Op scio nal

Dicono che poi parli sempre di sesso, tra le altre cose in modo decisamente scurrile e non adatto alla sopraffina narrativa che mi contraddistingue. 

Forse, penso io, perchè nulla succede, che possa perlomeno essere raccontato. 

Ma non lo dico, che poi la gente ci rimane sempre male quando ha la percezione che la sua quotidianità, che da dentro sembra un compressore pieno di pressione, emozioni e rivoluzioni pronto a sparare, da fuori non è altro che un preciso cliché di un b movie francese. 

Tra l’altro ho anche ricevuto una mail di protesta per il post precedente. Questo blog ha l’indirizzo mail pubblico da 10 anni, e questa è la settima mail che ricevo. Perlomeno pertinente a quanto scritto o detto e non per vendermi cialis oppure per farmi ereditare grandi somme da zii in Nigeria prematuramente scomparsi. 

La mail è firmata Tania. Intuisco si tratti di una donna. Che mi accusa di essere, oltre che volgare tra le righe, “ossessionato dalla donna sessualmente parlando, e sicuramente pronto a un percorso riabilitativo psicologico”. 

Vedi cosa succede a far studiare le donne? 

Che poi divengono coscienti dell’incredibile potere del percorso riabilitativo psicologico. 

Che poi ne avrei bisogno davvero. Non per questa questione di ossessione per le donne, sessualmente parlando, ma per gli schiaffoni che la vita mi ha tirato negli ultimi quattro anni. 

Un bel percorso riabilitativo psicologico, con sedute di approfondita analisi e ipnosi. E poi se ci scappa, anche un pompino.

Così. 

Insomma, rivedo i miei fratelli, quasi tutti insieme.

Usiamo il giovedì sera per metterci in pari con la vita, per leccarci le ferite, per far finta di essere capaci di non pensare al resto, per ridere, per fare quello che tutti gli uomini fanno da sempre, semplicemente lasciarci il segno a vicenda. 

Ora, a livello puramente biografico, nessuno dei suddetti amici, me compreso, ha una storia sentimentale lineare, semplice e soprattutto facilmente spiegabile. 

Alcuni hanno fame. Altri hanno sete.

Gli uomini sono così. 

Arrivano tutti in ritardo. E’ una abitudine consolidata. Inizia anche a piovere. 

L’abbordaggio delle povere vittime avviene con disinvoltura. 

La zona, per noi, è zona conosciuta, palmo a palmo. E’ lo stesso bar da anni. Le stesse serrande, lo stesso casino. 

Le povere vittime sono due tipiche utenti del posto. Radical Chic, non milanesi, carine, particolari. Il genere di donne che bisognerebbe frequentare.

Non che la caccia sia lo sport tipico. Il branco si trova all’ombra di questa oasi per leccarsi le ferite inferte da altre femmine e da altri maschi. Solitamente è un branco chiuso. 

Ma si sa, la stagione degli accoppiamenti e la sensazione che essere senza figli a 35 anni genera nel maschio una psicosi spastica che erutta nel disordinato approccio di femmine coetanee. Come se bevendo insieme a trentacinque anni potessimo ancora credere di avere tempo. Dal canto loro, le trentacinquenni hanno una fretta imperiale di chiudere il discorso ovuli fecondati e foto di famiglia, sentendo il rimbalzante richiamo biologico. Quindi cercano, più o meno inconsciamente, un padre biologico. 

Esistesse la sincerità sarebbe:

– ciao, sei carina, coetanea, e dalla scollatura intuisco anche pronta per un eventuale accoppiamento

– ciao, ho bisogno di essere protetta, curata, messa incinta, e poi tenuta in alto nelle tue priorità.

– ah. Beh, anche io voglio un figlio. Maschio che gli insegno la moto, il surf, lo skate e tutte quelle cazzate a cui mi attacco per sentirmi ancora ragazzo. Solo che poi vedo quelli che hanno un figlio, e insomma mi sembrano cazzi amari. 

– Sei il tipico irresponsabile del cazzo, che fa surf e va in moto e che si veste in modo tremendamente originale. Provo attrazione sessuale nei tuoi confronti, ma so che mi ferirai fino alla morte. Forse ti amo. Anzi si. Però tira almeno giù la tavoletta dopo aver pisciato. 

– Beh, io vorrei scopare con te. Ovviamente con una cena prima, che abbiamo trentacinque anni se no sembra che ti tratto da puttana. Ma per il dopo, non saprei dirti. Iniziamo con lo scopare e con il fatto che tu mi lasci il martedì per il corso di yoga, il mercoledì il calcetto, il giovedì il corso di tastiere heavy metal, il venerdì per gli amici, il sabato per lo skate e la domenica il surf. 

– Ok. Sedotta e abbandonata. E’ un copione che conosco bene. Mi va bene. Anzi perfettamente. Mi ricordi Luca. Il mio ex. e Giulio, il mio ex ex. E Carlo. il mio ex ex ex. Lunedì ti presento i miei

– no. Il lunedì vado in moto con gli amici. Pompino veloce dietro la macchina e la facciamo finita? 

– E’ squallidissimo

– In effetti si. Ma volendo riassumere… 

 

Invece

Invece la conversazione piacevolmente cade su alcuni luoghi comuni riguardanti le origini, le vacanze, il sole, il mare, quanto piove a Milano. Occhi che scivolano veloci, saltando la scollatura per rispetto. Mani che cercano un contatto. Lei scava nella memoria per capire a chi assomigli, a cosa è dovuta tutta quell’abbronzatura e perchè sente forte il bisogno di fare un bambino con te. 

Io sono spettatore privilegiato. Posizione eccellente. Mi resta, sporco lavoro, l’intrattenimento dell’amica. 

Appoggio fraterno. 

Adoro la sensazione di illuminante dominio provvisorio che scintilla negli occhi del mio fratello cacciatore. 

Quell’inebriante potere, estremamente temporaneo e volubile, che si attiva quando credi di avere una donna in pugno. 

La serata scivola sotto la pioggia fino all’abbandono del tavolo da parte delle giocatrici. Siamo abituati. Siamo abituee. Nel senso che alla fine, mogli, amanti, amiche, conoscenti, rimaniamo sempre qui. A chiedere l’ultimo giro pensando al mal di testa del venerdì. 

Voglio bene a questi uomini. Un bene enorme. 

So che loro me ne vogliono. 

Vogliamo bene a questa piccola abitudine. Questo show, che sta in piedi da solo, nel quale ogni nuova donna si sente protagonista. 

Cacciatori che diventano prede. Un confine labile con copione conosciuto. 

Finisce sempre così.

Ma io, fossi donna, uno di noi lo sposerei subito. Uno qualsiasi di questi quattro cani scappati dal guinzaglio. 

Perchè sono sicuro che uomini così capaci di amare non ne esistono molti. 

E anche di uomini così capaci di nascondere questo amore enorme sotto una folta pelliccia di difetti e luoghi comuni. 

Abbiamo bisogno di donne pazienti. Abbiamo bisogno di donne pronte a sedersi sulla folta pelliccia e scavare con le mani. 

Abbiamo delle donne pazienti. Bellissime. Perchè le loro pellicce di difetti sono ancora più folte delle nostre. 

Uno si sposa a luglio. Mese inopportuno per sposarsi, se la prendi dal punto di vista dell’invitato che vuole ubriacarsi e non sudare come uno svedese dentro una sauna. Credo sia pronto per farlo. Perchè esplode d’amore. 

E’ il momento giusto per farlo. 

Uno vuole un figlio. 

E’ il momento perfetto per farlo.

Anche un’altro vuole un figlio.

Sarebbe perfetto farlo. Ma da soli risulta difficile. 

Un’altro vorrebbe solo essere amato. 

Tutti lo vorrebbero.

Insomma, le solite cose. Per questo ogni tanto mi dimentico di raccontarle. 

Non potete nemmeno immaginare quanto io ami queste solite cose. Solo perchè sono le solite cose nostre. 

 

PS: l’unico accenno sessuale di tutto il pezzo è semplicemente dovuto al fatto che è la verità. L’inossidabile verità. 

Poi, potete anche darmi del buzzurro. Ma nessun uomo con due Negroni in corpo, cercherebbe una donna al solo scopo di sposarla. E’ scritto. Come è inevitabile che l’immediato paragone con la lista di ex (conviventi, mariti o amanti) porti il candidato a un incredibile percorso ad ostacoli atto al raggiungimento dell’atto. Basta solo avere lo stesso profumo di Carlo o lo stesso lavoro di Nicola per essere egoisti come Carlo o stronzi come Nicola. Quanto è misero il mondo della memoria d’amore. 

Che poi è il motivo per il quale lei si è allontanata ieri sera, fratello. Impara ad osservare. Era uscita per una lunga serata “memorial di xxx” nella quale confidarsi con la prode amica su quanto fosse stronzo Carlo o Nicola o Paolo. Un libro aperto di memoria.

Impara ad origliare le conversazioni prima di buttarti a pesce con quel tono da Brad Pitt di Ostuni e quell’accattivante sorriso perfetto che fa capire che, in fondo, sei molto peggio di Carlo/Nicola/Paolo messi insieme. Ma sei molto più bello. 

A giovedì.

 

Ingoio (Quattro motivi per concludere un pompino felicemente)

(Ora, ritrovarsi a scrivere sempre le stesse cose, ne converrete, risulta estremamente noioso per lo scrittore e per il lettore. Restano due varianti: smettere di scrivere, o semplicemente spiegarsi in maniera differente).

 

Insomma, io ingoio. Ingoio da un pezzo. E malvolentieri. Ma tant’è. 

Dicono, quelli che leggono Osho, quelli che fanno yoga, quelli che bevono the verde e tisane drenanti alla sera, che la vita è fatta di alti e bassi, e che ingoiare è solo una fase. Che poi è così, anche se il tempo scorre in modo decisamente diverso, tra quando sei in alto e quando sei in basso. Dev’essere una questione di gravità. In alto scivola veloce,con le giornate che finiscono sempre troppo presto, le stagioni che corrono. In basso le ore sembrano anni, e ti tocca di raddoppiare il rhum per reggere. 

Nel grafico della mia vita, sto scavando con le mani per recuperare, dato che ormai sono uscito dal foglio da parecchio tempo. 

Dicono, quelli che leggono Osho, che vanno ai corsi di Programmazione Neurolinguistica, che pagano l’analista e che fanno sesso senza dire le parolacce, che bisogna contestualizzare. Dividere la vita a compartimenti stagni, e osservare le stanze della propria esistenza, capendo dove si va male e dove si va bene. Insomma non è tutto nero o tutto bianco. Ci sono cinquanta sfumature di grigio. Saper apprezzare il bianco, contestualizzando il nero, dicono.

Che poi, a quelli che leggono Osho, non vale nemmeno la pena di rispondere. E che poi, per esempio, il colore della morte e del lutto, in India, è proprio il bianco. 

In ogni caso, io i compartimenti stagni li osservo da un pezzo. E sono tutti pieni zeppi di merda. 

Non è questione di pessimismo. E’ questione di tempismo. 

Insomma, vi dicevo, ingoio. 

Nulla di male. 

Parte del gioco. 

Cerco di liberarmi con una mossa efficace e antica, fingendo una chiamata sul cellulare, da una chiacchierata noiosa, per trovare un angolo di riposo. Che, in una fiera piena zeppa di gente, non è roba facile. 

Sono sveglio dalle cinque. Sono le quattro. Sono in piedi, fisicamente sui miei piedi, dalle otto. E sono le quattro. Non mangio dalle sette, e sono le quattro. Parlo dalle dieci, e sono le quattro. Sono riuscito a fumare una sigaretta in piedi, mentre pisciavo e mi controllavo la cravatta. Che poi non si potrebbe, fumare e controllarsi la cravatta insieme. Che è un attimo, bruciarsi la faccia. 

Sono stanco. Ma ingoio. Reggendo il gioco. Alle otto faccio colazione con una piccola orda di venditori. Alle otto e mezza mi chiedo quando arriveranno le sei e mezza. Ingoio. Alle dieci faccio una video intervista con un cameramen sovrappeso che sbadiglia mentre gioca con l’inquadratura. I miei video aziendali fanno una media di cinquanta visualizzazioni l’anno. Che è un grande stimolo. 

L’argomento, la Fabbrica del Futuro e gli eventuali sviluppi delle tecnologie cross border, è un’altra stimolante leva. Capisco lo sbadiglio del cameramen. E ingoio. 

Spenta la telecamera e il faretto che mi ha reso un sudario, vengo gentilmente trasportato in una tavola rotonda di amministratori delegati. Tutti abbronzati e sospettosi. Chiedo a una assistente con una camicia di raso trasparente e un culo a se stante, dell’acqua. Forse si dimentica. Forse non conto un cazzo, nella piramide alimentare degli amministratori delegati. Sta di fatto che l’acqua non arriva. Ingoio. 

Mentre mi alzo, vengo raggiunto da un cliente che si ricorda benissimo il mio nome e che vuole parlarmi con urgenza di una cosa molto importante. Mi risiedo. Richiedo dell’acqua. Non mi viene portata. Stacco il cervello e lascio che il cliente parli. Si anima e suda. Fa un cazzo di caldo, penso. Ma l’acqua non mi arriva. Mi arriva un cappuccio. Con la schiuma. 

Io il cappuccio lo odio. Come alimento. Ingoio. 

Mi alzo, viene richiesta la mia presenza per una riunione confidenziale. Tavolino di cristallo, prosciutto di San Daniele tagliato al coltello, Prosecco e frutta fresca. Chiedo dell’acqua. Una assistente con gli occhi incredibilmente azzurri e profondi me la porta. Vorrei sposarla, buttarmi ai suoi piedi e ringraziarla, amarla. Bevo. Mi sembra di essere tornato nel mondo dei vivi. Qualcosa va per il verso sbagliato. La riunione si anima, il tavolino diventa troppo piccolo e scomodo per tutti e quattro. Si allentano cravatte, partono velate minacce, sparisce il Prosecco. Mi pagano per esserlo. Allora lo faccio.

Arrogantemente mi alzo e me ne vado. Mi pagano per essere arrogante. Peccato per il Prosecco. 

Ingoio. 

Cerco di puntare il cesso delle hostess. Non per altro, nessuno può cercarmi qui. 

Incrocio Francesca, che da giovane doveva essere bellissima e felicissima. Che è una donna in carriera e che oggi porta un ridicolo paio di sandali con la zeppa in sughero. Mi prende e mi porta in un angolo. Ci sediamo. Insieme a due individui dalla giacca troppo grossa e dalla cravatta troppo vistosa. 

Il primo mi indica, con una Montblanc evidentemente di plastica, un plico di fogli. Il secondo accenna ad eventi successi e passati. Appoggio la schiena allo schienale di plastica. Cerco con gli occhi un’assistente. I due non hanno una assistente. Non contano un cazzo. Peccato, avrei voluto dell’acqua. 

Bevo troppo, penso. Potrei avere un tumore ai reni. Penso. O forse, solamente una grande sete. Odio la gente che indica con la penna e allude a contenuti che non mi fa vedere. Noto un piccolo callo di postura sul piede di Francesca. Un peccato indossare un sandalo con un callo. Sbuffo, involontariamente. 

Ingoio. 

Ci alziamo, ci stringiamo le mani, mi giro. Sto immobile in mezzo al corridoio della fiera. Osservo una Fender bianca e lucida appoggiata su un divano, e un pianista robot che suona Freddie Mercury. 

Punto la Fender. Mi siedo. La prendo in mano. Hanno un’impugnatura miracolosa, questi oggetti.

Suono qualcosa. 

Samantha, Daniele Silvestri. 

Daniele Silvestri è un poeta, ma pochi lo sanno. Samantha è una grande canzone. Dal vivo è uno spettacolo. Giulia mi aveva fatto scoprire Roma, Daniele Silvestri, una mansarda in Trastevere e il suo modo di limonare strano. Poi è sparita. Lasciandomi Roma e Daniele Silvestri. 

Samantha è divertente da suonare alla chitarra. 

Inizio a respirare. 

Ma c’è una canzone stupenda di Silvestri che mi piace suonare. Eccola. Suono l’inizio. Questa è una di quelle dieci o venti canzoni che hanno un peso specifico nella mia vita. Una di quelle canzoni che mi riattaccano i profumi e i colori di quel preciso momento in cui l’ho sentita per la prima volta. Ricordo i brividi sulla schiena, il filo di sudore sulla sua, il silenzio apparente dell’alba, l’odore di mare e rosmarino, la certezza nel vedere le sue mani tremare davvero, insieme al respiro, insieme al mare. 

Mi si siede di fianco un vecchio con una cravatta rossa. Canta, con precisione millimetrica:

– Così dicevi perchè i miei occhi pieni di balconi e chiese non tornassero più.

 

 Si alza, mi guarda:

– Daniele Silvestri è un poeta

E se ne va. 

Concordo. 

Giulia non mi tornava in mente da vent’anni. Chissà se fa ancora l’amore con il suo amico romano al campo Scout, chissà se beve ancora il vino rosso a canna dalla bottiglia. Chissà se porta ancora i suoi amici per mano dalla stazione alla mansarda in Trastevere e ci fa l’amore tremando come una foglia. Chissà se se li dimentica alla Stazione, lasciandoli con una scatola di ricordi e un sorriso. Chissà se poi quel progetto di rifarsi le tette è andato in porto. Chissà se si ricorda anche lei di aver vissuto cinque minuti che valevano la pena di essere vissuti, sospesi sopra il molo della ferreria, sul mare. 

Mah. 

Vengo recuperato da un venditore, affamato di vendetta e famoso per essere simpatico come un foglio di excel. 

Si siede. Mi tocca appoggiare la chitarra. 

– Hai gli occhi stanchi. 

– Troppe slides.

– eh, la fiera stanca.

– non esattamente

– …

– ingoiare, stanca. 

 

Ora, con sommo dispiacere devo interrompere l’immensa poesia creatasi con l’ascolto di Strade Di Francia (ma davvero non conoscevate Samantha? La versione dal vivo è perfetta. Eccola). 

Orbene. Con una rapida ricerca su Google sarete cascati qui incuriositi sul come convincere la vostra, o il vostro, partner, nel finalizzare la sublimazione del rapporto orale con un gesto di poesia e decisione: ingoiando. Insomma, della mia difficile settimana in fiera, del rotolare della mia vita verso il basso e di tutto il resto non ve ne fotte un cazzo.

Volete un pacco di buone ragioni per convincere la vostra donna e chiudere la questione, perchè poi nei discorsi da bar siete gli unici che non hanno inseminato il cavo orale, e vi sentite inferiori. 

Probabilmente lo siete. 

In rete trovate discussioni estremamente interessanti sulla questione. Come al solito, il sito di riferimento è ForumAlFemminile. Un sano scambio di idee sul gigantesco problema mondiale:

– Se ingoiare o meno

con una piacevole disgressione su:

– baciarsi dopo aver ingoiato

In ogni caso, la questione è chiusa da Ginevra84, che con un forte impulso femminista degno del sessantotto migliore, giustamente fa notare che ” è roba sua, ci mancherebbe”. Tutto il forum le si accoda, infrangendo la regola aurea che ritiene fisicamente impossibile che tre donne messe insieme possano trovarsi d’accordo su qualsiasi argomento. (regola peraltro infranta anche dalle mie ex, che tutte, senza esclusione di colpi, mi definisco un pessimo stronzo). Qui trovate l’accorato appello di Ginevra84.

Per completezza, qui il link al forum famoso a cui accennavo prima (dove peraltro una utente si lamenta del cattivo gusto dello sperma del suo attuale compagno, ma ci tiene a sottolineare che con quelli prima mica era meglio). 

Da una mia breve ricerca quantitativa e qualitativa, eseguita in rete ma anche sul campo, con anni di estenuanti fatiche, posso con certezza da moderno sociologo affermare che: 

– il 40% delle donne non sa eseguire correttamente la manovra, eccedendo goffamente nella meccanica del gesto e trasformando il tutto in un controllo andrologico. Sono solitamente quelle più convinte della loro bravura. E sono anche quelle che te lo fanno pesare. E’ strano pensare che nell’era di YouPorn e Redtube ci siano ancora donne che non si sono documentate, ma è purtroppo vero. L’errore meccanico è chiaro segnale di scarso interesse sull’argomento e di mancanza di banda larga in casa. Offritele un’abbonamento Vodafone, oppure stampatele qualche guida. (qui una delle più dettagliate sulla meccanica).

– un buon 50% delle donne esegue il gesto con due principali intenti: chiudere velocemente la cosa per tornare a casa e lamentarsi su what’s up con le amiche di come sia una merda il mondo degli uomini, oppure semplicemente per evitare una scopata. Si chiama “pompino di ripiego”, e dovrebbe, a rigor di logica, essere vietato dallo Stato. Ma si sa, questa corrotta classe politica non ha interesse a promulgare leggi intelligenti. 

– il restante 10% del mio campione sul campo è indiscutibilmente dotato in materia. Esegue il tutto con desiderio e gioia, colora la questione con la necessaria malizia, sembrando estremamente pronta per un piccolo clip su Redutbe, conosce il ritmo ancestrale delle cose, e non si pone il problema di come chiudere la questione, lasciando al maschio un ventaglio di opportunità sul come e dove che coloriranno per anni i racconti tra amici. Queste sono, a livello statistico, le donne da sposare o da assumere. (Mai, dico mai, fare entrambe le cose con la stessa donna). 

Purtroppo non ci sono modi semplici per riconoscere uno dei tre macro tipi di donna esternamente, anche se un buon campione statistico dice che ci potrebbe essere una certa correlazione tra l’altezza del tacco indossato e la reale capacità di fare pompini. 

Posso anche affermare che il peso (più correttamente la massa grassa) di una donna non incide sulla sua capacità nel gesto. Era una interessante tesi offertami da un collega studioso, che in qualità di ristoratore ha un buon campione di clienti e che ha trovato nel deposito adiposo un tratto caratteriale delle donne ingordamente brave nell’atto. Una mia ricerca ha invece dimostrato il contrario. Le donne magre, e le donne con un difficile rapporto con il cibo, hanno un ottimo rapporto con i genitali maschili. Credo sia una questione di karma. 

In ogni caso, posto che esista una correlazione tra scarpe con tacco alto e felicità (cosa in cui credo fermamente), e che quindi se siete stati degli accorti selezionatori non avrete di questi problemi,  eccovi serviti i quattro validi motivi per i quali la vostra compagna (o il vostro compagno) devono accettare questa cosa.

Partiamo dal presupposto che i due grandi problemi a cui la maggior parte delle donne fa riferimento sono: 

– il sapore

– il sentirsi poco rispettate.

E partiamo anche dal presupposto che, se il mondo non fosse schifosamente maschilista, entrambi sarebbero validi argomenti. 

Voglio vedere voi, a bere un mezzo bicchiere di una roba che, nel migliore dei casi ha la consistenza di un uovo, il sapore di sale e schifo e che lascia anche un senso di pesantezza nello stomaco. 

In ogni caso:

 

1) La storicità del gesto. Prendetela alla larga: citate misteriose edizioni del kamasutra e anche Sting (che alle donne gli piace associarvi a Sting, perchè lui, come conferma ForumAlFemminile, scopa per otto ore di fila, e voi non superate il minuto e mezzo). Tutti gli esseri umani sono più convincibili, se il resto del popolo, in passato, ha fatto la stessa cosa. 

2) La mia ex lo faceva. E anche bene. Anzi, anche meglio. Lo spirito competitivo e l’ossessione per l’abbandono, vi garantiranno l’immediato piacere. Ma sappiate che questa strada è estremamente pericolosa. Perchè “quellatroia” (generalmente così viene chiamata) è una buona leva su cui forzare, ma può essere anche un boomerang. 

3) Ci sono degli evidenti benefici medici e psicofisici. Lo sperma infatti, contiene l’osmoproteina, necessaria all’ovulo fecondato per generare le difese immunitare. L’osmoproteina, insieme al citoprondone, presente nello sperma giovane o “fresco”, agiscono in maniera sorprendente sul sistema immunitario. Inoltre, l’assunzione quotidiana di citoprondone richiama le cellule neuronali, dando un senso di sazietà e eliminando naturalmente lo stress da fame improvvisa. Lo sperma ha, inoltre, una alta carica idroelettrica, grazie alla presenza della Sabinina, una molecola usata in quasi tutte le creme drenanti. 

Niente di quanto scritto è vero o ha un senso logico. Ma la verità non è importante, se confezionate una menzogna credibile. 

4) Ho mangiato l’ananas dopo cena e in più ti rispetto di brutto. Dicono che l’ingestione di alcuni alimenti cambi il sapore dei liquidi che espelliamo. Anche dei solidi. Dicono. Non mi sono mai addentrato nella questione, nel senso che non uso bere dal water e non siedo a tavola con Gianni Morandi. La correlazione logica tra l’ananas e molte delle leggende che lo circondano è nulla. 

L’ananas dopo cena non fa dimagrire. L’ananas non migliora il sapore dei vostri liquidi. L’ananas non è poco zuccherato. 

Ma lei potrebbe crederci. 

Sul rispetto, in effetti, basta essere convincenti. Il rispetto non si misura nel letto. 

In ogni caso mi urge sottolinearvi che la quesitone del rispetto è davvero importante.

 

4b) (bonus): Ti ho pagata, cazzo. Pur essendo estremamente pericoloso, potreste far notare alla vostra partner che, per questo servizio avete pagato. Magari non direttamente, ovvero dandole soldi in mano, ma cazzo la cena, con pure la bottiglia di Vermentino e il mirto, porca troia, vi è costata. A saperlo prima, si faceva un bel Burger King con limonata nel parcheggio. Usate questa motivazione, in ogni caso, solo come ultima possibilità. Alle donne non piace arrivare a capire la questione finanziaria del rapporto. Escludendo, ovviamente, le amiche che frequentate sulla vecchia statale. 

Spiace farvi arrivare alla fine per dirvelo, ma una donna che non conclude la cosa è una donna che non vi ama. 

E se questa donna è la vostra compagna, siete inferiori. Ve lo scrivevo prima. 

Tutta questa questione non si dovrebbe nemmeno porre. 

Insomma, se siete arrivati a questo punto, fatevene una ragione. Avete sbagliato donna. 

Forse vi sarete fidati di quel misero tacco cinque, oppure di quell’ammiccante perizoma. 

Errore. 

Errore madornale. 

Se siete legalmente in tempo, ovvero non incorrete in onerosi pagamenti di alimenti, cambiate partner, questa volta mettendovi davanti a un negozio di scarpe di Manolo Blahnik, per sicurezza. 

Diversamente provate a convincerla con uno di questi quattro motivi. 

Ma, sappiatelo, il problema si ripresenterà. 

Inutile staccare le foglie, quando le radici sono marce (Osho). 

 

Life is Short, sisters! Make good blowjobs! 

 

 

 

 

 

 

Rock and Roll (trentenni che sentono la vita)

Infatti la pirma chiamata è la sua. E’ sempre così. Mi chiama, lo so per certo da fonti ben informate, appena uscito da casa, sulla via per la chiesa. Infila questo momento paterno tra il trittico chiesa-cornetto-giornale. Raramente mi chiama nel giorno giusto. Diciamo che su una media ponderata di quindici anni, mi ha chiamato il giorno giusto quattro volte. Mi chiama sempre il giorno prima, che è il compleanno di mia sorella. E facciamo sempre la stessa telefonata.

– Auguri davvero con il cuore

– …

– da parte mia e ovviamente della mamma

– grazie papà, ma è domani

– ah, ma sono fatti con il cuore, valgono lo stesso. Come stai?

Puntuale come una guardia svizzera al picchetto, chiama alle 7.44. E facciamo la nostra telefonata. Questo è un anno giusto. Uno di quelli in cui azzecca il giorno. 

E mi chiede: come stai? 

E non posso rispondere. 

Non è il caso. 

E lui, in fondo è mio padre, suo sangue nel mio sangue, capisce che il silenzio è una piccola bugia già di suo. 

E allora rientra nei ranghi della sua preziosa routine, e mi liquida velocemente minacciando un prossimo brindisi famigliare. 

Dovrebbero, gli uomini in età della ragione, insomma superati i quindici anni e non arrivati ai sessanta, svegliarsi il giorno del proprio compleanno con un pompino. Non scherzo. Avrei potuto scriverlo in otto modi differenti, carpendo gli assensi consapevoli di tutte le instabili compagne che affollano i vostri letti. Magari alludendo all’amore e alla passione. Ma so che tutti gli uomini tacitamente approvano. Non tanto per il pompino in se. Roba dozzinale, ne convengo, anche se miracolosa e curativa. E’ questione di controllo. 

Insomma, il compleanno è una questione di corpo contro l’anima. Il corpo avanza, inevitabilmente, mentre l’anima vorrebbe arretrare. 

E questo gesto, sportivamente elargito, è un buon gesto per il corpo.

Mi sveglio, invece, in un condensato di bollette da pagare, piccoli cazzi amministrativi, organizzazioni millimetriche della settimana. Un po’ è il difetto di fare gli anni il lunedì, un po’ è la mancanza di tatto degli abitanti della mia camera da letto, un po’ la mia prolungata assenza amministrativa. 

Viaggiando verso casa guardavo i grossi nuvoloni carichi di pioggia che minacciavano la città, per evitare di pensare al dolore fisso all’osso sacro. Tenevo appena il manubrio, lasciando che il motore portasse la moto. 

E pensavo a cosa mi sarebbe piaciuto vedere, svegliandomi il giorno del mio compleanno. 

Più invecchi più la lista dei regali si accorcia, incredibilmente. Più invecchi più la lista dei regali diventa una questione di anima. Sempre meno oggetti, sempre più soggetti. 

Voglio delle cose che il denaro non può comprare. Può, il denaro, collaborare alla generazione, ma è una questione di anima. 

Mi sono rimasti, per dovere di cronaca, venti fottuti euro. 

Succede.

A volere tutti questi oggetti, tutta questa formalità, una casa, un balcone con le piante grasse, un lavoro, un mutuo trentennale, una macchina, una casa per le vacanze, un piano pensionistico, una assicurazione sulla vita intestata a tua moglie, succede.

Che poi alla fine ti ritrovi con una sola banconota da venti euro nel portafoglio. 

Il problema del giorno del mio compleanno è che aumenta esponenzialmente la quantità di persone che ti chiede:

– e poi come stai? 

Aumenta esponenzialmente il numero di persone a cui tocca mentire.

– tutto benone. 

Anche perchè, a dirla tutta, potrebbero fare ben poco. Volendo rovesciare addosso alla loro gioviale e idiota domanda tutta la verità. 

Non possono, anime come la mia, stare bene, se non insieme a anime come la mia. 

Il problema delle anime come la mia è che, per stare con anime come la mia, rischiano di distruggere le anime come la mia.

Chiaro, no?

E questo, per un’anima come la mia, è un periodo difficile della vita. 

Sapevo, in qualche modo, che sarebbe arrivato. Ho la lucida follia di poter dire che lo sapevo, che sarebbe arrivato. 

 

E’, anche, il compleanno di questo blog. Che compie dieci anni. 

Come me, non è molto cambiato. Migliora, come me. Lentamente, come me. 

Quando ho iniziato a scrivere qui sopra non pensavo potesse essere così divertente, vivere questi dieci anni. 

Credevo di aver visto tutto. Non sapevo che il meglio doveva ancora venire. 

Sai, uno a venticinque anni ha il testosterone dei venti e l’intelligenza dei trenta che inizia a fare capolino. E si sente padrone del mondo e del futuro. Del mondo. 

E io, comprensibilmente, molto di più.

E poi uno, a venticinque anni, ha un passato che fa molto meno male. Anche se sembra, agli occhi di un ventenne, che sia il passato più doloroso del mondo. 

Scrivevo, dieci anni fa, per vivere di un sogno. Adesso scrivo del mio presente, poco prima che diventi passato. Ho amato donne stupende, ho letto libri fantastici, mangiato piatti superbi, guidato moto emozionanti, viaggiato in quattro continenti, incontrato persone fondamentali, perso persone fondamentali, giocato partite perse che ho vinto, perso battaglie che credevo di avere in pugno, sognato e realizzato, sognato e mai realizzato. Ho vissuto. Iniziando a raccontare. 

Certo, mi sarei aspettato compleanni più semplici di questo. 

Senza dirlo a nessuno, sono scappato dentro il mini market gestito da indiani e mi sono comprato una bottiglia mignon di rhum. Robaccia, sembra benzina. Mi sono messo a berla e a scrivere seduto sul ponte della ferrovia. Nessuno qui mi conosce, nessuno mi chiede:

– come stai?

E io scrivo, meglio. 

Poi mi sono fermato, e ho pensato: davvero rifaresti tutto?

si.

Senza nemmeno dubitare.

si.

Tutto.

Forse perderei ancora meno tempo nel farlo. 

Tutto quanto.

Questo è bello da sapere.

Perchè non posso propriamente rispondere:

– sto bene, grazie! 

Ma posso rispondere:

– rifarei tutto. Tutto quanto. 

 

E questo è un bel modo di guardarsi indietro.

 

 

 

Pezzi Sparsi

– Ridendo e scherzando è passato quasi un anno

– odio quelli che mi ricordano le scadenze e gli anniversari.

– si, ma è passato un anno. Era maggio, e c’era il sole. 

– a Maggio c’è sempre il sole. 

– come fai a dirlo?

– me lo ricordo. Da sempre. Ho iniziato a tenere il conto dei miei compleanni da quando, un pomeriggio di maggio ascoltando gli Operation Ivy sul letto, mi sono reso conto che nessuno lo faceva più per me. 

– parti ancora?

– si.

– perchè parti sempre per il tuo compleanno. 

– perchè ha sempre meno senso restare. Ma poi torno. Sempre.

– hai la faccia di uno che non vorrebbe tornare.

– sono nato con questa faccia. 

– è piena di cicatrici. Non ci sei nato con questa faccia. Te la sei fatta tu. 

– dici?

– beviamo una cosa insieme, come ai vecchi tempi?

– non posso berci sopra.

– a cosa?

– alla voglia di partire. 

– …

– bevo solo quando arrivo. Butto un sorso per terra, ringrazio Dio e bevo il resto. 

– la tua moto nuova è davvero bruttarella. 

– Serve per partire, viaggiare e arrivare. Non per essere bella. 

– da donna è necessario che ti dica che è davvero bruttarella. 

– da uomo ho sempre amato le tue piccole imperfezioni. 

– tu mi hai mai amata?

– non credo.

– nemmeno io.

– infatti

– nemmeno quando scopavamo?

– era troppe vite fa. 

– ti sei dimenticato?

– mi ricordo alla perfezione i particolari importanti. Ci ho anche scritto un racconto.

– davvero? Sulla nostra storia?

– noi non abbiamo avuto una storia. Abbiamo mischiato le carni e basta. 

– io ero innamorata.

– tu ti innamori sempre delle persone sbagliate. E io ero una di quelle. 

– infatti non mi sento felice. 

– dovresti partire.

– tu scappi, non parti

– possibile. 

– …

-…

– insomma a maggio c’è sempre il sole

– a maggio piove e torna sempre il sole. 

– anche nel resto dell’anno.

– si ma a maggio, in generale, gli uomini hanno più aspettative. E sono più felici quando torna il sole. 

– stai dimagrendo ancora troppo.

– anche tu. Si vede l’ombra delle costole sotto le tette.

– non dovresti guardarmi le tette.

– non dovresti guardarmi l’anima. 

– in effetti. Ma mi è sempre piaciuto osservarti da lontano. Sei un maschio bello da osservare. Meno da vivere.

– questo te lo appoggerebbero tutte le donne della mia vita. 

– cosa ti ricordi esattamente di noi due?

– il tuo modo di inarcare la schiena e appoggiarti tenendo le mani sulle mie cosce. E poi il tuo sguardo, quando avevi voglia di sederti nuda sul balcone a fumare. 

– solo questo?

– ricordo anche di essere stato felice con te. Di quelle felicità che arrivano mentre sei seduto nudo sul balcone ma poi vanno via quando ti rivesti. 

– non è un bel complimento. Mi stai dando della puttana, in pratica. 

– non cercare una definizione per tutto. Eri quella cosa lì. Non una puttana. Eri solo quello. 

– io volevo sposarti.

– alla luce degli eventi hai sicuramente fatto bene a non farlo

– ovvio

– e hai fatto bene a volerlo.

– in che senso.

– nel senso che non avresti inarcato la schiena in quel modo se non avessi visto tutto il futuro possibile dietro alle mie mani. 

– non capisco. 

– difficilmente le donne lasciano entrare un uomo nel loro presente se non lo vedono chiaramente nel loro futuro. 

– …

– difficilmente gli uomini lasciano che le donne stiano nel loro futuro.

– … 

– …

–  buon viaggio

– grazie.

– cosa ti piacerebbe ricevere per il tuo compleanno

– ho una lista lunghissima

– dammi qualcosa di semplice e con un budget ragionevole

– le cose che voglio sono tutte difficili e con budget infiniti

– …

– per questo me le regalo da solo. 

 

Stay Tuned Fritz!

 

 

Penombre

1. 

Un particolare, assurdamente piccolo, assolutamente importante, prendeva tutta l’attenzione. 

Come se quelle dita, così sottili, così perfette, potessero racchiudere tutta la forza del mondo, tutto il piacere morboso e nascosto, mentre stringevano fortemente le lenzuola bianche. La mano sinistra la teneva nascosta, sottomessa, appena sotto le scapole, era la mano destra a sostenere tutto il corpo, e quelle dita che, poco prima di venire, iniziavano a stringere le lenzuola. 

Un gesto, pensava fumando dietro alla persiana verde, femminile. L’orgasmo femminile è una questione di spalle, di pancia, di mani, di ventre, di respiro, di capelli, di sudore. Un’orologio perfetto, dai movimenti appena accennati di tutto il corpo. 

Lui aveva imparato a leggere il tempo su quell’orologio. Un tempo tutto loro, nascosto nella penombra della stanza. 

Lasciavano aperta la piccola persiana verde, e rimanevano sul letto a fumare, osservando la polvere galleggiare nella luce riflessa, e ascoltando il traffico del centro. 

Sembravano pomeriggi infiniti. Parlavano poco, c’era poco di cui parlare. Lasciavano i vestiti appoggiati alla sedia di pelle, senza nemmeno guardarsi, e si buttavano sul vecchio letto con le sponde rovinate dalla ruggine e dalla vita di una coppia che qui avrebbe potuto anche morire, dopo aver vissuto così tanto nella stretta della sua mano destra. 

Lui sentiva mancare il fiato, ascoltava il suo sudore cadere lentamente sulla pancia, e osservava lei, che con gli occhi chiusi riviveva tutta la sua vita. 

Quando lei veniva, sembrava non ci fosse nient’altro da aggiungere alla vita. 

Quando lei veniva, lui sentiva tutta la forza e tutta la debolezza cadergli addosso. 

Questione di secondi. 

Poi si alzava a fumare, lasciandola nel letto. 

Si appoggiava alla finestra, per sentire l’aria fresca, per osservare dalla penombra, la luce del pomeriggio della città. 

Restare appesi in questa penombra, sospeso in questo cono di luce, polvere, aria, sole, ombra, come se tutta la vita fosse qui. 

Pensava cose così. Che poi dimenticava. 

Gli restavano impresse solo le mani di lei, solo il suo respiro, solo i suoi occhi chiusi, solo la schiena inarcata e solo quel modo di esplodere che lo riportava nel baratro delle anime perse. 

Appoggiato alla persiana, aspettava. 

Chi non ha paura di niente, aspetta nella penombra. 

Perchè non ha nessun motivo per scappare nella luce. 

 

2.

Aveva lavorato tutto il pomeriggio, fumando troppo, bevendo troppo caffè, pensando pochissimo, e aspettando pazientemente il suo mal di testa. L’aria calda della stanza non lasciava sperare, eppure il temporale stava arrivando, o almeno così avevano detto. 

Aveva provato a smettere di fumare molte volte. Avrebbe continuato a farlo. Ma serviva una scusa per spezzare tutta quella noia. 

Si era alzato per cercare un filo d’aria, accorgendosi della poca luce che passava dalla finestra. Iniziava il tramonto del sole. Quello del centro. Il sole del centro tramonta prima. Dietro i grandi palazzi. Si nasconde e ti chiede di andare a rincorrerlo fuori. Lontano da questi palazzi. 

Si era appoggiato su un cono d’ombra, lasciato dalle tende e dalle finestre aperte. Fumando l’ennesima sigaretta. Avrebbe voluto cambiare molte cose. Molte cose non sarebbero cambiate.

Sicuramente non restandosene li, appoggiati a un’ombra, nascondendosi dalla luce, credendo in un tramonto finto. 

Rimettersi in gioco, restandosene li, fermi, era pressochè impossibile. 

Figurarsi ricominciare. 

Un’altra, ennesima, ripartenza. 

Un’altra, ennesima, ripartenza.

Un’altra, ennesima, ripartenza. 

Fermo, fumando, nell’ombra. 

Provava, a mente, a disegnare le parole che sarebbero servite, per farlo. Provava, sfiorando il gesso della parete, a sentire l’effetto delle parole.

Ma non sentiva niente, se non il fresco della penombra. 

 

3. 

Grossomodo quattro. Quattro grossi cadaveri di piccione, difficilmente scambiabili per altro, erano appoggiati con poca grazia sul davanzale della finestra. 

Il dottore gli aveva chiesto di pensarci sempre due volte. Di provare a rendere oggettive le situazioni. Roba da strizzacervelli. 

Difatti, in questi quattro cadaveri di piccione c’era ben poco da oggettivare. 

Non c’è nulla di normale in quattro carcasse grigie, appoggiate a un sottile strato di cotto, marrone. 

Se non l’orrendo odore. 

Eppure, si era impegnato. Grossomodo quattro cadaveri di piccione, mentre aprivo la porta finestra, per far entrare luce e aria. 

Ecco, oggettivamente, si trattava di questo.

Aveva sentito il prurito, l’impellente, indispensabile, irragionevole, voglia di grattarsi le braccia, i polsi, le mani. 

Era l’inizio della fine.

Di un libro già scritto, che conosceva a memoria. 

Era facile, da dottore, dire di oggettivizzare. Rendere oggettivo. Ma Cristo, prudeva. Prudeva. Prudeva. 

Senza nemmeno accorgersene aveva iniziato a grattarsi. 

Lentamente, ma profondamente. Quasi a sentire male. 

Fino a sentire le unghie nella pelle del polso. 

Senza togliere lo sguardo dai piccioni, dalle loro carcasse, dalla situazione, dal davanzale, dal marciapiede di sotto.

C’era qualcosa, in questa cosa, che rendeva incredibilmente attraente restarsene lì, nella penombra a guardare. 

Sembrava non riuscisse a muovere i piedi, immobilizzato. 

Qualcosa lo paralizzava. Qualcosa prudeva.
Facile oggettivizzare.

Sentiva il respiro farsi pesante, i polmoni stringersi, il battito accellerare. 

Sentiva arrivare il peso di quella penombra, il peso di quello spettacolo. 

Scoppiò a piangere, di un pianto di quelli che capitano una volta sola.

Piangere, a volte, è molto più liberatorio che grattarsi nella penombra. 

Piangere risolve un prurito dell’anima.

Che altrimenti non si potrebbe risolvere. 

 

Tendenzialmente, sono.

Una delle leggende che circolano su mio nonno racconta di un misterioso carico di ebrei, nascosti in delle botti di vino e trasportati al sicuro nel mezzo degli Appennini. Mio nonno faceva il camionista. Prima il cocchiere, poi il camionista.

Insomma, trasportava cose, raramente persone.

Non è mai stato partigiano, anche se veniva dalle valli da cui venivano tutti i partigiani.  Quando passavano i bombardieri, che si ostinavano a tappezzare la zona di bombe credendo che i depositi della ferrovia fossero pieni di munizioni, mio nonno si nascondeva dentro la grossa cassapanca di legno nella corte, fumando un sigaro e aspettando.

I bombardamenti cittadini erano poco chirugici, quelli in aperta campagna erano davvero approssimativi. C’era una forte possibilità di non uscirne. E mio nonno la aspettava chiuso nella sua cassapanca. Aveva traslocato mio padre e sua sorella in mezzo ai  monti, protetti dal verde e dai partigiani, quelli veri, quelli rossi, quelli dei film.

Quelle valli, che da una parte davano al mare e dall’altra davano su infinite colline, erano la pancia della Resistenza.

Ed erano terra loro. Mia nonna e sua sorella, Antonia, cucinavano tutto il giorno, per i partigiani. Era la loro Resistenza. Uova sode, formaggio, bistecche seccate da portare nelle bisacce. I partigiani scendevano di notte, come la nebbia, prendevano da mangiare e tornavano alle loro postazioni.

Mio nonno, aspettava che tutto finisse alle porte della città, facendo l’unica cosa che sapeva fare, guidando un grosso camion Fiat a tre marce e osservando i tedeschi, che in fuga verso la Svizzera, facevano razzia di donne, quadri e soldi.

La sua Resistenza assomigliava a quella delle canne sul fiume. Era una mollezza apparente. Niente può sradicare una canna nel fiume. E le canne di fiume possono nascondere molte cose.

Così faceva mio nonno.

Non era un bel periodo per andarsene in giro, se eri ebreo, repubblicano, comunista o solamente fastidioso. Non era decisamente un bel periodo.

E mio nonno se li caricava e li portava in Svizzera, o a Genova.

Insieme al vino.

Nessuno ci scriverà un libro, nessuno gli ha dato una medaglia.

D’altronde non ha mai sparato. E una volta, messo al muro da una pattuglia tedesca, si era anche pisciato addosso.

Lo raccontava sempre, del caldo sulla gamba e della paura di morire.

Una ricerca di una presigiosa università ha rilevato che la ricchezza principale della nostra generazione proviene dagli sforzi dei nostri nonni. Non era difficile da capire.

Quello che tuo nonno ha seminato, tu raccogli. Se sei furbo, continui a seminare, se no ti limiti a raccogliere.

Mio nonno non ci ha lasciato molto. Una casa sul mare, inghiottita dal porto, che abbiamo venduto quando le cose si sono messe male, un sacco di volte fa, una serie di racconti sui camion, una lunga serie di storie sulle statali, che non c’erano le autostrade, e una leggendaria passione per i motori. Quelli sconci, che danno i calci all’anima e allo sterzo. Quelli dispettosi. I motori veri.

Dovessi vivere di quello che mi ha lasciato mio nonno, sarei senza una lira. La ricerca lo diceva, che è solo un quaranta percento delle persone che hanno un reddito molto abbondante lo devono ai nonni. Gli altri, la ricerca non lo menziona letteralmente, si sono arrangiati, attaccati al cazzo, inventati una vita.

 

Ho preso Ernesto e lo ho portato lungo le statali che portano sulle colline, poi sulle montagne, poi dritto al mare.

Volevo esagerare perchè in fondo io a Ernesto non ho ancora preso le misure.  Ed è pericoloso sedersi su due tonnellate e mezzo di ferro, accellerare e spingere fino in fondo, se non si hanno le misure.

Abbiamo lasciato Milano mentre tutta la gente voleva entrarci, passando per quella periferia fatta di dormitori e tristi centri commerciali che mi angoscia da morire.

Abbiamo iniziato insieme le colline e siamo arrivati fino alle montagne.

Ernesto non è una moto facile. Ha un motore sproporzionato, freni inadeguati, una ciclistica sorpassata, un rapporto di compressione pressochè inesistente, un angolo di sterzo nullo, un angolo di piega impossibile, e delle vibrazioni che sembrano diventare martelli pneumatici piantati nelle braccia e nella schiena non appena si superano i quindici orari.

Quindi Ernesto è perfetto.

E’ una moto perfetta.

Le statali che abbiamo fatto sono quelle di mio nonno. Disegnate quando ancora si potevano pensare curve così strette, sembrano le linee d’ombra di una mano maliziosa che si infila nelle gambe di una splendida donna. E seguirle è davvero uno spasso.

L’umido del mattino, le piccole frane, le foglie bagnate, gli agricoltori con il loro trattore, rendono perfetto questo viaggio che stanca, massacra le ossa e libera la testa.

Ernesto si è comportato egregiamente. Ha fatto quello per cui è stato comprato. Mi ha seguito nelle curve, mi ha anticipato nelle frenate, e si è fatto guidare più o meno docilmente per tutti i 400 kilometri, per tutte le 263 curve, lasciando sull’asfalto un po’ di graffi perchè ha una carrozzeria molto goffa.

Avevo finito l’Aurelia.

Abbiamo finito la SS 412, poi tutta la SS 461, poi ancora tutta la SS 45.

Ingordi.

O forse solo io. Ingordo.

Ernesto mi segue, anche se si capisce lontano un miglio che non ne ha voglia.

Non vuole muoversi troppo.

E’ una moto da bar.

Ha sbagliato proprietario.

Ha sbagliato anima.

Non sono certo io che ho sbagliato moto.

 

 

 

Biologia (trittico di Pasqua)

Albe e tramonti 

Sono uscito di casa che le puttane sul viale stavano decidendosi a rientrare, faceva ancora freddo e il buio avvolgeva tutto. Ho guidato per un sacco di kilometri, che la strada è tutta dritta e puoi fare i tuoi pensieri comodamente, senza dar troppo retta al traffico. Curioso tra le frequenze FM. Trovo radio che, a ore impensabili della notte, mandano canzoni impensabili anche per il giorno. E trovo uno di quei pezzi che non sentivo da almeno una decina d’anni. Uno di quei gruppi che Freddie aveva trovato indispensabile conoscere. Con il suo entusiasmo per qualsiasi disco, me lo aveva passato su cassetta e io mi ero fidato. Mi fido sempre di lui. Anche se il suo entusiasmo per qualsiasi porcata che passi sotto il nome di Indie o Punk lo ha portato a possedere dischi che esseri umani normali definirebbero “delle cazzate tremende”. Questo non era male. E ho consumato la cassetta, una TDK 90, andando avanti e indietro sui pezzi. E’ un po’ che non scrivo. Lei si accorgeva di questi periodi. Non stavamo esattamente insieme. Portavamo i cani a pisciare nello stesso giardino, contro le mura del castello. E poi, se capitava, ci baciavamo. Tanto. Aveva labbra morbidissime. E orecchini ridicoli. Sorrideva e si faceva leggere quello che scrivevo. Quando non scrivevo se ne accorgeva. Non avevo niente da leggere, e stavo zitto, guardando i cani. Non era nemmeno mio, il cane. Facevo il dog sitter. Mi piaceva essere pagato per stare con i cani. E rimediare un giro su quelle labbra morbide. Organizzavo l’esame di Diritto Pubblico e la partenza per la Grecia. Faceva caldo. E non avevo voglia di studiare. Non che con il freddo fosse meglio. Anzi. Ma con il caldo di Milano, e con la scusa dei cani, stavo sempre nei piccoli giardini contro le mura del castello. Pensavo si potesse fare, come lavoro per la vita, quello di stare seduti su dei muri a leggere mentre i cani pisciano, ringhiano, si annusano, insomma vivono. 

Poi lei è partita per le vacanze, e a portare il cane ci veniva il padre. Calvo, alto e molto serio. Aveva le stesse labbra, si notavano, gonfie e rosse. Non sorrideva mai. Avrei voluto chiedergli quando sarebbe tornata. Non mi aveva detto niente. Invece stavo li, seduto a leggere un libro lunghissimo, bellissimo, un pezzo importante, incredibilmente importante, della mia vita. 

Senza saperlo. Come tutti i pezzi importanti della vita. Arrivano così. Uno ci si prepara per un sacco di tempo. Alle svolte. Invece le svolte, lo dice la parola, non te le devi aspettare. Arrivano da sole. Basta andare avanti. Con il tuo passo. 

Fermo la macchina. Sono arrivato presto. Non mi ricordavo di queste labbra. Erano labbra di molte vite fa. E nemmeno dei cani. Ho cambiato pelle molte volte, per arrivare dove sono. Per arrivare dove sono, ho guidato tanto, troppo. C’erano ancora le puttane in strada quando sono partito. E adesso, al mio arrivo, ci sono i bambini che entrano a scuola. E le montagne tutto intorno. 

 

Solo Spine

Ho tempo prima della riunione, e faccio due passi, per sentire il rumore della schiena. Cammino verso le montagne, seguendo l’unica strada che porta al paese. Sento l’aria frizzante, il sole caldo, il ragionevole mal di testa. Ho tempo. Entro in un market. Ci sono le piante grasse, le composizioni in piccoli vasetti, in offerta. Mi piacciono le piante grasse. Sono esseri molto pazienti. Difficilmente regalano fiori, ma possono sopravvivere, pazientemente, a molte rivoluzioni, a molte siccità, a molti cambiamenti. 

Compro un piccolo vaso quadrato. C’è scritto qualcosa in francese. Che non c’entra nulla con le piante. E nemmeno con il posto. Ma lo prendo uguale. Staranno bene sul balcone. Sapranno farsi valere, insieme alle altre. Il capostipite, Aureliano, è sopravvisuto a otto lunghi anni di matrimonio, restando sempre fedele alla sua filosofia e aspettando pazientemente l’acqua. 

Torneranno a casa con me, viaggiando moltissimo per arrivare a un’ora in cui le puttane sul viale iniziano a mettersi in riga, vicine alle stazioni di benzina, quasi sotto i lampioni. 

Mi sono perso un giorno, quasi tutto passato guidando e sognando ad occhi aperti. Mentre scorre l’autostrada, mentre rimbalza la vita tra una radio e l’altra. 

 

Goccie (finale di partita) 

Lei arriva puntuale scendendo da una piccola utilitaria grigia. Ha le gambe lunghe, le scarpe basse, i ricci neri e gli occhi vispi. 

Sembra molto giovane. Non mi riguarda, penso. 

Ci presentiamo, stringendoci la mano. Le faccio vedere la stanza. 

E’ il compleanno del Piccolo, è sabato, piove, aprile. 

Milano infame, quasi fredda, ha fatto sole fino a ieri. Le cose vanno sempre così, se le vuoi vedere così. 

Entra nella stanza mentre rimango sulla porta a fumare. 

Inizia a spogliarsi. Ha i seni davvero acerbi. Sembra troppo piccola. Ma ormai ho pagato. La lascio spogliare. 

Indossa un paio di pantaloni molto larghi, un sottile velo sulle spalle e un cappello largo. 

Il costume di scena.

Mi parla senza guardarmi mentre mette i soldi nella borsetta.

Forse da un padre ci si sarebbe aspettati di meglio. 

Ogni tanto lo penso. 

Ma poi penso che le vere partite, da padre, me le giocherò tra qualche anno. 

Aspettando pazientemente il ritorno del Piccolo dai suoi turbolenti fallimenti, senza giudicarlo, senza compatirlo, con una grossa bottiglia di birra gelata. Quelle saranno le mie partite. 

Dalla borsa tira fuori una busta, mi guarda e mi sorride. 

Il cappello, ogni volta che sorride, si piega di lato. Come un burattino. 

Adoro le donne quando sanno sorridere in situazioni in cui per un uomo sarebbe addirittura impossibile respirare. 

Eppure, per soldi, lo fanno. Per amore, lo fanno. Difficilmente per altro. 

Le donne. 

Ho pagato.

Pretendo la mia prestazione. 

Come un vecchio bavoso, la guardo e aspetto. 

Nonostante i seni acerbi e l’apparenza, la ragazza si sa muovere, e sa fare il suo lavoro. 

Per soldi. 

I bambini sembrano rapiti, la seguono, ridono, corrono. 

Sono feste, all’età del Piccolo, fatte per l’autocompiacimento dei genitori. 

Ai bambini, a quest’età, viene difficile anche ricordare il senso di una settimana. Figurarsi di un’anno intero. 

Eppure, la seguono, giocano e ridono. 

 

Quarantacinque 

Finito di pulire, dai resti di patatine, dai resti di festa, dai resti di vita, faccio due passi verso casa. Ha smesso di piovere, c’è traffico sulla grande rotonda. Mi fermo in un bar, per prendere cinque minuti a questa giornata e regalarmi una birra. Ghiacciata. 

C’è coda, è l’unico bar aperto. Cinesi al bancone, slavi alle slot machines, africani ai tavolini. 

Potrebbe andarmi peggio, penso. 
Potrei incontrare gente che conosco. 

Prendo la birra e mi trovo uno spazio. Seduto verso la grande rotonda inizio a scrivere.

Sto scrivendo questa poesia sui ricordi che ti inseguono. E sono già dieci notti che la scrivo. E sono già dieci notti che dormo male. 

Non dormo proprio, a dire il vero.

Sento che, con gli occhi chiusi, mi cade tutto addosso.

E mi tocca di aprirli di corsa.

E respirare. 

Poi riesco a cambiare pensiero per un po’.

E mi torna il sonno.

Poi ritorna il ricordo.

Dettagli incredibili, che sembra di sentirne il respiro sulla mia faccia, l’odore sulla mia pelle, il rumore nel fondo del mio cuore. 

Allora mi tocca alzarmi, prendere la bottiglia di rhum di Haiti e bere un piccolo sorso. 

E scrivere un piccolo verso.

E un piccolo sorso.
E un piccolo verso.

E lasciare che il vomito e la stanchezza mi facciano addormentare. 

Funzionano così, certi ricordi. 

Funzionano così, certe persone. 

 

Lavoro talmente tanto e dormo talmente poco che ogni tanto, la sera, verso il tramonto, ho voglia di sdraiarmi sotto la scrivania, e chiudere tutto per un po’.

Senza che nessuno mi trovi. 

Anche se la mia scrivania tutti sanno dov’è.

Anche se la mia vita tutti sanno dov’è. 

 

Post Scriptum: 

Quando ho letto la notizia della morte di Gabriel Garcia Marquez ho sentito un piccolo vuoto. E non sapevo cosa pensare. Perchè mica mi è morto un parente, pensavo. Mica mi è morto un amico, pensavo. Eppure faceva male. Proprio male. 

E anche se non era ora, sono andato a sedermi a un tavolo che dava sulla strada, davanti al traffico, e ho ordinato un rhum. 

Non che non me lo aspettassi. Era da tanto tempo che si stava spegnendo. Era da tanto tempo che rimbalzava questa voce, che non avrebbe più scritto una parola. Succede con tutti. 

Ma lui era, è stato, sarà ancora per un po’, il migliore. 

Il migliore.

Senza nessun dubbio. 

Ho scoperto i suoi libri proprio nel periodo degli esami. E passavo i pomeriggi a leggere, divorando le pagine. Che ci sono pagine, dentro quelle storie, che mi hanno cambiato la vita. Ci sono pagine brutte, e pagine immense. Ma sono molte di più le pagine immense. 

Con Garcia Marquez ho scoperto le storie belle, che finiscono come devono finire, non bene. Come devono finire. Ho scoperto la poesia di un mondo, la Colombia, gli odori, le distanze, l’amore, l’infinito in un momento. 

Ho divorato tutto quello che ha scritto. Tutto quello che su di lui hanno scritto. E tutto quello che c’era da sapere sul Sud America. E sulle sue storie. Ho sognato, pianto e riso. E non ho mai regalato a nessuno nessun libro di Garcia Marquez. Una cosa troppo personale. 

Ho amato e amo moltissimi scrittori. Credo che sia un dono, quello di saper scrivere, di raccontare storie, che sia superiore a qualsiasi altro dono. Perchè la parola, scritta, ha il potere di lasciare tantissimo all’immaginazione, e di accompagnare un sogno. 

Ho amato Neruda, ho amato Kundera, ho amato Pennac. E poi, di colpo e per caso, come solo l’amore sa fare, ho scoperto Garcia Marquez. Senza che nessuno me lo avesse mai raccontato o suggerito.

E mi sono, perdutamente, innamorato. 

Ho deciso che mio figlio avrebbe dovuto portare un solo nome. Aureliano Buendia. 

Poi la vita va diversamente. 

Ecco, non mi aspettavo facesse così male.

Ma credo sia così, quando se ne va il migliore. 

Due, rapidissime, osservazioni: 

– di tutta la controcultura che ha fatto di Macondo e di Cent’anni di Solitudine una bandiera di sinistra non me ne è mai fottuto un cazzo. Ci saranno almeno quattorcento centri sociali che si chiamano Macondo. E almeno sedici canzoni che si chiamano cent’anni di solitudine. Una delle più orrende è quella dei Modena City Ramblers. 

– Ogni volta che il discorso cade su Cent’anni di Solitudine, l’ottantacinque percento della pololazione se ne esce con un flebile: ah si ho provato a iniziarlo ma è un mattone. Che detto a me suona come un brutto coito interrotto di un uomo o una donna che non ha il patrimonio genetico giusto per riprodursi. Se il mondo fosse giusto, uno farebbe figli solo dopo aver letto, ed amato, Cent’anni di Solitudine. 

Ma il mondo è un posto di merda (Cit.) 

 

Tre chicche per menarvela al Bar con gli amici (su Garcia Marquez):

Un regalo per darvi un tono al bar con gli amici o rimediare un gustoso pompino da una assetata sinistroide che ha sempre amato la contro letteratura e gli anfibi in gioventù. 

Un regalo che non meritate, ma sono generoso. 

In primis, tutti i vostri amici citeranno:

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla

E’ la cosa più scontata, è una citazione vecchia e brutta. Se tolta dal suo contesto. 

Ditelo ai vostri amici. E a quelli che la pubblicano su Facebook, togliete l’amicizia.

 

E stupiteli/stupitele con: 

 

1) Citazione amorosa/orgasimica (davanti alla quale le post sinistroidi trentenni si sciolgono): definizione del pianto d’amore. 

Lei lo lasciò finire, grattandogli la testa con i polpastrelli delle dita, e senza che lui le avesse rivelato che stava piangendo d’amore, lei riconobbe immediatamente il pianto più antico della storia dell’uomo.

2) citazione per gli amici al bar (che almeno ti offrono una birra) 

Niente assomiglia tanto all’inferno quanto un matrimonio felice

3) Fatevi una cultura, prima che lei si faccia voi: 

Non può piovere per sempre non è una frase del Corvo, o meglio lo è. Ma con una trentina di anni d’anticipo, Aureliano Secondo se ne è uscito con: 

 

Non può piovere per tutta la vita. 

Anche se la mia preferita è

Si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, il cuore ha più stanze di un bordello (G.G. Marquez) 

Mio fratello è figlio unico

C’è una discreta lista di cose che mi piacciono della mia nuova residenza parigina. La piccola pensione è gestita da una coppia di africani, con un bimbo molto piccolo, molto nero, molto tenero. Sembra uscito da una pubblicità. E sorride sempre. Agli altri. A me mai. Credo di fargli paura. 

E’ un piccolo palazzo di quattro piani, che sopravvive sprofondato in una zona di grattacieli solo grazie al fatto che nessuno costruirebbe un palazzo così tanto vicino alla ferrovia. 

Ci sono ventisei mini appartamenti. Una decina sono affittati. Tutti a gente come me. 

Che ti dicono che ti danno una casa, e poi finisci in questi posti qui. 

Abbiamo un grosso salone al piano terra, con un pianoforte e dei divani. Abbiamo una grande cucina dove si può fare colazione tutti insieme. La signora mette sempre dei fiori freschi sul tavolo di marmo alla mattina. Come se fosse una casa. 

Non ho ancora avuto modo di socializzare con i miei vicini. 

Non è, a dire la verità, mai successo. Non a Madrid, non a Varsavia, non succederà adesso.

Questi posti non sono fatti per gente che ama la gente. 

Seguimi bene. 

Se fosse gente che ama la gente, ovviamente non farebbe un lavoro dove deve stare lontano dalla sua gente per incontrare altra gente. Chiaro? 

Ho lasciato, un mese fa, un paio di libri sul comodino. Giusto per sentirmi a casa. 

La settimana scorsa ho lasciato un paio di mutande, involontariamente. Le ho ritrovate, lavate e stirate nel cassetto. 

Adoro le donne che stirano le mutande. 

Non ne frequenterei mai una, ma le adoro. Sapere che esistono donne che stirano le mutande mi fa stare meglio. 

Aprivo il cassetto per cercare la mia bottiglia mignon di rhum. 

Perchè i padroni di casa, ci tengono a dirlo appena entri, non vogliono che si beva e che si porti gente in appartamento. 

In merito alla gente, credo si riferiscano alle due puttane che battono al semaforo dopo il nostro.

In merito al bere, ovviamente, ho eseguito una manovra di alta esperienza per aggirare il divieto. 

Stiamo in una zona che di giorno conta circa un milione di persone. 

Uno più uno meno.

E di notte, ho verificato su wikipedia, meno di ventimila. 

Il pub irlandese davanti a casa chiude appena chiudono gli uffici. Il ristorante marocchino all’angolo davanti alla posta chiude a mezzanotte ma non serve alcool. 

Ho provato a cenare e riflettere con dell’ottimo the alla menta. 

Non funziona.

La vecchia trattoria sotto il portico non ha superalcolici. 

Così, nella lista della spesa che la mia operosa assistente ha fatto, ho aggiunto, dopo “dentifricio, carta igenica, shampoo alla camomilla” un anonimo ma molto chiaro: “bottiglia mignon rhum o venezuelano o haitiano”. 

Lei non ha fatto una piega. 

E io sono tornato nella mia piccola dimora con una bottiglia mignon di rhum, pronta per le emergenze. 

La bottiglia è stata trovata dalla ragazza delle pulizie. 

Che ha portato il corpo del reato al mio padrone di casa. 

Che si è incazzato con me. 

In francese. 

La prendono sul serio qui. In verità prendono sul serio qualsiasi cosa. 

Pensali a far l’amore, con tutta questa serietà.

 

Finisco sempre  dopo cena, a camminare lungo la ferrovia. 

Mi hanno detto che è molto pericoloso. Mi hanno detto che non si deve fare. Mi hanno anche raccontato qualche tragico episodio. 

Il miglior invito di sempre. 

Prendo la piccola piazzetta, lasciandomi alle spalle il supermercato e il panettiere, imbocco la strada buia che costeggia la ferrovia e cammino. 

C’è un carrozziere, molto grande. Poi un magazzino da cui entrano ed escono ragazzi di colore molto indaffarati. 

La percentuale di bianchi in questa zona è decisamente inferiore a quella di nordafricani. Io sono la minoranza. E sono pure immigrato, a voler ben guardare. Loro sono padroni della zona. 

Poi c’è un night club, con le vetrine scrostate e un buttafuori, di colore, sulla porta. 

Poi ci sono i giardini, dove di giorno giocano i bambini. 

E poi la ferrovia si perde verso un punto imprecisato. 

 

Seduto sul muretto della ferrovia, guardavo le luci gialle dei lampioni, I francesi hanno questa cazzo di cosa di mettere le luci gialle.

Le mettevano anche alle macchine. Uno vedeva le luci gialle e pensava: cristo guarda, una macchina francese. Beh, seduto a guardare le luci gialle dei lampioni ripensavo alla mia casa di Madrid, alla mia casa di Dana Point, alla mia casa di Varsavia. 

Che non sono mai state mie. Ho fatto in tempo a viverci e  a scriverci. Sono destinato ad avere solo una casa, come tutti. Ma a vivere in molte, diverse, lontane, case. 

Mi sono lasciato cullare dal ricordo di alcune serate, quelle serate in cui ho iniziato a conoscere le città dove mi avevano sbattuto. 

E mi è tornata in mente una sera precisa, Parigi con il caldo, io con una giacca inadeguata. 

E, pericolosamente, posso dire, il punto più vicino alla felicità.

 

Chiedimi a cosa assomiglia la felicità.

 

Anzi non farlo.

 

Non è il momento

 

Life is Short Fritz

Surf it fast 

 

Rivisitazioni a Levante

Mi siedo. 

Finalmente. 

Il sole inizia a nascondersi dietro a un palazzo di vetro, silenzio e grandi finestre. 

E’ una di quelle vie del centro di Milano che nessuno conosce. A parte chi ci abita. E chi ci lavora. Ma chi ci abita, con questo sole, è al mare da qualche parte in Liguria, o a finire affannosamente gli ultimi scampoli di affitto in montagna. E chi ci lavora non ci lavora certo a quest’ora di domenica. Lo so per certo. Vengo a limonarci, rimuginare, bere da solo, leggere o semplicemente a sedermi da un sacco di anni. 

Mi siedo.

Dicevo.

Da solo.

C’è anche un incredibile silenzio. 

Quando è nato il Piccolo sono venuto qui, alla notte, a bere una birra. E’ sfiancante assistere inconsapevolmente al cambiamento più grande della propria vita. E mi sono seduto. 

Quando ho deciso di farlo, correva l’anno duemila e tredici, sono venuto qui. E mi sono seduto. 

Insomma, vengo qui più di quanto si possa pensare. 

Ogni tanto passano i gatti, che si infilano nel cancello dell’ospedale o dietro al vecchio chiostro. 

Ogni tanto si ferma qualcuno. 

Dubitando si tratti di Milano. 

Ogni tanto vengo qui a sedermi. 

Quando la vita mi rincorre per troppo tempo. 

Respiro l’odore dei fiori. Dev’essere forte se pure io riesco a sentirlo. 

Mi tolgo le scarpe e le calze. Appoggio i piedi sulla panchina. 

Lo facevo dieci anni fa. Lo faccio anche adesso.

Accarezzo il legno della panchina. 

Hanno cancellato il preciso lavoro di intarsio che avevo fatto a suo tempo. 

Le nostre iniziali. Che tenerezza.

Cancellano i segni del mio passato, non possono cancellare i ricordi. 

Una sera ci sono venuto talmente ubriaco che mi sono addormentato, stravolto, respirando affannosamente. 

E mi sono svegliato al mattino, presto, insieme ai primi infermieri che uscivano dal cancello. 

Un pomeriggio ho letto, tutto d’un fiato, L’Inverno Del Generale, finendolo a sera. 

Una sera ci siamo messi qui sopra e, scientificamente, abbiamo fatto quello che tutti dovrebbero fare più spesso.

Abbiamo mischiato le tue tette con le mie mani, la tua pancia con la mia pancia. 

Insomma, abbiamo fatto bene uno all’altra.

E, per assurdo, qui ti ho tradita, prima con il pensiero, e poi con una di cui non ricordo il nome. E’ facile non ricordarlo. 

Non aveva niente di particolare, se non una incredibile fame di fallimento. 

Ed io ero il migliore fallimento possibile. 

Per dovere di cronaca qui ci sono tornato con altre donne. 

Ma stasera sono solo.

Finalmente.

Mi siedo.

Respiro.

Ci sono cose, di quest’anno, che mi stanno rincorrendo voracemente. 

E che non posso raccontare a nessuno. 
Se non a me stesso.

Che, per fortuna, ho il grande pregio di non ascoltarmi mai. 

Inizio, pazientemente, l’elenco delle buone ragioni per le quali il mio passato mi sta, gloriosamente, rincorrendo da un paio di mesi. 

Avrei bisogno di un bicchiere di qualcosa di forte.

E di una sigaretta. 

E di una distrazione.

Leggera, come la primavera. 

Mi viene, d’impulso, d’alzarmi e scappare.

Succede a tutti.

Resto seduto, il battito accelera. 

Ho vissuto molte vite. 

La mia è, al momento, la migliore.

Mi arriva, dritto nel naso, l’odore di pollo, di cena, di casa, di famiglia.

Mi arriva, dritto in testa, il rumore che facevamo, poco tempo fa, mentre mettevamo in disordine le nostre vite. 

Ho voglia di scrivere. 

Sono contento di partire.

In questi periodi faccio moltissima fatica a parlare.

Non si nota, parlo sempre. Per distrarre. 

Sono contento di andare a Parigi. 

Nessuno mi conosce, nessuno si domanda che cazzo ci faccia io seduto su quel tavolino, con un bicchiere di rhum e un budello di ricordi da smaltire. 

Sono contento.

In effetti.

 

 

 

Domani smetto

La cosa che mi da più fastidio è il passare da una metropolitana all’altra, insaccato come un’oliva essicata in busta, tentando di scivolare verso il fondo del vagone, respirando il fiato caldo dell’umanità in calore, osservando come tutti tentino disperatamente di isolarsi. 

Ma devo farlo. 

Arrivo sempre in aeroporto stanco, spettinato, in disordine. Mi siedo nell’ultimo tavolo dello Starbucks in fondo al terminal, con la vetrata che da sui finger e sugli aerei in partenza, osservo distrattamente il traffico operoso dell’aeroporto, bevo un caffè, e poi esco a fumare. 

Di solito leggo. Scrivo, disegno, osservo la gente che ordina da mangiare, osservo la gente che si da un tono, appoggio lo sguardo sui particolari, sulle smagliature delle calze, sulle occhiaie, sui brutti libri che la gente brutta legge, sulle camicie stropicciate. 

Invece niente. 

Niente.

Osservo sempre. 

Disegno sempre.

Leggo meno. Perchè mi sono avventurato in un pesantissimo libro su pesantissime situazioni in pesantissimi contesti. 

Mah.

E non scrivo.

Niente.

Niente di niente.

Succede.

Non ho nulla da scrivere. 

 

Salgo sulla moto, accendo il motore ascoltando i giri del motore che scendono lentamente. Vibra tutto. Uno sballo. 

Aspetto qualche istante.

Mi viene in mente, non so dirti perchè, la vecchia milf bionda che ieri al banco della sicurezza armeggiava in una borsetta immensa per recuperare il biglietto. 

Osservavo le screpolature sulle tette, ustionate da troppe lampade, e il muoversi ritmico di tutto l’oro sulle braccia.

Una delle cose più brutte del mondo è non accettare gli inesorabili cambiamenti della vita.

Come la vecchiaia.

Come la distruzione.

Come il non avere niente da scrivere. 

 

Non ho nulla da aggiungere.

Al momento