3450 giri

5 Lug

Primo Tempo

Partiti di buon mattino, con davanti le nuvole migliori che un luglio travestito da novembre potesse mostrare, lasciata la periferia che poi diventa campagna che poi diventano paesoni sperduti, siamo arrivati alla diga che non faceva ancora caldo.
Forse non fará mai caldo alla diga.
Alla diga si fermano i cacciatori, i pescatori, i ciclisti e quelli come noi, che il rumore del motore è perfetto se rimbomba nelle valli.
La statale è la SS25, una vecchia camionabile che portava i carichi delle navi dal porto di Genova alle città padane. Finisce dritta nel porto di Genova, da una parte, e dritta nel carcere di Opera dall’altra. Dei tempi beati in cui le strade si disegnavano con il cuore e il sesto senso.
Dalla diga, la strada si fa nervosa, sale in montagna, stringe le curve, e ogni tanto viene mangiata dalla foresta.
Sono, dalla città al mare, quattrocento sessanta sei curve.
Tradotte in due ore e mezzo senza soste, anche se a me piace fermarmi nel vecchio bar del paese appena dopo la montagna, che sembra di saltare vent’anni indietro. Bere il caffè che sa di bruciato, sfogliando la cronaca locale e osservando il traffico.
E poi fermarmi sul fiume, guardando l’acqua blu diventare bianca, poi azzurra e poi nera.
Ci sono diversi modi di prendere la cosa.

La puoi prendere estremamente seria, correndo sui cordoli, sfiorando l’asfalto, con il collo piegato sul serbatoio. Lo fanno in tanti. Tute di pelle colorate e lo sguardo soddisfatto di chi sa che sta per farlo ancora.

La puoi prendere a passo turistico, che ci sono rocche, castelli, piazze, il fiume e i costoni di roccia. Diventa un viaggetto da trattoria tipica e bed and breakfast. Week end a pochi passi da casa. Over cinquanta.

La puoi prendere come facciamo noi, che corriamo dove tutti rallentano e ci fermiamo a fumare dove non c’è niente da vedere.

Ho finalmente trovato il punto di non ritorno di Hernest. Tutte le moto hanno un punto di non ritorno. Sono macchine. Progettate per finire il loro lavoro entro certi termini. Ognuna ha un punto di non ritorno.

Come quando trovi quel punto lì in una donna. Magari dietro l’orecchio, sotto il piede, nell’incavo della schiena. Dietro le spalle. Che passi il dito e ti rendi conto.
Il respiro si fa veloce.

Il punto di non ritorno.

Hernest va messo a bada con qualche piccolo accorgimento che sulle prime porterebbe qualsiasi motociclista a dire: che moto del cazzo.
Giudizio molto affrettato, perchè il mio grosso compagno ha molte risorse nascoste.
D’accordo, è ingestibile in curva, gli ammortizzatori sono alla frutta e il manubrio vibra come un vagone di un treno.
Carattere.
Si tratta di carattere.
Ho trovato, quasi per caso, il punto di non ritorno di Hernest, tornando una notte da una cena di lavoro.
Sotto un cavalcavia, dentro una pozzanghera, ho aperto la seconda, arrivando a 3450 giri.
Il motore rincula come dopo uno sparo, lo sterzo perde aderenza, il posteriore scula come una sapiente passeggiatrice, la moto in se perde il contatto con il mondo.
Diventi un proiettile sparato su trecento chili di ferro.
Il punto di non ritorno.

Ho passato una buona parte della mattina a cercare di dosare il polso, per arrivare a tremilaquattrocentocinquanta giri, proprio nel momento preciso in cui Hernest perde i sensi abbandonando la sfida fisica dello stare acceso, in equilibrio e in moto lineare.

Hernest in curva scarena. Non regge l’emozione.
Delle curve.
Non è un mezzo nato pronto per queste cose.
Per questo lo porto su queste strade.
E non ha abbastanza freni per arrivarci preparato.
Alle curve.

Ma poi fa la voce grossa, e ne esce tuonando l’orgoglio delle moto grasse e goffe.
Ho un polso pesante, perchè ci appoggio tutto il nervoso della vita, ma Hernest ha quel ritardo perfetto per farmi ragionare.
Come se volesse darmi il tempo per recuperare l’errore.

A 3450 giri, in seconda, Hernest è perfetto.
Nessun margine d’errore.
Proprio a quei giri lì.
Devi solo calcolare come uscirne, prima.
Perchè non è facile, quando ci sei dentro.
Diventi protagonista di un corto di cui non sei il regista.

Di tutte le statali che portano al mare, la SS25 è quella che ha ucciso più motociclisti.
Ha curve, verso il mare, disegnate sbagliando traettoria e pendenza.
Un delirio di asfalto, con enormi cicatrici lasciate dagli smottamenti di queste terre.
Ci sono cartelli a ogni curva, e le corone di fiori ingrigite.
Funzionano meglio quelle dei cartelli che invitano alla prudenza.
Certo che a vederci da fuori, sicuramente non deve sembrare tutto a posto.

Intervallo

Conosco ogni vicolo, ogni anfratto, ogni difetto di questo posto. Che è uno di quei due posti dove mi sento a casa.
Bevo vino sul porto, mangiando e ridendo, e poi lascio che l’acqua gelata mi svegli dal torpore.
Viene perso un anello sugli scogli davanti al vecchio molo.
In vent’anni ho visto cadere di tutto.
Telefoni, chiavi, occhiali, gioielli, bicchieri, sigarette, magliette, mutande, guinzagli, ombrelloni.
È un posto, quello sul vecchio molo, non adatto a chi ha cose importanti da portare e non solo la voglia del mare.
Gli scogli, con il vento e le mareggiate, mangiano tutto e non rendono nulla.
La voracità del vecchio molo dovrebbe superare di gran lunga la fama romantica del borgo e insieme alla stronzaggine puntigliosa dei vigili, diventare la principale attrazione.
Venite a Camogli, patria dei vigili più precisi del vecchio continente e del molo vorace che inghiotte i vostri preziosi.
Io qui sono a casa, come in pochissimi altri posti al mondo.
Io qui potrei far da guida, conosco le storie delle case, delle persone, degli amanti che si incontrano dietro la volta del porto, o dei ricchi e decadenti che dormono nel vecchio baraccone. Conosco i sentieri e i tramonti, la tana del polpo del porto e anche come tirare fuori un sorriso ai pescatori. Ho passato tantissime notti ad ascoltare racconti, leggende, confessioni.
Attentamente, accompagnato dal fresco della notte e dal silenzio del porto.

Ma non dico nulla a nessuno, talmente è prezioso per me questo tesoro. Sono tutte storie che tengo per me. Che mi sono raccontato ancora, nella piccola camera sopra le barche dei pescatori.

Io sono un turista avido di racconti, dell’acqua cristallina, degli scogli sperduti che nessuno sa arrivarci, del vino, spettatore dello struscio di una classe media che vuole sentirsi importante, dei mangiatori di focaccia, delle nonne del molo, le mie amiche, e dei sorrisi che solo di notte passano qui sopra.

Secondo tempo

Libeccio caldo.
Merda. Promette solo merda. Il libeccio porta umido, vento senza onde, e grandi grossi temporali. Insomma non surfi, non dormi, non peschi, e soprattutto rischi una gran bella lavata.
Questo quando sei seduto sul vecchio molo.

Saliamo sulle moto con il caldo che entra nelle giacche, iniziando i tornanti sull’Aurelia sapendo giá di essere predestinati a un rientro, perlomeno, umidiccio.

La pioggia inizia appena dopo la prima galleria.
Non c’è niente di esaltante e di poetico nel prendere pioggia in moto.
Non fidatevi dei Diari della Motocicletta.
È una situazione paradossale.
Perchè il buon senso, la ragione comune e anche un dedalo di parenti, ti vorrebbero seduto al caldo che osservi la pioggia battere intensamente sui vetri della finestra.
Si possono fare un sacco di cose quando piove.
Leggere, far l’amore, piangere, litigare, cucinare, ridere, camminare sotto i balconi, baciarsi annusandosi discretamente.

Invece.

Invece sei pericolosamente sospeso a ottanta centimetri da un denso fiume di acqua e terra, che solchi con uno pneumatico che di colpo diventa troppo sottile. La moto scivola.
Senti di non avere il controllo totale.
La pioggia si infila in buchi e spazi che pensavi di aver coperto. Sui polsi, sulle caviglie, dentro la mascherona che smette di aver senso e si appanna.
Le mani gelano, le braccia si irrigidiscono, un soffio di buonsenso ti fa avere una sana e logica paura.
Il resto, pancia compresa, ti chiede di andare avanti.
Cento venti sei kilometri. A settanta kilometri orari. Da solo. Con la pioggia.
I tuoi soci procedono nelle stesse condizioni. Luci rosse traballanti a venti metri dal tuo naso bagnato.
Potresti prenderla molto male.
C’è, in effetti, chi si ferma. Sotto i ponti, negli autogrill.
Sei spacciato. Se lasci che la paura vinca, che quell’angolo di follia si inzuppi di dubbi, invece di tirare avanti.
Tiro su lo straccio che avvolge il collo, fino a sopra il naso. Passo il dito dentro le lenti. Ogni camion che ci sorpassa è una doccia. Freddina.
Acqua che si infila dentro gli stivali.
Ogni giunto, ogni fottuta imperfezione nell’asfalto, diventa una piccola scommessa.
Io canto.

Mi è stato insegnato a dare una forma al problema.
Se la vedi come la vedo io, kilometri totali, diviso velocitá media, sommate le soste per bestemmie e sigarette, fanno due ore e mezza.
Nella migliore delle ipotesi.
Io due ore e mezza a gestire la paura non ce la faccio.
Il sole spunta tra i nuvoloni neri, spettacolo surreale.

Canto forte, probabilmente anche molto stonato.
So che non lo farò per due ore e mezza.
Che poi arrivano i pensieri del tramonto e quelli della pioggia.
Cose belle, leggere, amalgamate a cose brutte.
Stare da soli con un motore che urla sotto il culo per due ore e mezza, a velocitá costante, è una primitiva forma di terapia.
I grossi curvoni dell’autostrada diventano sfide al rallenty.
Mi viene da cantare cose che non ricordavo di ricordare.
Il freddo alle caviglie diventa uno spiffero di chiodi sulla carne.
Il gruppo rallenta.
Siamo piegati.
Autogrill.
Brividi, piscio e caffè.
Ripartire. Senza aspettare troppo.
Nuvole basse, in mezzo alle montagne. Pioggia battente, un grande temporale estivo. Da telegiornale.
Il posto peggiore per Hernest per arrivare a tremilaquattrocentocinquanta giri.
Mi sovviene, troppo tardi, con un ascolto ritardato delle urla del motore, che Hernest viaggia serenamente verso l’orgasmo meccanico.
Il punto di non ritorno.
Il culo grosso del vecchio Hernest ondeggia sinuoso sull’asfalto zuppo.

Pochi secondi.
Tanti pensieri.
Uno.
Prima degli altri.
Sei.
Una.
Testa.
Di.
Cazzo.

Lascio la mano destra, metto il peso sul serbatoio, canto.
Highway to Hell.
Nomen Omen.

Invece Hernest recupera, di sua spontanea volontà, il controllo.
Mica male, il vecchio bastardo.
Inaspettato, per un grassone da passeggiata, penso mentre il colon riprende la sua posizione usuale e le braccia tornano normali.
Il resto è noia.
Molto bagnata, ma noia.

Roba che racconteremo davanti a una birra.
A noi stessi, che questi racconti ci piacciono solo a noi.

Arrivo a Milano e decido di attraversare la cittá, che non ne posso piú di autostrade bagnate.
E c’è la gente del venerdì sera, le Smart e le Mini lucide, e la musica a palla, e il rumore del traffico.
E gli sguardi ai semafori, che devo essere tutto tranne che bello, ma molto pittoresco probabilmente.
E i tacchi alti, e le gonne, e le camicie bianche, i capannelli fuori dai ristoranti e i venditori di rose.
Questo, tutto questo, mi stringe lo stomaco quasi quanto i giunti dei ponti dell’autostrada.
Che quelli, ad andarci durante una tempesta, lo hai scelto tu.
Invece tutto questo no.
È il contorno.
Di un piatto un po’ indigesto.

Life is short firtz, ride your fucking dream

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