Collegamenti

19 Giu

Una semplice domanda, fatta senza nemmeno voler ascoltare la risposta, mi ha scatenato. 

Dicono che sia una patologia, una malattia. 

Era un gioco, quando ero bambino. Mi dicevi una parola, ti rispondevo con un’altra parola. Un nesso logico, per forza, doveva esserci.

Non vinceva mai nessuno, ma riempivamo il tempo. 

– mare

– acqua

– doccia

– bagno

– carta igenica

– cane labrador

– pompini 

– ma come pompini?

– ti ricordi Claudia, di Milano 2?

– eccome.

– …

– ah ho capito. 

– ho vinto.

– in che senso?

– non sei andato avanti…

 

Collegamenti. 

 

Ecco, io a questo gioco non ero bravissimo. Perchè i miei collegamenti sono solo miei. 

Tipo:

– mare

– Isola D’Elba

– Aretha Franklin 

– ma come cazzo fai a dire Aretha Franklin, Franz, diobono? Che cazzo centra? 

– fidati. 

– di cosa? 

– Io ho scoperto Aretha Franklin all’Isola D’Elba, anno domini 1999. Figata pazzesca. Ascoltavamo tutte le sue canzoni a palla, mentre vivevamo un’estate super figa. Mi sono anche innamorato di una bionda stupenda, dolcissima e altissima. Tutte e tre le cose allo stesso tempo. Ascoltando Don’t Play That Song For Me ( You Lied). Poi non è più finita. Mi sono innamorato dell’America di quegli anni. Di quella musica. Della Motown. Della poesia superba di questa gente che scriveva canzoni dolcissime e viveva vite pericolosamente sospese tra droga, violenza, squallore e paranoia. 

– … 

– Ti dirò di più. Andando avanti ho scoperto che Elvis si riempiva di droghe, un cocktail pazzesco. E Frank Sinatra era peggio. Eppure hanno scritto dei pezzi mitologici. Tra l’altro nella stessa estate ho scoperto la canzone perfetta con cui fare l’amore. Questa qui. E’ stupenda. Dio santo, ti da tutta la lentezza di una mano che scorre lieve sulla schiena. Senti il rumore dei respiri. Non ti viene anche a te?

-…

– E poi è un attimo. Davvero. Tutta questa dolcezza tutto questo mondo incredibile, la cultura afro. E ti arrivano subito in testa Ferlinghetti e la City Light Bookstore. I capelloni. I Beat. I libri stupendi, la guerra, la sete, il deserto, l’acqua, l’America, Baldini, i vigneti, il diabete, San Francisco. 

– Tu non stai bene. Queste non sono associazioni mentali. Questi sono salti quantici.

– Che poi appena penso a San Francisco mi vengono in mente tre cose

– ti prego, dimmele. Sono curioso di capire.

– La prima è i beat. E mi viene in mente la Pivano e i beat italiani. Le comunità che occupavano le cascine appena fuori Milano negli stessi anni in cui mio padre andava tutti i giorni al lavoro e si radeva con il suo Bic monouso blu puntando a una scrivania più grande e a una tredicesima più sostanziosa.  Due mondi. La seconda è Castro, il primo quartiere gay. Milk. Un eroe. La perfezione di Sean Penn in quel film.  La storia delle battaglie degli uomini, tutta in un quartiere. Il senso dell’amore. L’AIDS, i pettorali unti, il tram di Milano che usano a Frisco per portarti a Castro. 

– la terza?

– la donna più perfetta che ho avuto

– A San Francisco?

– no

– Devi farti vedere da uno bravo. 

– Dovrei scrivere di più

 

Una delle cose che La Signora lamenta incessantemente, in merito alla nostra storia, è l’apparente assenza di attenzione con cui seguo le vicende della sua vita. Confonde il mio silenzio con la distrazione. Ma io ascolto tutto. Anche i rumori di fondo. So distinguere nelle parole il rumore di fondo di cose irrilevanti, e i piccoli segreti che vorresti non dirmi ma che mi hai già detto. Ascolto ogni singolo movimento delle tue mani. Che parlano più della tua bocca.  E’ che associo. 

Un giorno ho iniziato a scrivere su una pagina bianca tutte le associazioni che facevo. Mi sono divertito per un pomeriggio. Le persone migliori della mia vita erano poi quelle che capivano queste associazioni, senza nemmeno mai averle vissute, e le rivivevano con me. Prendimi la mano, ti porto in una foresta stupenda di collegamenti inesistenti, dove le piante più alte sono storie bellissime. Ho viaggiato per metà della mia vita, l’altra metà l’ho passata a sbagliare e sognare. Ho una foresta stupenda in cui portarti. E lo faccio volentieri. Non con tutti. 

Questo poi, a volerlo spiegare bene, è il collegamento con la donna meravigliosa che ho amato, per troppo poco tempo, che mi viene in mente quando penso a San Francisco. Lei era San Francisco, portato in una periferia di Milano nemmeno troppo lontana dall’aeroporto. Sul suo terrazzo c’erano gli stessi gelsomini che c’erano nella pensione davanti a Macy’s in cui dormivo. Lo stesso profumo. E anche la stessa libertà. Aveva le gambe disegnate dallo stesso dio che ha disegnato le colline su cui corrono i vecchi tram di Frisco. Aveva la stessa disperata sete di vino che hanno avuto i beat di Ferlinghetti, le stesso colore di unghie del marmo bianco della cattedrale italiana, a poche strade dal Pier 39. E la stessa voglia di perdersi dentro me che avevo io. Incoscientemente non sapevo di essere seduto nella più bella città della mia vita. Non lo sapevo nemmeno ad Hong Kong. Succede così. Ti ritrovi seduto su una scala di marmo, e non ci pensi. Ti ritrovi sospeso sopra un sorriso, mentre ancora ansimi per quello che, a memoria d’uomo, è stato il punto della tua vita più prossimo alla perfezione, e non lo sai.

Scrivo, per riordinare questi ricordi. 

Scrivo, per raccontarmi queste associazioni.

 

Sommaria lista di associazioni libere

Mare – Via Aurelia – Limoni – Lavanda – Sabbia e Sandali (Daniele Silvestri) – odore dell’acqua – umido – mutandine Les Tropezien – Sassofoni – Biffy Clyro – Amicizia – quel sapore dolce, troppo dolce, della crostata del piccolo panificio all’angolo della piazzetta di Camogli, che tutti comprano la focaccia e noi compriamo sempre la crostata – la piazzetta di Camogli, che poi è l’unico posto dove posso camminare a piedi nudi ordinando del vino e berlo seduto sospeso sopra la barca di Vittorio – il rumore del porto di notte – il rhum – Londra – il mio viaggiare infinito – la sigaretta all’aeroporto di Shanghai insieme a un travestito con un profumo acido – la fede sconsiderata che ho nella felicità – camminare al mattino presto vicino a tutte le città – nuotare per liberarsi – mare. 

Poi, non dico che sia facile seguirmi, ma credo che non sia una patologia. 

Credo sia la mia unica ricchezza. 

 

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