Agosto

Un giorno, di molti anni fa, nel mezzo di un torrido agosto, seduto sul terrazzo di casa, fumavo una sigaretta composta per il trenta percento di avanzi di tabacco reperiti sul pavimento dello stesso terrazzo, un dieci percento di avanzi di erba reperiti in un cassetto, e il resto carta. Aspettavo l’ora di cena. Non ricordo la ragione precisa per la quale non ero partito. Posso con certezza ricollegare la cosa al fatto che il mio conto in banca fosse in rosso. Avevo deciso di imbiancare casa. E avevo coinvolto nell’opera la mia ragazza. Più che altro per far passare in secondo piano la totale assenza di ferie nella nostra vita di coppia. Così passavamo il giorno a imbiancare, la sera a fumare e la notte a fare l’amore. Più o meno. Guardavamo vecchi dvd, bevevamo vino bianco gelato e ascoltavamo il silenzio del centro città. 

Ovviamente niente di paragonabile alle vostre ferie a Santo Domingo, con buffet all inclusive, ma nemmeno troppo male. 

Prendevamo la Vespa gialla, al mattino presto, e andavamo a fare colazione in centro. Nella stessa pasticceria dove mi piace prendere il caffè oggi. Compravamo i giornali, leggevamo seduti sugli scalini della chiesa, e poi tornavamo a casa. 

In tutta la via eravamo rimasti noi, il portinaio filippino del palazzo davanti e un paio di vecchietti. In centro succede così. 

Il sabato prendavamo la Vespa e andavamo al mare. 

Ora, non so se abbiate mai provato realmente a farlo. Perchè fa molto Muccino, prendere la Vespa e andare al mare, ma in verità è un’epopea drammatica. Ci vuole una vita. La velocità media richiede la destrezza di restare sospesi tra la prima corsia e la corsia d’emergenza, e il caldo uccide. Lasciate perdere l’idea romantica che il cinema vi ha inculcato. 

Tornavamo a casa che era già notte. 

Leggevamo Neruda. Io leggevo e lei ascoltava. 

Mi piaceva, mi piace, leggere Neruda. 

E’ poesia, musica di parole. 

Ascoltavo la mia voce come unico rumore nella città. 

Ci piaceva stare insieme. Era un modo intelligente per nascondersi dal resto del mondo. 

Le nostre famiglie non approvavano. Da parte mia, mio padre non approvava a priori. Era una questione d’insieme. Non approvava quello che studiavo, quello che guidavo, quello che mangiavo e quello che amavo. Ma poi si rassegnava. 

Da parte sua, suo padre e sua madre non perdevano occasione per farci sapere che la coppia era sbagliata e che lei avrebbe potuto avere di più. Velatamente. Ma quotidianamente. 

Il bello di quando hai ventiquattro anni, rispetto ai trentacinque, è che il giudizio degli altri su quello che ami è un rumore di fondo paragonabile al ronzio di una zanzara.

Ascoltavamo musica scaricata da internet. Ci volevano almeno due giorni per scaricare un intero album. 

E la mia penna USB teneva 128 Mega. Ci stavano trenta canzoni, circa. 

Di notte, ogni tanto, camminavamo per il quartiere. Senza una meta precisa. Giravamo intorno ai vecchi giardini, arrivando ai confini del Duomo. Raramente incontravamo qualcuno. Raramente ci tenevamo per mano. 

Raramente ci guardavamo negli occhi.
Ma sapevamo di trovarci sempre, se c’era bisogno. 

Quella sera, fumando, pensavo ad alta voce. 

– Mi piace l’estate. Adoro il caldo, la città deserta, il senso provvisorio delle cose. Non so cosa farò da grande. Ma voglio celebrare ogni estate. 

Lei beveva moltissima acqua. Roba truccata con magnesio, sali, mirtilli. Roba imbevibile. Per i glutei. Sorseggiava, seduta per terra. 

Avevamo questa cosa, che non ho più ritrovato in nessuna donna. Non avevamo paura di perderci, sapevamo sarebbe successo. Non avevamo paura di stare nudi. Sapevamo sarebbe successo. 

E’ successo 

 

 

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