Bambini (del perchè un trentenne parla dei propri figli)

2 Lug

Succede che quando scrivo un pezzo per la rivista che non sia al cento per cento sulle moto, alcuni si lamentino. Succede, per dirla tutta, anche il contrario. Scrivo di altro, e qualcuno si lamenta che non scrivo di moto. Succede anche qui. Il lettore, con tutto il suo carico di diritti (vi metto il link ai diritti del lettore secondo Pennac, che condivido pienamente in qualità di lettore distratto e avido) non ha, apparentemente, nessun dovere. E’, in gergo, un consumatore. E come tale, esercita il suo diritto di lamentela sul prodotto. Che è un prodotto molto difficile da definire. Forti dell’anonimato e dello pseudonimo, su questo blog in molti si esprimono pro e contro alcuni pezzi. E’ la forza di internet, baby. Io di quelli che in gergo si chiamano feedback me ne sono sempre altamente sbattuto. Scrivo perchè mi va, quando mi va, quello che mi va. 

Ma su una cosa, devo ammetterlo, è necessario fare chiarezza. 

Io sono un professionista, un motociclista, un viaggiatore, un lettore, un ascoltatore di musica, un discreto bevitore, e un sacco di altri ruoli. Uno dei quali è il padre. Sono padre da più di tre anni. Sono diventato padre a trent’anni. Una cosa, culturalmente, nella norma. Solo che, apparentemente, poco condivisa. Siamo una minoranza. Statisticamente. Sempre meno figli per la nostra generazione. Per tutta una serie di motivi. Alcuni futili, altri più realistici. Abbiamo, maledetta generazione, ambizioni di carriera eccessive. Abbiamo una cultura famigliare spenta, abbiamo trent’anni, ma il rinculo dei venti, tecnicamente sindrome di Peter Pan, si fa sentire. Abbiamo sempre meno fiducia nel futuro. Abbiamo problemi economici. Abbiamo problemi psicologici. Avete. Perchè io ho varcato la soglia.

Non vorrei mai annoiarvi con le ragioni che mi hanno spinto a farlo. (qui un sunto brevissimo e poetico).

Riassumendo, approssimativamente e con il senno di poi, è un elenco lunghissimo che si traduce in una sola parola: amore. 

Io sto cercando, nel ruolo di padre, di essere un padre decente. Non è semplice. Ma ho capito che quando non sai cosa fare, basta che ami. 

Diversamente da tutti gli altri ruoli, il ruolo di padre ha degli sviluppi e delle conseguenze difficilmente prevedibili. Se non lavori, sai di poter essere licenziato. Se non vai in palestra, osservi il tuo sex appeal calare. Se trangugi una bottiglia di rosso tutte le sere a cena, hai discrete probabilità di avere problemi al fegato. 

Essere padre è, tutti i giorni, una matassa di errori e di amori, di orrori e di splendori, dalle conseguenze imprevedibili. 

No. Non è come avere un cane. So che molti di voi confondono cani e gatti con gli esseri umani. E’ una patologia abbastanza diffusa. Si chiama antropologizzazione dell’animale. Tappare la vostra solitudine con un gatto è, a livello statistico, più salutare che bersi una bottiglia di vino da soli tutte le sere. Muore meno gente per possesso di gatti che per eccesso di alcool. Inoltre guidare con un gatto in braccio è meno pericoloso che con due bottiglie di Montenegro in corpo. Ma a livello psicologico le cose si assomigliano moltissimo. 

Un figlio è diverso da un gatto. Anche se fare un figlio per credere di risolvere alcuni problemi interiori ha le stesse conseguenze del comprare un gatto. I problemi non si risolvono, e per di più ci sono discrete probabilità che in futuro un figlio vi rechi più problemi di gestione di un gatto. (Inoltre, abbandonare un gatto diventato spacciatore di coca è più tollerato che abbandonare un figlio minorenne diventato spacciatore)

Tenendo conto del contesto culturale e dei dati statistici, ho vinto alla lotteria. Mio figlio viaggia serenamente, e inconsapevolmente, verso quella che è stata definita Lost Generation. Economicamente, lavorativamente, politicamente, è fottuto. Lo dicono i dati e le previsioni. Gente che studia il futuro, avvalendosi del passato, pagata profumatamente nel presente. Si chiamano Mega Trends.

Ma torniamo a noi.

Va abbastanza di moda, tra chi non ha figli, criticare apertamente chi ha figli e ne parla. Argomento, dicono, decisamente non interessante. Noioso, non pertinente. 

Anche io, prima che la scansione del tempo diurno fosse regolata dalle cagate del pargolo e la scansione del tempo notturno fosse regolata dalle sue poppate, notavo un certo ossessivo ritornare sull’argomento da parte dei miei coetanei genitori. Parlano solo di merda. Tra l’altro con una complicità assente per altri tipi di secrezioni umane. 

Poi ho avuto il mio primo contatto con la cosa. Ho cercato di prepararmi. Non sono il primo a diventare padre.

Tra gli scrittori, peraltro, c’è una certa facilità, una volta diventati padri, a parlare dell’argomento. (leggi qui). 

Ora, di tutto il pacchetto emotivo della sala parto, dei primi quattro giorni, delle tette che si gonfiano e si sgonfiano, della merda e del suo inequivocabile odore, della carenza di sonno, del primo sorriso, e di tutto il resto, ho parlato abbastanza. 

Questo perchè, in fin dei conti, il diventare padre cambia, decisamente, le carte in tavola. 

E’ qui che chi non ha figli cade nel tranello. Si, le vostre serate in discoteca fino alle quattro sono piene zeppe di aneddoti. Anche le vostre vacanze in Namibia con finto rapimento. Per non parlare dei week end a Levante dove avete conosciuto un tipo troppo interessante. Per non parlare della vostra passione per il cinema polacco. E che dire della vostra ultima bici stile olandese? 

E’ necessario precisare una cosa: i genitori trentenni sono, al momento, una decisa minoranza. E come tutte le minoranze, sono all’opposizione. Nell’organizzazione della cena di sabato, chiedere un luogo e un orario gestibili armati di passeggino è come chiedere un menù vegano in macelleria. Sei fuori luogo. Come è giusto che sia. Sei una minoranza. Pure maleducato, cazzo. Fattela una tata. Non in senso letterale. Paga una tua coetanea per tenere tuo figlio e mangiare di corsa e ritornare a casa. 

In più, inconsapevolmente, tendi a ridurre la tua cerchia iniziando a frequentare solo soci della tua minoranza. Un accolita di mamme e di papà. Tutto vero. Anche perchè gli amici non genitori tendono ad abbandonarti. 

E hanno ragione. 

1) La merda non è argomento interessante in nessun contesto. Seppure per te sia una rivoluzione copernicana, perchè ti tocca di odorarla, togliertela dalle mani, e gestirla, se non avessi un figlio capiresti bene che non è argomento di interesse per nessuno. 

2) La tua cronica stanchezza non è giustificabile. In una società dove a trent’anni è normale fare le quattro di mattina al venerdì, o al giovedì, che poi è il nuovo venerdì dei trentenni, tu sei out. Anche se poi, le quattro le fai più spesso di tutti. Ma tirare il cordino del carrilon e osservare le api di cartapesta che girano in tondo nella penombra, converrai, non è socialmente attraente come un breve ma sentito scambio di salive nel cesso di un posto dove servono cocktail con ghiaccio pestato. 

3) Oggigiorno è socialmente più accettato un tenero cucciolo di labrador di un bambino. Di conseguenza, i tuoi argomenti sono meno interessanti di quelli dei padroni di labrador. Mangia secco o umido? Lo iscrivi a Agility? Ma vai a correre con lui? Se hai un labrador e un bambino, invece, oltre che avere un problema di gestione della merda superiore alla media dei padri e dei padroni dei cani, hai anche buone chance di avere argomenti interessanti di cui parlare. Anche se, quando inizierai a parlare troppo del cane, verrai additato come padre assente. 

Osservare il fenomeno da dentro, ovvero come membro di questa minoranza, è deliziosamente sadico. 

Essere genitore, a livello genetico, spegne alcuni centri nervosi, generalmente quelli del buon senso. Pertanto dal giorno zero, una buona parte dei neo padri e delle neo mamme, perdono il lume della ragione. Persone precedentemente estremamente ragionevoli, diventano incomprensibilmente idioti. Pochi restano lucidi. E in qualità di genitori lucidi vengono isolati dai coetanei non genitori e dai coetanei genitori non lucidi. 

Sull’educazione del pargolo si scrive moltissimo (21% di tutto il parco libri pubblicato in un anno).  Strano per una minoranza, se non fosse che è un mercato estremamente sensibile, perchè regolato dalla paura. In fondo, il seggiolone più caro, il seggiolino più ergonomico, il rivelatore di apnee notturne (un oggetto che rileva se il piccolo smette di respirare durante il sonno, suonando come un allarme dei pompieri, generando cardiopatie nel padre) il biberon con il ciuccio che non altera la conformazione del palato, sono tutte robe che hai comprato per paura. Paura che tuo figlio morisse, stesse male, restasse menomato. La paura è la leva di marketing più potente al mondo. D’altronde bevi Coca Zero per paura di diventare grasso. Sbaglio? Vogliamo parlare del cellophane con cui incarti la valigia in aeroporto? Restare lucidi, è difficilissimo. Per questo adoro la statistica.

 E’ statisticamente più probabile che tuo figlio muoia per aver ingoiato inavvertitamente degli oggetti che per una caduta da un seggiolone. Inoltre è più probabile che tuo figlio anneghi in piscina piuttosto che morire per le ferite inferte da un cane. Eppure i cani, specialmente i molossoidi, sono visti come un incombente pericolo. Non le piscine.  Allontani tuo figlio da un pitbull,  ma lo lasci in piscina. In barba alla statistica. E’ scientificamente dimostrato che il seggiolino ergonomico della macchina è un palliativo nemmeno troppo funzionale, rispetto al tradizionale sedile. Cioè le probabilità che tuo figlio si faccia male in macchina non sono legate ai soldi che hai speso per un seggiolino rispetto all’altro, ma al tuo stile di guida, alla regione dove vivi e al traffico. Ovvero, a parità di spesa, due padri uno di Milano e uno di Bombay comprano lo stesso seggiolino. Il top. Quello anche con i cuscinetti laterali. Roba che la Nasa è sorpassata. Eppure il padre di Bombay sta solo buttando soldi. Suo figlio ha 8 probabilità in più di morire nel traffico rispetto al piccolo milanese. Anche il padre milanese ha buttato soldi. Suo figlio ha più probabilità di morire per un incidente domestico che per un incidente automobilistico ( 5 a uno). Eppure, in casa non lo lega a un seggiolino ergonomico. Le probabilità che un bimbo contragga un virus, apparentemente innocuo ma poi letale, toccando un altalena sono inferiori alle probabilità che cattive abitudini alimentari portino all’infiammazione dell’appendice, che curata in ritardo porti (peritonite) alla morte. Eppure i parchetti straripano di salviettine umidificate e le cucine di patatine, coca cola e cioccolato. 

Inoltre, come tutti i mercati interessanti, il mondo infantile straripa di esperti. Che hanno l’obbiettivo, ragionevole, di mantenere le loro famiglie vendendo libri, saggi, consulenze, seminari, sull’argomento. E che hanno, come in nessun altro ambito, la capacità di smentirsi ciclicamente. 

I bambini devono dormire da soli. I bambini devono dormire con i genitori. I bambini dei genitori separati sono dei futuri handicappati emotivi. E’ meglio separarsi che fingere amore, creando degli handicappati emotivi. I bambini devono dormire sulla schiena. I bambini devono dormire sulla pancia. Vaccinarsi è bene. Vaccinarsi è male. Gli antibiotici sono bene, gli antibiotici sono male. Ciclicamente. 

Un ciclo dura in media mezza generazione. Così accade che fratelli con i medesimi genitori crescano con abitudini differenti dovute a differenti culture. Tu mangi carne, io no, perchè fa male. 

Io sono cresciuto nel ciclo in cui una pippatina di antibiotico andava sempre bene, e ho passato l’asilo e le elementari a ingoiare vassoiate di antibiotici. Facessi lo stesso con mio figlio adesso, sarei additato come ignorante. Ignorante. Perchè non aggiornato. Gli antibiotici fanno male. Mio figlio ha girato per casa con le tonsille gonfie come due tamburi per due settimane prima che la madre, in ogni caso non convinta, lo portasse dalla pediatra che, in ogni caso non convinta, gli prescrivesse degli antibiotici. Comprare antibiotici per il bimbo in farmacia è un gesto non semplice. La reazione del farmacista, alla richiesta, è la stessa di quando i tossici chiedevano le siringhe. Disprezzo e incomprensione. Inoltre le tonsille, a cavallo dei novanta, si toglievano a priori. Taglietto, gelato al limone, e via. Adesso vanno lasciate li, sempre e comunque. 

Comprenderete che essere genitori è complesso. Richiede una lucidità che va costruita di giorno in giorno. In più, il genitore non è una creatura monocellulare. Esiste il genitore 2, il partner, il compagno, il socio, amore picci picci, cucciolotto. 

Che ha, per statistica, opinioni divergenti. 

E che pone quesiti che fino al giorno prima non riuscivi nemmeno a pensare. 

– Che ne dici se il Piccolo l’anno prossimo inizi a frequentare l’asilo internazionale?

– Che cazzo di roba è l’asilo internazionale?

– Niente, un asilo privato dove insegnano psicomotricità e inglese. 

– Insieme?

– cosa?

– Psicomotricità e inglese? In pratica chiedono al Piccolo di correre in inglese? 

– Non scherzare! E’ importante, secondo me, che il Piccolo inizi da subito

Essere padre è roba tua. Essere genitore è roba per due. Due cuori, due fegati, quattro braccia, quattro gambe, una testa. 

Dopo aver protetto, più o meno lucidamente, tuo figlio dagli agenti esterni che ne possono causare il decesso, e dopo aver discusso della sua educazione internazionale ed esserti assicurato che possa ordinare il Cornetto parlando fluentemente quattro lingue, credi di aver finito. 

I coetanei critici e non genitori, difatti, credono che la cosa si fermi qui. 

Io credo che qui sia l’errore. 

Occuparsi del proprio prodotto genetico è il trenta per cento del lavoro di un uomo. Resta da gestire la parte emotiva, con la compagna, moglie o amante, la parte lavorativa con il calo di prestazioni e l’incastro della festa dell’asilo con la conference call con la delegazione sinoamericana, la parte personale con la sensazione di voler essere qualcosa di più di un evoluto autista per monovolumi piene di seggiolini ergonomici e bottigliette di acqua San Benedetto. Tutto il resto. 

Essere uomini. 

Insomma, la discussione non sta tanto sul fatto che sia giusto o meno essere diventati genitori. E’ assodato che per la nostra generazione, avere un figlio sia equiparabile a un piccolo handicap. Con rischiose implicazioni sul lavoro, nella sfera emotiva e nella vecchiaia. Io ho scelto il mio piccolo handicap. Lo rifarei. E anche molto prima. 

La discussione non verte sul fatto che la merda non sia argomento da pizzata tra ex compagni. E’ evidente che, al pari del dettagliato racconto sull’epilazione laser dell’inguine e del week end agroalimentare dove avete imparato la raccolta delle castagne, la merda di un neonato non sia argomento interessante. Solo che il week end agro alimentare e l’epilazione del vostro inguine sono, a livello numerico, meno impegnativi della merda del piccolo erede. 

Insomma, parliamo di pannolini, per cercare le parole giuste per raccontarvi la rivoluzione totale che è nascosta nella piccola parola “genitori”. 

Cambia tutto. E talmente tanto che cambiano anche i punti di riferimento esterni. 

E’ sempre stato così. Sempre lo sarà. E’, diciamo, incluso nel pacchetto. In qualità di animali sociali, tendiamo a riprodurci. Nel riprodurci, essendo dotati di intelletto, tendiamo a confidare molto nel risultato e a seguirlo per qualche annetto. E’ nel pacchetto. 

Solo che oggi è meno in voga di prima. 

In fin dei conti avete ragione voi: gli argomenti di un genitore sul proprio figlio sono di una noia mortale. Sono il primo a sbadigliare quando altri padri attaccano il pezzo sul corso di rubgy dei figli. 

Mi permetto solo di osservare che anche i vostri palliativi, come palestra, corsi su discipline dal nome impronunciabile, maratone goderecce alle Baleari, sono noiosi uguali. 

Ma perchè un trentenne parla dei propri figli?

Facile: l’impatto del Piccolo è totale. La rivoluzione è talmente grossa che in molti restano vittime, tornando bambini, e in molti passano all’opposizione, mollando il colpo. 

E’ roba totalizzante, quella di diventare genitore. Non quantificabile. Difficilmente spiegabile. Per questo proviamo a parlarne in continuazione. Per raccontarcelo. 

Fatelo. Fidatevi. E’ molto meglio di un golden retriever, e da ottime giustificazioni per bere di più e meglio. 

 

Post Scriptum:

Ovvio che in qualità di padre mi trovi a difendere la categoria. Anche se vorrei difendere solo i padri lucidi. Però devo ammettere che: 

– la cravatta con Minnie, o i gemelli di Pippo non fanno per un cazzo ridere. E nemmeno casual. Sono orrendi 

– La macchina invasa di giornali della Peppa Pig è impresentabile. 

– il racconto della notte insonne non è interessante, a meno che non ci siano svolte improvvise (picchi narrativi), tipo la presenza di un serial killer in cameretta. 

– il racconto del saggio di danza è palloso, a meno di non soffermarsi sulle tette dell’istruttrice. 

– a volerla dire tutta, quasi tutti i racconti legati ai vostri pargoli sono noiosi, a meno che non siano raccontati bene o abbiano impensabili risvolti. Fatevene una ragione 

– siete, siamo, una minoranza. Pertanto è necessario agire come tale. I bambini non devono disturbare in metropolitana, è fatto divieto di ridere fragorosamente in treno e anche di mangiare le patatine in fondo alla chiesa. Si, sono d’accordo, è follia. Ma la maggioranza metrosessuale ha voluto così. Essere all’opposizione è un lavoraccio. 

– non usate i vostri figli come giustificazione per le vostre cazzate. Andare a travestiti, ubriacarsi alle cinque di pomeriggio, e aver preso sedici kili non è imputabile ai vostri eredi. 

La vostra tristezza non è imputabile a loro. 

La vostra felicità è imputabile a loro. Il segreto della felicità è in un compendio di ossa grosso più o meno come un cane di taglia media. Ed è una felicità totale. Stupenda. Rivoluzionaria. 

E’ questo che fa incazzare la maggioranza. 

 

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