Bambini (del perchè un trentenne parla dei propri figli)

Succede che quando scrivo un pezzo per la rivista che non sia al cento per cento sulle moto, alcuni si lamentino. Succede, per dirla tutta, anche il contrario. Scrivo di altro, e qualcuno si lamenta che non scrivo di moto. Succede anche qui. Il lettore, con tutto il suo carico di diritti (vi metto il link ai diritti del lettore secondo Pennac, che condivido pienamente in qualità di lettore distratto e avido) non ha, apparentemente, nessun dovere. E’, in gergo, un consumatore. E come tale, esercita il suo diritto di lamentela sul prodotto. Che è un prodotto molto difficile da definire. Forti dell’anonimato e dello pseudonimo, su questo blog in molti si esprimono pro e contro alcuni pezzi. E’ la forza di internet, baby. Io di quelli che in gergo si chiamano feedback me ne sono sempre altamente sbattuto. Scrivo perchè mi va, quando mi va, quello che mi va. 

Ma su una cosa, devo ammetterlo, è necessario fare chiarezza. 

Io sono un professionista, un motociclista, un viaggiatore, un lettore, un ascoltatore di musica, un discreto bevitore, e un sacco di altri ruoli. Uno dei quali è il padre. Sono padre da più di tre anni. Sono diventato padre a trent’anni. Una cosa, culturalmente, nella norma. Solo che, apparentemente, poco condivisa. Siamo una minoranza. Statisticamente. Sempre meno figli per la nostra generazione. Per tutta una serie di motivi. Alcuni futili, altri più realistici. Abbiamo, maledetta generazione, ambizioni di carriera eccessive. Abbiamo una cultura famigliare spenta, abbiamo trent’anni, ma il rinculo dei venti, tecnicamente sindrome di Peter Pan, si fa sentire. Abbiamo sempre meno fiducia nel futuro. Abbiamo problemi economici. Abbiamo problemi psicologici. Avete. Perchè io ho varcato la soglia.

Non vorrei mai annoiarvi con le ragioni che mi hanno spinto a farlo. (qui un sunto brevissimo e poetico).

Riassumendo, approssimativamente e con il senno di poi, è un elenco lunghissimo che si traduce in una sola parola: amore. 

Io sto cercando, nel ruolo di padre, di essere un padre decente. Non è semplice. Ma ho capito che quando non sai cosa fare, basta che ami. 

Diversamente da tutti gli altri ruoli, il ruolo di padre ha degli sviluppi e delle conseguenze difficilmente prevedibili. Se non lavori, sai di poter essere licenziato. Se non vai in palestra, osservi il tuo sex appeal calare. Se trangugi una bottiglia di rosso tutte le sere a cena, hai discrete probabilità di avere problemi al fegato. 

Essere padre è, tutti i giorni, una matassa di errori e di amori, di orrori e di splendori, dalle conseguenze imprevedibili. 

No. Non è come avere un cane. So che molti di voi confondono cani e gatti con gli esseri umani. E’ una patologia abbastanza diffusa. Si chiama antropologizzazione dell’animale. Tappare la vostra solitudine con un gatto è, a livello statistico, più salutare che bersi una bottiglia di vino da soli tutte le sere. Muore meno gente per possesso di gatti che per eccesso di alcool. Inoltre guidare con un gatto in braccio è meno pericoloso che con due bottiglie di Montenegro in corpo. Ma a livello psicologico le cose si assomigliano moltissimo. 

Un figlio è diverso da un gatto. Anche se fare un figlio per credere di risolvere alcuni problemi interiori ha le stesse conseguenze del comprare un gatto. I problemi non si risolvono, e per di più ci sono discrete probabilità che in futuro un figlio vi rechi più problemi di gestione di un gatto. (Inoltre, abbandonare un gatto diventato spacciatore di coca è più tollerato che abbandonare un figlio minorenne diventato spacciatore)

Tenendo conto del contesto culturale e dei dati statistici, ho vinto alla lotteria. Mio figlio viaggia serenamente, e inconsapevolmente, verso quella che è stata definita Lost Generation. Economicamente, lavorativamente, politicamente, è fottuto. Lo dicono i dati e le previsioni. Gente che studia il futuro, avvalendosi del passato, pagata profumatamente nel presente. Si chiamano Mega Trends.

Ma torniamo a noi.

Va abbastanza di moda, tra chi non ha figli, criticare apertamente chi ha figli e ne parla. Argomento, dicono, decisamente non interessante. Noioso, non pertinente. 

Anche io, prima che la scansione del tempo diurno fosse regolata dalle cagate del pargolo e la scansione del tempo notturno fosse regolata dalle sue poppate, notavo un certo ossessivo ritornare sull’argomento da parte dei miei coetanei genitori. Parlano solo di merda. Tra l’altro con una complicità assente per altri tipi di secrezioni umane. 

Poi ho avuto il mio primo contatto con la cosa. Ho cercato di prepararmi. Non sono il primo a diventare padre.

Tra gli scrittori, peraltro, c’è una certa facilità, una volta diventati padri, a parlare dell’argomento. (leggi qui). 

Ora, di tutto il pacchetto emotivo della sala parto, dei primi quattro giorni, delle tette che si gonfiano e si sgonfiano, della merda e del suo inequivocabile odore, della carenza di sonno, del primo sorriso, e di tutto il resto, ho parlato abbastanza. 

Questo perchè, in fin dei conti, il diventare padre cambia, decisamente, le carte in tavola. 

E’ qui che chi non ha figli cade nel tranello. Si, le vostre serate in discoteca fino alle quattro sono piene zeppe di aneddoti. Anche le vostre vacanze in Namibia con finto rapimento. Per non parlare dei week end a Levante dove avete conosciuto un tipo troppo interessante. Per non parlare della vostra passione per il cinema polacco. E che dire della vostra ultima bici stile olandese? 

E’ necessario precisare una cosa: i genitori trentenni sono, al momento, una decisa minoranza. E come tutte le minoranze, sono all’opposizione. Nell’organizzazione della cena di sabato, chiedere un luogo e un orario gestibili armati di passeggino è come chiedere un menù vegano in macelleria. Sei fuori luogo. Come è giusto che sia. Sei una minoranza. Pure maleducato, cazzo. Fattela una tata. Non in senso letterale. Paga una tua coetanea per tenere tuo figlio e mangiare di corsa e ritornare a casa. 

In più, inconsapevolmente, tendi a ridurre la tua cerchia iniziando a frequentare solo soci della tua minoranza. Un accolita di mamme e di papà. Tutto vero. Anche perchè gli amici non genitori tendono ad abbandonarti. 

E hanno ragione. 

1) La merda non è argomento interessante in nessun contesto. Seppure per te sia una rivoluzione copernicana, perchè ti tocca di odorarla, togliertela dalle mani, e gestirla, se non avessi un figlio capiresti bene che non è argomento di interesse per nessuno. 

2) La tua cronica stanchezza non è giustificabile. In una società dove a trent’anni è normale fare le quattro di mattina al venerdì, o al giovedì, che poi è il nuovo venerdì dei trentenni, tu sei out. Anche se poi, le quattro le fai più spesso di tutti. Ma tirare il cordino del carrilon e osservare le api di cartapesta che girano in tondo nella penombra, converrai, non è socialmente attraente come un breve ma sentito scambio di salive nel cesso di un posto dove servono cocktail con ghiaccio pestato. 

3) Oggigiorno è socialmente più accettato un tenero cucciolo di labrador di un bambino. Di conseguenza, i tuoi argomenti sono meno interessanti di quelli dei padroni di labrador. Mangia secco o umido? Lo iscrivi a Agility? Ma vai a correre con lui? Se hai un labrador e un bambino, invece, oltre che avere un problema di gestione della merda superiore alla media dei padri e dei padroni dei cani, hai anche buone chance di avere argomenti interessanti di cui parlare. Anche se, quando inizierai a parlare troppo del cane, verrai additato come padre assente. 

Osservare il fenomeno da dentro, ovvero come membro di questa minoranza, è deliziosamente sadico. 

Essere genitore, a livello genetico, spegne alcuni centri nervosi, generalmente quelli del buon senso. Pertanto dal giorno zero, una buona parte dei neo padri e delle neo mamme, perdono il lume della ragione. Persone precedentemente estremamente ragionevoli, diventano incomprensibilmente idioti. Pochi restano lucidi. E in qualità di genitori lucidi vengono isolati dai coetanei non genitori e dai coetanei genitori non lucidi. 

Sull’educazione del pargolo si scrive moltissimo (21% di tutto il parco libri pubblicato in un anno).  Strano per una minoranza, se non fosse che è un mercato estremamente sensibile, perchè regolato dalla paura. In fondo, il seggiolone più caro, il seggiolino più ergonomico, il rivelatore di apnee notturne (un oggetto che rileva se il piccolo smette di respirare durante il sonno, suonando come un allarme dei pompieri, generando cardiopatie nel padre) il biberon con il ciuccio che non altera la conformazione del palato, sono tutte robe che hai comprato per paura. Paura che tuo figlio morisse, stesse male, restasse menomato. La paura è la leva di marketing più potente al mondo. D’altronde bevi Coca Zero per paura di diventare grasso. Sbaglio? Vogliamo parlare del cellophane con cui incarti la valigia in aeroporto? Restare lucidi, è difficilissimo. Per questo adoro la statistica.

 E’ statisticamente più probabile che tuo figlio muoia per aver ingoiato inavvertitamente degli oggetti che per una caduta da un seggiolone. Inoltre è più probabile che tuo figlio anneghi in piscina piuttosto che morire per le ferite inferte da un cane. Eppure i cani, specialmente i molossoidi, sono visti come un incombente pericolo. Non le piscine.  Allontani tuo figlio da un pitbull,  ma lo lasci in piscina. In barba alla statistica. E’ scientificamente dimostrato che il seggiolino ergonomico della macchina è un palliativo nemmeno troppo funzionale, rispetto al tradizionale sedile. Cioè le probabilità che tuo figlio si faccia male in macchina non sono legate ai soldi che hai speso per un seggiolino rispetto all’altro, ma al tuo stile di guida, alla regione dove vivi e al traffico. Ovvero, a parità di spesa, due padri uno di Milano e uno di Bombay comprano lo stesso seggiolino. Il top. Quello anche con i cuscinetti laterali. Roba che la Nasa è sorpassata. Eppure il padre di Bombay sta solo buttando soldi. Suo figlio ha 8 probabilità in più di morire nel traffico rispetto al piccolo milanese. Anche il padre milanese ha buttato soldi. Suo figlio ha più probabilità di morire per un incidente domestico che per un incidente automobilistico ( 5 a uno). Eppure, in casa non lo lega a un seggiolino ergonomico. Le probabilità che un bimbo contragga un virus, apparentemente innocuo ma poi letale, toccando un altalena sono inferiori alle probabilità che cattive abitudini alimentari portino all’infiammazione dell’appendice, che curata in ritardo porti (peritonite) alla morte. Eppure i parchetti straripano di salviettine umidificate e le cucine di patatine, coca cola e cioccolato. 

Inoltre, come tutti i mercati interessanti, il mondo infantile straripa di esperti. Che hanno l’obbiettivo, ragionevole, di mantenere le loro famiglie vendendo libri, saggi, consulenze, seminari, sull’argomento. E che hanno, come in nessun altro ambito, la capacità di smentirsi ciclicamente. 

I bambini devono dormire da soli. I bambini devono dormire con i genitori. I bambini dei genitori separati sono dei futuri handicappati emotivi. E’ meglio separarsi che fingere amore, creando degli handicappati emotivi. I bambini devono dormire sulla schiena. I bambini devono dormire sulla pancia. Vaccinarsi è bene. Vaccinarsi è male. Gli antibiotici sono bene, gli antibiotici sono male. Ciclicamente. 

Un ciclo dura in media mezza generazione. Così accade che fratelli con i medesimi genitori crescano con abitudini differenti dovute a differenti culture. Tu mangi carne, io no, perchè fa male. 

Io sono cresciuto nel ciclo in cui una pippatina di antibiotico andava sempre bene, e ho passato l’asilo e le elementari a ingoiare vassoiate di antibiotici. Facessi lo stesso con mio figlio adesso, sarei additato come ignorante. Ignorante. Perchè non aggiornato. Gli antibiotici fanno male. Mio figlio ha girato per casa con le tonsille gonfie come due tamburi per due settimane prima che la madre, in ogni caso non convinta, lo portasse dalla pediatra che, in ogni caso non convinta, gli prescrivesse degli antibiotici. Comprare antibiotici per il bimbo in farmacia è un gesto non semplice. La reazione del farmacista, alla richiesta, è la stessa di quando i tossici chiedevano le siringhe. Disprezzo e incomprensione. Inoltre le tonsille, a cavallo dei novanta, si toglievano a priori. Taglietto, gelato al limone, e via. Adesso vanno lasciate li, sempre e comunque. 

Comprenderete che essere genitori è complesso. Richiede una lucidità che va costruita di giorno in giorno. In più, il genitore non è una creatura monocellulare. Esiste il genitore 2, il partner, il compagno, il socio, amore picci picci, cucciolotto. 

Che ha, per statistica, opinioni divergenti. 

E che pone quesiti che fino al giorno prima non riuscivi nemmeno a pensare. 

– Che ne dici se il Piccolo l’anno prossimo inizi a frequentare l’asilo internazionale?

– Che cazzo di roba è l’asilo internazionale?

– Niente, un asilo privato dove insegnano psicomotricità e inglese. 

– Insieme?

– cosa?

– Psicomotricità e inglese? In pratica chiedono al Piccolo di correre in inglese? 

– Non scherzare! E’ importante, secondo me, che il Piccolo inizi da subito

Essere padre è roba tua. Essere genitore è roba per due. Due cuori, due fegati, quattro braccia, quattro gambe, una testa. 

Dopo aver protetto, più o meno lucidamente, tuo figlio dagli agenti esterni che ne possono causare il decesso, e dopo aver discusso della sua educazione internazionale ed esserti assicurato che possa ordinare il Cornetto parlando fluentemente quattro lingue, credi di aver finito. 

I coetanei critici e non genitori, difatti, credono che la cosa si fermi qui. 

Io credo che qui sia l’errore. 

Occuparsi del proprio prodotto genetico è il trenta per cento del lavoro di un uomo. Resta da gestire la parte emotiva, con la compagna, moglie o amante, la parte lavorativa con il calo di prestazioni e l’incastro della festa dell’asilo con la conference call con la delegazione sinoamericana, la parte personale con la sensazione di voler essere qualcosa di più di un evoluto autista per monovolumi piene di seggiolini ergonomici e bottigliette di acqua San Benedetto. Tutto il resto. 

Essere uomini. 

Insomma, la discussione non sta tanto sul fatto che sia giusto o meno essere diventati genitori. E’ assodato che per la nostra generazione, avere un figlio sia equiparabile a un piccolo handicap. Con rischiose implicazioni sul lavoro, nella sfera emotiva e nella vecchiaia. Io ho scelto il mio piccolo handicap. Lo rifarei. E anche molto prima. 

La discussione non verte sul fatto che la merda non sia argomento da pizzata tra ex compagni. E’ evidente che, al pari del dettagliato racconto sull’epilazione laser dell’inguine e del week end agroalimentare dove avete imparato la raccolta delle castagne, la merda di un neonato non sia argomento interessante. Solo che il week end agro alimentare e l’epilazione del vostro inguine sono, a livello numerico, meno impegnativi della merda del piccolo erede. 

Insomma, parliamo di pannolini, per cercare le parole giuste per raccontarvi la rivoluzione totale che è nascosta nella piccola parola “genitori”. 

Cambia tutto. E talmente tanto che cambiano anche i punti di riferimento esterni. 

E’ sempre stato così. Sempre lo sarà. E’, diciamo, incluso nel pacchetto. In qualità di animali sociali, tendiamo a riprodurci. Nel riprodurci, essendo dotati di intelletto, tendiamo a confidare molto nel risultato e a seguirlo per qualche annetto. E’ nel pacchetto. 

Solo che oggi è meno in voga di prima. 

In fin dei conti avete ragione voi: gli argomenti di un genitore sul proprio figlio sono di una noia mortale. Sono il primo a sbadigliare quando altri padri attaccano il pezzo sul corso di rubgy dei figli. 

Mi permetto solo di osservare che anche i vostri palliativi, come palestra, corsi su discipline dal nome impronunciabile, maratone goderecce alle Baleari, sono noiosi uguali. 

Ma perchè un trentenne parla dei propri figli?

Facile: l’impatto del Piccolo è totale. La rivoluzione è talmente grossa che in molti restano vittime, tornando bambini, e in molti passano all’opposizione, mollando il colpo. 

E’ roba totalizzante, quella di diventare genitore. Non quantificabile. Difficilmente spiegabile. Per questo proviamo a parlarne in continuazione. Per raccontarcelo. 

Fatelo. Fidatevi. E’ molto meglio di un golden retriever, e da ottime giustificazioni per bere di più e meglio. 

 

Post Scriptum:

Ovvio che in qualità di padre mi trovi a difendere la categoria. Anche se vorrei difendere solo i padri lucidi. Però devo ammettere che: 

– la cravatta con Minnie, o i gemelli di Pippo non fanno per un cazzo ridere. E nemmeno casual. Sono orrendi 

– La macchina invasa di giornali della Peppa Pig è impresentabile. 

– il racconto della notte insonne non è interessante, a meno che non ci siano svolte improvvise (picchi narrativi), tipo la presenza di un serial killer in cameretta. 

– il racconto del saggio di danza è palloso, a meno di non soffermarsi sulle tette dell’istruttrice. 

– a volerla dire tutta, quasi tutti i racconti legati ai vostri pargoli sono noiosi, a meno che non siano raccontati bene o abbiano impensabili risvolti. Fatevene una ragione 

– siete, siamo, una minoranza. Pertanto è necessario agire come tale. I bambini non devono disturbare in metropolitana, è fatto divieto di ridere fragorosamente in treno e anche di mangiare le patatine in fondo alla chiesa. Si, sono d’accordo, è follia. Ma la maggioranza metrosessuale ha voluto così. Essere all’opposizione è un lavoraccio. 

– non usate i vostri figli come giustificazione per le vostre cazzate. Andare a travestiti, ubriacarsi alle cinque di pomeriggio, e aver preso sedici kili non è imputabile ai vostri eredi. 

La vostra tristezza non è imputabile a loro. 

La vostra felicità è imputabile a loro. Il segreto della felicità è in un compendio di ossa grosso più o meno come un cane di taglia media. Ed è una felicità totale. Stupenda. Rivoluzionaria. 

E’ questo che fa incazzare la maggioranza. 

 

Hey

Ciao,

è finita che per smaltire una passeggera sbronza diurna, da birra e caldo, mi sono sdraiato a scrivere, finalmente in silenzio. Che fuori c’è ancora luce, e lascio tutte le luci spente, e sto qui al buio.

Finalmente sono solo. Che poi, sai, non è facile star da soli.

Finalmente posso farlo.

E sdraiarmi, al buio, lasciando passare i pensieri, e scrivendo. Ti stupiva quanto io potessi scrivere. Ti stupirebbe sapere quanto ancora lo faccio. No, non ho concluso niente. Però ho iniziato degli splendidi racconti. A dirti la verità, una decina li ho anche finiti. No, quella cosa di fare lo scrittore, poi non è andata in porto. Ho bisogno di viaggiare, morire, urlare, sorridere, ancora molto, prima di scrivere per vivere. 

E non so nemmeno se mi piacerebbe farlo. Una delle cose che mi piace dello scrivere è che nessuno mi chiede di farlo, nessuno mi paga per farlo, nessuno mi dice come farlo. Mi sdraio sul pavimento freddo, sento le piastrelle gelate, aspetto che venga fuori qualcosa, nel buio della stanza, nudo. Solo. 

Sono cresciuto sai. Non immagineresti nemmeno quanto. Invecchiato, forse. Cresciuto. Non tutto è andato come doveva andare. Lo si conta sotto i miei occhi, nelle rughe e nel sorriso. Ho la barba. Mi piace toccarla e lasciarla in disordine. Mi piace il disordine. Come sempre è stato. Trovo un’infinita poesia nel disordine delle cose, delle persone, del mondo. Lo guardo con amore, il disordine. Perchè è dal disordine che ho visto nascere le cose più belle. 

Mi sono innamorato. Come mi chiedevi di fare. Di cose, persone, posti, e anche di ricordi. Del disordine. Mi innamoro del disordine. Io mi innamoro, costantemente, del disordine. Tanto da trovarlo anche dove, apparentemente, regna l’ordine. 

Facile, dicevi.

Basterebbe lasciarsi andare, come quando ti senti cadere, ma poi sei sicuro che qualcuno ti prenderà. Ecco, l’amore è quella cosa lì. Quella sicurezza di essere presi, poco prima della caduta. 

No.

Ho capito che quella sicurezza è solo amor proprio. Volersi sentire protetti. L’amore è sapere che anche se si cade, ci si vuole lasciare lo stesso andare. E sapere che, se farà male, lo rifarai comunque. Rialzarsi e lasciarsi cadere ancora. 

L’ho fatta, quella cosa di lasciarsi andare. 

La vertigine della fiducia. 

Ah. Ho perso i capelli.

Ancora.

Di più.

Rideresti. Me ne sono rimasti pochi. Che ostinatamente tengo lunghi. Si, quel genere di trentenni con una specie di riporto giovane. Adesso va anche abbastanza di moda. Riderò, riderà mio figlio, delle foto di questi anni. 

Perdo peso. Mangio poco. Non ho tempo.

Questa cosa del tempo, te lo devo dire, mi ossessiona. Mi sembra troppa la gente che perde tempo in cose decisamente inutili. Ho anche lavorato molto su questa cosa. Del perdere tempo. E tento di non farlo. Ma ogni tanto mi piace sedermi in un posto a perdere tempo.

Guardare il mare, osservare una partita di bocce, contare le foglie di un albero, abbassare lo sguardo per terra e stare così. 

Lo faccio.

Ti ricordi la mia paura di volare? Vivo in aereo. Credevo di averlo scelto. Mica tanto. Ma per ora va bene così. Prendo più aerei in un anno di quanti una persona normale ne prende in una vita. E mi sono abituato. L’abitudine ha ucciso la paura. 

Faccio in tutti i modi per evitare che uccida me. 

Ho provato in tutti i modi a togliere la televisione da casa. Ma ho tenuto tutti i dischi. I libri hanno invaso la casa, lentamente e inesorabilmente. I primi sono gialli e consumati.  Mi piace ancora sentire il notiziario la mattina mentre mi faccio la barba. La BBC. Esatto. Certe cose non cambiano. 

Ho sedici camicie bianche, venti camicie azzurre e una serie limitata di camicie bianche a bacchette azzurre. Facile. 

Ho tre paia di jeans, uguali. E tutte le magliette che ho mi ricordano qualcosa. Indosso ricordi. Lo trovo semplice. 

Ma sbaglio ancora, qualche volta, a mettere insieme i colori. 

Ho comprato una casa. Tecnicamente, la finirò di pagare tra una ventina d’anni. Ma ci siamo. Basta non pensarci. Ho comprato anche una moto. Per andare via di casa e tornarci. Ho capito che non serve una casa per sentire il bisogno di tornare. Ma ormai, con il crollo del mercato immobiliare, era invendibile. La casa, non il bisogno di tornare. 

Ho fatto piangere molte persone, ho pianto per qualcuno. Faccio ridere molte persone, pochissimi mi fanno ridere. 

L’anno scorso ho pianto e riso per la stessa persona. E mi sembrava una cosa molto vicina a quella cosa lì di lasciarsi andare e cadere. 

Ho risolto la cosa stando seduto su quello scoglio che ti facevo vedere in foto. Torno sempre li. Lo sanno tutti. Eppure nessuno mi viene a cercare. 

Credevo facesse meno male, starsene seduti lì da soli sullo scoglio a trentacinque anni. 

Invece, ti giuro, mi mancava il respiro. 

E piangevo, mentre la gente prendeva il sole.

E pensavo di essere davvero solo.

Ma ci sono restato. Poi tornavo al porto. Ordinavo vino bianco e leggevo libri nuovi. 

E poi tornavo allo scoglio.

Un giorno ha smesso di farmi male. Stare li seduto da solo. 

E ho iniziato a pensare alla felicità. 

Non è una questione che risolvi seduto su uno scoglio, questa della felicità. 

Allora ho fatto quello che so fare. Mi sono messo a cercare. Tra i libri, tra le persone. 

Non ho ancora finito. 

Ma ho capito la differenza tra felicità e piacere. 

E ho iniziato a dare un nome alle cose. 

E un giorno di marzo, che nessuno lo sapeva, ho preso la macchina e sono andato fino alla piccola chiesa. E poi a piedi giù fino allo scoglio. 

Per vedere il mare a marzo. E per pensare.

E ho ricominciato a piangere. 

Di tutte le volte che ho pianto, te lo posso garantire, non ho mai pianto per il futuro o per il presente. Io piango al passato. 

C’è gente che piange per il futuro. Gente che piange per il presente. Io piango per il mio passato. Non so bene perchè. 

Ho pianto e non sono più tornato. Ne sull’argomento, ne sullo scoglio.

Ecco un’altra cosa che ho imparato. A non nascondermi niente. Che tutto torna, lentamente. La corrente porta tutto quello che hai lanciato. 

E allora qualche giorno fa sono tornato. Sull’argomento. Sullo scoglio. Schivando qualche riunione, saltando qualche turista arroccato, e non rispondendo al telefono. 

E niente. 

Questa cosa della felicità e del piacere è facile facile. Come se ti chiedessero il colore della luna. E’ che qualche volta, la luna, sembra bianca, o più gialla del suo giallo. Ma è un momento.

E’ che qualche volta il piacere sembra dello stesso colore della felicità. Ma è un momento.

E non c’è niente da piangere. E non c’è niente di male. 

Ecco. Avevo bisogno di tornarci sopra un po’ di volte. 

Mi stupisce, sai, che nessuno venga mai  a cercarmi. Hanno aperto un albergo, a picco sulla scogliera, con una finestra azzurra che da sul mare. La vernice, secca e rotta dal vento e dalla salsedine, lascia intravedere il legno scuro. Dalla finestra si vede solo il mare. Nient’altro. Tutto. Che sembra nient’altro. Che invece è tutto. 

E mi fermo, adesso, a curiosare nei piccoli particolari. Trovo il piacere, e non lo confondo con la felicità. Se proprio non so capirlo, aspetto. 

Accarezzavo il legno della finestra, respirando la salsedine e cercando con gli occhi un punto nel mare. E ho pensato che forse ho pianto per tutte quelle volte in cui ho confuso i colori. Ma non è che me ne si possa fare una colpa. 

E ho iniziato a dare un nome alle cose. Come se fossi uno spettatore della mia vita. Seduto a guardarmi non è che mi diverta molto. Ma ho tutti i diritti di uno spettatore pagante. Eccome se mi faccio sentire! 

Non credo di averti detto tutto quello che avrei voluto dirti. Ho scritto di fretta. E adesso, mi succede così, ho voglia di leggere e di fumare. Sempre nudo, seduto sul pavimento. 

Smetto di scrivere sempre che mi sembra di avere ancora un sacco di cose da scrivere. Forse per questo ricomincio. 

Scusa se mi sono dilungato. Così a naso mi vengono in mente almeno sei cose da dirti ancora.

E poi non sono mai stato capace di finire le cose. 

Mi sforzo. Lo faccio. Ma io sono un grande costruttore di inizi. Le fini mi vengono così così. Zoppicanti. 

 

PS: la sai la differenza tra ciao e addio? Non credo. Mi hai detto ciao e sei scomparsa. Avresti dovuto, a rigor di logica, dirmi addio. E io ti avrei risposto, solamente: sbagli, è per forza un ciao. 

 

2B or not 2B

Breve riassunto dei punti salienti della mia vita. 

(ultimo aggiornamento, oggi, ore 06.42 CET)

– Il Piccolo, nelle ultime giornate, mi usa indistintamente come cesso e confessionale. Non contemporaneamente. Arriva da me per due fondamentali ragioni: o si è cagato addosso, oppure mi vomita nelle mani, oppure mi attacca caccole collose sotto i palmi delle mani. Oppure mi confessa i piccoli drammi umani che subisce: l’acqua fredda della piscina, il gioco rubato dal compagno, il sassolino nel sandalo sinistro, la scomodità del cuscino, la morte del pesce rosso. Non gli interessa poi molto capire le cause di questi grandi eventi. Ha solo bisogno di una spalla su cui appoggiarsi e poi una valida alternativa per dimenticare la sofferenza. Nel novantacinque percento dei casi, un ghiacciolo alla menta è una valida alternativa a quasi tutti i problemi.

– Riporto ordinatamente sul diario gran parte del casino che mi sta uscendo dalla testa. Ultimamente sembra un diario di guerra. Mi consola pensare che tutti hanno avuto il loro periodo dark, o blu, o di lotta. Mi consola meno constatare quanto mi costi sopravvivere. Ma, a furia di vino, me ne faccio una ragione. Sarebbe più comodo non guardarsi mai dentro. Tirare dritto. Come fate voi. Beviamo lo stesso vino. Voi per avere qualcosa da ricordare, io per provare a dimenticare. Avete ragione voi. (non lo penso, ma lo dico)

–  un concerto al terzo anello di San Siro non vale la pena. Nel senso che ti perdi quasi tutto. Hai la percezione di essere parte di un grande evento, ma come spettatore laterale. Questo è esattamente quanto successo mentre i Pearl Jam tiravano un filotto di 34 canzoni in una delle date, a detta dei grandi fan, più memorabili della storia del gruppo. E’ stato bello, per una sera, ricordare un’intera adolescenza. Meno bello, cercare di capire il pezzo che stavano suonando dalla lettura del labiale di quelli seduti di fianco. Ottima idea, migliorabile l’esecuzione. 

– Dopo una sommaria osservazione del chiringuito davanti allo stadio, convengo con me stesso su due punti cardinali: a me le serate con musica house a palla, divanetti di plastica con tavolino con cartellino “riservato Franco x 12, H 23”, lo sciame umano con tacco 12, mini short, camicie in elastene, macchine lavate per l’occasione, mi fanno angoscia. Proprio angoscia. Sento fortissimo il bisogno di scappare. Infatti, seconda cosa, quando scappo, salendo sulla moto, mi sento meglio. Credevo fosse un problema mio, che mi precludesse un futuro. 

– sono ormai due mesi che pianifico, alacremente, una fuga al mare. Non il mare generico. Il mio mare. La cosa, vista da fuori, non dovrebbe presentare complessità di alcun genere. Se non fosse che un impressionante connubio di eventi mi sta impedendo di raggiungere il mio scoglio. Che nel frattempo, come sempre succede, sarà occupato da qualche inglese di passaggio, armato di sandalo tecnico da trekking, macchina reflex, zaino da roccia con borraccia termica, cappellino stile narcos, moglie sovrappeso ustionata e prossima al collassio cardiaco. Ogni anno devo, pazientemente, procedere all’esproprio. Non vorrei che la mia assenza illudesse gli amici esploratori d’oltremanica di un provvisorio senso di possesso. 

– Non leggo un buon libro da almeno due mesi. L’ultimo, fugace, suggerimento, è stato Tiziano Terzani. Che ho letto quasi per scommessa. Credo si tratti dell’unico libro in cui è decisamente più interessante l’introduzione della moglie, che i diari del marito, che poi sono il vero e proprio libro. Eppure sapevo, ma ci sono cascato. Alla Mondadori in Duomo mi hanno aiutato con uno scaffale interamente dedicato al genere. Osho, Terzani, Coelho. Basta, semplicemente, camminarci attorno. Tenendo dovuta distanza. 

– io, d’estate, vivo meglio. 

In ordine sparso, ma comunque è tutto qui 

 

Collegamenti

Una semplice domanda, fatta senza nemmeno voler ascoltare la risposta, mi ha scatenato. 

Dicono che sia una patologia, una malattia. 

Era un gioco, quando ero bambino. Mi dicevi una parola, ti rispondevo con un’altra parola. Un nesso logico, per forza, doveva esserci.

Non vinceva mai nessuno, ma riempivamo il tempo. 

– mare

– acqua

– doccia

– bagno

– carta igenica

– cane labrador

– pompini 

– ma come pompini?

– ti ricordi Claudia, di Milano 2?

– eccome.

– …

– ah ho capito. 

– ho vinto.

– in che senso?

– non sei andato avanti…

 

Collegamenti. 

 

Ecco, io a questo gioco non ero bravissimo. Perchè i miei collegamenti sono solo miei. 

Tipo:

– mare

– Isola D’Elba

– Aretha Franklin 

– ma come cazzo fai a dire Aretha Franklin, Franz, diobono? Che cazzo centra? 

– fidati. 

– di cosa? 

– Io ho scoperto Aretha Franklin all’Isola D’Elba, anno domini 1999. Figata pazzesca. Ascoltavamo tutte le sue canzoni a palla, mentre vivevamo un’estate super figa. Mi sono anche innamorato di una bionda stupenda, dolcissima e altissima. Tutte e tre le cose allo stesso tempo. Ascoltando Don’t Play That Song For Me ( You Lied). Poi non è più finita. Mi sono innamorato dell’America di quegli anni. Di quella musica. Della Motown. Della poesia superba di questa gente che scriveva canzoni dolcissime e viveva vite pericolosamente sospese tra droga, violenza, squallore e paranoia. 

– … 

– Ti dirò di più. Andando avanti ho scoperto che Elvis si riempiva di droghe, un cocktail pazzesco. E Frank Sinatra era peggio. Eppure hanno scritto dei pezzi mitologici. Tra l’altro nella stessa estate ho scoperto la canzone perfetta con cui fare l’amore. Questa qui. E’ stupenda. Dio santo, ti da tutta la lentezza di una mano che scorre lieve sulla schiena. Senti il rumore dei respiri. Non ti viene anche a te?

-…

– E poi è un attimo. Davvero. Tutta questa dolcezza tutto questo mondo incredibile, la cultura afro. E ti arrivano subito in testa Ferlinghetti e la City Light Bookstore. I capelloni. I Beat. I libri stupendi, la guerra, la sete, il deserto, l’acqua, l’America, Baldini, i vigneti, il diabete, San Francisco. 

– Tu non stai bene. Queste non sono associazioni mentali. Questi sono salti quantici.

– Che poi appena penso a San Francisco mi vengono in mente tre cose

– ti prego, dimmele. Sono curioso di capire.

– La prima è i beat. E mi viene in mente la Pivano e i beat italiani. Le comunità che occupavano le cascine appena fuori Milano negli stessi anni in cui mio padre andava tutti i giorni al lavoro e si radeva con il suo Bic monouso blu puntando a una scrivania più grande e a una tredicesima più sostanziosa.  Due mondi. La seconda è Castro, il primo quartiere gay. Milk. Un eroe. La perfezione di Sean Penn in quel film.  La storia delle battaglie degli uomini, tutta in un quartiere. Il senso dell’amore. L’AIDS, i pettorali unti, il tram di Milano che usano a Frisco per portarti a Castro. 

– la terza?

– la donna più perfetta che ho avuto

– A San Francisco?

– no

– Devi farti vedere da uno bravo. 

– Dovrei scrivere di più

 

Una delle cose che La Signora lamenta incessantemente, in merito alla nostra storia, è l’apparente assenza di attenzione con cui seguo le vicende della sua vita. Confonde il mio silenzio con la distrazione. Ma io ascolto tutto. Anche i rumori di fondo. So distinguere nelle parole il rumore di fondo di cose irrilevanti, e i piccoli segreti che vorresti non dirmi ma che mi hai già detto. Ascolto ogni singolo movimento delle tue mani. Che parlano più della tua bocca.  E’ che associo. 

Un giorno ho iniziato a scrivere su una pagina bianca tutte le associazioni che facevo. Mi sono divertito per un pomeriggio. Le persone migliori della mia vita erano poi quelle che capivano queste associazioni, senza nemmeno mai averle vissute, e le rivivevano con me. Prendimi la mano, ti porto in una foresta stupenda di collegamenti inesistenti, dove le piante più alte sono storie bellissime. Ho viaggiato per metà della mia vita, l’altra metà l’ho passata a sbagliare e sognare. Ho una foresta stupenda in cui portarti. E lo faccio volentieri. Non con tutti. 

Questo poi, a volerlo spiegare bene, è il collegamento con la donna meravigliosa che ho amato, per troppo poco tempo, che mi viene in mente quando penso a San Francisco. Lei era San Francisco, portato in una periferia di Milano nemmeno troppo lontana dall’aeroporto. Sul suo terrazzo c’erano gli stessi gelsomini che c’erano nella pensione davanti a Macy’s in cui dormivo. Lo stesso profumo. E anche la stessa libertà. Aveva le gambe disegnate dallo stesso dio che ha disegnato le colline su cui corrono i vecchi tram di Frisco. Aveva la stessa disperata sete di vino che hanno avuto i beat di Ferlinghetti, le stesso colore di unghie del marmo bianco della cattedrale italiana, a poche strade dal Pier 39. E la stessa voglia di perdersi dentro me che avevo io. Incoscientemente non sapevo di essere seduto nella più bella città della mia vita. Non lo sapevo nemmeno ad Hong Kong. Succede così. Ti ritrovi seduto su una scala di marmo, e non ci pensi. Ti ritrovi sospeso sopra un sorriso, mentre ancora ansimi per quello che, a memoria d’uomo, è stato il punto della tua vita più prossimo alla perfezione, e non lo sai.

Scrivo, per riordinare questi ricordi. 

Scrivo, per raccontarmi queste associazioni.

 

Sommaria lista di associazioni libere

Mare – Via Aurelia – Limoni – Lavanda – Sabbia e Sandali (Daniele Silvestri) – odore dell’acqua – umido – mutandine Les Tropezien – Sassofoni – Biffy Clyro – Amicizia – quel sapore dolce, troppo dolce, della crostata del piccolo panificio all’angolo della piazzetta di Camogli, che tutti comprano la focaccia e noi compriamo sempre la crostata – la piazzetta di Camogli, che poi è l’unico posto dove posso camminare a piedi nudi ordinando del vino e berlo seduto sospeso sopra la barca di Vittorio – il rumore del porto di notte – il rhum – Londra – il mio viaggiare infinito – la sigaretta all’aeroporto di Shanghai insieme a un travestito con un profumo acido – la fede sconsiderata che ho nella felicità – camminare al mattino presto vicino a tutte le città – nuotare per liberarsi – mare. 

Poi, non dico che sia facile seguirmi, ma credo che non sia una patologia. 

Credo sia la mia unica ricchezza. 

 

Password

Uno strano modo di vedere le cose. 

Davvero. 

Seduto in mezzo alla stanza, apparentemente vuota se non per un tavolo di cristallo e un mobile d’appoggio di finto mogano. 

Aspetto. 

Passo molto tempo ad aspettare. 

Lo posso dire con certezza. Tengo precisi diari della mia vita da quando ho scoperto quanto male possa fare rileggersi, quanto bene possa fare rileggersi. In ogni caso, quanto serva rileggersi. 

Sorrido, qualche volta, rileggendo tutta la vita che butto in situazioni che poi si rivelano marginali se non inutili. 

E la poca vita che metto, invece, in questioni che lentamente diventano di fondamentale importanza. 

Parte del mio lavoro è anche questo. Stare seduti, cercando la posizione meno ebete possibile, procedendo nella selezione delle cose che si possono e non si possono fare. 

Mi viene servita dell’acqua. Pressochè congelata. Una giovanissima assistente. Le si intravede il reggicalze nero, di pizzo. Le si intravede anche tutta la stanchezza di servire bicchieri d’acqua e caffè a ignobili guardoni. Le si intravede anche una abbronzatura fugace. Non sorride. E’ più forte di me. 

Quella sensazione, ripida come una discesa su un costone di montagna, veloce come un’onda, quella botta di adrenalina, quella droga precisa, di prendere il controllo. 

– Dice che ci sarà molto da aspettare?

– La dottoressa le chiede scusa, ma è impegnata in una conference call

– Posso chiederle di rendermi l’attesa più piacevole? 

Detto con calma, scandendo le parole, lasciando che gli occhi, volutamente, si appoggino su quelle piccole tracce di abbronzatura che fanno da sfondo a una collana con una perla. Finta. 

Il potere di giocare con le parole. Che sono la cosa più innocente. Che sono la lama più affilata. Che sono l’elemento che distingue la potenza dal potere. 

E’ qui che lei sente, improvvisamente, la vita scivolarle addosso. Tutta in un secondo. Troppe informazioni non corrispondono. 

E’ una frase da porco. E’ un porco. Come tutti quei bastardi che mi guardano le tette mentre servo il caffè. 

Eppure, parla con calma e mi guarda fisso. Allora non è un porco. 

Forse non è una frase da porco. Sono confusa. Mi guarda. Sento gli occhi. Eppure è sicuro di quello che dice. Cosa ha detto esattamente? Non riesco a ricordarlo…

Lo so. 

Quasi ti cade il vassoio. E poi resti, poveretta, sospesa a guardarmi. Perchè non capisci. 

E io ti posso giurare che questo è meglio dell’adrenalina per me. 

Ora, questione di istanti, è necessario rientrare immediatamente in un canone da lei conosciuto. In modo che possa riprendersi. 

– intendevo, se sia possibile abbassare l’aria condizionata. Rischio di morire congelato. Forse sono vecchio, ma non reggo questo clima

Sorride. 

Rilassata. Allora non è un maniaco. Allora mi sono sbagliata. Sorride e riprende il controllo del vassoio. 

Nessun grande cacciatore uccide la preda in un solo colpo. 

La sensazione di recuperare la vita, riporta sangue al cervello, riequilibra i valori ormonali, fa rientrare il senso di pericolo che ha prodotto piccoli incidenti tra ghiandole sudoripare, globuli bianchi, adrenalina e un’altra ottantina di componenti chimiche. 

Insomma, il sudore e il rossore rientrano. 

Dominare un uomo indossando un reggicalze, una scollatura con una perla, finta, sull’incavo delle tette, è una di quelle cose che ti hanno insegnato in televisione. Gestire un uomo che spinge semplici parole fuori dal contesto è un altro livello. Non potremmo mai stare insieme. Nemmeno per una notte. Io brucerei tutte le tue certezze e tutta la mia noia.

Si gira per armeggiare con il telecomando appoggiato sul mobile in finto mogano. 

 

E’ il momento di uccidere. 

– Normalmente non mi piacciono le donne con gli occhiali. Ma devo ammettere che questa montatura le sta molto bene. Ha qualcosa di sexy anche se resta molto professionale. 

E’ panico. Puro.

Un fottuto porco. Che mi sta guardando il culo. Maledetti bastardi. Tutti gli uomini.  Bastardo porco. 

Beh, a dire il vero, niente di quello che ho detto è vero. Mi piacciono le donne con gli occhiali. E anche quelle senza. Insomma non è un fattore determinante. Gli occhiali, a differenza dei ricordi, si possono togliere dagli occhi e appoggiare su un comodino. Si possono anche dimenticare. Elemento di contorno inutile. 

Inoltre quella montatura è quasi ridicola. Rubata sicuramente a qualche serie televisiva. Gonfia l’ovale del viso rendendolo comicamente gonfio.

Ma tant’è. 

– Grazie

Lo dice quasi sottovoce. 

Cerca di guadagnare la porta. 

Imbarazzo. 

Pungente imbarazzo. 

– posso chiederle…?

Lascio sospesa la frase. Perchè lei possa arrivare in fondo, rovistare nei luoghi comuni che l’hanno portata fino a qui. Il cellulare? facebook? il nome? 

Pensaci bene, piccola. Dove credi che porti una cosa del genere?

Si gira.

Controvoglia.

E’ rossa. 

Paonazza.

Adesso non si distingue più l’abbronzatura dal resto. 

Incollo gli occhi ai suoi. Tengo lo sguardo. Come se volessi davvero chiederle… 

– se avete una connessione wifi. Così posso mandare un paio di mail nel frattempo.

– si. 

– si ricorda la password per caso?

Non ce la fa più. 

Riprendo 

– sa, le password sono come le donne. Le più belle sono quelle più difficili. Le più facili sono anche le più stupide e semplici da dimenticare. 

Che poi, leggetela così, è davvero una metafora del cazzo. Robaccia per intestini semplici. Elementari delle emozioni passate a pieni voti e poi bocciatura alle medie del sentimento. 

 Sorride.

Esce. 

Mi sono divertito. 

Lei meno. Credo. 

Io non avrei voluto, oggettivamente, portare la nostra storia di perfetti sconosciuti oltre al semplice constatare che da assistente di una direttrice di linea ti permetti di indossare dei reggicalze. E che tendi generosamente a mostrare gli stessi a tutti, indossando gonne troppo corte. 

E’ che quel genere di particolari stimola, nei miei simili, la concentrazione di sangue al cazzo. Comunemente chiamata erezione.

A me, disfunzione, il sangue arriva al cervello. 

Scusa.

A nome mio e di tutti quelli che ti hanno infastidita. 

Inganno l’attesa. 

 

PS: la password è 1a2b3c4d5e0000. Che non è una bella password. Ricordatevi di creare password belle, se dovete darle agli sconosciuti. 

PS2: scrivete un diario. Serve sempre. E lasciatelo senza password. Perchè chiunque possa leggervi dentro. Non create inutili copertine, lasciate che tutti possano leggere in voi le cose che poi potrebbero trovare in loro.

Amen

PS3: il reggicalze, se non accompagnato da un intraprendente spirito da ragazza di facili costumi è un inutile drappello estetico. 

 

Life is Short Fritz, write your memories before your memories will kill you

 

 

Impulse

Cerca di capire il contesto. 

A volte è meglio dell’aneddoto. 

Ho una rabbia gigantesca, che mi mangia l’intestino. La gestisco. Ma devo scavare. Lavorare di fino sull’anima, che sfinita tenta di ribellarsi. Scrivo fitte pagine sul mio quaderno, rifletto, prendo spunto, ne discuto con chi è più preparato. Insomma, ci lavoro. Mi costa un sacco. Mi costa la digestione, il sorriso e al momento il sonno. 

Pertanto, qui inizia il contesto e finisce l’aneddoto, mi ritrovo su una seggiolina di vimini quasi sul bordo di una statale, davanti a una fontana illuminata a led. Prima rosso, poi rosa, poi violetto, poi blu, poi ancora rosso. 

Alla barista bionda ho ordinato uno Zacapa. Un bicchiere grosso, ho specificato. 

E’ mezzanotte. Ventisei gradi, umidi e sudici. 

Sudo rhum e rabbia. 

Non capisco perchè ti deve sembrare tanto strano. Non fai una piega quando ti ritrovi in palestra madido di sudore per lavorare sui pettorali. Lavoro sul corpo. Lavoro sull’anima. 

Scrivo sul mio quaderno, osservando il via vai di gente che entra nell’hotel. 

Uomini che mi girano intorno.

A venti metri lineari, appoggiata sotto la luce di un bancomat, una ragazzina. Pallida, mora, alta, nuda. Con una minigonna talmente corta da sembrare un perizoma fuori taglia. Guarda annoiata il traffico sulla statale. Nessuno la carica. Non che lei faccia nulla per essere caricata. E’ molto meglio la bionda sull’altro lato della strada. Che appena una macchina rallenta, sapientemente tira fuori le tette. 

Un venditore dal dubbio gusto umano è seduto sulla sedia di fianco alla mia. Cerco di mettere al massimo la musica, ma mi tocca ascoltare brandelli di conversazione. 

Chiama a casa, con un forte accento romano. Routine. Una tenera chiamata alla moglie e al figlio. O forse alla figlia. Parlano delle vacanze al mare mentre lui suda nel suo completo cachi. 

Finisce la conversazione. Pochi istanti. Una sigaretta accesa, due tiri. Riprende una conversazione,  molto più piccante. Con l’amante. Parlano di vacanze al mare. E di scopare. Al mare. Mentre lui guarda la bionda sull’altro lato della strada. 

Quando la fontana si illumina gli brilla il Rolex. 

Quando i camion passano, la bionda sfodera le tette. 

Quando si emoziona, stringe il telefono e si tocca la gamba destra, e poi ride. 

Che è questo il vero tradimento. Ridere con un’altra persona. 

Arrivano due pullman di turisti. Scaricati come animali sul piazzale di fianco all’hotel. 

Una pioggia di sandali con calzini che tradiscono germaniche origini e cattivo gusto. 

Bermuda improbabili a quadrettoni, canotte e magliette con I (cuoricino) Roma. 

Sudo.

Ho prenotato la colazione in camera, per le 5.45

Vorrei dormire almeno cinque ore. 

Ma finirà che scriverò. 

Ne ho bisogno. 

Finalmente caricano la mora. 

Si avvicina ondulando a una ford grigia. 

E sale in macchina. 

Con lo stesso entusiasmo con cui andrebbe a un funerale. 

Alzo il volume. 

Ascolto questo.

Quanti ricordi.

Fottuti ricordi. 

Si aggiungono al gruppo delle sedie di vimini due coppie. 

Hanno occhiali con montature colorate, camicie su misura, sandali con tacco, orologi di lusso. Ordinano Prosecco. 

Sudo anche per loro. 

Sto facendo un pauroso lavoro di riordino. 

Sommessamente provo a consigliarlo a tutti. Di lavorare sull’anima. Ma fa male. 

Ovviamente. 

Scavare e scrivere non mi fa dormire, e finisco a guardare puttane slave che battono senza stile su statali dimenticate da Dio e dal Demanio, mentre un venditore scopa telefonicamente con l’amante a un metro da me. 

Sudando dentro il vimini. 

Bevendo Zacapa caldo. 

Cosa fai stasera?

Niente, pensavo di bere Zacapa caldo scavandomi dentro. 

Tu?

Passano macchine veloci, che rallentano in prossimità della bionda. 

Torna la mora.

Dodici minuti dopo.

Ora, io mi dico. Dodici minuti. 

Mah. 

Mi raggiunge un collega. 

Sottoposto, a voler essere precisi. 

Che non dorme. 

E che vuole parlare. Ma io non voglio parlare. Voglio ascoltare. Ho parlato troppo. Per troppo tempo. 

Osserva la bionda. Commenta. Sulle tette. Risposte impulsive al marketing base. 

Tiro fuori il portafoglio. 

– Se ci vai davvero, te la pago io

– mah. 

– l’hai detto. Hai detto che era figa. Vacci. Adesso.

– insomma. Il mio capo che mi paga una puttana…

– Sto semplicemente capendo quanto hai i coglioni. Hai detto che è figa. Fallo. 

– Beh, figa è figa

– E allora?

– ma cazzo andare a puttane…

Si allontana per ordinare una tisana.

Uomini che bevono tisane. Il mondo sta andando a puttane. Ma solo in senso figurato.

Caricano ancora la mora. 

Mi incuriosisce capire. 

Ma sto già cercando di capire altro.

 

Moto (andare)

Argomento profondamente scacciapassera. Nel senso che le puntuali e puntigliose lettrici di questo blog, troveranno questo post inadeguato, sotto tono, fastidioso. Solo perchè parleremo di moto. Eppure, molte di loro provano un atavica attrazione per il disordine umano che le moto, come oggetti, si portano dietro, ovverosia i loro piloti. 

Essere motociclista è un buon punto di partenza per farsi una vita sentimentale. 

Se mio figlio mi dovesse chiedere mai:

– Papà, per avere una donna bellissima che mi ama, cosa mi consigli di fare: compiere imprese epiche come scoprire un nuovo vaccino oppure circumnavigare uno dei poli oppure guidare una moto? 

– Mio caro, non pago i tuoi studi, tra l’altro salatamente, perchè tu possa abusare del termine “circumnavigare”, ma perchè tu possa trovarti un lavoro in poco tempo e mantenermi. In ogni caso, rispondendo alla tua domanda, e partendo dal fatto che dipende da che tipo di donna tu voglia trovare, diciamo che scoprendo vaccini e circumnavigando i poli tu attirerai una pletora di adoranti fans, tra le quali anche qualcheduna bella. Ma possedendo una moto, sicuramente, con molta meno fatica otterrai molti più risultati. Ricordati, però, di arrivare vergine al matrimonio e di mettere la canottiera dentro le mutande che se no mi prendi freddo al pancino. Lo so che hai ventiquattro anni, ma le congestioni non guardano in faccia a nessuno. E chiama mammata quando arrivi. 

Io possiedo moto da prima che iniziassi a possedere donne. E solo ultimamente ho collegato le due cose. Ovvero che con un mezzo rispettoso si acchiappa.

In ogni caso. 

Parliamo di moto.

Uno dei miei vicini di casa, proprio mentre tentavo di insegnare l’arte dello skate al Piccolo all’ombra di un nespolo in cortile, è comparso dal portone armato del seguente kit:

– Maglietta verde nera semi fluorescente con scritta Kawasaki 

– Marsupio Ducati, rosso e piccolo, stile testicolo con varicocele (da operare con urgenza)

– Cappellino con visiera piegata recante sigla: Vale 46. 

Io, dal canto mio, uomini del genere li butterei tra il bidone verde e quello marrone della differenziata. 

Eppure ci salutiamo.

Le nostre mogli sono amiche. I nostri figli sono amici. Lui ha provato ad invitarmi a vedere la MotoGp a casa. 

– Preferisco guardare un documentario sui virus intestinali. 

Ho risposto. 

E lui ha riso.

Ma io non ridevo. 

Dicevo sul serio.

 

– Vado al Mugello. 

– Bene. Bravo

– Tu non passi?

– Dove?

– Al Mugello?

– Direi di no

– Dai cazzo. Sembra davvero che sarà un week end epico

– mah

– ho capito. Problema a convincere la moglie. Se vuoi ci penso io a farlo. 

– con mia moglie?

– coglione. Davvero. E’ imperdibile

– mah. Devo insegnare al Piccolo ad andare in skate e domani vorrei godere dei frutti del mio insegnamento. 

Non risponde. E’ abituato ai miei no. 

Deluso, procede verso il suv parcheggiato davanti a casa. Si vede che è gasato. Lo si può sentire. 

E’ uno di quelli che stanno contro le cancellate urlando a squarciagola mentre gli passano davanti bolidi a duecentoquaranta all’ora. 

Non vedi quello per cui tifi, ma vai a sensazione. 

Ora, io sono estremamente ecumenico, in termini motociclistici. 

Scherzando dico sempre che sarebbe meglio la moglie sul marciapiede che una moto giapponese. 

(mica tanto scherzando)

Ma poi, in fondo, amo la moto in tutte le sue forme. 

Ascolto pazientemente tutte le opinioni. Mi faccio asciugare dai biemvuisti, montati a mille dalla sensazione di schiacciante superiorità dei loro mezzi, armati per una missione nel deserto. Ascolto i ducatisti del quartiere, che partono in quattro e tornano sempre in tre, per qualche maledetta batteria, qualche maledetto contatto, qualche maledetta saldatura. Ascolto, ovviamente, gli harleisti. Ma anche i bonnisti, gli englisti, quelli della Victory e quelli della Suzuki. 

Non solo. Leggo e mi aggiorno su praticamente tutto. E condivido gioie e dolori. Ad esempio Ducati ha da poco presentato in un box giallo dentro il suo stabilimento, con ombrelloni e longboard skate, quella che sarà l’erede della Scrambler. 

Notizia che, a dirla tutta, non cambierà molto la mia vita. Però si è creato un piccolo caso nel pubblico ducatista. Perchè dicono che la vera presentazione al pubblico avverrà in autunno. Probabilmente a Colonia più che a Milano. Offesa immorale! Sui social è venuto fuori un casino molto più grosso di quello relativo alle tangenti del Mose. 

(Ha ragione Grillo, quando si dispera pensando a voi). 

Ora, a parte che Ducati è di Audi, elemento che legittimerebbe di molto la presentazione di una moto nuova in quel della Germania, ma il problema è davvero minore.

Eppure partecipo alle discussioni. 

Condivido le gioie e i dolori. 

Non giudico mai un giro dal numero di kilometri e nemmeno dalle foto che pubblicate.

Non giudico mai un uomo dalla sua moto. 

Sarebbe come giudicare un uomo dalla sua donna. 

Anche i migliori possono sbagliarsi.

E poi redimersi. 

Però questa fretta di andare a vedere ragazzi che sfrecciano a trecento all’ora girando su una pista d’asfalto. 

Però questo bisogno viscerale di imitarli e di buttarsi a pesce sulle statali facendo i peli ai cordoli. 

Questo non è andare in moto.

Questo è usare un elettrodomestico. 

Volevo dire solo questo.

Avevo un quarto d’ora buco tra una riunione e l’altra e ho pensato bene di spenderlo al bar per bere un caffè. E mi è toccato subire un incontro ravvicinato con un altro pasionario di questa cazzo di disciplina del correre di fretta. 

Mah. 

 

Agosto

Un giorno, di molti anni fa, nel mezzo di un torrido agosto, seduto sul terrazzo di casa, fumavo una sigaretta composta per il trenta percento di avanzi di tabacco reperiti sul pavimento dello stesso terrazzo, un dieci percento di avanzi di erba reperiti in un cassetto, e il resto carta. Aspettavo l’ora di cena. Non ricordo la ragione precisa per la quale non ero partito. Posso con certezza ricollegare la cosa al fatto che il mio conto in banca fosse in rosso. Avevo deciso di imbiancare casa. E avevo coinvolto nell’opera la mia ragazza. Più che altro per far passare in secondo piano la totale assenza di ferie nella nostra vita di coppia. Così passavamo il giorno a imbiancare, la sera a fumare e la notte a fare l’amore. Più o meno. Guardavamo vecchi dvd, bevevamo vino bianco gelato e ascoltavamo il silenzio del centro città. 

Ovviamente niente di paragonabile alle vostre ferie a Santo Domingo, con buffet all inclusive, ma nemmeno troppo male. 

Prendevamo la Vespa gialla, al mattino presto, e andavamo a fare colazione in centro. Nella stessa pasticceria dove mi piace prendere il caffè oggi. Compravamo i giornali, leggevamo seduti sugli scalini della chiesa, e poi tornavamo a casa. 

In tutta la via eravamo rimasti noi, il portinaio filippino del palazzo davanti e un paio di vecchietti. In centro succede così. 

Il sabato prendavamo la Vespa e andavamo al mare. 

Ora, non so se abbiate mai provato realmente a farlo. Perchè fa molto Muccino, prendere la Vespa e andare al mare, ma in verità è un’epopea drammatica. Ci vuole una vita. La velocità media richiede la destrezza di restare sospesi tra la prima corsia e la corsia d’emergenza, e il caldo uccide. Lasciate perdere l’idea romantica che il cinema vi ha inculcato. 

Tornavamo a casa che era già notte. 

Leggevamo Neruda. Io leggevo e lei ascoltava. 

Mi piaceva, mi piace, leggere Neruda. 

E’ poesia, musica di parole. 

Ascoltavo la mia voce come unico rumore nella città. 

Ci piaceva stare insieme. Era un modo intelligente per nascondersi dal resto del mondo. 

Le nostre famiglie non approvavano. Da parte mia, mio padre non approvava a priori. Era una questione d’insieme. Non approvava quello che studiavo, quello che guidavo, quello che mangiavo e quello che amavo. Ma poi si rassegnava. 

Da parte sua, suo padre e sua madre non perdevano occasione per farci sapere che la coppia era sbagliata e che lei avrebbe potuto avere di più. Velatamente. Ma quotidianamente. 

Il bello di quando hai ventiquattro anni, rispetto ai trentacinque, è che il giudizio degli altri su quello che ami è un rumore di fondo paragonabile al ronzio di una zanzara.

Ascoltavamo musica scaricata da internet. Ci volevano almeno due giorni per scaricare un intero album. 

E la mia penna USB teneva 128 Mega. Ci stavano trenta canzoni, circa. 

Di notte, ogni tanto, camminavamo per il quartiere. Senza una meta precisa. Giravamo intorno ai vecchi giardini, arrivando ai confini del Duomo. Raramente incontravamo qualcuno. Raramente ci tenevamo per mano. 

Raramente ci guardavamo negli occhi.
Ma sapevamo di trovarci sempre, se c’era bisogno. 

Quella sera, fumando, pensavo ad alta voce. 

– Mi piace l’estate. Adoro il caldo, la città deserta, il senso provvisorio delle cose. Non so cosa farò da grande. Ma voglio celebrare ogni estate. 

Lei beveva moltissima acqua. Roba truccata con magnesio, sali, mirtilli. Roba imbevibile. Per i glutei. Sorseggiava, seduta per terra. 

Avevamo questa cosa, che non ho più ritrovato in nessuna donna. Non avevamo paura di perderci, sapevamo sarebbe successo. Non avevamo paura di stare nudi. Sapevamo sarebbe successo. 

E’ successo 

 

 

17.23pm

– mi fa male qui

– dove?

– in basso, vicino al cuore.

– a buona ragione, il cuore dovrebbe essere in alto. Un po’ a sinistra

– il mio pende

– in che senso?

– troppo pesante

– per cosa?

– anni di robe. Inutile che te lo spiego. Comunque pende. E adesso mi fa anche male

– … 

– sarà un infarto

– sei giovane. E poi li, dove ti tocchi tu, sarà la milza. Piuttosto che un infarto

– come fai a dirlo?

– perchè li, dove ti tocchi, c’è la milza. Lo stomaco, il colon, e la milza. 

– Il mio cuore è qui. 

– ancora? Ricominci?

– Che cosa stiamo aspettando?

– che passino le cinque e mezza

– perchè?

– fino alle cinque e mezza non possiamo muoverci. Ce lo ha detto il capo. 

– dopo?

– dopo, andiamo. 

– dove?

– facciamo il nostro lavoro, e chiudiamo la cosa. 

– senti, io penso di non farcela più

– a fare cosa?

– il lavoro

– sei nato facendolo.

– si ma adesso basta.

– smetti di dire cazzate, per dio. Mancano sette minuti, siamo pronti. Punto. 

– Basta.

– Piantala

– Ho il cuore che mi fa male anche per questo 

– cazzate

– Vorrei essere da un’altra parte

– Anche io.

– andiamocene

– non dire cazzate. 

– piantala di fare il duro. Non ce la fai più nemmeno tu

– facciamolo. Poi ti offro una birra. 

– Sto morendo di birra, di noia e di tutto questo

– allora ti offro un gin

– muoio

– fallo dopo le cinque e mezza

– io me ne vado

– se solo fai un passo, il primo colpo del caricatore è tuo.

– dove mi spareresti?

– al cuore

-…

– quello vero.

– sei sadico

– mi pagano per esserlo

– io me ne vado

– okkei

– ciao

– è più un addio. Appena ti giri ti sparo

– Va bene. 

– dici sul serio?

– si. Ma mira il cuore, come hai detto. 

– sei pazzo.

– almeno morirò facendo qualcosa per me. 

– contento tu

– anzi

– dimmi

– sparami adesso

– tu sei pazzo

– si. Forse si. Ma ho finito. Basta.

– mah. 

– fallo.

– parliamone a lavoro finito. Davanti a una birra

– mi fa cagare la birra. E anche il lavoro.

– fattene una ragione.

– sparami

 

4.23pm

Sono le quattro e ventitrè. 

Il mare non sembra un granchè. Minaccia pioggia. Invano. Perchè poi non piove. 

Fa già caldo. Complice l’umidità, avrebbe detto mio padre. 

Appoggiato contro un muro di cotto e calce, sente il sole cuocere la pelle, cerca con gli occhi un punto preciso sul mare, annusa il profumo del limone che esce dal giardino. 

Tutto al presente. Lo sta facendo adesso. 

Un pedalò passa, a rallentatore, tra l’orizzonte e il mare. 

Il vento, manca il vento. 

Per questo si sente l’umido, avrebbe detto mio padre. 

Per questo si sente il limone, pensa annusando distrattamente. 

Rimangono due rivoli di nuvole, che cadono verso il mare, e le nubi delle fabbriche, lontane sopra il porto. 

Un traghetto passa, a rallentatore, porta gente al mare. 

La magia dell’attesa sta in questo silenzio che si infila fin dentro le radici delle piante, e lascia passare i ricordi. 

L’attesa dovrebbe essere dolce, pensa. 

Lei aspetta, seduta sul davanzale della finestra, sorridendo nel riflesso del piccolo specchio.

Sa che lui è arrivato. Sa che lui sta aspettando. 

Sa che mancano una rampa di scale, quarantasei battiti, sette minuti, due sospiri e un po’ di fiatone, un sorriso, e poi finalmente potranno essere una musica sola. 

Scritta da lei, eseguita da lui, pentagramma di ostinazione e verità, di desiderio e silenzio.

Definisci l’amore.

Definiscilo a vent’anni.

Definiscilo a trenta. 

Definiscilo adesso.

Scrivi di questo profumo, di limoni, di estate, di sudore, di mare, di porto, di gabbiani, di muschio.

Scrivi di questo silenzio, fruscio di tende, accostate per far passare un poco di luce, un poco di vento, un poco di vita. 

Sa che lui sta aspettando. 

Pazientemente.

L’attesa, lei la passa al davanzale, guardando gli ambulanti rimettere la verdura sui furgoni. Sente le voci, le bestemmie di un accento lontano.

Si può morire aspettando.

Oppure.

Oppure, si può definire una cosa grandissima senza usare nessuna parola.

Oppure si può ostinatamente volere, fino in fondo, che succeda. 

Fino a quando, poi, succede.