecco, forse gli amici sono quelli che, in verità, qualcosa la dicono. Ma le capacità di ascolto di un uomo, nei momenti critici della vita, ovvero quando ci sarebbe più da ascoltare che da parlare, sono ridotte all’osso. Il cervelletto, l’ipotalamo, il cuore, i polmoni e il cazzo puntano direttissimi verso una decisione irrevocabile, corredata dal sempreverde: “per sempre”. 

Che, al netto di una statistica precisa, significa per 5 anni. La stessa durata della garanzia Toyota. 

Per dire, la Kia da 7 anni di garanzia sulla Picanto a metano. Un matrimonio e mezzo.  

La convivenza, in generale, è un processo abbastanza pericoloso nel quale due esseri umani decidono, comunemente e per le ragioni più disparate, di vivere sotto lo stesso tetto, condividendo scelte, valori, soldi, futuro, batteri e calzini. 

Ecco, se per i batteri e i calzini la cosa è abbastanza certa, sulle scelte e i valori è poco probabile che l’argomento sia stato affrontato adeguatamente prima. Sui soldi, la questione è decisamente più semplice: l’amore, in ogni sua forma, è un asset che prima della convivenza gode di una straordinaria sopravvalutazione, per poi svalutarsi come da tradizione di tutte le bolle finanziarie, nel giro di poco tempo. Insomma, un business in perdita. 

La convivenza con una donna, solitamente per un uomo coincide con la ricezione di alcune funzioni fondamentali per la sopravvivenza, fino ad allora coperte dal grande intruso nella coppia: la di lui madre. 

Lavatrici, spesa, cucina, aspirapolvere, anticalcare e pagamento delle utenze sono il primo grande shock di un maschio. 

Forte di secoli di selezione naturale, l’uomo moderno è pronto a sopravvivere in contesti molto difficili, come il matrimonio, grazie ad alcune peculiarità che la genetica ha sviluppato: la chiusura dei timpani (introversione acustica) che permette di chiudere i canali di ascolto quando una donna sta parlando, la calcificazione poltronale, ovvero la solidificazione del proprio retto, osso sacro incluso, al divano o alla poltrona nelle fasce orarie a rischio ovvero quando gli elettrodomestici chiamano, la riscoperta dell’onanismo selvaggio, e la capacità sopportare le torture più fameliche dopo il waterboarding, come la visione di X Factor o lo shopping di sabato. 

Eppure, anche l’uomo più preparato, cade davanti a quelle che sono le 5 cose che nessuno ti dice prima della convivenza. 

Le cose belle. 

 

1) You’re a sexy bomb. Tolto il magico semestre iniziale, fatto di sesso selvaggio in motel, nell’androne, nel cesso di un locale, in macchina, sul motorino, su una panchina e qualche volta anche in un letto, la curva del desidero, nella maggior parte delle coppie, tende a calare come un titolo in borsa. O scompare in pochi istanti (financial drop) oppure vive una lenta eutanasia (long tail failure). 

Una delle cause più diffuse è lo spregiudicato uso femminile dei pigiamoni da notte. Quegli anticoncezionali naturali di panno e flanella, con pois fluorescenti o disegni dolcissimi, che ammazzano il desiderio di un uomo come una ghigliottina (sul pisello). Il pigiamone è il primo segnale che, qualcosa di importante, sta andando a puttane. Solitamente l’uomo. 

2) La lista delle cosine che tu,amorino, dovresti fare per il tuo passerottino. Ovverosia, l’elenco dei lavori forzati ritenuti indispensabili per la convivenza. La lista include, solitamente, cinque o sei delle cose più pallose che tua madre faceva per te. Probabilmente quelle che odiavi di più. Tipo: se ti piace lavare i piatti, dovrai sparecchiare. Se ti piace stirare, dovrai stendere. E così via. Impossibile discutere. Si parla di parità di sessi. Una delle soluzioni più comuni è l’assunzione di una colf. In nero, così la paghiamo di meno. E senza lasciarle le chiavi di casa, che non ci fidiamo degli immigrati. Otto euro l’ora. Con l’uomo che spera sempre si tratti di una Belen Rodriguez ancora sconosciuta alla stampa, e la donna che spera in un super robot in grado di cucinare, stirare e lavare in contemporanea. Un Bimby sudamericano. 

3) La gestione degli elettrodomestici, in genere, non è mai oggetto di discussione alcuna. Sei liberissimo di usare il tostapane e il frullatore quanto vuoi e come vuoi. Sei benvenuto se mai dovessi avere una strana tentazione di usare l’aspirapolvere. Ma c’è un elettrodomestico, uno solo, che è oggetto del desiderio di entrambi. La televisione. La televisione, per chi non lo sapesse, è una delle armi più potenti, a livello chimico, per uccidere il desiderio e la passione, la comunicazione e l’intelligenza in genere. Ma se lo dici, ti additano come comunista. Il telecomando è lo scettro di un potere che punta all’autodistruzione. La scelta dei programmi è una delle chiavi di lettura su chi comandi davvero. Insomma, per farti un’idea su chi comandi davvero in casa, basta che chiedi cosa hanno visto in settimana. Reality sulla cucina, sui matrimoni, sui giardini e sulla danza. Oppure serie infinite sulla pesca d’altura (cit.), sulla costruzione di improbabili ordigni esplosivi o documentari sui calciatori famosi nella seconda serie polacca negli anni 60, ritenuti indispensabili per farsi una cultura. 

Scopri chi tiene il telecomando saldo in mano, e capirai chi comanda. Io ho risolto la questione alla radice, da vero cattocomunista. Non guardo la televisione. Sostengo la tesi che buona parte delle cose interessanti per un uomo, a livello video, siano reperibili in modo più semplice, selettivo e diretto, online. Porno compresi 

4) La mamma. La mamma, in una convivenza, è quell’elettrodomestico che finchè e tuo è perfetto e incriticabile, quando è dell’altro è ridondante e superfluo, invadente e petulante. La mamma del tuo coniuge è uno dei motivi per i quali stai scoprendo nuovi modi per fingerti influenzato durante le feste. Una statistica da me condotta qualche tempo addietro (ai tempi delle scorribande sessuali, o almeno speravo, negli appartamenti delle studentesse fuori sede) rivela che c’è una forte connessione tra la latitudine geografica, la taglia di reggiseno e l’invadenza materna. Ovverosia, più vai a Sud, più è attraente (se scrivo figa mi danno del maschilista) la tua principessa, più la madre sarà presente, rompicoglioni e scontrosa. 

Tieni anche conto che, te lo dico per esperienza personale, più vai a Sud più devi anche tener conto del concetto di famiglia. A Milano, include i due genitori e qualche vecchia zia (al massimo due) che si materializzano in sedia a rotelle e catetere solo per le feste comandate, per poi risparire dentro qualche istituto di ricovero. A sud del Tevere, la famiglia include il sesto grado di parentela, dove per parentela si intende anche qualcuno che abiti vicino a te. 

5) Transformer. Uno dei fenomeni più spiazzanti, a livello emotivo ed umano, che un uomo vive è la trasformazione epocale che una donna subisce durante gli anni di convivenza. Se agli albori della storia, ricordati solitamente con il termine “all’inizio” (che si traduce: quando credevamo di amarci), la donna è un essere tollerante, flessibile, sexy, docile e delicato, nel corso degli anni intervengono fenomeni chimici e fisici per i quali tutto questo scompare. La donna subisce due grandi forze, opposte. Quella di gravità, che porta tette, culo e mento verso una inesorabile caduta (da non sottolineare mai e poi mai. La pena economica è brutale: si iscrivono in palestra, 300 euro, vanno a pilates, 100 euro, massaggi, 200 euro, terme, 50 euro, crema americana segreta usata da Lady Gaga, 70 euro, tisana di Madonna e Sting, 30 euro), dicevo, quella di gravità che porta il fisico verso il basso, e quella di orgogliosità, che porta l’ego sempre più in alto. Finisce la tolleranza, si cancella la flessibilità, uno strano gusto per l’orrido sostituisce i perizomi con i mutandoni contenitivi del Carrefour, la dolcezza rimane un ricordo e la cosa più delicata è l’appoggio dei piedi congelati, sulla gamba, di notte. Due forze eterne e invincibili. Due forze della stessa gravità. Niente può fermare questo processo, che insieme a un treno chiamato desiderio, corre via lontano. 

Forse per questo sette uomini su dieci scende, a qualsiasi fermata, e di corsa. A dire il vero, per poi risalire su un altro treno, dentro un altro tunnel (fin troppo facile gioco di parole), verso un altro destino. 

Ma ricordatevi e ricordatele che l’amore, in fondo, è l’unica cosa per cui valga la pena vivere.