Rock and Roll (trentenni che sentono la vita)

13 Mag

Infatti la pirma chiamata è la sua. E’ sempre così. Mi chiama, lo so per certo da fonti ben informate, appena uscito da casa, sulla via per la chiesa. Infila questo momento paterno tra il trittico chiesa-cornetto-giornale. Raramente mi chiama nel giorno giusto. Diciamo che su una media ponderata di quindici anni, mi ha chiamato il giorno giusto quattro volte. Mi chiama sempre il giorno prima, che è il compleanno di mia sorella. E facciamo sempre la stessa telefonata.

– Auguri davvero con il cuore

– …

– da parte mia e ovviamente della mamma

– grazie papà, ma è domani

– ah, ma sono fatti con il cuore, valgono lo stesso. Come stai?

Puntuale come una guardia svizzera al picchetto, chiama alle 7.44. E facciamo la nostra telefonata. Questo è un anno giusto. Uno di quelli in cui azzecca il giorno. 

E mi chiede: come stai? 

E non posso rispondere. 

Non è il caso. 

E lui, in fondo è mio padre, suo sangue nel mio sangue, capisce che il silenzio è una piccola bugia già di suo. 

E allora rientra nei ranghi della sua preziosa routine, e mi liquida velocemente minacciando un prossimo brindisi famigliare. 

Dovrebbero, gli uomini in età della ragione, insomma superati i quindici anni e non arrivati ai sessanta, svegliarsi il giorno del proprio compleanno con un pompino. Non scherzo. Avrei potuto scriverlo in otto modi differenti, carpendo gli assensi consapevoli di tutte le instabili compagne che affollano i vostri letti. Magari alludendo all’amore e alla passione. Ma so che tutti gli uomini tacitamente approvano. Non tanto per il pompino in se. Roba dozzinale, ne convengo, anche se miracolosa e curativa. E’ questione di controllo. 

Insomma, il compleanno è una questione di corpo contro l’anima. Il corpo avanza, inevitabilmente, mentre l’anima vorrebbe arretrare. 

E questo gesto, sportivamente elargito, è un buon gesto per il corpo.

Mi sveglio, invece, in un condensato di bollette da pagare, piccoli cazzi amministrativi, organizzazioni millimetriche della settimana. Un po’ è il difetto di fare gli anni il lunedì, un po’ è la mancanza di tatto degli abitanti della mia camera da letto, un po’ la mia prolungata assenza amministrativa. 

Viaggiando verso casa guardavo i grossi nuvoloni carichi di pioggia che minacciavano la città, per evitare di pensare al dolore fisso all’osso sacro. Tenevo appena il manubrio, lasciando che il motore portasse la moto. 

E pensavo a cosa mi sarebbe piaciuto vedere, svegliandomi il giorno del mio compleanno. 

Più invecchi più la lista dei regali si accorcia, incredibilmente. Più invecchi più la lista dei regali diventa una questione di anima. Sempre meno oggetti, sempre più soggetti. 

Voglio delle cose che il denaro non può comprare. Può, il denaro, collaborare alla generazione, ma è una questione di anima. 

Mi sono rimasti, per dovere di cronaca, venti fottuti euro. 

Succede.

A volere tutti questi oggetti, tutta questa formalità, una casa, un balcone con le piante grasse, un lavoro, un mutuo trentennale, una macchina, una casa per le vacanze, un piano pensionistico, una assicurazione sulla vita intestata a tua moglie, succede.

Che poi alla fine ti ritrovi con una sola banconota da venti euro nel portafoglio. 

Il problema del giorno del mio compleanno è che aumenta esponenzialmente la quantità di persone che ti chiede:

– e poi come stai? 

Aumenta esponenzialmente il numero di persone a cui tocca mentire.

– tutto benone. 

Anche perchè, a dirla tutta, potrebbero fare ben poco. Volendo rovesciare addosso alla loro gioviale e idiota domanda tutta la verità. 

Non possono, anime come la mia, stare bene, se non insieme a anime come la mia. 

Il problema delle anime come la mia è che, per stare con anime come la mia, rischiano di distruggere le anime come la mia.

Chiaro, no?

E questo, per un’anima come la mia, è un periodo difficile della vita. 

Sapevo, in qualche modo, che sarebbe arrivato. Ho la lucida follia di poter dire che lo sapevo, che sarebbe arrivato. 

 

E’, anche, il compleanno di questo blog. Che compie dieci anni. 

Come me, non è molto cambiato. Migliora, come me. Lentamente, come me. 

Quando ho iniziato a scrivere qui sopra non pensavo potesse essere così divertente, vivere questi dieci anni. 

Credevo di aver visto tutto. Non sapevo che il meglio doveva ancora venire. 

Sai, uno a venticinque anni ha il testosterone dei venti e l’intelligenza dei trenta che inizia a fare capolino. E si sente padrone del mondo e del futuro. Del mondo. 

E io, comprensibilmente, molto di più.

E poi uno, a venticinque anni, ha un passato che fa molto meno male. Anche se sembra, agli occhi di un ventenne, che sia il passato più doloroso del mondo. 

Scrivevo, dieci anni fa, per vivere di un sogno. Adesso scrivo del mio presente, poco prima che diventi passato. Ho amato donne stupende, ho letto libri fantastici, mangiato piatti superbi, guidato moto emozionanti, viaggiato in quattro continenti, incontrato persone fondamentali, perso persone fondamentali, giocato partite perse che ho vinto, perso battaglie che credevo di avere in pugno, sognato e realizzato, sognato e mai realizzato. Ho vissuto. Iniziando a raccontare. 

Certo, mi sarei aspettato compleanni più semplici di questo. 

Senza dirlo a nessuno, sono scappato dentro il mini market gestito da indiani e mi sono comprato una bottiglia mignon di rhum. Robaccia, sembra benzina. Mi sono messo a berla e a scrivere seduto sul ponte della ferrovia. Nessuno qui mi conosce, nessuno mi chiede:

– come stai?

E io scrivo, meglio. 

Poi mi sono fermato, e ho pensato: davvero rifaresti tutto?

si.

Senza nemmeno dubitare.

si.

Tutto.

Forse perderei ancora meno tempo nel farlo. 

Tutto quanto.

Questo è bello da sapere.

Perchè non posso propriamente rispondere:

– sto bene, grazie! 

Ma posso rispondere:

– rifarei tutto. Tutto quanto. 

 

E questo è un bel modo di guardarsi indietro.

 

 

 

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