Hey

27 Giu

Ciao,

è finita che per smaltire una passeggera sbronza diurna, da birra e caldo, mi sono sdraiato a scrivere, finalmente in silenzio. Che fuori c’è ancora luce, e lascio tutte le luci spente, e sto qui al buio.

Finalmente sono solo. Che poi, sai, non è facile star da soli.

Finalmente posso farlo.

E sdraiarmi, al buio, lasciando passare i pensieri, e scrivendo. Ti stupiva quanto io potessi scrivere. Ti stupirebbe sapere quanto ancora lo faccio. No, non ho concluso niente. Però ho iniziato degli splendidi racconti. A dirti la verità, una decina li ho anche finiti. No, quella cosa di fare lo scrittore, poi non è andata in porto. Ho bisogno di viaggiare, morire, urlare, sorridere, ancora molto, prima di scrivere per vivere. 

E non so nemmeno se mi piacerebbe farlo. Una delle cose che mi piace dello scrivere è che nessuno mi chiede di farlo, nessuno mi paga per farlo, nessuno mi dice come farlo. Mi sdraio sul pavimento freddo, sento le piastrelle gelate, aspetto che venga fuori qualcosa, nel buio della stanza, nudo. Solo. 

Sono cresciuto sai. Non immagineresti nemmeno quanto. Invecchiato, forse. Cresciuto. Non tutto è andato come doveva andare. Lo si conta sotto i miei occhi, nelle rughe e nel sorriso. Ho la barba. Mi piace toccarla e lasciarla in disordine. Mi piace il disordine. Come sempre è stato. Trovo un’infinita poesia nel disordine delle cose, delle persone, del mondo. Lo guardo con amore, il disordine. Perchè è dal disordine che ho visto nascere le cose più belle. 

Mi sono innamorato. Come mi chiedevi di fare. Di cose, persone, posti, e anche di ricordi. Del disordine. Mi innamoro del disordine. Io mi innamoro, costantemente, del disordine. Tanto da trovarlo anche dove, apparentemente, regna l’ordine. 

Facile, dicevi.

Basterebbe lasciarsi andare, come quando ti senti cadere, ma poi sei sicuro che qualcuno ti prenderà. Ecco, l’amore è quella cosa lì. Quella sicurezza di essere presi, poco prima della caduta. 

No.

Ho capito che quella sicurezza è solo amor proprio. Volersi sentire protetti. L’amore è sapere che anche se si cade, ci si vuole lasciare lo stesso andare. E sapere che, se farà male, lo rifarai comunque. Rialzarsi e lasciarsi cadere ancora. 

L’ho fatta, quella cosa di lasciarsi andare. 

La vertigine della fiducia. 

Ah. Ho perso i capelli.

Ancora.

Di più.

Rideresti. Me ne sono rimasti pochi. Che ostinatamente tengo lunghi. Si, quel genere di trentenni con una specie di riporto giovane. Adesso va anche abbastanza di moda. Riderò, riderà mio figlio, delle foto di questi anni. 

Perdo peso. Mangio poco. Non ho tempo.

Questa cosa del tempo, te lo devo dire, mi ossessiona. Mi sembra troppa la gente che perde tempo in cose decisamente inutili. Ho anche lavorato molto su questa cosa. Del perdere tempo. E tento di non farlo. Ma ogni tanto mi piace sedermi in un posto a perdere tempo.

Guardare il mare, osservare una partita di bocce, contare le foglie di un albero, abbassare lo sguardo per terra e stare così. 

Lo faccio.

Ti ricordi la mia paura di volare? Vivo in aereo. Credevo di averlo scelto. Mica tanto. Ma per ora va bene così. Prendo più aerei in un anno di quanti una persona normale ne prende in una vita. E mi sono abituato. L’abitudine ha ucciso la paura. 

Faccio in tutti i modi per evitare che uccida me. 

Ho provato in tutti i modi a togliere la televisione da casa. Ma ho tenuto tutti i dischi. I libri hanno invaso la casa, lentamente e inesorabilmente. I primi sono gialli e consumati.  Mi piace ancora sentire il notiziario la mattina mentre mi faccio la barba. La BBC. Esatto. Certe cose non cambiano. 

Ho sedici camicie bianche, venti camicie azzurre e una serie limitata di camicie bianche a bacchette azzurre. Facile. 

Ho tre paia di jeans, uguali. E tutte le magliette che ho mi ricordano qualcosa. Indosso ricordi. Lo trovo semplice. 

Ma sbaglio ancora, qualche volta, a mettere insieme i colori. 

Ho comprato una casa. Tecnicamente, la finirò di pagare tra una ventina d’anni. Ma ci siamo. Basta non pensarci. Ho comprato anche una moto. Per andare via di casa e tornarci. Ho capito che non serve una casa per sentire il bisogno di tornare. Ma ormai, con il crollo del mercato immobiliare, era invendibile. La casa, non il bisogno di tornare. 

Ho fatto piangere molte persone, ho pianto per qualcuno. Faccio ridere molte persone, pochissimi mi fanno ridere. 

L’anno scorso ho pianto e riso per la stessa persona. E mi sembrava una cosa molto vicina a quella cosa lì di lasciarsi andare e cadere. 

Ho risolto la cosa stando seduto su quello scoglio che ti facevo vedere in foto. Torno sempre li. Lo sanno tutti. Eppure nessuno mi viene a cercare. 

Credevo facesse meno male, starsene seduti lì da soli sullo scoglio a trentacinque anni. 

Invece, ti giuro, mi mancava il respiro. 

E piangevo, mentre la gente prendeva il sole.

E pensavo di essere davvero solo.

Ma ci sono restato. Poi tornavo al porto. Ordinavo vino bianco e leggevo libri nuovi. 

E poi tornavo allo scoglio.

Un giorno ha smesso di farmi male. Stare li seduto da solo. 

E ho iniziato a pensare alla felicità. 

Non è una questione che risolvi seduto su uno scoglio, questa della felicità. 

Allora ho fatto quello che so fare. Mi sono messo a cercare. Tra i libri, tra le persone. 

Non ho ancora finito. 

Ma ho capito la differenza tra felicità e piacere. 

E ho iniziato a dare un nome alle cose. 

E un giorno di marzo, che nessuno lo sapeva, ho preso la macchina e sono andato fino alla piccola chiesa. E poi a piedi giù fino allo scoglio. 

Per vedere il mare a marzo. E per pensare.

E ho ricominciato a piangere. 

Di tutte le volte che ho pianto, te lo posso garantire, non ho mai pianto per il futuro o per il presente. Io piango al passato. 

C’è gente che piange per il futuro. Gente che piange per il presente. Io piango per il mio passato. Non so bene perchè. 

Ho pianto e non sono più tornato. Ne sull’argomento, ne sullo scoglio.

Ecco un’altra cosa che ho imparato. A non nascondermi niente. Che tutto torna, lentamente. La corrente porta tutto quello che hai lanciato. 

E allora qualche giorno fa sono tornato. Sull’argomento. Sullo scoglio. Schivando qualche riunione, saltando qualche turista arroccato, e non rispondendo al telefono. 

E niente. 

Questa cosa della felicità e del piacere è facile facile. Come se ti chiedessero il colore della luna. E’ che qualche volta, la luna, sembra bianca, o più gialla del suo giallo. Ma è un momento.

E’ che qualche volta il piacere sembra dello stesso colore della felicità. Ma è un momento.

E non c’è niente da piangere. E non c’è niente di male. 

Ecco. Avevo bisogno di tornarci sopra un po’ di volte. 

Mi stupisce, sai, che nessuno venga mai  a cercarmi. Hanno aperto un albergo, a picco sulla scogliera, con una finestra azzurra che da sul mare. La vernice, secca e rotta dal vento e dalla salsedine, lascia intravedere il legno scuro. Dalla finestra si vede solo il mare. Nient’altro. Tutto. Che sembra nient’altro. Che invece è tutto. 

E mi fermo, adesso, a curiosare nei piccoli particolari. Trovo il piacere, e non lo confondo con la felicità. Se proprio non so capirlo, aspetto. 

Accarezzavo il legno della finestra, respirando la salsedine e cercando con gli occhi un punto nel mare. E ho pensato che forse ho pianto per tutte quelle volte in cui ho confuso i colori. Ma non è che me ne si possa fare una colpa. 

E ho iniziato a dare un nome alle cose. Come se fossi uno spettatore della mia vita. Seduto a guardarmi non è che mi diverta molto. Ma ho tutti i diritti di uno spettatore pagante. Eccome se mi faccio sentire! 

Non credo di averti detto tutto quello che avrei voluto dirti. Ho scritto di fretta. E adesso, mi succede così, ho voglia di leggere e di fumare. Sempre nudo, seduto sul pavimento. 

Smetto di scrivere sempre che mi sembra di avere ancora un sacco di cose da scrivere. Forse per questo ricomincio. 

Scusa se mi sono dilungato. Così a naso mi vengono in mente almeno sei cose da dirti ancora.

E poi non sono mai stato capace di finire le cose. 

Mi sforzo. Lo faccio. Ma io sono un grande costruttore di inizi. Le fini mi vengono così così. Zoppicanti. 

 

PS: la sai la differenza tra ciao e addio? Non credo. Mi hai detto ciao e sei scomparsa. Avresti dovuto, a rigor di logica, dirmi addio. E io ti avrei risposto, solamente: sbagli, è per forza un ciao. 

 

2 Risposte to “Hey”

  1. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 21 dicembre 2015 a 22:14 #

    .. …

  2. Il Franz 21 dicembre 2015 a 23:09 #

    Anche io

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