Impulse

11 Giu

Cerca di capire il contesto. 

A volte è meglio dell’aneddoto. 

Ho una rabbia gigantesca, che mi mangia l’intestino. La gestisco. Ma devo scavare. Lavorare di fino sull’anima, che sfinita tenta di ribellarsi. Scrivo fitte pagine sul mio quaderno, rifletto, prendo spunto, ne discuto con chi è più preparato. Insomma, ci lavoro. Mi costa un sacco. Mi costa la digestione, il sorriso e al momento il sonno. 

Pertanto, qui inizia il contesto e finisce l’aneddoto, mi ritrovo su una seggiolina di vimini quasi sul bordo di una statale, davanti a una fontana illuminata a led. Prima rosso, poi rosa, poi violetto, poi blu, poi ancora rosso. 

Alla barista bionda ho ordinato uno Zacapa. Un bicchiere grosso, ho specificato. 

E’ mezzanotte. Ventisei gradi, umidi e sudici. 

Sudo rhum e rabbia. 

Non capisco perchè ti deve sembrare tanto strano. Non fai una piega quando ti ritrovi in palestra madido di sudore per lavorare sui pettorali. Lavoro sul corpo. Lavoro sull’anima. 

Scrivo sul mio quaderno, osservando il via vai di gente che entra nell’hotel. 

Uomini che mi girano intorno.

A venti metri lineari, appoggiata sotto la luce di un bancomat, una ragazzina. Pallida, mora, alta, nuda. Con una minigonna talmente corta da sembrare un perizoma fuori taglia. Guarda annoiata il traffico sulla statale. Nessuno la carica. Non che lei faccia nulla per essere caricata. E’ molto meglio la bionda sull’altro lato della strada. Che appena una macchina rallenta, sapientemente tira fuori le tette. 

Un venditore dal dubbio gusto umano è seduto sulla sedia di fianco alla mia. Cerco di mettere al massimo la musica, ma mi tocca ascoltare brandelli di conversazione. 

Chiama a casa, con un forte accento romano. Routine. Una tenera chiamata alla moglie e al figlio. O forse alla figlia. Parlano delle vacanze al mare mentre lui suda nel suo completo cachi. 

Finisce la conversazione. Pochi istanti. Una sigaretta accesa, due tiri. Riprende una conversazione,  molto più piccante. Con l’amante. Parlano di vacanze al mare. E di scopare. Al mare. Mentre lui guarda la bionda sull’altro lato della strada. 

Quando la fontana si illumina gli brilla il Rolex. 

Quando i camion passano, la bionda sfodera le tette. 

Quando si emoziona, stringe il telefono e si tocca la gamba destra, e poi ride. 

Che è questo il vero tradimento. Ridere con un’altra persona. 

Arrivano due pullman di turisti. Scaricati come animali sul piazzale di fianco all’hotel. 

Una pioggia di sandali con calzini che tradiscono germaniche origini e cattivo gusto. 

Bermuda improbabili a quadrettoni, canotte e magliette con I (cuoricino) Roma. 

Sudo.

Ho prenotato la colazione in camera, per le 5.45

Vorrei dormire almeno cinque ore. 

Ma finirà che scriverò. 

Ne ho bisogno. 

Finalmente caricano la mora. 

Si avvicina ondulando a una ford grigia. 

E sale in macchina. 

Con lo stesso entusiasmo con cui andrebbe a un funerale. 

Alzo il volume. 

Ascolto questo.

Quanti ricordi.

Fottuti ricordi. 

Si aggiungono al gruppo delle sedie di vimini due coppie. 

Hanno occhiali con montature colorate, camicie su misura, sandali con tacco, orologi di lusso. Ordinano Prosecco. 

Sudo anche per loro. 

Sto facendo un pauroso lavoro di riordino. 

Sommessamente provo a consigliarlo a tutti. Di lavorare sull’anima. Ma fa male. 

Ovviamente. 

Scavare e scrivere non mi fa dormire, e finisco a guardare puttane slave che battono senza stile su statali dimenticate da Dio e dal Demanio, mentre un venditore scopa telefonicamente con l’amante a un metro da me. 

Sudando dentro il vimini. 

Bevendo Zacapa caldo. 

Cosa fai stasera?

Niente, pensavo di bere Zacapa caldo scavandomi dentro. 

Tu?

Passano macchine veloci, che rallentano in prossimità della bionda. 

Torna la mora.

Dodici minuti dopo.

Ora, io mi dico. Dodici minuti. 

Mah. 

Mi raggiunge un collega. 

Sottoposto, a voler essere precisi. 

Che non dorme. 

E che vuole parlare. Ma io non voglio parlare. Voglio ascoltare. Ho parlato troppo. Per troppo tempo. 

Osserva la bionda. Commenta. Sulle tette. Risposte impulsive al marketing base. 

Tiro fuori il portafoglio. 

– Se ci vai davvero, te la pago io

– mah. 

– l’hai detto. Hai detto che era figa. Vacci. Adesso.

– insomma. Il mio capo che mi paga una puttana…

– Sto semplicemente capendo quanto hai i coglioni. Hai detto che è figa. Fallo. 

– Beh, figa è figa

– E allora?

– ma cazzo andare a puttane…

Si allontana per ordinare una tisana.

Uomini che bevono tisane. Il mondo sta andando a puttane. Ma solo in senso figurato.

Caricano ancora la mora. 

Mi incuriosisce capire. 

Ma sto già cercando di capire altro.

 

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