Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta ( Come essere felici adesso in quattro semplici mosse)

Il Piccolo inizia a socializzare con i gatti della zona. A me i gatti mi stanno sul cazzo. Come, nella maggior parte dei casi, anche i loro proprietari. Ma ritengo, da un punto di vista pedagogico, che il Piccolo debba fare tutte le scelte che ritene opportune per conoscere il mondo. Anche se lanciarsi di peso verso un gatto, potrebbe portare l’animale a delle reazioni non controllate. 

Una cosa sola riesce a superare lo stupore per i gatti. Le bacche rosse delle siepi del quartiere. 

Le bacche rosse delle siepi del quartiere sono una manna dal cielo. Prima di tutto, a differenza di molti giochi, sono abbondanti, infinite, facilmente reperibili. Inoltre sono pericolose da prendere. Ci sono le spine. Una figata. E poi possono diventare quello che il Piccolo vuole. Prevalentemente, le bacche rosse, diventano due cose:

– incredibili ricette di cucina, probabilmente origliate ai giardinetti, pronte da essere servite dopo qualche secondo di cottura nel forno (la mano destra) e servite dritte dritte in bocca al papa’, (genitore 1), accompagnate dal dito indice della mano sinistra che da solo porta almeno quattro milioni di batteri, feci di animali, piscia di cane, e due o tre virus sconosciuti. 

– insospettabili attrezzi per riparare la bici o la moto. Basta sdraiare la bici per strada, sedersi sul manubrio e infilare la bacca rossa dove ti pare. Ecco che la bici, per magia, torna ad essere una perfetta ambulanza, una nave dei pirati o la moto di papa’. 

Il secondo uso mi piace decisamente di piu’, perche’ mangiare bacche, se non in casi di estrema necessita’, fingendo pure che il pollo con verdure soffritte mi piaccia, e’ una cosa che ritengo non salutare. 

In ogni caso, il sabato mattina, la nostra lenta processione verso il bar e’ un percorso a tappe tra gatti e bacche. 

A volte, guardando il Piccolo armeggiare, mi sovviene un lievissimo senso di perplessita’ nel pensare a quali ragioni vi abbiano portato a non fare figli. 

A volte, guardando il Piccolo, mi sovviene un dubbio su come cazzo riusciate nelle vostre ostinate ricerche dell’Infelicità’.

Questo stesso pensiero mi sovviene quando scorro gli scaffali delle librerie del centro, dove il cinquanta percento dei libri sono manuali di auto aiuto e promozione del se, scritti da misteriosi personaggi sorridenti. 

Questo stesso pensiero mi sovviene quando la mia pagina Facebook e’ riempita di dissocianti messaggi sul senso della vita, sulla felicita’, sul vero amore, sull’amicizia, scritti da persone che evidentemente hanno bisogno di sentirselo dire. 

Poi, cazzo, io Facebook lo tengo per osservare le possibili modifiche ai terminali di scarico della moto e per osservare i fallimenti famigliari dei miei compagni di classe, non certo per essere motivato da guru del cazzo. 

Avete un bisogno incredibile di essere felici. 

Correte, con scarpe leggere e cuore pesante, per mordere la liberta’. Che e’ una cosa raggiungibile stando seduti, immobili, con gli occhi chiusi. Chiedete a Mandela. 

Mangiate roba cruda e non cucinata, per alleggerire il vostro intestino confondendolo con la vostra anima. 

Insomma, ammettetelo, fate un numero incredibile di minchiate, credendo che siano correlate alla felicita’.

Niente di male, per carita’. 

A giorni alterni, lo penso davvero, pianifico di incularvi un po’ anche io. Con un libretto, qualche corso, sulla felicita’. 

Ho troppo amor proprio per farlo. E sono troppo giovane per avere una ricetta stabile da vendervi. 

Ma a voi basterebbe un libretto facile facile, una mezza verita’, qualche regola egoistica sullo sviluppo del se, due sorrisi, e una pagina bianca per prendere appunti. 

Appunto. 

Ho letto un interessante post che spopola su Facebook. Vivere Zen.

Dieci cose da fare tutti i giorni per essere felici. 

Cristo. 

Un milione di persone che desiderano essere felici. Leggendo questa lista. 

Devo scrivere il mio libro. 

Con un introduzione strappalacrime su come io abbia ribaltato il mio destino. Grasso, infelice, fumatore, arrogante e senza amore. E poi, padre di famiglia, innamorato, magro, salutista, felice e paziente. 

Un incubo. 

Poi, il solito passaggio: se ci sono riuscito io, potete farlo anche voi. 

E voi, chiusa la pagina, nel caldo delle vostre camerette da ormai quasi quarantenni, sospirerete e penserete: ce la posso fare. 

Poi tornerete a chattare con la persona sbagliata, mangiando grassi saturi e fumando sigarette, ma pensando che tutto questo sta per finire. Finalmente. Grazie a un libro. E a un uomo. Io.

Che sulla copertina, lievemente photoshoppato, sorrido abbracciandovi virtualmente tutti. 

Anni di seri studi su serie materie buttati nel cesso. 

Libro in promozione all’Autogrill, incontri in libreria, misteriose associazioni che mi invitano a parlare a misteriose conferenze. 

Tutto bene.

Finalmente posso comprarmi lo stemma per il serbatoio, la fedele replica dello stemma anni 50′. 

A seguire, un libro sulla dieta. Perche’ per essere felici come dico io, dovete mangiare come dico io. Che ho ricercato per voi la dieta perfetta. 

Da abbinare, ovviamente a sano movimento quotidiano. Corse, nuoto, cross fit, yoga, yougurth, frutta, verdura colorata, poche proteine e molta acqua. 

Wow.

Dopo, quando sarete tutti felici, sara’ un problema. Allora bisognera’ scrivere un libro per rendervi consapevoli che non siete poi cosi’ tanto felici. 

Ma ci penseremo dopo. 

Adesso, incredibilmente, condivido con voi la parte centrale del libro. Tanto poi, quando saro’ un coach salutista, dovro’ cancellare questo blog. Perche’ il passato di tutti i coach di successo e’ fumoso e misterioso come una sala da biliardo negli anni 80. 

Ilnuovobradipo non esistera’ piu’, immolato insieme alle sigarette che fumero’ di nascosto mentre andro’ a puttane insieme a qualche marito di qualche onorevole parlamentare. Con i vostri soldi. 

Eccomi qui. 

Entrate nel mood. 

La vita e’ bella.

La vita e’ meravigliosa. 

Se solo voi…

Io ad esempio ero grasso, fumavo, perdevo capelli, avevo il mal di testa, e anche l’alito cattivo. E non mi piaceva il lavoro che facevo. E nemmeno la moglie che mi facevo. E nemmeno il posto dove vivevo. Una vera merda. 

Poi, dopo una grossa crisi, ho scoperto il segreto della felicita’. Nel libro devo riempire cinquanta pagine tra l’intro e questo pezzo, ma adesso, in anteprima, lo condivido con voi subito subito.

E sti cazzi. 

Sedetevi comodi, respirate profondamente, richiamate a voi pensieri positivi e ricordi piacevoli. 

Ecco, occorrono solo quatto semplici regole per essere felici. 

Siete pronti?

Lo volete veramente?

Volete veramente essere felici? 

Si, ma felici come cosa? come chi? Quando?

(e via con cinquanta paginette fitte fitte)

 

Riassunto provvisorio del libro di gran successo che mi portera’ ad essere ricco e, finalmente, felice alla facciazza vostra. 

 

1) Smettete di fare cose che, alla fine vi fanno male. Chiaro che devo trovare un modo piu’ ignorante per dirlo. Se no vi sentite accusati di essere idioti. Solo un idiota continua a fare cose che gli fanno male. Evidentemente. E voi non volete sentirvi idioti. 

Sara’ qualcosa tipo: prendete le cose brutte della vita, elencatele qui di fianco. Adesso scrivete quale sarebbe la soluzione. Poi pensateci ancora. Per una decina di pagine. Poi facciamo una lista. Poi…. 

Smettete di fare cose che vi fanno male. Nessuno, se non voi stessi, vi obbliga a farle. Cristo, piantatela. Quando sarete 3 feet under the grass, nessuna vostra ex vi ringraziera’ di averla chiamata, nessuno stronzo capo vi ringraziera’ per averlo sopportato eccetera. 

2) Iniziate a fare tutte quelle cose che le persone con i coglioni fanno per spalare la merda che la vita mette tra voi e gli altri. 

Ovvio, anche qui, bisognera’ lavorare sul senso della frase. Perche’ e’ dai tempi delle elementari che vi da fastidio spalare merda, fare compiti, e cose simili. 

Eppure, dietro a tutti i video estremamente motivanti che passano in rete di grandi uomini di successo, c’e’ sempre una notevole quantita’ di merda spalata, ingoiata, rimossa. 

Se non hai tempo, alzati prima. Se non riesci a fare le cose, impara. Se hai due rotture di coglioni, falle entrambe. Se la situazione si fa brutta, resta e trova una cazzo di soluzione. 

Questa regola, da sola, basterebbe a farvi risparmiare migliaia di euro in cocktail, psicologi, benzodiazepine, e inutili telefonate agli amici. 

Spalate quella cazzo di merda, idioti. Scappare non serve.

Una delle proprieta’ cinetiche della merda, e’ che e’ capace di inseguirvi senza sosta. 

E se hai fallito con tre fidanzati di fila, forse, brutta stronza, il problema sei tu. E se hai bucato sei anni di fila al lavoro, mediocre figlio di puttana, sara’ il caso che tu ti metta sotto e ti sprema come un limone. 

Oppure, benzodiazepine, toyboy, weekend fuori porta per scaricare, e anche, volendo, gatti siamesi pagati un millino. 

Ovvio, devo lavorarci. Devo smussare gli angoli. Se no, poi mollate il libro. E sarebbe un peccato. 

3) Vivete come se fosse il vostro ultimo giorno. Senza aver troppa paura di morire, ma come se vi toccasse domani. Il purgatorio esiste solo per quelli che hanno rimorso. 

Provatele tutte. Fatevi del male facendolo. Qui, il libro si fermera’ molto sull’alimentazione e sul ruolo della ginnastica. Cosi’ provo anche a fare una partnership con una palestra di Yoga e con un brand di tute. Devo lavorarci un po’. Ormai tutti sanno che lo yoga e’ meglio del tapis roulant ma peggio di una sana chiavata. Devo riposizionare il prodotto. Trenta pagine. Non di piu’.

4) ovviamente, dopo aver smesso di fare cose che vi fanno male e aver iniziato a spalare merda, sareste decisamente felici e tranquilli. Ma, anni di disinformazione e sedute dallo psicologo vi hanno insegnato che non e’ cosi’ facile. Ovvio, lo psicologo deve tenervi attaccati a quella cazzo di sedia. Anche lui ha diritto alla sua Harley da venticinque mila euro e alla sua casetta in Liguria.

Anni di analisi a ragionare sul ruolo del padre, sull’assenza del fratello, sulla verginita’ anale persa troppo presto. 

Anni di libri sulle proprieta’ terapeutiche del the verde, sul ruolo centrale della soia, e sul sesso tantrico, non possono essere buttati via. 

Eppure, senza rendervene conto, avrete smesso di fare cose stupide e avrete iniziato a rimuovere le merdate. 

Ovverosia avrete iniziato ad amarvi. 

Mettiamocela la regola quattro.

4) amate gli altri, le altre cose, le altre vite che vi scorrono di fianco. Sceglietene qualcuna, poche, ma amatele davvero.

Non gira tutto intorno a voi. 

Per fortuna, considerando le vostre intelligenze medie. 

Amate le cose che fate, ma amate anche chi vi accompagna. 

Comprate bei libri, state in bei posti, mangiate buone cose, tipo le bacche rosse, fate figli, tanti, che poi e’ l’amore piu’ gratuito che ci sia, innamoratevi delle cose nuove, limonate sotto la pioggia, toccate la neve, arrivate tardi, fate l’amore in un’ascensore, non abbiate paura di chiedere, non abbiate paura di dare. 

 

Ovvio.

Poi sarete felici davvero.

E li, appunto, saranno cazzi.

A convincervi ancora, dico, a comprare i libri, a frequentare life coach, a sedute dallo psicologo.

Ma troveremo un modo. 

Non vi preoccupate.

 

Io sono felice, qui adesso. 

Credo, spannometricamente, di aver bisogno di una gastroscopia, perche’ sento le bacche a spasso nell’intestino. 

Credo anche che sia un duro lavoro, essere felici. 

Ma e’ gratis. 

Mica cazzi

 

 

Tempi e modi del verbo avere (Possession)

Mi sono fatto quattro ore e mezza di macchina, passando da un’alba distratta di città alla luce soffice del mattino dell’autostrada, attraversando tre regioni, passando dalla valle al lago, dal lago alle montagne, da un confine che sembrava abbandonato, fino a paesi dimenticati, arrampicati su montagne che sembrano pietosamente tenerli in bilico tra il passato e il presente. 

Del futuro non c’è traccia, in queste valli. 

Apparentemente. 

A un occhio distratto, difatti, potrebbero passare inosservati e in secondo piano i piccoli particolari che nascondono una grande ricchezza, e quindi un decisamente roseo futuro. 

Chiese ordinate, caffè perfettamente tenuti, piazze con più cestini che cittadini, infissi perfettamente verniciati, la quasi totale assenza delle grandi superfici commerciali, i cancelli che malcelano lucidi SUV e giardini perfetti. 

Indiscutibili segnali di un solido benessere. 

Sto, inevitabilmente, invecchiando. Perdo lo smalto e in questo genere di giornate si sente. 

Mi fermo a fumare su una piazzola che da sulla vallata. E’ tutto così ordinato. Anche la mia stanchezza. Tutto perfetto. 

Alzo il volume dell’autoradio. 

ascolto questo pezzo. Da quasi due settimane. 

Sarebbe stato perfetto l’anno scorso, per il 10 marzo dell’anno scorso. 

E’ perfetto anche quest’anno. 

Aggiusto la cravatta, mi guardo nello specchietto, risalgo in macchina. 

Ho dato alla valle qualcosa di cui parlare. 

Il capannone è quasi nascosto da due vigneti che vanno a infilarsi nelle montagne, a perdita d’occhio. Il riflesso del sole batte sul citofono smaltato. 

Adoro sentire la mia voce dire il mio nome e vedere le porte aprirsi. E’ una sensazione, per un lurido venditore, capirete, bellissima. 

Faccio anticamera, giusto il tempo che la graziosa receptionist sparisca dietro a una porta di legno massello per poi ricomparire con un sorriso accogliente. 

Mi fa accomodare in una sala riunioni, tutta di legno massello. Anche le pareti. Lievemente angosciante. L’ordine con cui sono stati posati i cavi fa pensare a un metodico e ossessivo criterio, o a una pattuglia di ingegneri a cui è stata data carta bianca per esprimere tutte le oscure perversioni. I telecomandi, proiettore e schermi piatti, sono messi in ordine sul tavolo. Dal più piccolo al più grande. 

I riconoscimenti, cristallo finto, porcellana, forse oro, sono messi in fila, in discreto ordine cronologico, sul mobile davanti alla finestra. 

Che da sul vigneto. 

Quattro penne blu, quattro matite, quattro bloc notes sono ordinati in fondo al tavolo. 

Quattro bicchieri di carta e quattro bottiglie di plastica. 

Qui qualcuno è seriamente ossessivo. 

Chi si copre di un ordine così drastico esternamente può avere solo un’anima in perenne disordine. 

In effetti posti come questi, a gente come me, fanno venire solo voglia di una determinata e definitiva distruzione. 

Ovvero, io, qui dentro ci farei un elenco di cose che, sicuramente, farebbero impallidire buona parte degli abitanti di queste valli. 

L’ordine mi fa salire il bisogno di disordine. 

Non credo che la mia gomma alla liquiriza sia apprezzata da gente del genere. 

Cerco un cestino. Ne trovo due.

Agli angoli opposti della stanza.

Ovviamente. 

Preparo quattro biglietti da visita. 

Devo riuscire a trovare gli accordi di questa dannata canzone. 

Ha un testo perfetto, per essere cantata davanti al mio mare. 

Entrano bussando prima alla porta.

Un gesto d’altri tempi. 

In effetti sono in quattro. 

Quattro banalissime cravatte. Quattro camicie bianche. Quattro completi grigi. 

Cellulari sul tavolo. Mettere la vibrazione. 

Calorose strette di mano. 

Scambio di bigliettini, come le sorprese di Natale. 

Ma dai, incredibile. Ci sei anche tu. 

I titoli corrispondono alle Audi parcheggiate fuori. 

E ai redditi che alimentano l’ordine di queste villette disperse, dimenticate dal Fisco e dal mondo. 

L’ossessivo dell’ordine è il principale. 

L’imprenditore. 

Appena seduto mette la penna e la matita ai bordi del bloc notes. 

Il mio biglietto davanti. 

E mi guarda. 

Unghie tagliate perfettamente, orologio di dubbio gusto ma di grande impatto, occhiali a montatura sottile, un filo di gel a tenere i capelli indietro, di un bianco naturale che si confonde con il cielo alle spalle. 

Sto invecchiando, me ne rendo conto. 

Sto perdendo il mordente. Ero una iena. Un fottuto figlio di puttana. 

Bisogna stare attenti, nel mio lavoro. Il passaggio da fottuto figlio di puttana a semplicemente fottuto è un rapido scambio di sorrisi, un meeting andato male, un mancato sorriso. 

Dettagli. 

Mi pagano perchè, nelle pieghe di queste piccole ossessioni, io so trovare le debolezze di questi capitani d’impresa. 

Entro come la pioggia nel legno. Gocce d’acqua in impercettibili fessure. 

E il legno è mio. 

Decido di optare per uno dei miei pezzi forti. Parto da lontano. Mi accompagnano, fedeli, le parole che conosco a memoria. 

Ascolto la mia musica, e osservo i miei ballerini, che iniziano a seguirmi. 

Sarà più dura del previsto. 

Gente diffidente, la gente di montagna. 

Io sono il male. Io sono la città. 

Io sono le ridicole università che nella nostra città vomitano esaltati del bermuda e della cabrio che in queste valli sono ricordati come una brutta malattia.

 

Tutto ruota sul verbo avere.

Perchè io ho qualcosa che loro vorrebbero avere. E loro hanno qualcosa che io voglio. 

Perchè i cittadini quando hanno lo devono far sapere a tutti. 

Invece queste verdi siepi nascondono l’avere di questa gente. 

Quello che ho non mi serve a quasi niente. Se non a fare il mio mestiere. 

Io vorrei avere pochissime cose. 

Le ho tutte. 

Quello che voglio oggi mi serve. 

Mi torna in mente questa canzone. 

Maledetti quelli che non capiscono le parole. 

Non sanno cosa si perdono.

Come quelli che non capiscono i dettagli.

Non sanno cosa si perdono. 

Osservo, mentre inizio a dire cosa voglio, un impercettibile disagio negli occhi di quest’uomo che, in fondo, è l’unico a poter decidere di darmelo. 

Allora mi fermo.

Un passo indietro.

La musica è la mia. 

Il ritmo lo decide sempre la tua ballerina. 

Riprovo, qualche minuto dopo. 

Fa meno male. 

Lo sapevamo tutti e due. 

Diciamocelo.

Io ho quello che ti serve. 

Tu hai quello che io, inevitabilmente, mi prenderò.

Mi serve per sopravvivere. 

Serve ai miei capi, da qualche parte a sei fusi orari di distanza, per rilassarsi mentre giocano a golf e le loro puttane cuociono in una piscina. Le mogli, a casa, aspettano il rientro da un’altra massacrante trasferta di lavoro. Hanno amanti che non hanno anime. Ma non mi riguarda. 

Mi serve sapere a cosa serve. 

Il cedimento, parziale, minimo, discreto, inizia quando una segretaria entra con dei caffè.

Quattro tazzine. Quattro bustine. Quattro cucchiaini. 

Devo trovare gli accordi di questa dannata canzone. 

Mi da l’idea di un pezzo bello per un tramonto sul mare.

Mi lascia delle parole decisamente belle. 

Serviranno altri incontri. 
Quello che chiedo è troppo. Per il momento. 

Quello che mi offrono è nulla, per il momento. 

Nessuno saprebbe dire chi è il cacciatore e chi la preda. 

A me serve, non saperlo.

Che non si sappia. 

Perchè il serpente mangia il coniglio.

Ma l’aquila mangia il serpente. 

La lince divora l’aquila. 

Dobbiamo, in ogni caso, fare presto. 

Prima che gli avvoltoi partano dalle grandi città. Con le loro macchine tedesche, l’orologio svizzero, l’abbronzatura alpina, la coca colombiana, il profumo americano, l’arroganza tutta italiana delle loro partite iva e delle loro professionali e orrende Piquadro di pelle colorata. 

Ecco, io, quando arrivano loro, non voglio esserci. 

Non ci sono mai. 

Mangio prima. 

Lascio anche per loro. 

Perchè non sono ingordo. 

Prendo quello che voglio avere. 

Lascio quello che non mi serve avere. 

Saluto cordialmente, mentre vengo accompagnato alla porta. 

Guido per qualche minuto senza sapere dove andare. 

Arrivo su una collina che prende il sole perfettamente sulla pancia. 

Come le vecchie signore al mare. 

Mi fermo. 

Rimetto questa canzone. 

I’d leave it all. 

Lascerei tutto.

Per te,

lascerei tutto. 

Riprendo la strada, aspetto che il navigatore mi ordini dove andare, aspetto che il telefono inizi a suonare. 

Il lunedì, a molti, serve per riprendersi dalle domeniche. Ad altri a lamentarsi. Ad altri, per sperare in un altro venerdì. 

Tornerò in queste cazzo di vallate. 

Mi piace la mia nuova moto, Ernesto, perchè ha un motore arrogante. 

Che da fastidio.

Un look davvero indisponente. 

Che piace.

Mi piace la mia nuova moto, Ernesto. 

Ma questo è un altro discorso. 

 

B.V. (bivi)

Ritardo, quantificabile in mezz’ora, dovuto a approfondita lettura di un articolo sulla Crimea in uno sperduto Autogrill. 

Possibilità di recupero: 65%. 

Soluzione: procedere a velocità sostenuta. 

Scivolamento laterale dovuto a slittamento su uno dei giunti del cavalcavia. Fondo stradale allagato a fine rampa, volante morbido, sistemi elettronici di sicurezza della vettura (approssimativamente diecimila euro di roba) in tilt.

Reazione standard: forte pressione sul pedale del freno, tensione negli arti superiori, possibile emissione vocale di forti urla.

Possibilità di finire contro il muro a fine curva: 89%

Possibilità di sopravvivenza: 50%

Reazione consigliata: lieve pressione discontinua del pedale del freno, utilizzo del freno motore, due marce in meno, braccia distese, puntare il lato esterno, eventualmente pregare.

Possibilità di finire contro il muro a fine curva: 22%

Possibilità di sopravvivenza: 99%

Conseguenze immediate: tachicardia, dilatazione pupilla, propagazione adrenalina, attivazione sistema nervoso centrale, sub lavoro emisfero destro del cervello, possibile tremolio agli arti sia inferiori sia superiori.

Cristo, che tempo di merda, penso mentre cerco di recuperare una playlist decente, visto che la radio, in mezzo alle montagne, non prende nulla di decente. Mi accorgo che qualcosa non va dal colpo sonoro sullo sterzo e dal fatto che le spie gialle della macchina lampeggino tutte insieme. Roba psichedelica.

La curva, in fondo alla discesa, è allagata. Questo lo vedo da me.

Scalo due marce, devo tenere a bada il piede destro che si butterebbe a pesce sul pedale del freno.

Faccio in tempo a pensare che in fondo, tutta questa cazzo di elettronica la ho pagata profumatamente.

Sarebbe un peccato vederla fallire.

Impatto imminente, rilasso le braccia.

Curvo lievemente verso l’esterno.

Mi fermo cinque minuti dopo con ancora il cuore in gola, letteralmente.

Che morte del cazzo. Che sarebbe stata. Bello, poterlo dire. 

Mi accendo una sigaretta.

Aspiro guardando le montagne.

Aspetto che mi passi, perlomeno, il tremolio alla gamba destra.

Riprendo a guidare.

Sono in macchina dall’alba.

E non sono ancora arrivato.

 

E’ un periodo in cui ho bisogno di roba forte, pensavo guidando. Ho bisogno di una sbronza con amici, ho bisogno di una sbronza con una bottiglia di vino rosso, e un paio di tacchi importanti. Ho bisogno di un viaggio in moto. Ho bisogno di una moto nuova. Ho bisogno di un bel libro. Ho bisogno di un libro che combatta con il sonno che mi ruba vita appena ritorno a casa. 

Ho bisogno di passare tempo con le mie cose. Ho bisogno di scrivere. 

E non faccio quasi nulla. 

Uno dei vantaggi di un inverno così, è che la primavera piomberà così forte e inaspettata, quasi da confonderla come estate, su tutti noi. E sarà bellissimo.

 

Uno degli svantaggi è nel rischio di non sopravviverci, a questo inverno. 

Ma l’elettronica tedesca e cinese sulle vetture svedesi aiuta parecchio. 

Non riesco a ricordare un inverno così.

Per questo, qualche giorno fa, anonimamente e senza preavviso, ho preso Triple Es, ho scaldato appena il motore e sono andato a cercare la sua erede.

Ho bisogno di una moto che sia pronta a scappare da questo fottuto inverno. Ho bisogno di una moto che mi porti nelle viscere delle situazioni in cui adoro trovarmi. Ho bisogno di una moto che scivoli sulle serate, che mi porti a casa quando non ce la faccio, che mi porti via quando non ce la faccio. 

Ho bisogno di un rumore folle, indecifrabile, fastidioso. 

Ho bisogno di potenza, quanto basta per sentire quel piacevole brivido dell’incosciente stupidità. 

Ho bisogno di cavalli, tanti, ho bisogno di due cilindri, perchè con tre non mi trovo. 

Ho bisogno di una sella che porti me, e di un posto per un passeggero. 

Forse. 

Ho bisogno di nero, di sporco, di olio, e di odore di benzina. 

Lui mi aspetta appoggiato al muro. Dimenticato da un distratto proprietario troppo attento alle mode. 

Occasione ideale, dice il venditore. 

Io sono un venditore. 

E non mi fido di nessun venditore. Nemmeno di me stesso.

Però l’occasione è ghiotta.

E’ un lui. E’ una moto maschio. 

Grasso. Eccessivamente. 

Appariscente, arrogante, altezzoso. 

Dallo scarico esce un sordo rumore, come una nota stonata che rimbomba tra i palazzi. 

Ha sufficiente spinta per assomigliare a uno di quei mostri di plastica e ingegneria giapponesi che piacciono tanto agli uomini senza gusto. 

Ha sufficiente frenata per farmi evitare la morte. Apparentemente. 

E’ sufficientemente scomodo per scoraggiare un passeggero ad affezionarsi, ma ha una sella che invita a credere in una moto per famiglie. 

Il motore scalda, vibra, butta olio, come è giusto che sia per un perfetto oggetto imperfetto. 

E’ fuori moda, forse pure fuori tempo massimo, è nero. Tutto nero.

E’ perfetto.

Si chiama Hernest. 

E’ il successore di Triple Es. 

Cronologicamente è la mia quinta moto. 

Sarebbe stupido e illusorio dire l’ultima. 

La prendo. 

Un piccolo, commuovente rimorso nel lasciare Triple Es. 

Un peccato, vendere una moto. 

Un vero peccato. 

 

Benvenuto Hernest. 

Portiamoci, a passo spedito, verso una bottiglia di vino e una primavera. 

Facciamolo, prima che sia troppo tardi.

 

Life is short Fritz

 

Sahara

6.30 AM CET 

Rispondo prendendo il cellulare con due mani, come i bambini quando bevono. Nel frattempo scendo delicatamente dal letto e procedo verso la cucina. Il numero è uno di quei due a cui bisogna rispondere per forza. Per essere in questa lista devi semplicemente aver fatto una di queste  due cose: pagarmi profumatamente oppure avermi concepito. Piastrelle congelate in cucina, e fuori il primo traffico del mattino. Che cazzo di vita che fanno i pendolari, penso. 

Metto giù. Che cazzo di vita che faccio, penso. 

8.12 AM CET

Sto leggendo un libro molto carino sulla gestione cognitiva delle emozioni. E’ bello saper dire, tutto d’un fiato, gestione cognitiva delle emozioni. Ma è ancora più bello saper dare un nome a quello che si prova, decifrandolo. 

Eviterebbe parecchi casini, avere in mente la definizione di quello che si sente. Anche saperlo comunicare in modo corretto.

Tipo: 

– vorrei solo scoparti, ma così, di tanto in tanto. Ce la facciamo? 

al posto di:

– credo di amarti, sai? 

Il tipo che ho davanti è lo stereotipo dell’uomo che è in grado di annoiarmi in tempi brevissimi, soprattutto se è seduto nel mio ufficio alle 8.12 del mattino. Non so se la noia sia un’emozione, non sono ancora arrivato alla pagina del libro. Ma provo anche compassione per lui, per la sua camicia bianca lisa, per lo squallido gilet con bottoni di osso, per l’odore di dopobarba del Carrefour e per la pila di documenti che si è portato. Non credo si possa provare compassione per una pila di documenti. Ma io la provo. Genericamente. 

8.22 AM CET

Mi squilla il cellulare, vengo risvegliato dal torpore in cui ero caduto per colpa del tipo e della sua mortale presentazione. E’ un messaggio del mio capo. Il mio nuovo capo. Quello che mi paga profumatamente. Sotto c’è anche un messaggio di mio padre. Quello che mi ha concepito. Rispondo a tutti e due: ” mi libero tra venti minuti e ti chiamo”. 

Inizio a liquidare il tipo, cerco un avanzo di qualcosa da mangiare nei cassetti della scrivania, mi rollo una sigaretta e accarezzo l’agenda, lasciando che il dito scorra sul rilievo lasciato dalla penna. 

Guardo fuori dalla finestra. Mi manca il deserto. Non credo esista, come emozione. 

Sulla carta. 

Spengo il telefono, chiudo la porta, apro la finestra. 

Respiro.

Arrivano sparsi. Come tutti i ricordi. E freschi, come tutte le emozioni. 

Il mare di sabbia 

il deserto è come l’oceano, dice biascicando le parole. Il deserto è il nostro mare. Non guarda mai negli occhi, quando parla. Guarda sempre oltre il riflesso del sole. Siamo stanchi. Seduti, sul bordo di una pista di asfalto che attraversa il Sahara. Una delle piste. Sono felice di essermi lasciato alle spalle quella merda per turisti fatta di albergoni, spa, hammam, the alla menta, narghilè, sdraio imbottite girate verso il sole da personale troppo servizievole. Mi sentivo a disagio, in mezzo a gente vomitata lì da charter partiti dal freddo, con l’unico obbiettivo di mangiare questo lusso tossico, fingendo di stare bene. 

Il deserto è un mare strano, in effetti.

Come il mare non inizia e non finisce in un punto preciso. 

Inghiotte e rapisce, uccide e conquista, come il mare. 

Dovreste sentire il silenzio che si assaggia seduti nel mezzo del deserto. 

Una 

cosa

totale

Il sapore del vento caldo che secca la bocca, mentre la sabbia ti conquista lentamente, infilandosi ovunque. 

Guardo, desolato, le ruote arrugginite e la marmitta piena di sabbia. 

Nella lotta, vince sempre il più forte. 

Abbiamo smesso di parlare da un pezzo. E’ difficile misurare il tempo qui in mezzo. 

Hai sempre fame, sempre sete, e c’è sempre il sole. 

Forse abbiamo smesso perchè non avevamo niente da dirci.

Forse questo silenzio ci ha messo a tacere. 

Ci rimettiamo in moto. 

Andare in carovana è mortalmente noioso, ma vitalmente indispensabile se a guidarla c’è un tizio che sembra davvero conoscere queste strade. 

Il ricordo delle Lacoste verde mela e dei bermuda con mocassino è, fortunatamente, lontano. 

Ha di buono questo, il deserto. Cancella l’inutile. 

Dovrei venire qui più spesso. 

 

Vittorio

Abbiamo recuperato di che fumare. Inizia ad esserci una stellata incredibile. Eppure il cielo è lo stesso. Un ragazzo dal nome impronunciabile ci ha procurato del fumo, libico. Non sapevo che i libici producessero fumo. E’ buono, non pizzica in gola. Fumiamo in silenzio, in quattro. Avevamo quattro vite molto lontane, siamo seduti insieme a Sud di moltissime cose, girati verso Est, osservando i nostri bagagli penzolare sui parafanghi. La città è viva, brulica di traffico, piena di voci e di rumori. Siamo abbastanza storditi. 

Non credo si tratti del fumo libico. 

Vittorio arriva con una sospetta motoretta inglese del secolo scorso, ingiallita dalla ruggine. 

E’ straordinario come io conosca solo fantastici uomini che si chiamano Vittorio.

Vive in mezzo a questa stellata da parecchi anni, troppi per pensare di tornare, pochi per pensare di andare via. 

Ci porta nelle budella della città, le strade si fanno fango, l’acqua riempie gli scoli, poi arrivano le rocce e siamo ancora nel deserto, alle porte della città. 

L’acqua nel deserto. 

Oasi.

Mangiamo con una fame violenta, questo si che è il fumo libico, penso mentre osservo le mie mani ravanare nel pentolone di verdure. 

Parliamo di tante cose, che qui viene più facile. 

Sembra che nessuno ascolti quando parli rivolto al deserto.

Per questo racconti tutto. 

Cado in un sonno devastante ancora prima che la discoteca dell’albergo apra. 

Mi sveglio all’alba, ancora prima che la discoteca dell’albergo chiuda. 

Faccio colazione senza scarpe. 

Sono troppo pesanti. 

Mangio frutta, con le mani, osservando una ordinata coppia di turisti americani aspettare in coda la loro pancetta fritta. 

Ho detto cose, davanti alla sabbia, che non ripeterei davanti a nessun uomo. 

Anche perchè la verità non va mai ripetuta. 

 

Mondo Troia

Consapevoli del fatto che sia tutto finito, fumiamo davanti al parcheggio dell’hotel. Sono passati giorni, difficilmente misurabili, ma comunque giorni. 

Uscendo dal deserto, lentamente ritorni nel mondo e il mondo ti ritorna dentro. 

L’albergo ha un numero di camere sufficiente per ospitare la popolazione di un grosso villaggio di montagna.

Invece sono tutti tedeschi.

Tutti.

Seicento sessanta camere vista mare. Extra lusso. 

Cinque stelle.

Mica cazzi. 

C’è anche il bingo. 

E la gente accalcata davanti alla televisione per guardare un reality.

Pensavo, il giorno prima, seduto su un sasso a mangiare un misterioso panino piccante, a quanto sia singolare questa cosa.

Prendi i dromedari.

Animali fortunati.

Pascolano ai bordi del deserto. Un maschio, molte femmine, qualche cucciolo. 

Se i dromedari passassero parte della loro vita ad osservarsi da soli, guardando trasmissioni sui dromedari, un uomo saggio, anche solo un saggio pastore, ucciderebbe i dromedari.

Nessuno vuole che un animale scemo procrei altri animali scemi che passano la vita ad osservarsi al posto che mangiare, attraversare il deserto, amare, dormire. 

Nessun dromedario, in effetti, passa la sua vita ad osservare altri dromedari che cucinano, che scopano, che parlano tra di loro. 

Invece questa cazzo di reception è piena di palme finte, di fontanelle, e di schermi piatti con un reality tedesco. E tedeschi che, al netto del fuso, si sono fatti quattro o cinque ore di volo per venire fino a qui a guardare un reality tedesco.

Un saggio pastore ucciderebbe un animale stupido.

Per evitare altri animali stupidi. 

La nostra guida ci ha abbandonato. Dobbiamo arrivare all’aeroporto, che sembra essere l’unica cosa segnalata ovunque. 

Basterebbe seguire il rumore. 

Mangiamo pesce. 

Beviamo vino. 

Cerchiamo storie interessanti come quelle del deserto.

Abbiamo ancora fame. 

C’è questa leggenda di queste donne, europee, che arrivano fino a qui per gli uomini di qui. 

Curiosa leggenda in una terra di uomini con i baffi come Freddy Mercury, la corporatura di Messi e l’odore di un dromedario. 

Entriamo nel posto.

Un irish pub, con karaoke arabo, vino italiano, donne tedesche, tantissime, e un sacco di fumo. 

Bevo un whiskey caldo appoggiato al bancone, mentre osservo il movimento rapido e meccanico con cui le cacciatrici scelgono le prede. 

Al momento, sessualmente parlando, credo di rientrare nella categoria delle prede. 

Beviamo ancora.

Abbiamo malinconia del deserto. 

Poi seguiamo il flusso, ci spostiamo. 

La discoteca è piena, la musica è assordante, e tutti questi cazzo di uomini hanno i baffi. 

E ci sono le loro donne. 

Dio che belle. 

Donne.

E ci sono le cacciatrici tedesche.

Che si muovono veloci.

Hanno fame.

Conosco la sensazione. 

Bevo un cuba libre che sa di benzina. 

Forse è benzina. 

Osservo le mani di un uomo finire molto dentro i pantaloni di una donna. 

Che ride.

E l’amica che prende un altro uomo. 

E ballano.

E due donne, appena fuori forma, appena pallide, e appena sorridenti, entrare e buttarsi nella mischia. 

Osservo troppo.

Ho sonno. 

Mi addormento subito. 

Mi sveglio troppo presto.

Perlomeno per il mio hangover. 

Suona il telefono. 

Arriviamo in aeroporto decisamente debilitati. 

Ci sediamo a fumare sotto un grosso cartello che vieta il fumo ordinando il loro caffè, che è una miscela di acqua sporca e residui di calcare marroni. 

Le due donne appena fuori forma, appena pallide ci passano di fianco. Non sono più sorridenti, ma sono molto truccate. Sono due hostess. 

Ho una storia in più da raccontare. 

Di quelle storie per riempire i vuoti nel nulla di una serata noiosa.

Di queste due hostess che vanno a puttani. 

Come se non lo facessero tutti, tutti i santi giorni, a casa loro. 

 

Ho una storia molto più grande, che parla di deserto.

E me la scriverò con calma. 

Magari mi toccherà tornarci.

 

8.44AM CET

Chiudo la finestra, mi siedo, riaccendo il telefono. 

E’ solo una questione di priorità. Su chi chiamare prima. Su cosa ricordare prima. Su dove andare prima. 

 

 

Mi piace, non mi piace (updated version)

Brevemente:

Mi piace Roma.

Mi piacciono le sue strade, l’apparente disordine architettonico che la storia e le sue ferite, e una buona dose di abusivismo, hanno disegnato intorno agli alberi e ai gabbiani. 

Mi piace andarci in treno, a Roma. 

Per potermi lamentare del casino che fa la gente, per potermi addormentare in mezzo agli Appennini nella nebbia e potermi svegliare a Roma con il sole. 

Mi piace lo sguardo perso, un po’ spaventato, dei turisti dentro la stazione di Termini, 

assaliti da tassinari abusivi, parcheggiatori abusivi, barboni abusivi, bigliettai abusivi, mentre due poliziotti sbadigliano appoggiati a un pilone della stazione. 

Mi piace Roma.

Mi piace la sua gente. 

Mi piace tornare a Milano, sempre.

Constatare che fa più freddo, che è più umido, che è tutto buio, sommessamente lamentarmi della mia città e del suo impietoso tempo. 

Mi piace arrivare a Milano e guardarla come una donna bella.

Lasciando scivolare gli occhi su qualche particolare che chi non è innamorato non sa vedere. 

Mi piace la gente di Milano, quando riesco a guardarli con sufficiente distanza. 

Mi piace febbraio, perchè ogni volta spara dei modesti tentativi di allestimento di primavera.

E quando ti svegli all’alba e aspetti il taxi nel buio del mattino, senti gli uccellini fiduciosi cantare, e senti il freddo scappare. Mi piacciono i tentativi mal riusciti di febbraio. Febbraio è uno che ci prova. MI piace la gente che ci prova. Conta più provarci che il risultato. 

Mi piacciono i culi delle modelle. E’ l’unica cosa che mi piace delle modelle di Milano. Hanno scarpe orrende, pettinature soggettivamente ridicole, impianti mammari inesistenti, una magrezza spaventosa, ma dei culi geometricamente perfetti. Sospesi in jeans attillati. 

In generale, non mi piacciono le modelle di Milano. 

Mi piace andare al Mom. 

Ci vado da sempre.

Mi piace, l’andarci da sempre. 

Mi piace tornare in città sempre trafelato e stanco e arrivare al Mom e sentirmi a casa.

Mi piace sapere che prima o poi, come tutti i piccoli pezzi di storia di questa città, verrà cancellato inesorabilmente anche il Mom. Aprirà un tabaccaio cinese, o al massimo un negozio di scarpe. 

Perchè al danno, corrisponde sempre la beffa. 

La storia è così. 

Mi piace tirare la vita fino al limite. 

Lo faccio da sempre. 

E poi fermarmi di colpo. 

Mi piace guardare negli occhi i miei amici, e ritrovare i miei occhi. 

Riflessi. 

Mi piace osservare le moto parcheggiate. 

Girandoci intorno come un vecchietto fancazzista.

Mi piace fermarmi, sedermi, ordinare del rhum, in un orario in cui tutti bevono Spritz, e fare una lista delle cose che mi piacciono. 

Mi piace constatare che è una lista che, di tanto in tanto, si allunga. 

E’ bello saperlo. 

Mi piace. 

 

 

Il regalo perfetto per San Valentino

Non so. Credo si tratti di semplice stanchezza. Lavoro, dodici, quattordici, tredici in media, ore al giorno. Passo mezz’ora con il Piccolo, scivolando su qualche senso di colpa quando mi accorgo, in effetti, di non essere completamente padrone dei piccoli e grandi cambiamenti che sta affrontando. Tipo, adesso quando rutta, con un suono energico e cavernoso, chiede scusa. Deve averlo imparato da qualche parte, ma me ne sono accorto in ritardo. Per caso, sul divano. Forse, quando avrà diciannove anni, nel pieno delle sue facoltà emotive, in quell’età in cui si potrebbe dirottare un volo di linea per amore, mi rinfaccerà di non averlo seguito nei suoi passi più importanti, ad esempio quando ha imparato a ruttare e poi chiedere scusa. 

Sembra che all’inizio si faccia l’amore con una donna, e poi, osservata la nascita del frutto di questo amore, si inizi a scopare con i rimpianti. Anche se, tecnicamente, sono poi i rimpianti che ti scopano. 

In ogni caso sono stanco. Mortalmente. Trascino la mia ventiquattr’ore da una sala riunioni all’altra. Bevo acqua e orrendi caffè di distributori automatici, posso restare per ore a parlare di un grafico proiettato su un muro. 

Ci sono periodi così. 

In sala riunioni si suda. Fa caldo e la tensione sale. Una batteria di luoghi comuni viene sparata verso l’alto da uno strano soggetto che non mi è stato presentato ancora, perlomeno formalmente. 

I miei uomini attendono un mio intervento. Insomma, sarei pagato per questo. Solo per questo. 

Gioco con la penna, lasciandola scivolare tra le dita della mano destra. 

Entra una severa assistente, con uno strambo maglione diagonale e una cinquantina d’anni tutti appesi alle guance e alle pieghe del collo. 

Porta un vassoio di brioches. Sono le nove e ventisei. Non ho fatto ancora colazione. 

Mi sono fermato troppo tempo a giocare con il Piccolo. Era in corso, in mia difesa, una vera e propria emergenza. Quasi tutti i peluches, nel corso della notte sono stati vittima di un agguato da parte di un gatto bianco che li ha morsi e leccati. O perlomeno, questa è la versione del Piccolo. Pertanto si è reso necessario asciugare il gruppo con il phon e consolarli uno a uno. Specialmente la giraffa Melman, che sembra essere quella più traumatizzata. Una vera e propria emergenza umanitaria. 

Non potevo non fermarmi. 

Ho saltato la colazione. Sono arrivato direttamente in sala riunioni. Ho stretto il nodo alla cravatta, mi sono seduto. E sono qui. 

Aspetto pazientemente che qualcuno abbia il coraggio di ammettere che, a furia di sparare luoghi comuni verso il soffitto, si finisca in un punto di non ritorno. 

Prendo una brioches alla marmellata, ordino un caffè. 

Spannometricamente, tenendo conto di una media ponderata sul numero di ingegneri presenti nella sala riunioni, diviso per il numero di slides, moltiplicato per l’argomento, il tutto per il prezzo medio del prodotto, ritengo che la questione si andrà a chiudere autonomamente nel giro di un paio d’ore. 

Mangiamo brioches per stemperare la tensione. 

– aspettiamo i caffè e ricominciamo

– dovremmo cercare di trovare un punto di incontro

– marmellata o cioccolato?

– sarebbe necessario proporre una soluzione congiunta, per non farci trovare impreparati

– su Roma dobbiamo arrivarci pronti, se no ci scannano

– per chi è il macchiato caldo? 

– bella cravatta, davvero. Perlomeno non il solito blu

– grazie. Grigio su blu. Sembra un buon compromesso. 

– regalo di San Valentino dell’amante?

– no. 

– Ah, venerdì è San Valentino. Bisognerà trovare una soluzione… 

– Che palle.

– Odio le feste costruite sul consumo. Halloween, San Valentino, Pasqua.

– Mi costringi a farti notare che Pasqua, a livello storico, esiste da prima che inventassero il consumismo. 

– mah

– fidati, roba di ebrei, esodo, agnelli, erbette e egiziani incazzati. 

– ricominciamo? così chiudiamo per pranzo e chi deve andare su Roma domani ha tutte le informazioni. 

Il gergale “su” al posto del più canonico, e grammaticalmente corretto, “a”, è preso diretto dal dialetto areoportuale. 

– Domani sono su Londra, mercoledì su Parigi. 

E si usa per identificare la propria presenza sia in un luogo fisico, città o paesi, sia su un progetto di lavoro.

– Venerdì sono su Roma, ma giovedì sono tutto il giorno su Nestlè. 

E’ uno dei piccoli, confortanti, segnali di appartenenza alla casta. 

 

Venerdì sono su San Valentino. 

Io, personalmente, ho sempre avuto un problema ossessivo con San Valentino. 

Le amiche della mia fidanzata, al liceo, ricevevano regali molto più costosi e belli. 

Le amiche della mia compagna, qualche anno fa, venivano portate in ristoranti molto più chic. 

Le amiche di mia moglie organizzavano delle orgie di insoddisfazione umana, da vere single milanesi. 

Le mie amiche si nascondono, come faccio io, dietro qualche sorriso di convenienza. 

Per facilitare le vostre vite, ecco un piccolo manuale per ottenere grandi risultati con sforzi che, (solo internamente) sapremo essere molto piccoli. Eccovi le regole per un regalo perfetto:

 

1) Ascoltate la vostra compagna. Provate a farlo. E’ pericoloso, ma a piccole dosi può essere controllato. Solitamente, essendo donne, pubblicano vocalmente i loro desideri con sospetta frequenza. Un paio di scarpe, un week end, una cena, un gioiello. Ascoltate il nemico. 

2) Curate l’organizzazione. Una volta identificato il regalo desiderato, prendetevi cura del set. Insomma se vi è stato chiesto un cucciolo di labrador, non fatelo trovare chiuso nel bagagliaio. Se è un gioiello di Morellato (attualmente la cosa più brutta, scontata e trash che si possa regalare, non solo a San Valentino ma in tutte le feste), non appoggiatelo sul dentifricio in bagno. Se regalate dell’intimo, non fatelo trovare appoggiato sul sacchetto della differenziata. 

3) Sorridete. Lo so. Non c’è un cazzo da ridere. Ma ormai siete dentro il satanico meccanismo. Siate uomini, fatelo. 

4) evitate tutti i tipi di ristorante. Non c’è cosa peggiore che un ristorante pieno di coppiette. E’ triste, le conversazioni procedono a singhiozzo, c’è sempre qualche maiala da sbarco che ruba la vostra attenzione, e si pagano un sacco di soldi per un tortino di cioccolato fondente servito caldo con panna e fragola. Lo fa la Cameo e costa due euro e cinquanta. Più ventisei secondi di forno a microonde. E poi finirete schiacciati dal Prosecco, gonfiati dagli spaghetti con l’astice, derisi dal polipo e patate. Una tristezza.

5) portatevi l’alcool necessario a superare la prova. Non fidatevi di nessuno. E poi presentarsi con una bottiglia ha sempre il suo fascino. 

6) Fingete un delizioso coinvolgimento in ogni fase della serata, anche quando vi verrà consegnato un braccialetto da uomo di Morellato, di argento e cauciù. Mettetelo. Ringraziate. Fate una foto sul cellulare e dite che la state mandando ai vostri amici, perchè siete felicissimi. (oggetto della chat su What’s up: “cristo guardate che merda”). 

6bis) ricordatevi di togliere questi ridicoli oggetti quando siete in un contesto lavorativo che vi permette di guadagnare più di tremila euro al mese. Non siete velisti, non siete simpatici, non siete sportivi, l’argento è l’oro dei poveri. Inoltre sono tutti velisti, o perlomeno tutti hanno una barca in Liguria o Grecia, tutti si sentono simpatici, tutti corrono la maratona e hanno tutti un cassetto del comodino pieno di braccialetti di Morellato. 

7) consegnando il vostro regalo evitate pericolosi paragoni. Avete comprato il ciondolo Breil che si trasforma in catena che avevate visto insieme su quel servizio della Canalis che si scopava il tronista che poi Cloney prendeva la sua Harley e andava a fare loro i complimenti? Bene, non paragonate la vostra compagna alla Canalis. Vi piacerebbe, ma non è così. A meno che non siate un tronista. O il compagno della Canalis. Ci sono,almeno, un dito e mezzo di cellulite, due o tre ore di parrucchiere e molti, moltissimi, pompini, che vi separano da quello standard. 

8) Ricordatevi di non portare in macchina anche il regalo per l’amante. Solitamente l’incontro avviene il 15 febbraio, al Mc Donald davanti al Motel. Perchè non volete essere squallidi. E andare al Motel o andare al Mc Donald. Ma poi ci finite sempre. Ma ricordatevi di non portare troppi regali insieme. 

9) mandate un messaggio a qualche ex. Senza nessuna logica. Fatelo. Una roba tipo: “ti pensavo, oggi”. Osservatene le conseguenze. Costa meno di un gioco sull’App Store, e potrebbe rivelarsi più divertente. 

10) bevete molto rhum. Nei momenti difficili aiuta. 

 

Post Scriptum: ovviamente, ma non devo certo dirvelo io, due sono i fondamentali per chi lavora su San Valentino: puntualità e due taglie in meno di qualsiasi capo d’intimo state per regalare. 

Il ritardo, e un perizoma troppo largo, sono il principale argomento con cui verrete derisi quando lei, dietro al Mc Donald di fianco al Motel, festeggerà il suo San Valentino con l’amante. 

 

Divertitevi. Siete obbligati a farlo. 

 

 

 

 

Febbre a 90

Alcune culture, prettamente orientali, vedono la febbre come uno dei possibili percorsi di purificazione umana. Molti monaci si fanno venire la febbre, sfregandosi foglie urticanti oppure passandosi il ghiaccio sul petto, per poi entrare in quello che viene chiamato stato di avvicinamento al Karma. In questa fase, mentre il corpo è abbattuto nella lotta contro i batteri e i virus, dicono si possano avere delle visioni e ricongiungersi con il proprio io. 

E’ sempre molto interessante capire come le differenti culture affrontano il male e la sofferenza. Sempre molto interessante. 

Osservo il termometro digitale, cercando di ricordare se vadano aggiunti 0.5 gradi o tolti. In ogni caso, la questione è abbastanza seria. Del mio Karma non c’è traccia, eppure la febbre è molto presente, decisamente troppo presente. Emano un odore che in alcune culture orientali servirebbe ad allontanare il karma delle altre persone. Qui da noi, semplicemente, non mi si avvicinerebbe nessuno, se non obbligato a farlo. Un misto tra cadavere, sporco e rifiuti del Mc Donald. Non so perchè, ma quando sto male puzzo di Burger King andato a male. 

Indosso un insieme di coloriti avanzi dell’armadio, che uso come sudario. Non sapevo nemmeno di avere un pile della Decathlon. In effetti, è una cosa decisamente brutta, ma molto funzionale. Anche delle calze burlington, che da sano non indosserei mai, nemmeno sotto tortura. 

Mio padre, in un impeto di pietoso affetto, mi ha anche portato un cappello di pile, dicendo che era mio e che lo mettevo al liceo. 

– Che cazzo me ne faccio di un cappello di pile?

– quando stai male sei scontroso. Mettilo, ti terrà coperta la fronte

– ma al liceo mettevo davvero queste robe?

– era il tuo preferito

Attendo speranzoso che il cocktail di ibuprofene, acido acetilsalico, vitamina C, e un paio di antibiotici, riporti il mio corpo nel mondo dei vivi. Sento il peso della schiena, il caldo delle coperte, un orrendo mal di testa, e una insana temperatura nelle parti basse, che tecnicamente passa sotto il nome di: coglioni a bagno maria. 

Ho chiamato il mio medico. Ho elencato i sintomi, mi sono sentito dire che era tutto normale, anzi, meglio così. 

– Meglio così in che senso?

– ti fai gli anticorpi

– per cosa?

– contro la prossima.

– ma siamo a febbraio, cristo, che cazzo vuoi che mi faccia gli anticorpi, per maggio?

– sei scontroso quando sei malato

– dammi gli antibiotici

 

Io il mio karma non l’ho incontrato. Ho sognato, in quarantott’ore di febbre, alcune complicate vicende, sullo sfondo di un paesello molto caldo, desertico, nel quale alcuni miei amici ed io eravamo impegnati a fare delle cose. 

Ho anche fatto sesso con una misteriosa donna, dalle sembianze di Sarah Palin. 

Ho caricato una jeep e sono scappato verso il confine, ma poi dei soldati del tutto simili a Denzel Washington ci hanno sparato a bruciapelo. Uno dei miei amici è morto. Io sono sopravvissuto. Ma non sono riuscito ad andare oltre il confine. 

Semplice influenza. 

Controllo sconfortato l’elenco di mail. Gente che mi scrive. Io non rispondo. Allora si risponde da sola. Poi mi riscrive, per sapere cosa ne pensavo della risposta. Poi, in totale autonomia, prende una decisione, quella sbagliata. 

Osservo compiaciuto questi uomini e queste donne prendere decisioni da soli, sbagliare, e poi entrare nel panico. Non per l’errore. Ma per la coscienza di aver preso una decisione. 

Finalmente, dopo quarantott’ore di letto, mi alzo, procedo verso lo specchio. Mi osservo. 

Sembro uscito da un incontro di boxe. 

E questo pile è davvero orrendo. 

Mi faccio un caffè, osservando il viale, con le macchine in coda. 

Mi accendo una sigaretta.

Ha lo stesso effetto di un joint di white widow. 

Mi gira la testa, sento freddo, torno a letto. 

 

Ritornerò. 

 

Live fast die old

Era da un po’ che non mi facevo un funerale. Siamo arrivati, a livello famigliare, a quel passaggio di mezza età in cui sono finiti i matrimoni, (i più in senso letterale, nel senso che sono proprio finiti), sono finite cresime, comunioni, battesimi e tutte quelle feste con la torta con la crema pasticcera e lo zio che si ubriaca. 

Siamo anche in quel limbo in cui non ci sono funerali. I nonni se ne sono andati da un pezzo, e la seconda generazione veleggia verso gli ottanta a colpi di stent e colonscopie. 

Il frusciante rumore della vita. 

Lo zio è morto in una notte di gennaio, semplicemente smettendo di respirare, come fanno tutti. La sua ultima uscita pubblica è stata il mio matrimonio, dove ha esagerato con lo champagne e poi si è messo a camminare senza bastone, quasi correndo, verso la cantante e il pianista. Poi più niente. 

Lo zio è stato un catalogo di pessime patologie. Tutte lui. 

Insomma, poveretto, meno male che è morto. O almeno così si dice in queste occasioni. 

Ero andato a trovarlo poco dopo Natale, lo avevo trovato nel lettone, imprigionato dalle sbarre, con il pannolone, un discreto odore di merda, l’alito devastante, lo sguardo vitreo e una magrezza spaventosa. 

Lo avevo baciato ed accarezzato. E, sussurrando, gli avevo detto le cose che volevo dirgli, ascoltando pazientemente il biascicante rumore con il quale voleva rispondermi. 

Ho molto rispetto della morte. Non paura. Ho paura della sofferenza. Come tutti voi, se ci pensate bene. 

Ho visto gli occhi di mia madre, persi nel nulla della morfina, ho visto la paura negli occhi di mio padre, ho ascoltato i rumori delle macchine di qualche terapia intensiva, ho ascoltato qualche dottore trovare pittoreschi nomi per cancri irremovibili. 

Adoro esserci, in quel momento esatto in cui tutti se ne vanno. Sentire le mani, magre e ossute, stringere, la bocca biascicare qualcosa. Quello è il momento in cui dovresti avere vicino le persone che ti hanno accompagnato nella vita. 

La chiesa è piena zeppa. C’è anche la banda del paese, con una giacca rossa di straordinario cattivo gusto. Le prime panche per la famiglia, le seconde per quelli che si credono importanti, e poi via via fino alla fine della chiesa. 

C’è il sole, fa freddo, c’è quel silenzio forzato che c’è in tutti i funerali. Qualcuno piange. 

Mi ricordo la pena infinita di dover aspettare il saluto di tutti. Era morta mia mamma, eppure nessuno veniva ad abbracciarmi. Venivano tutti a piangermi addosso. Straordinaria confusione dei ruoli. 

Il prete è giovane, sovrappeso, pelato, sincero. Va spedito al sodo. La banda intona una marcia funebre, i becchini portano fuori la bara, gli amici seguono correndo. 

Odore di incenso. 

Io resto appoggiato a una colonna a guardare la gente correre fuori. 

Succede così. Lo so già. Quando sei importante in vita, hai la chiesa piena al funerale. Anche la banda. E la gente che corre a rincorrerti mentre vieni infilato in una Mercedes lunghissima. 

Però, tutta questa gente si perde il meglio di te. Quei mesi quando ti caghi addosso, quando svieni nel letto e nessuno se ne accorge, quando bere un bicchiere d’acqua è un’impresa, quando hai quei pensieri pesanti che vorresti confessare a qualcuno e invece ti ritrovi una badante sudamericana, energica e sorridente, che ti dice sempre si e ti spalma la Nivea in faccia appena ti giri. 

E’ li, forse, che vorresti gli amici. Per parlare di quanta paura faccia, per sentire una mano vicina. 

Povero zio. 

Si era anche innamorato della badante. 

Ti innamori sempre di chi si prende cura di te. 

 

Mi hanno chiesto di fare un discorso. Non l’ho fatto. 

Non avevo niente da dire. Ricordo mio zio per quello che è stato. Un buon manager, un devoto sindaco, un infaticabile democristiano, un pessimo padre, un buon bevitore di champagne. Cose da non dire a un funerale. 

Mi portava a sciare, sci di fondo. E io che gli dicevo: zio io odio la montagna. 
Mi portava a mangiare la carne cruda. E io che gli dicevo: zio io odio la carne. 

Insomma, non sono la persona più adatta per un discorso. 

Ho visto i fratelli ritrovarsi sulla stessa panca, dopo anni in cui si erano dimenticati di amarsi. Ho visto mariti, ex, in imbarazzo con mogli, ex. E figli, quelli non diventano mai ex, a reggere la situazione. 

Insomma, una famiglia difficile. 

E ho pensato, guardando la bara con le rose rosse, che uno dovrebbe vivere odiando il meno possibile e non perdendo tempo. 

Ecco, questo lo avrei detto volentieri. 

Ma poi la banda ha attaccato il suo pezzo. 

Ho fumato una sigaretta guardando la processione di parenti, amici, conoscenti, avversari politici, detrattori, promotori, la badante sorridente e disoccupata fino al prossimo vecchio da pulire. 

Sono salito in macchina, per andare in fiera. 

Ho messo Frank Turner. 

 

Niente, quando mi cagherò addosso, spero di aver vicino qualcuno con cui parlarne. 

 

 

B Ghellonando

Lo diceva, camminando avanti e indietro per l’aula semi deserta, l’esimio professore che ci iniziava alle sacre pratiche del management, in un tetro sabato sera di febbraio. Voi sarete molte cose. Voi sarete la soluzione, voi sarete la risposta, voi sarete la fine di un problema. 

Lo faceva, credo lo faccia tutti gli anni, tra le altre cose per motivare l’incredibile esborso di contanti che occorre per accedere a questo genere di formazione esclusiva. 

Noi non prepariamo soldati per il fronte, noi prepariamo condottieri per il futuro. 

E così via. Devo anche dire che, tra le quattro cose che mi hanno positivamente impressionato, questo cazzodurismo d’annata è stata la più importante. I pavimenti lucidi, le aule impeccabili, la pasticceria, insomma l’ambiente ha fatto tanto. 

L’esorbitante quantità di figa che ronza intorno alla cosa avrebbe potuto stupirmi. Ma, lo sapete meglio di me, dove il portafoglio è gonfio batte il clitoride (impacchettato religiosamente in intimo sexy da 350 euro). 

 

Ho imparato moltissime cose. Sono sempre contento di imparare cose nuove. 

Quasi alla fine di quel sabato pomeriggio, dopo una lunga e articolata invettiva contro le scuole concorrenti, quasi sottovoce, l’esimio professore dal numero esponenziale di cattedre e collaborazioni, citò Smith. 

Tutti quelli che hanno a che fare con l’economia citano Smith. 

E disse: la leadership è un lavoro notturno. Non dormirete, lavorerete di notte. Produrrete. Vi trascurerete. 

E sti cazzi, pensavo. 

Qualche mese dopo, senza dormire, lavorando di notte, trascurato e molto produttivo, pensavo:

e sti cazzi. 

Certe cose si fanno solo di notte. 

Ho abusato delle mie ore notturne, e di una discreta quantità di vino rosso, per fare tutte quelle cose che voglio fare. 

Ho dormito pochissimo, viaggiato tantissimo, parlato troppo, corso tanto, letto poco, mangiato male. 

Insomma, tutto nella norma, tutto bene. 

Ho scritto tanto. Di donne. 

E mi è tornato su (oltre al vino rosso e a un incredibile bianco greco resinato acido come uno sgrassante per sanitari) tutto il mio passato. Tutte le donne della mia vita. 

Ho vissuto molte vite. Il mio corpo le racconta tutte. Io non lo faccio, quasi, mai. 

In tutte le mie vite ho avuto delle donne al mio fianco. Anche sopra, meglio sotto. 

Metti questo pezzo, prima di andare avanti a leggere. 

Ho scritto di donne nuove, che ho conosciuto per strane ragioni. Sul prossimo numero di Kustom World le troverete tutte. 

Sono stato con loro molto tempo. Ho toccato un tatuaggio appena fatto, ho aiutato e aggiustato una scollatura, ho ascoltato una voce suadente, mi sono innamorato dell’energia e della perseveranza, ho guardato un paio di fotografi lavorarci sopra. 

Poi sono tornato a casa, per scrivere le mie cose. 

E mi sono venute su tutte queste donne, del mio passato.

Ho amato, non potete nemmeno sapere quanto, donne incredibili, puttane fameliche, geniali artiste, semplici particolari, anime che sembravano scogliere, oceani di chiacchiere. 

E ho scritto il pezzo finale di Kustom World sulle donne della mia vita. Mi sembrava giusto farlo. 

Quando uscirà, mi piacerà rileggere solo quello. E tutto il cuore e i polmoni che ci ho messo. 

 

Nanda ed io ci siamo incontrati in un bar davanti alla Feltrinelli. Non è stato facile convincerla. Ma dovevo dirle, era urgente, quanto io l’amassi. Quanto io amassi il suo sorriso, le sue parole, il suo lavoro, le sue mani, e quel modo soffice e delicato di appoggiarsi sulle storie più belle del secolo. Le ho detto:

Nanda, credo di amarti. 

Lei ha riso. Tantissimo. 

E poi mi ha preso le mani, le ha portate al petto, e mi ha detto:

grazie. 

Poi ci siamo rivisti, ci siamo ri parlati, ci siamo rincorsi. Poi Nanda è andata in quel paradiso dove stanno tutte le donne meravigliose. 

Per rivedere quel sorriso mi riguardo questo video, girato in un pomeriggio di maggio in Guastalla, uno di quei quattro o cinque posti magici di Milano. 

Con il suo sorriso, la sua sciarpa bianca e quel suo modo di ringraziare. 

Niente, per una sera, scrivendo, mi sono fermato e mi sono commosso pensando al mio passato. 

Non succedeva da un pezzo.

Questo 2014 parte bene.

 

Comunicazione di Servizio: 

parteciperò a molte cose, in queste prossime settimane. Alla mia vita, in primis, come co protagonista. Siete tutti invitati. Al Motor Bike Expo, questo sabato a Verona. Siateci se vi piacciono le moto e la figa. Anche non in quest’ordine. C’è anche una riunione di blogger a cui parteciperò senza alcun titolo ne diritto. Poi a un Poetry Slam, tra un paio di settimane, in cui porterò qualche produzione di RadioCorrida e qualche inedito, sulle donne. Farò una comparsata anche alla presentazione di un libro sui viaggi. Sempre senza diritto e titolo. Ma mi invitano e si beve gratis. A San Valentino cercherò, finalmente, di ritornare sui passi di Chinasky a Milano. 

Insomma, siateci. Sono tutte buone occasioni per offrirmi da bere. 

Life is short, fritz. Leadership is a night job. 

Blow it. 

 

 

La mia prima volta (Parental Advisory: Explicit Content)

Lei si era spogliata. Da sola. Non mi era molto chiaro, in generale, come procedere. 

Avevo, in effetti, osservato attentamente Freddie, in un sabato pomeriggio di giugno, inserire un goldone su una bottiglia di Coca Cola. Prove generali. Amici si diventa per esperienza e selezione. E per prove generali di uso goldoni. 

Avevo anche comprato una scatola. Di goldoni.  

Prove generali di intenzione. 

Avevo anche una fidanzata. Di cui ero disperatamente, perdutamente, fottutamente, innamorato. 

Volevo, con lei, una famiglia, dei bambini, dei cani, delle case, delle vacanze, insomma tutte le cose che si vogliono in quegli anni lì. Quando pensi all’università come a qualcosa di lontanissimo, e al matrimonio come qualcosa di vicinissimo. 

Avevo, a ragion veduta, tutti gli strumenti necessari per il grande passo. 

Non mi era molto chiaro, comunque, come procedere. 

Difatti, lei era bella. E con il riflesso di un faro alogeno, mi sarebbe piaciuto credere fosse la luna, ma della luna non c’era traccia, era ancora più bella. 

Aveva queste tette piccolissime, spiritosamente sparate verso il mondo. Delle gambe lunghissime e un solido, sereno, stabile, culo da ballerina. 

Era nuda. 

Seduta su di me. 

Che ero vestito.

E confuso. 

Perchè lei non era lei, prima di tutto. 

Cioè lei, al secolo Valeria, non era, precisamente, la donna con cui avrei voluto avere bambini, cani, case, futuro e tutto il resto. Valeria era la fidanzata di Marco. Ma la cosa sembrava non essere un problema. Ne per me, ne per lei. Forse per Marco. Ma Marco era rimasto a Milano. Invece io e Valeria eravamo in questa situazione, abbastanza compromettente, aggrappati sotto a un pontile, in un placido giugno.

Notte, sabbia, rumore del mare. Contesto abbastanza piacevole. Solo dopo un attento studio delle novantaquattro infiammazioni urogenitali che ho racimolato sulla spiaggia, ho scoperto che, igienicamente, la sabbia non è il massimo quando si tratta di infilare cose dentro cose. 

Rapidamente, osservando sorgere, compiaciuto, quello che meccanicamente può essere definito come un ottimo alzabandiera, mi sono reso conto di dover prendere una decisione. 

Può un uomo, innamorato alla follia, deciso a portare fino alla morte il suo amore per una donna, tradire infamemente la suddetta donna, tra l’altro con una donna conosciuta quarantotto ore prima e a sua volta fidanzata ed innamorata, compiendo l’atto più infame e sudicio proprio la prima volta, quella del passaggio nel mondo dei grandi, quella unica, indimenticabile, magica, volta, sapendo poi che questa prima volta non torna più e che il rimorso potrebbe inseguirlo insieme al terribile ricordo per anni, forse per sempre? 

Può.

Decisione presa. 

Restava aperta la questione del come. 

Dal mettere un goldone su una bottiglia di Coca Cola al passare all’azione, in effetti, c’era un bel salto. Soprattutto per il fatto che, il suddetto goldone non era facilmente reperibile. La scatola l’avevo comprata, si. Ma l’avevo anche lasciata a casa. Dove per altro sarebbe stata ritrovata da mio padre, a fine agosto, causandomi intense sessioni di Moral Orientation, essendo il preservativo un chiarissimo segnale di perdizione e dannazione. 

E’ forse corretto seguire i propri bassi, bassissimi, istinti e perpetrare un atto che si potrebbe rivelare fatale in quanto portatore di feroci malattie e di paternità quantomeno premature?

Beh, certo che no, avrebbe detto il cervello.

Se solo fosse stato collegato al cazzo.

Il quale, dimostrando leadership e grande indipendenza, aveva già deciso e preso iniziativa di proprio conto. 

Dal canto suo, Valeria dimostrava una disinibita capacità di gestione della cosa, che solo dopo un po’ di esperienza avrei saputo riconoscere come tratto distintivo di una particolare categoria di donne: le bottanazze affamate.

Pur essendo coetanei, Valeria mi stava dimostrando, a suon di mani e di bocca, una indiscutibile maturità sui temi del sesso e di come mantenere eterno questo incredibile miracolo della meccanica chiamato erezione. 

Lo faceva producendo particolari rumori di sottofondo che solo dopo qualche anno di esperienza avrei saputo definire come falsi mugolii di piacere. Un optional del pompino,  molto diffuso negli anni 90, quando le donne dovevano far credere di godere mentre risucchiavano alacremente i corpi contundenti del proprio partner. Poi la rivoluzione culturale le ha volute più depilate, più zoccole, ma anche più sincere, e la pantomima del mugolio è andata spegnendosi, rimanendo patrimonio di quella generazione di donne che hanno i dischi dei Pink Floid e che adorano Pretty Woman. Insomma, diciamo che da Lady Gaga in poi, è molto difficile trovare peli superflui e urletti superflui. 

Il problema era che, pur essendo Valeria in perenne movimento e decisa nel affrontare il suo compito, la questione, per esperienza personale, rischiava di chiudersi in poco tempo. Pochissimo tempo. Questione di secondi. 

Questo lo sapevo di mio. Non è bello che questo genere di questioni si chiudano troppo presto. 

Fui pertanto costretto ad inventare alcune manovre di distrazione, per recuperare fiato e ritornare sotto controllo. 

Non ero abituato a gestire un corpo diverso da quello della mia amata. Cercavo le grandi, grosse, tette che mi facevano sentire a casa. E trovavo questi acerbi accenni più simili a un forte pettorale. 

Rotolavamo appassionati sulla sabbia, decisamente incuranti del passaggio sul viale. 

A naso saranno state le undici. Forse le undici e mezza. 

Che per quegli anni è tardissimo. 

Poi crescendo, sposti l’orologio della tolleranza esibizionista sempre più avanti. Adesso ti sembra strano limonare alle tre di notte in pubblico. Ma allora le undici e mezza erano un orario più che corretto per avvinghiarsi nudi su una spiaggia. 

Avevo solo un grande pensiero. 

Ovvio. L’aids, la paternità, le malattie, il tradimento.

No.

Il portafoglio. Avevo lasciato i jeans appoggiati a una sdraio. Con le mie ultime ventimila lire. 

Valeria, nel tornare all’attacco, aveva eseguito una rapida manovra di blocco, lasciandomi sdraiato sotto di lei, impotente.

In senso metaforico, ovviamente. 

Per un attimo, fugace, mi era sorto un atroce dubbio. Può un uomo compiere questo genere di perverse azioni anche in mancanza di quello che i più definirebbero come amore? Può il cuore di un uomo essere staccato dal suo membro? Può un uomo agire senza amore? 

A oggi, con quasi vent’anni di esperienza nel settore, molti finti mugolii dopo, molte Valerie dopo, molte infiammazioni dopo, pochissimi goldoni dopo, posso con certezza affermare che la questione è delicatissima. 

Il rapporto tra amore e sesso è un PH delicatissimo, un valore inafferrabile, un meccanismo piccolo ma indispensabile. 

Ho amato donne con cui non ho avuto rapporti. Ho avuto rapporti con donne che non ho amato. Ho anche amato donne solo per il fatto che me la concedessero con semplicità francescana. E non ne sono ancora venuto a capo. 

Di certo c’era che non amavo Valeria. Non sapevo nulla di quella agile fanciulla, se non il nome del suo fidanzato e le sue misure. Dati, per altro, di secondo piano. In primo piano c’era, al momento, una sottile linea rossa e la mia indecisione sul varcarla o meno. 

Sembrava una questione davvero difficile. Infilarmi in questa situazione oppure rimanere qui, con il cerino in mano. 

Valeria non aveva dubbi. Spingeva il bacino, mentre mi ansimava nelle orecchie. Meccanicamente, simulava di essere già all’opera. Scientificamente, stavamo eseguendo una manovra di petting estremo. 

Sentivo un forte, grosso, doloroso, bisogno di concludere la questione. 

Dall’altra parte sarei rimasto lì, sospeso, ancora per un po’. 

Non era così male sentire ansimare una donna, pensavo. 

Ero ancora all’oscuro in merito all’esistenza dell’orgasmo femminile. Non mi ero mai posto la questione. E sarebbero passati ancora parecchi anni prima che una servizievole donzella di pugliesi origini mi spiegasse, annoiata dalle mie errate manovre di seduzione, la differenza tra clitoride, vagina, ginocchio e piede. 

Insomma, non mi ponevo il problema di quanto, come e dove Valeria stesse godendo. 

Con un gesto lento e teatrale, la mano destra di Valeria passo sul mio petto, sulla mia pancia, sul basso ventre, fino a prendere in mano la questione. 

Sorrideva. 

Io un po’ meno.

Anche solo un piccolo, impercettibile, movimento della mano mi avrebbe costretto ad ammettere che il mio tempo era giunto. 

E la mano, porca troia, iniziava a muoversi. 

Respira. Inspira, espira, respira. Pensa. A qualcosa di brutto. Tipo a uno che ti rapina, o a Gaia che per farti una sorpresa ha preso il treno delle nove e adesso sta osservando la scena dal lungo mare. O a tuo padre. O a Marco. Così giovane, così cornuto. 

In effetti, quella storia di pensare ad altro, riusciva a farmi rientrare in una dimensione umana. 

Ma il sorriso di Valeria si era fatto più malizioso. Con un rapido movimento del collo, si era messa a leccarmi l’orecchio. 

Avrei dovuto ricordarmi di lavare le orecchie. Dovevo segnarmelo. 

Mi aveva sussurrato: sai di sale.

Eh, lo so. 

Hai voglia?

Si.

E’ la prima volta?

Si. Credo proprio di si. 

Anche per me.

Che tenerezza. Ci credevo. Che amabile ragazzo di campagna. Ci avevo creduto. 

Lo facciamo?

Si.

Hai un preservativo?

Si.

Okkei. 

Ma a casa.

Sali a prenderlo?

A casa a Milano.

Aveva alzato il collo e mi osservava come fossi stato una medusa mezza sciolta sulla sabbia.

Quindi niente. 

Niente?

No, Franz. Ho troppa paura.

Di cosa?

Di te.

In che senso?

Non capivo, in effetti, come una donna, seduta sulle mie gambe, che teneva saldamente nella mano destra il mio cazzo, potesse affermare di aver paura di me. Puzzavo, forse, così tanto? Questa cosa della doccia sembrava particolarmente importante. Mah. 

Nel senso che ho paura che non ti controlli. 

Come darle torto? A tutti gli effetti avevo già rischiato di capitolare sei volte negli ultimi quattro minuti. 

Non ti devi preoccupare.

Non so.

No, fidati, Vale. 

Ma non lo hai mai fatto.

Si, ma so controllarmi. 

Avevo iniziato a passare il mio dito sulla sua schiena, un gesto estremamente dolce, per due sconosciuti. 

Ho troppa voglia di te. Mettilo dentro.

Si.

Poi, qualche anno dopo ho capito che non è strettamente indispensabile rispondere a questo tipo di affermazioni. Basta eseguire. Il si è ridondante. 

Entrai in quel posto caldo, strano, nuovo, stretto, mica tanto stretto, lungo, largo, perfetto, non troppo. Un casino insomma. Ci entrai tutto. Mi sembrava semplicemente perfetto. Dio come si stava bene, li dentro. 

Mentre lo pensavo, ho gestito una manovra di uscita che mi è costata una protusione lombare. Con un rapido movimento di bacino sono uscito, proprio mentre venivo. 

Credo, a distanza di tempo, di poter affermare che la sua gioia fosse decisamente falsa. 

Sorrideva, e poi mi abbracciava. 

Mi ha anche detto: è stato bello. Non bellissimo. Bello. 

Credo, a distanza di tempo, che non si possa parlare di bello, o bellissimo, essendo in se mancato il vero e proprio atto. 

Siamo rimasti nudi, appoggiati a una sdraio. A fumare. Senza dire nulla. 

Poi mi ha preso la mano. 

E’ stata davvero la tua prima volta?

Si.

Non l’hai mai fatto con Gaia?

Aspettavamo quest’estate.

Anche io e Marco.

Bei figli di puttana che siamo.

Perchè? E’ stato bellissimo. 

Mi brucia la punta. 

Cosa?

Mi brucia la punta.

Di cosa?

La punta. La punta del coso. 

Vuoi un bacino, che ti passa?

 

E ancora una volta, senza che il cervello potesse opporsi con fermezza e dignità, il cazzo prese il comando con decisione. 

 

Per dovere di cronaca, la mattina dopo ho salutato Valeria dopo colazione, tornando a Milano. Aveva davvero un brutto naso. Imparando che un brutto naso ti può far perdere un bel culo. 

Non ci siamo mai più visti. Ho potuto notare su Facebook che è ancora insieme a Marco, e hanno una splendida bambina, che sorride sempre. 

A Gaia non ho mai detto nulla. E, come pianificato, abbiamo fatto l’amore quell’estate. Pensavo, mentre lei si rivestiva vicino al letto, che era a tutti gli effetti la mia prima volta. E che senza sabbia era tutto molto più facile e meno infiammatorio. Ma le probabilità di un pompino post coitale scendevano drammaticamente. 

Per dovere di cronaca, anche Gaia sta con Marco. Un altro Marco. Almeno credo.

Tutto questo casino sulle prime volte io non lo ho mai capito.

Ma ho capito, da quella sera di giugno, che quella sottile linea rossa sarebbe stata argomento molto presente nelle mie decisioni negli anni a seguire. 

 

Ogni tanto ripasso da quella spiaggia. L’anno scorso ci sono passato in moto, andando a Roma. Cercavo l’angolo dove milioni di piccoli Franz sono andati dispersi nella sabbia, ma ci hanno messo i bidoni della differenziata.