Agofobia – e altre cose che non mi piacciono

Io odio aspettare.

L’attesa mi consuma. L’amore mi consuma. L’attesa d’amore, comprensibilmente, mi consuma al quadrato.

Attendo.

In una sala d’attesa.

Uno dei non luoghi più non luoghi che esistono. E te lo dice uno che di non luoghi se ne intende. Aeroporti, cimiteri, corridoi della metropolitana. Posti che uno, se non ci sta attento, dimentica il senso di esserci.

Non sono solo ad attendere, che poi è il motivo per il quale attendo.

Io non sono capace di farlo. Una coda di più di tre persone al supermercato mi fa rinunciare alla spesa. Ho perso occasioni incredibili, sconti emozionanti, saldi struggenti, per questa cosa. Io vedo la coda alla cassa, appoggio tutto e me ne vado. Niente che io possa comprare vale l’attesa di una coda.

Qui attendo.

Devo poi farlo per forza.

Insieme a un giapponese vestito da marinaio, una giovane coppia che si tiene per mano, una signora anziana ricurva sulla sua borsetta e una donna russa sovrappeso.

Ho finito i pensieri belli, quelli brutti e anche quelli mediocri. Ho guardato Facebook, Linkedin, Instagram, Flipboard, le mail, i messaggi e what’s up.

Mi sta lasciando la batteria del telefono. Una morte certa, dovuta al troppo uso.

Spengo.

Osservo la stanza, la bacheca piena di avvisi, comunicazioni, aggiornamenti. I fiori finti impolverati, le foto di una bambina dietro alla scrivania della segretaria. Hanno gli stessi lineamenti bovini, ma credo sia una cosa da non dire.

La giovane coppia si stringe in un saldo abbraccio. Credo di paura. La signora ricurva sulla borsa respira come un bulldog.

Una corpulenta donna in una divertente tutona blu, con ciabatte di gomma in tinta, esce ogni venti minuti dalla piccola porta bianca. Urla un nome.

Non aspetta risposte.

Rientra.

Mi sento davvero a disagio qui. Fuori, si può intuire dal riflesso della finestra, è tornato il sole.

Viene chiamata la grossa donna russa.

Io non potrei mai stare con una donna grassa. Non credo sia colpa delle donne grasse.

Credo sia un mio problema. La seconda cosa più vicina alla perdizione, nella penombra di una camera, è quel filo teso tra le anche che solo le donne magre, o con forti disturbi alimentari, hanno.

Niente contro le donne grasse, per carità. Nemmeno contro le donne russe. Che solitamente, per altro, non sono grasse. Credo sia una questione legata al ceto e al reddito. L’alimentazione, come l’intelligenza, non dovrebbero essere legate al ceto, ma finisce che un po’ le cose si legano.

Aspetto.

Tocca al giapponese.

Oppure la corpulenta assistente ha avuto un attacco di bronchite asmatica e ha pronunciato quel suono roco per tossire:

 

– hokudi

 

Credo di essere il prossimo.

Spero di essere il prossimo.

Passo i primi tre minuti della mia nuova attesa osservando le riviste sul tavolino e contando le consonanti visibili sulle copertine.

Sessantasei.

Le vocali, a spanne, dovrebbero essere lo stesso numero. C’è una ricerca interessante in merito al rapporto tra vocali e consonanti. Interessante, di questa ricerca, è il fatto che io non sia l’unico ad essersi posto la domanda:

– ci sono più vocali o consonanti in una frase?

Esce il giapponese, vistosamente provato e spettinato.

Esce anche la donna corpulenta, che urla il mio cognome.

Sono io, dico con un filo di voce.

Entro nella stanza, dove ad aspettarmi c’è una seconda donna, più magra, più bassa, più bionda.

Nel complesso, più donna.

– le dico subito che ci sono grosse possibilità che io svenga.

– non faccia il stupido

mi risponde con un marcato accento russo.

– lo dico sul serio. Io sono agofobico.

– alora si sdraiii. Qui su letino.

– ottimo. Devo togliere i pantaloni?

– non sono ancora capace di fari punturi co pantaloni

– okkei.

Io, davanti a un ago, ho un tempo massimo di sopravvivenza eretto sui miei piedi che oscilla tra i trenta secondi e il mezzo minuto.

Abbondantemente passato da quando ho visto con la coda dell’occhio la siringa, la fialetta, la ciotola di acciaio e il cotone idrofilo.

Sento che il mio corpo mi abbandona.

Mi sdraio.

Sudo.

Con il culo all’aria.

– giriti

– prego?

– devi girarti, puntura è davanti

– davanti?

credo di avere una faccia da bambino terrorizzato.

– soto coscia.

mi giro.

Investo gli ultimi secondi ancora cosciente a osservare il neon sul soffitto.

Nel momento esatto in cui sento l’ago puntare i miei sottocoglioni, altro che coscia, sento la vita andarsene dal mio corpo.

Qualche istante dopo sono, molto sudato e molto imbarazzato. Non credo che i miei miti d’infanzia, Bruce Willis, Hemingway, Grande Puffo, avessero paura della siringa e degli aghi.

Per questo mi imbarazzo.

Sudo perchè svengo. Ho dei mancamenti, davanti alle siringhe, molto anni 60′. Sembra un brutto film di Totò, con me che collasso lentamente  e sullo sfondo una Capri estiva animata da molte controfigure. Sono scenico nello svenire.

– visto che non iè svinuto?

– pressapoco

– vuole sedersi qui o fuori?

– vorrei andare a fumare

– devi aspetari dottori

Aspettare.

Ho paura che la cosa, a livello psicologico, si faccia insostenibile.

Mi siedo nella sala d’attesa, mentre la giovane coppia entra in sincrono nell’ambulatorio.

Sento la gamba pulsare, con precisione sento crescere il terzo testicolo, del quale per altro non ho mai sentito il bisogno.

Mi spiace sempre sudare belle camicie come quella di oggi. E’ un peccato vederle rovinate, penso mentre guardo il grosso orologio.

Il dottore arriva mezz’ora dopo.

Una mezz’ora passata a massaggiarmi il terzo testicolo. Attraverso i pantaloni.

C’è una nuova paziente, in attesa, che sembra un pellicano. Anche le donne magre, a volte, sanno essere brutte, penso osservandole i piedi.

Mancina, con un accento genovese, ligure perlomeno, un anello di fidanzamento, un neo grosso sul seno, un naso lungo e affilato come un becco, due rose sui capelli, gli occhi stanchi, un evidente eccesso di ormoni visibile sulla pelle unta, e negli occhi gialli.

Tiroidea, suppongo.

Anche mica troppo buona nell’arte di intrattenere un uomo a letto, suppongo osservando le orrende mutandone che spuntano da un fianco.

Mi chiama il dottore. Mi prospetta altri tre giorni di punture.

Un fuori programma piacevole.

Penso.

Esco in strada. Affronto il sole fumando una sigaretta appena sul marciapiede.

Cerco un bar, per prendere dell’acqua e un caffè.

Mi incammino verso il Tribunale. Un gatto nero mi attraversa la strada davanti.

Io non sono scaramantico.

Mi stanno solo lievemente sul cazzo i gatti.

E gli aghi delle siringhe.

E perdere tempo.

Mi siedo a un tavolino fronte Tribunale. Vorrei fare un paio di telefonate. Nessuno dei due mi risponderebbe. E’ un peccato, penso.

Bevo caffè guardando il traffico. Mi pulsa il terzo testicolo.

Credo sia normale, ma dovrei chiedere a chi ha tre testicoli.

Non ho un buon rapporto con i miei testicoli. Ne bastavano due, in effetti.

Tra le cose che non mi piacciono metterei:

– gli aghi

– l’eccesso di testicoli

– perdere tempo

– i gatti

– le donne non sincere

-le donne con le mutande inopportune

– sudare camicie su misura che si stropicciano, ma anche sudare in generale

– la guerra

– l’astinenza da mare

– l’astinenza d’amare

– l’astinenza amara.

– le coincidenze spacciate come verità

– tutto il palinsesto Mediaset

– anche Milano, a volte, mi sta sul cazzo.

Ma quello credo sia normale, in amore.

 

Scommesse

– Dimmi solo se ti disturbo

– sono le sei e mezza.

– ok. Avevo voglia di parlare

– Che cazzo ci fai in macchina alle sei e mezza?

– Vado a Parigi.

– Quando torni?

– La domanda perfetta sarebbe: torni?

– Torni?

– Si

– Questo è un buon inizio. E’ un atto di coraggio. Hai idea di dove vorresti tornare?

– facciamo un gioco. ti scrivo un messaggio prima di partire. Ti scrivo dove vorrei tornare. Tu mi scrivi dove pensi che io voglia tornare. Se ci prendi sei brava

– che cazzo di scommessa è? Io sono brava.

– Ti offro una cena di pesce

– non verrei a cena con te per nulla al mondo.

– Tu e chi vuoi tu

– Ok.

– Scriviamoci tra venti minuti.

– Se vinco mangio pesce. Giusto?

– Si

– Se perdo?

– sei l’unica donna al mondo di cui mi fido. E non mi conosceresti. Avrei sbagliato qualcosa con te.

– Su questo, piccolino, sei bravissimo. Non sfidare la sorte.

– venti minuti.

– ok

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– come cazzo hai fatto a scrivere esattamente il posto?

– me ne hai parlato con gli occhi illuminati. Hai gli occhi che parlano tu. Dovresti saperlo. Le donne leggono gli occhi. Le madri leggono gli occhi. Io sono donna e madre. I tuoi occhi non sorridono mai.  Sei incastrato.

– Fottuto

– Si, sembrava più carino incastrato.

– Ti devo una cena di pesce.

– Per due

– Mi ci porti?

– No.

– Secondo te dovrei andare?

– No

– Mi fa male

– Non c’entra

– farò male sicuramente a qualcuno in questo periodo

– meglio prima che dopo. E meglio tardi che mai.

– tutte e due?

– sicuramente si. Le donne soffrono molto per amore.

– Anche io

– tu, ultimamente sei più causa che effetto.

– non mi fa sentire bene.

– il mio ruolo non è di farti sentire bene. Ogni tanto tendi a non voler ascoltare la verità. E’ strano. Sei un uomo molto intelligente. Sai benissimo cosa fare.

– Ho preso delle decisioni grosse.

– ti avevo chiesto di non prenderle.

– Non posso far soffrire. Io non sono capace.

– Sembri abbastanza portato, invece. Hai una spiccata dote per farlo.

– sei stronza parecchio stamattina.

– vuoi chiamare il tuo punto di ritorno? Sentire cosa ti dice? Lascia fare. Te lo dico io. Tu sei un figlio di puttana. E anche grosso. Ma sapendolo, una potrebbe prenderti e gestirti bene.

– come cazzo hai fatto a indovinare il posto esatto?

– E’ un fiume abbastanza imponente.

– Ho paura

– di cosa, esattamente?

– Ho paura, in generale.

– Di scegliere?

– forse

– hai detto di aver scelto

– per evitare vittime

– primo tu non saresti in grado di uccidere nessuno. Secondo, tu non devi pensare alle vittime. Terzo, tu sei matto come un cavallo.

– Due su tre le sapevo già. E’ troppo tempo che ci frequentiamo.

– tu rinunci alla felicità per evitare vittime?

– no. Evito vittime.

– tu sei un cazzone scemo

– che credo sia un’offesa

– tu sai di avere il potere di chiedere?

– si

– e allora chiedi

– che rumore è?

– la macchina del caffè.

– mi manca il tuo caffè.

– non cambiare discorso

– a Parigi il caffè fa cagare

– a Parigi, la vita fa cagare

– si. concordo

– lo so che concordi. Me lo hai detto tu

– ho perso una cena di pesce

– gioco in casa piccolino. Ti posso dare un suggerimento?

– ti pago per questo

– vai a riprenderti quegli occhi che hanno sorriso. Ritorna a prenderli. E portali in giro. Poi, a suo tempo, troverai una soluzione da offrire al mondo. Prenditi la tua soluzione.

– Questa è la mia idea

– per questo fai tutto il contrario?

– Non voglio vittime

– ne farai molte di più

– non voglio una vittima

– l’hai uccisa già.

– sei stronza. Perchè giochi con i punti di vista

– sei coglione. Perchè non capisci l’unico punto di vista che dovrebbe interessarti.

– ho il vomito

– da una settimana

– meno

– hai vomitato ancora durante il week end?

– ho smesso. Ma mi viene il vomito quando ci penso

– allora pensaci.

– tu, io. Tu, io non ti capisco.

– io sono madre. E donna. Io ho avuto il vomito. Per un figlio e per un marito. Fidati, il tuo vomito è nulla a confronto.

-…

– Torna presto.

– ok

– E torna giusto.

– penso di farcela

– nel posto giusto dico.

 

Dormire, al momento

– Adesso gli dai una dimensione

– vorrei dormire 

– E’ un comportamento da scimmia

– veniamo tutti da li

– dagli una dimensione

– ne ha almeno tre

– vuoi partire da una in particolare?

– che cazzo fai mi analizzi?

– si. E mi paghi per farlo. 

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– Vuoi sapere un dettaglio non trascurabile?

– si

– il nome

– si

– potresti riderne fino a domani

– speriamo

– Silvia

– Non fa ridere

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– Secondo te è così grave?

– tu sei schizofrenico

– perchè?

– perchè è la quarta volta che me lo chiedi.

– non è schizofrenia. Sono ripetitivo al massimo

– …

– mi dai una risposta?

– non è grave. E’ la quarta volta che te lo dico. Ma se continui a chiederlo forse vuoi che cambi risposta. 

– Secondo te è così grave?

– è grave. Non così.

– questa è la risposta che volevo. 

– ok e adesso.

– Beh, adesso sappiamo che è grave. 

– Sappiamo? Tu e i tuoi quattro io che mi hanno fatto la domanda?

– Sappiamo io e te

– ah. Io lo sapevo già

– ma mi dava senso di squadra.

– non mi sembra ti serva una squadra. Anzi mi sembra che ti basti a te stesso.

– mi serve sentirmi appoggiato

– come vuoi. Comunque sono solo cazzi tuoi. Questo lo sappiamo tutti e due. 

– …

– o forse tu lo hai realizzato adesso.

 

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– In che senso le hai chiesto scusa?

– Le ho chiesto scusa.

– di che cosa?

– di tutto

– questo è una cosa molto nobile. Ogni uomo dovrebbe farlo ogni santo giorno. 

– siamo tutti colpevoli?

– decisamente. 

– Mi sento meno solo

– no tu sei proprio un cazzone. 

– è più grave?

– parecchio. Se non avvisi prima, parecchio. 

– Tipo dovrei girare con una targhetta?

– a me è bastato guardarti in faccia.

– ma tu lo fai di lavoro. 

– appena ti ho visto ho pensato: “questo è un cazzone”.

– mi fa piacere.

– anche a me. Perchè speravo di sbagliarmi, invece sei proprio un gran cazzone. 

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– hai un piano?

– no

– tu sei l’uomo dei piani

– li ho finiti.

– allora il mio compito sarà quello di disegnarne uno con te.

– è indispensabile?

– potrebbe tornare utile. 

– ok. Da dove partiamo?

– dalle basi. 

– tipo?

– adesso che mi ci fai pensare in effetti, è impossibile.

– vedi?

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– tu sei sicuro di quello che mi hai appena detto?

– si

– sono cose pesantissime

– sacrosante

– lascia stare. Sono bombe a mano. Lanciate contro un asilo.

– brutta metafora

– tu sei quello dei piani e delle metafore. Sono cose pesantissime, in ogni caso.

– ok.

– devi pensarci molto

– lo sto facendo

– ancora di più

– ci proverò

– vuoi un suggerimento?

– si. Disperatamente.

– Non pensarci. Neppure per un secondo

– cristo, così mi confondi. 

– Non pensarci mai più.

– La vedo dura.

– Fallo.

– Mi hai detto di pensarci, anche a lungo. 

– difatti

– …

– il miglior modo per pensarci è non pensarci affatto. 

– mi viene da vomitare

– non è così brutto se ci pensi

– no, mi viene da vomitare adesso.

– sei l’ultimo ad averne diritto. Sappilo

– ho vomitato in moto ieri sera

– è una bella sensazione?

– non saprei. Odio vomitare, ma amo la moto.

– facciamo colazione?

– ho la nausea

– non pensarci

– cristo. Non posso non pensare a niente. 

– Prova a pensare a qualcosa di bello. Cercalo negli alberi, qui intorno

– mavaffanculo. Tu e le tue cazzate da programmazione neuro linguistica. 

– ok. Allora vomita.

– non ho voglia più. Avrei voglia di dormire

– sei un gran cazzone

– me lo hai già detto

– è importante che ti si fissi il concetto

– ok.

– un cazzone spettacolare

– è più grave di cazzone?

– parecchio. Ma è uno spettacolo.

– beh… mi consola

– io, da spettatrice, rido moltissimo.

– gli spettatori ridono sempre

– sei un protagonista inaffidabile

– è peggio di cazzone spettacolare?

– no è un complimento dolce. 

– ok. Non capisco se sia vero. Credo di avere un piano

– dimmelo la prossima volta

– perchè?

– perchè ne avrai già cambiati sei. Prendiamo quello che sembra più ragionevole e lo mettiamo in pratica.

– io ho un piano adesso

– si chiama confessione del condannato. Non è un piano. Vediamoci dopo il fine settimana

– e se muoio? e se fosse troppo tardi?

– Le persone non muoiono mai quando c’è bisogno di loro. E lunedì non è tardi. 

 

 

 

 

I Diametri delle lettere

Fratelli,

si voi.

Vorrei raccontarvi che non sono corso a casa a scrivere. Ma vi racconterei una bugia. Non l’ho mai fatto, non inizierò adesso. Scrivo lettere alle persone che amo da qualche tempo. Mancavate voi.

Ho imparato, scrivendo lettere, che hanno un diametro. Una linea retta. Ecco, queste sono due lettere in una, diametralmente opposte. Una avrei voluto scrivervela a pranzo, e una a cena. Sono diventate una sola lettera, la magia dello scrivere. 

Alla fine di ogni diametro c’è un cerchio. Io stavo chiudendo il mio. Come tutti i pagliacci, ho un grande senso della tragedia. 

A pranzo avrei dovuto scrivervi una cosa molto importante, che forse non vi ho scritto per la naturale paura che si nasconde dietro ogni sorriso rubato.

A cena, avrei dovuto scrivervi una cosa molto importante, che non vi scrivo per la naturale paura che si nasconde dietro ogni sorriso improvvisato. 

Bevo. Vino bianco ghiacciato. 

Dicono non serva. 

Io non sono così forte da riuscire a tenere due cose così, due emisferi opposti, un Polo Sud e un Polo Nord, tra le mani. 

Io non so fare tante cose. Tante le ho imparate. Non so scrivere poesie, non so sorridere con gli occhi, non so cantare intonato. 

Non so reggere questi due emisferi. 

Così lontani.

Ho un grande senso della tragedia, lo ho già detto. Come tutti i pagliacci, so fa ridere perchè conosco il fondo del barile dell’animo. 

E con questo grande senso della tragedia, vorrei smettere di scrivere. Adesso. Per sempre. 

Scrivere a caldo, con il vino freddo, fa un male enorme. 

Dicono vengano fuori grandi cose. 

Dubito. 

Io, fratelli, mi sono seduto qui, nudo, al buio, con il vino e le sigarette, a scrivere.

Più a caldo di così si muore. 

E vorrei smettere di scrivere. 

Ma so che non lo farò. 

E vorrei smettere di ridere.

Ma so che non lo farò.

E vorrei, essermi fermato a pranzo. Con il sole alto in cielo e il caldo. 

E tutto il resto.

Il resto, fratelli, è la cosa più bella che avrei voluto dirvi in questi anni. E sono tanti, gli anni. 

Fratelli io ho da fare una dichiarazione.

Ma arriva la cena. 

Niente dichiarazione.

So del vostro amore, fraterno. Lo sento. 

Adesso ho bisogno solo di appoggiarmi a questo amore e dormire. 

Respirare nel sonno sul senso delle cose, su come un disegno preciso si confonda con un’idea stupenda. I quadri migliori nascono così.

Anche questo quadro, ne sono certo, nascerà stupendo. 

Io non so se ce la faccio. 

Ero fermo a pranzo.

E stavo bene li.

Finalmente. 

No, non capite. 

Nessuno potrebbe farlo.

Io si.

Era tutto lì. 

 

I diametri, a volte, portano a una circonferenza gigante.

Chiudere un cerchio, a volte, sembra così facile.

 

 

 

La (mia) grande Bellezza

Approfitto di una lieve distrazione per fuggire a grandi passi verso la piscina. 

Facile facile. 

La piscina, per me, è un surrogato. 

Del mare. 

La piscina sta al mare come il caffè americano sta all’Illy in tazza calda senza zucchero. 

Però noi milanesi abbiamo una grande capacità di adattamento ai compromessi. 

Il progetto originale, come il peccato, è di sedersi sul tavolino di plastica nell’angolo del giardino, e mettermi a lavorare. 

Posso farlo. Per lavorare mi serve un computer, un telefono, quattro dita per battere sulla tastiera, e un pacchetto di sigarette. 

Non sono mica un dentista o un ginecologo. 

Che poi anche il ginecologo potrebbe lavorare in piscina, vista l’impressionante crescita di micro costumi che lasciano cadere fuori le disgrazie e gli errori di estetisti pasticcioni. 

Devo tassativamente redigere un piano B che abbia un senso e uno spessore. Mi serve tempo. 

La piscina è un buon compromesso.

Di andare al mare non se ne parla, almeno fino a venerdì. 

Io sono un essere puro ed etereo in piscina. L’unico probabilmente. 

Si respira un ormone, a bordo vasca, che nemmeno a un orgia romana durante Nerone. 

Sguardi pesanti, che si appoggiano senza nasconderlo. 

Petti gonfi, pacchi con calzino (me lo gioco sicuro perchè è impossibile, fratello, che tu abbia quel cazzo. E’ scientifico che quel rotolo è almeno due calzini. Se è vero, non voglio saperlo mai), costumi micro. 

Io no. Io sono nebbia, che si confonde con lo sfondo.

Primo perchè sono a disagio, con il costumino aderente nero. 

No, non tanto perchè è ridicolo. Lo è, ma questo è il meno. Il 75% del mio guardaroba è ridicolo. 

Se mai, dico mai, mi dovesse venire in mente di avere un inizio, piccolissimo inizio, di erezione, dentro quel costume, se ne accorgerebbe anche il bagnino dall’altro lato della vasca. 

E’ sconveniente, concorderete, intrattenere una donzella, mostrandole vistosamente la vostra attrazione sessuale nei suoi confronti sotto forma di colossale erezione amplificata dalla lycra del costume. 

Secondo perchè io in piscina ci vado per stare con l’acqua e nuotare.

Non sono di quella categoria di persone che si innamora dell’analista. Ergo non mi innamoro della piscina e del suo contenuto. 

E poi perchè, ammettiamolo, è l’unico posto al mondo, insieme ai miei scogli, dove posso stare in pace. 

Inforco i miei infradito, che risalgono a Ios, 1999, quando ancora andavano di moda, ed esco. 

Punto il mio tavolino.

Apro il pc.

Respiro.

Perfetto.

La piscina, ad orari così espliciti, è frequentata da poche persone. Mamme con bimbi, disoccupati, turnisti e nonnini. 

C’è una donna sdraiata nel prato. 

Ha un costume a fiori. 

Una collana sottile. 

Capelli raccolti, castani. Orecchie proporzionate. Il culo no. Ma non si può avere tutto dalla vita. 

Si gira, come una cotoletta, a prendere il sole in faccia. 

Ha un seno divertente, le tette distanti, come se avessero litigato tra loro. La pancia snella. Mi spalanca le gambe in faccia. Nemmeno fossimo a letto insieme lo farebbe così.

Vengo proiettato in uno di quei film brutti dove un’estetista sovietico, dai modi burberi, (non Burberry), taglia pezzi di pelo senza una ragione. Spuntano peli. D’accordo, non dovrei guardare. 

Ma poi perchè no?

Che brutta cosa. Mi hai ucciso baby. 

Inarca il collo e cerca qualcosa nella borsa. 

Tira fuori un pacchetto di Muratti.

Credevo avessero smesso di venderle nell’84. 

Cose da paninari, morte insieme al Moncler e ai calzini con i fiocchi di neve. 

Ma torna tutto. Il Moncler, i calzini e le Muratti. 

Armeggia nella borsa. 

Si innervosisce.

Armeggia ancora.

Si alza sui gomiti, contorcendosi. 

Armeggia ancora. 

Con la sigaretta in bocca. 

Apro il blog.

Vorrei scrivere una lettera a mio padre, visto che le lettere mi vengono parecchio bene in questo periodo. Sul fatto che non mi abbia insegnato ne a nuotare ne ad amare. 

Ma sono distratto dal movimento. 

Sbuffa, chiude la borsa, si gira. 

Mi guarda.

La guardo.

Sopra i trentacinque anni, mi è impossibile definire l’età di una donna. Sbaglio sempre. Tipo io le darei quarantadue anni, ma so che è sbagliato. Che poi ne ha trentotto. E ci rimane male. 

E queste cose, mio padre, me le ha insegnate. 

Ci guardiamo.

Sorride.

Sorrido.

Mi fa il gesto della fiamma con il pollice.

Le annuisco con la sigaretta in bocca. Un Marlon Brando con il naso troppo grosso e il costume aderente. 

Mi alzo per portarle l’accendino, che sono un signore. 

Ho le mani sudate. 

Scivola, come un pesce.

Oplà

Dritto nell’area grigia che divide un gesto carino da un flirt.

A trentasei centimetri dalle sue gambe, sul confine dell’asciugamano. Che se ci chiniamo insieme, prima di tutto ci facciamo un gran male a cozzare con le teste, e poi arrossiamo e ridiamo.

Lascio il colpo.

Si allunga a prenderlo.

Accende la Muratti.

Me lo porge. 

Dall’alto, osservo due cose. La prima è che lei deve avere proprio quella vista lì. Precisa sul pacco. Ergo, convengo con me stesso che non avere erezioni in piscina rimane una buona teoria. Inoltre che ha un bellissimo taglio di occhi. 

E un marito.

Ha la fede.

Rientro alla mia postazione.

Inizio la lettera a mio padre.

Hey baby.

Ah no. Questo non lo capirebbe come inizio.

Ho sempre avuto un problema a iniziare i discorsi con mio padre.

Per quello preferivo non farli del tutto. 

Mi immergo nello schermo. 

Sudo. 

Io sudo bene. 

Cioè, ho una sudata omogenea, dilagante, totale. Mica solo le ascelle.

Sudo.

Concentratissimo.

Lei arriva all’angolo sinistro del tavolino.

– scusa se rompo

-…

– ma mi si è spenta

-… prendilo è lì, ci mancherebbe

– grazie

– di nulla

-…

– anzi se vuoi tienilo. Ne devo avere un altro nella borsa

– non è normale avere accendini nella borsa della piscina

– metti che servono a te. Io ce li ho

Ecco. Questa frase non serviva. E’ una evidente invasione di campo della zona grigia. Quella tra il flirt e il nulla. E io non volevo il flirt. Devo scrivere a mio padre.

Ho la sindrome del Vitellone. Cristo.

Mi scappano le frasi da vitellone senza nemmeno volerle. 

Lei sorride e se ne va. 

Ricomincio a scrivere, ma mi sorge da riflettere su questa cosa qui, che sparo frasi da vitellone a sconosciute nemmeno belle. 

E non lo voglio fare.

Sia ben chiaro.

Chiudo il pc.

Vado a nuotare.

Avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Dieci stile, dieci dorso, dieci stile. Dieci rana. Respiro. Piscio. 

Esco ad asciugarmi. 

Forse a mio padre non è il caso che scriva. Abbiamo, noi maschi della famiglia, il cuore debole. 

Tengo tutto per me. Tanto il dado è tratto. Ho imparato a nuotare e ad amare. 

Autodidatta. Andata. Fatto. 

E nuoto anche da dio.

Ritorno al mio tavolino. 

Mi siedo. Scivolo sulla sedia di plastica. 

C’è un biglietto sotto lo zaino. 

Scritto su un pezzo di carta di giornale. 

Corriere, credo.

“grazie dell’accendino. Sei carino”.

Prendo l’accendino.

Brucio la carta di giornale. 

E voi direte, tu ci racconti tutto questo per dirci che vieni broccolato in piscina. Vecchio marpione. Per gonfiare il tuo ego. Noi siamo il calzino che ti serve per gonfiare il tuo ego.

Cari lettori, amate lettrici, non sia mai. 

Il mio ego è perennemente gonfio. 

Non ho certo bisogno di voi. 

La verità è che quel biglietto mi ha ferito. Più di un colpo di pistola nel petto.

Cercherò di essere conciso.

io, da sempre, ho un effetto strano sulle donne. 

Io o piaccio cento o piaccio zero. Cioè o sono bellissimo o bruttissimo. 

Concordo, peraltro, con entrambe le scuole di pensiero.

Nessuna, mai, mi ha lasciato nel mezzo. 

Carino si dice a un gatto. O a un portafoto dell’Ikea. O a un bambino. 

Tra le altre cose, non puoi dire carino a un uomo che hai visto quasi totalmente nudo.

O ti piace tutto o non ti piace nulla. 

Sono in costume. Non puoi dire: carino si, ma dovrei vedere gli addominali.

Te li ho spiattellati in faccia. O meglio, non te li ho spiattellati in faccia, non avendoli. 

Ah, carino, ma sai io sono una che guarda i piedi degli uomini.

Impossibile che tu non li abbia visti. Sono la cosa più lunga che ho del mio corpo.

Carino, cristo, è indegno.

Ma chi ti vuole, indecisa donna sposata che si rosola in piscina?

Chi ti ha cercata?

Carino.

Bah.

Cioè:

– scusi, per lei Franz è:

1) Bellissimo

2) molto bello

3) brutto

4) mortacci che cesso

5) non sa/ non risponde

Non esiste la cinque, baby. Carino non esiste. 

Mi fa piacere essere uno o due. Ma anche tre e quattro. Ci sono abituato. Ma cinque no. 

Carino, no. 

Mi ha rovinato la serata. 

Non ho scritto a mio padre.

Non ho un business plan.

E sono carino.

Carino.

Carino va di pari passo con quello che suona la chitarra in spiaggia mentre gli altri limonano duro dietro le sdraio. 

Che poi era quello che facevo, suonare la chitarra.

Carino va di pari passo con quel genere di risposte che sono dei giri di parole per dirti che sei un gioco che non vale la candela. 

Carino.

Io nella vita voglio essere tutto tranne che carino.

Maledetto me che ho dato da accendere a una che fuma Muratti.

 

Life is short fritz. Smoke Muratti and be Carino!

 

Conversation is over

E sono cazzi.

Ho aperto la tenda, verde, della camera, e il cielo mi ha detto: 

E sono cazzi. 

Oh cielo, ho risposto. 

Io la sindrome da lunedì non ce l’ho mica. Sono cazzi, professionalmente, quasi tutti i giorni. 

Fidati,

oggi sono cazzi. 

Imbocco la mastodontica tangenziale nuova nuova, che mi ricorda tanto Los Angeles. Guido una macchina che ha una radio con un potere straordinario. Non fare la radio. Tu cerchi una stazione. E non la trova. Ne cerchi un’altra. E niente. Dopo dieci minuti di ronzio, passi sulla tua musica. Ma la radio non legge il telefono. Che non legge la radio a sua volta. Che non legge niente. Cazzo. 

Finisci con il telefono a massimo volume, incastrandolo nel sifoncino dell’aria condizionata. 

Lo facevo con la vecchia Panda rossa. 

I tempi sono maturi per rifarlo. 

Il lunedì mattina adoro fare colazione da solo. Io adoro fare colazione da solo tutti i giorni. Ma mi rendo conto che la cosa non sia vista bene. C’è tutta una religione sulle colazioni. Spalmarsi il burro a vicenda sulle fette biscottate sembra essere di fondamentale importanza nell’amore. Io vivo il settanta per cento del mio tempo in hotel. 

Posso forse spalmare il burro sulla fetta biscottata del mio vicino di tavolo, peraltro bavarese con i baffoni e per altro di dubbi gusti sessuali? 

Eh no. 

Il lunedì, inoltre, escono Afffari E Finanza e il Corriere Economia. Che devo assolutamente leggere. Assolutamente. Mi da un senso di pace. Sapere che le acciaierie kazake hanno ribilanciato gli investimenti aprendo le porte a fornitori stranieri mi da un senso di pace. 

Inoltre, sia Affari E Finanza sia il Corriere Economia sono liberi. Come le due ragazze brutte della terza C. Tutti prendono la Gazza. Il lunedì mi va facile a me. 

Scendo dalla macchina e mi appropinquo al mio bar di riferimento del lunedì mattina. E’ piccolo, sulla statale, ingolfato da uno spaccio di scarpe sulla sinistra e un outlet sulla destra. Ha tutti i giornali che voglio, una barista carina anche d’inverno e anche da sobri, un caffè decente, delle brioches che sembrano aver subito un brutto incidente aereo, ma hanno il loro sapore. 

Tipo, quella di cioccolato, sa di cioccolato. 

Ordino un caffè. 

Mi impossesso dei giornali. 

Tutto scorre, perfettamente peraltro. 

– Ha la faccia stanca

Sono due anni che le do del tu. E lei mi da del lei. Come a dire: tieni le distanze vecchio porco lettore di economia del lunedì. Non voglio uomini il lunedì.

In effetti dovrei provare il martedì. 

Magari cambia. 

– Ho la faccia solita. Ho dormito poco. Ho letto tutta la notte. 

– Leggere è bello. 

– si, suppongo di si. 

-….

Morte naturale di una conversazione nata sotto una cattiva stella. 

Finirebbe qui se non fosse per me. Vengo dal mare. Ho bisogno di capire alcune cose che il mare mi ha detto. 

– Tu quando ridi, cioè ti piace ridere con gli uomini?

Mi rendo conto che la domanda sia posta male. Sia da un punto di vista sintattico, sia da un punto di vista concettuale. 

– In che senso?

– Ti piace che un uomo ti faccia ridere?

– Certo. 

– Bene

Entrano due pensionati. Finisco il caffè, pago. Lascio sempre la mancia, da due anni. Da quando vado. Insomma, sono un signore. 

– Lei è uno che fa ridere?

– E’ quello che mi stavo chiedendo anche io. Cioè si. So di far ridere. Ho fatto ridere molte donne. Ma mi chiedevo quanto. Tipo una classifica. 

– Sembra sempre così serio

– perchè sto andando in ufficio. 

– Eh ma le donne hanno bisogno di ridere sempre. 

– ecco. Tu però non ridi mai.

– Io rido un sacco con mio marito. E’ simpaticissimo

E mi indica una foto con due in costume. Lei è lei. Con la panza da alcool. E un costume brutto. Lui è il marito. Suppongo. Sorride, in effetti. 

– siete sposati da tanto?

– tredici anni

– cristo

– tutti bellissimi

– l’amore dura tre anni

– non credo

– fidati. 

– che brutta cosa che ha detto. Dovrebbe farmi ridere. Non farmi riflettere. 

– ma io non devo conquistarti. Tuo marito è un bell’uomo, grande e sorridente. Ridi con lui. Mi sembra ok. 

– era per dire. 

– era per dire anche la mia frase. 

– si diverta in ufficio

– lo dubito ma ci provo. 

 

Passano le ore. Scrivo una mail appassionata e pungente, piena zeppa di concetti importanti, e la perdo in un posto non ben definito del mio pc. Mi alzo per berci sopra un caffè, e me ne rovescio metà sul piede destro. 

L’altra metà cade sulla gonna di una collega. Che tento di pulire. Ma palpeggiando maldestramente la coscia. Che credevo meglio, comunque. 

Lei non ha il coraggio di lamentarsi. 

Ma sta pensando che sono un rincoglionito e un porco. 

Non sono telepatico. E’ che poi va in bagno a dirlo al marito sussurrandolo.

Ma il bagno è di fronte a dove mi fumo la sigaretta. 

Io non sono rincoglionito. Mi ero distratto.

Una telefonata, una sola, cambia, e di molto, le carte in tavola. 

Mi ritrovo seduto sul gradino del parcheggio. 

C’erano due amanti, qualche anno fa, che venivano qui a fare l’amore. 

Mamma, dove hai conosciuto papà?

Sulle scale seminterrate del parcheggio del centro direzionale. 

No, non funziona. 

Mi ritrovo seduto e vuoto. 

Mi si sono sgretolate un’ottantina di certezze.

Lavorative. 

Ho trentacinque anni. 

Lavoro da diciassette anni. 

Al momento vorrei, d’istinto, andare in pensione. 

Fumo

Sopraggiunge una ragazza. Forse ragazzina. Con quelle canotte che vanno adesso, con i delfini blu piccolini, i jeans stretti, le ballerine. E sorride. 

Suppongo si tratti del nuovo acquisto dei vicini. 

La stagista brasiliana. 

Anche perchè deve lavorare qui per forza. Nesssuno passerebbe di qui così per passare. 

– buonjorno 

– buongiorno 

Mi hanno parlato di lei, i colleghi che l’hanno vista al bar. Conosco le sue tette ancora prima di averle viste. 

– scus se disturbo ma ja d’ascendere?

Si siede a fumare due gradini sotto di me. 

Fossimo stati ancora al liceo, sarebbe scattato l’amore immediato. 

Mi da le spalle. E legge Facebook. 

Poi riceve una chiamata e si alza di scatto. 

E scappa. 

Mah.

Finisco la sigaretta. 

Chi sono io per preoccuparmi per il mio lavoro. Insomma, ho talento da vendere, un grande grosso curriculum, una propensione alle sfide e una salomonica capacità di aspettare. 

Inciampo.

E’ un attimo. 

Vedo la terra arrivare. Dentro me. Il pavimento. Ma non ho tempo di fare molto. 

Cado in una sorta di posizione yoga. Come se facessi le flessioni con i piedi a tre scalini d’altezza. 

Ho un gran bel riflesso.

Penso. 

Mi rialzo. 

Nessuno mi ha visto. 

Eppure le scale, a spanne, sono otto anni che sono li.

Si

Ma non i Rayban che ho spappolato. 

Cristo.

Mentre provo a elaborare velocemente una strategia che preveda il racconto di un marocchino, anzi uno zingaro, che è passato e li ha schiacciati, oppure che erano già schiacciati, oppure che io non vedo, sono ipovedente, e li ho schiacciati ma non lo sapevo, oppure negando tutta l’evidenza, la dolce donzella fa ritorno. 

– credo di aver lasjiat qui i ochiali

E li vede

E mi guarda

E io tengo lo sguardo. Anche perchè ad abbassarlo di due tacche, dritti sulle tette, non si farebbe bella figura. Sento il bisogno di farlo. Di abbassare lo sguardo.

Non è il momento

Scoppia a ridere. 

Ride. 

Di gusto.

Hanno ragione i colleghi. E’ bella. Mica cazzi. 

Le ballano anche le tette, quando ride. Che adesso che non mi vede posso abbassare lo sguardo di due tacche. 

– ah ho capito. Non sono tuoi. Ridi per questo

ride e con la mano destra mi fa cenno di aspettare. 

Io aspetto, baby. Posso farlo. 

– tu non capijscj

– eh no. Decisamente.

– tu hai fato fascja. Nooo

e ricomincia a ridere

– tua fascja sembrava quela di cane pichiato. Tu hai fato fasjia molto cane pichiato. Tua fasja è stupenda. 

– eh si

– davero. Tu hai fato fasja di bambino e cane insieme. 

– ti ho rotto gli occhiali, credo. 

– ah no preocupa. sono finti. pecato, perchè hano lenti colorate bele. Ma li ricompro.

– eh mi spiace. Ti devo qualcosa

– per cosa?

– per gli occhiali?

– figurati. Ofrime un cafè un jiorno. Eco. Meglio

– beh, ok 

– no ma tu mogli molto fortunata. Tua fasja quando tu fai casate è stupendi. Cane bastonato

– …

– davero. Cane bastonato

E si allontana ridendo.

Niente. 

Questo è quanto. 

 

Le cose che ho imparato nuotando

Sapevi che non sono per nulla portato per ballare?
Ho proprio una mancanza genetica per il ritmo e le sue connessioni con gambe e mani. Vai tu a spiegarlo alle ragazze, quando hai diciotto anni, la discoteca esplode di gente, tutti vogliono limonare, tutti, per farlo, devono ballare. Almeno un po’.
Forse per quello ho imparato a bere e guardare.
Comunque, ballo male.
Inutile dirti che quindi quando senti dire

– ho proprio bisogno di staccare e farmi una serata a ballare

puoi facilmente intuire che non sia il mio caso.

Di contro nuoto. Cristo se nuoto. Potrei farlo per ore.
Per due ragioni. Mi piace sentirmi piccolissimo nel mare grandissimo.
E mi svuota la mente. Completamente,

Comprensibilmente, mi occorre di essere al mare, per fare la cosa, nuotare, alla grandissima.
Dal campanile al vecchio hotel sono 560 metri, andando dritti in linea d’aria paralleli alla spiaggia.
Come nella vita, zigzagando ci metti qualcosa di più. Dipende da come ti perdi e da quanto ti vuoi sentire perso. Il campanile e il vecchio hotel rimangono sempre lì.
Come nella vita.

Le cose che ho imparato nuotando sono molte.

In primis, viene difficile pisciare e nuotare contemporaneamente. Anche ai più esperti. Conviene fermarsi. Non so le donne. Ma le grandi nuotatrici che ho conosciuto nella mia vita, davano l’idea di donne che pisciano in piedi.
Poi che davvero importa poco la distanza. Conta il passo.
La bracciata. Avere braccia forti nell’acqua è tutto. Prendere il proprio ritmo, e andare.
Poi che il silenzio svuota, ma non riempie. Alla faccia del cazzo, diresti.
Adoro le donne dirette. Hanno un vantaggio enorme sugli uomini.
E sono sempre bellissime. Perchè sanno come esserlo senza girarci troppo intorno. Quando c’è da mettere il cuore mettono il cuore, quando c’è da mettere la vita mettono la vita, quando c’è da mettere la lingua mettono la lingua.
Inutile, comunque, nuotare per aspettarsi di uscire pieni zeppi di risposte. Non funziona. Ci ho provato per anni.
Poi ho imparato che le meduse pungono, le anguille ti osservano sospettose, i branzini hanno la stessa espressione che aveva il mio professore di latino durante i compiti in classe, le orate sembrano disorientate, e se stai fermo i polipi vengono sempre fuori.
Poi ho imparato che le cose quando ne sei fuori sembrano sempre più facili.
Prova tu, baby, a tenere il ritmo per tutto quel tempo, fino al vecchio hotel.
È tanta strada.
Come sempre.
Insomma, prima di parlare della nuotata di qualcun altro, fatti la tua.
Poi che indipendentemente dalla compagnia che ti scegli, le braccia sono le tue.
E solo le tue.
Ma, lasciami mettere un ma in una frase che stava bene anche senza, tirar su la faccia e vedere qualcuno che nuota con te, fa un gran piacere.
Ti senti meno solo, perchè il mare è grosso vero.
Le persone che ho scelto accanto nella vita sono più o meno dei gran nuotatori. Qualcuno galleggia meglio degli altri.
I più stronzi galleggiano sempre meglio.
Io galleggio che è un piacere, baby.

Poi che nuotare fa venire fame. Tu entri pieno di pensieri e esci pieno di pensieri, ma affamato come una iena.
E tu dirai, perchè nuoti, bambinone?
Perchè è il mio modo di giungere a delle conclusioni.
Aiuta il processo.
Io ho il grande pregio di non prendere troppo sul serio le minacce della vita. E il grande difetto di esserne fatalmente attratto.
Allora nuoto, circola il sangue, mi prende la stanchezza, sento la fatica, riprendo il contatto con il mondo.

Oggi faceva, ad esempio, un brutto mare di Libeccio.
Acqua sporca, correnti, disordine. E di arrivare al vecchio hotel non se ne parlava nemmeno. Una bracciata ti spostava di qualche centimetro, poi ti ritrovavi insaccato tra due onde e tornavi dov’eri.

Questo ho imparato oggi: che magari basta fare a tappe.
Che se il mare è mosso davvero, una tappa intermedia va bene uguale.

Questo voglio fare. Adesso.
Tappe intermedie.
La corrente è troppo forte.

Postilla vocale. Dialogo tra un pescatore e un nuotatore.

– belin sembri sempre sul punto di scoppiare
– sembra, ma poi rientra
– non farlo troppo spesso.
– cosa?
– di rientrare
– in che senso?
– nel senso che poi si capisce che era meglio quando stavi fuori.
– rientra sempre
– adesso. Sempre non si può dire mai. Adesso.
– ok. Adesso rientra

Discorso Per Lo Sposo

Luglio, 2014, lo dico per chi credesse si tratti di fine ottobre. 
 
Carissimo fratello,

Carissimi tutti,
 
è sempre molto difficile prendere la responsabilità di un discorso, per lutti così grandi.
Anche se il cordoglio per un amico, la devastazione per un fratello, lo smarrimento per un bravo uomo, sono fortissimi, dobbiamo alzare i calici e brindare, perchè così vuole la tradizione. 
 
In questi istanti, noi tutti siamo portati a vedere solo il cielo nero, le nuvole basse, il freddo del vento. 
E’ normale. 
Siamo Uomini.
 
Parlo come un fratello, per un fratello. La nostra amicizia, che tante volte ci ha salvato, questa volta nulla ha potuto, davanti alla forza di un temibile destino, davanti al vorticoso disordine della vita, davanti a un matrimonio. 
 
Come moltissime delle malattie sessualmente trasmissibili, anche il matrimonio, complice la scarsa sensibilizzazione della popolazione giovane, agisce nel chiaroscuro del detto non detto. 
Si fa poco, consentitemi amici una piccola digressione politica, per arginare questa emergenza. 
 
Ma chi siamo noi, per giudicare le scelte di un uomo?
Chi siete voi, gentili ospiti, parenti, colleghi, semplici scrocconi, per giudicare quest’uomo che ha scelto, nel pieno delle sue facoltà, deliberatamente, un così terribile modo di morire?
 
Perchè, perdonatemi, ma la domanda è solo questa. 
 
Noi, amico fraterno, siamo fratelli. Uniti dalle cicatrici della vita, uniti dalle gioie, uniti dalle noie, uniti dalle    . 
 
Noi, uniti dalla Brotherhood, abbiamo deciso di camminare insieme, abbracciati, verso il destino.
E noi, fratello, cammineremo abbracciati con te. Perchè mai ti lasceremo. 
 
Lo abbiamo scelto. 
 
Di non lasciarci mai. 
 
E questo faremo. 
 
Uno dei capisaldi della nostra fratellanza è il rispetto delle scelte, questo gentili ospiti e pavidi scrocconi dovete saperlo. Noi non giudichiamo le scelte dei membri della fratellanza. Le appoggiamo. 
 
E anche in questo tragico errore di valutazione, noi ti appoggeremo. 
 
Fratello. 
 
Lasciami però dire una cosa, davanti a questo caro pubblico di, tutto sommato, persone che ti conoscono o fingono di farlo. 
 
Tu sei un uomo tutto d’un pezzo. Onesto, deciso, forte e molto pragmatico. 
Tutti difetti che, in un modo o nell’altro, ti si ripercuoteranno contro durante la tua vita. 
 
Tu sei anche l’unico tra di noi ad essere in grado di essere estremamente posato nella vita, e completamente psicotico in moto. Questo porta a quel tuo tipico stile di guida che i più definirebbero da pazzo mentecatto. 
Ma noi ti appoggiamo. 
Quando hai sorpassato su un rettilineo davanti a Camp Derby, un autoarticolato, rientrando per evitare l’autobus 55, rimanendo vivo per un soffio. Eravamo li.
Quando hai sorpassato, in curva cieca, le lo hai fatto in molte regioni italiane e anche in terra francese, noi eravamo lì.
Quando ti fai interi pezzi di autostrada a 195 orari, senza senso, zigzagando tra le corsie, noi siamo li.
Indietro. Per sicurezza. Ma siamo lì. 
 
Abbiamo affrontato insieme la pioggia, il vento, la sabbia, la salsedine, le montagne, i laghi, i canyon. E siamo tutti qui. Che statisticamente è già un bel paradosso. 
Affronteremo insieme anche questa. 
 
Tu sei un uomo di fede. Credi in Dio. A vedere come guidi, lui crede molto in te. 
Sei ricambiato nella fede. Sei fortunato. 
Tu sei un grande lavoratore. E questo fa di te, potenzialmente, un futuro apprezzato professionista.
Nessuno, tra i tuoi famigliari vecchi e nuovi, saprà di quando giravi per Ostia nudo con il casco, o di quando a Saint Tropez hai ballato freneticamente con una amabile signora di 87 anni. Abbiamo i video. Ma li terremo per noi. 
 
Tu sei un uomo molto sensibile. Questo fa di te potenzialmente, un buon padre. Oppure un serial Killer. 
Oppure tutte e due le cose. Che tra l’altro va di moda. 
 
Tu sei un romanticone, un tenero, un docile mulo delle fatiche dell’amore. 
Ti inerpichi, per amore, sulle mulattiere della vita. Non parleremo qui delle mulatte. Abbiamo le foto. 
 
Fratello, auguri. Davvero. Ti serviranno. 
 
Di lei, nulla possiamo dire. 
Una donna perfetta. Ricordo ancora quando l’abbiamo conosciuta, a Trastevere, alle cinque della mattina, completamente ubriaca, in mezzo a degli inglesi travestiti da senatori romani. Se la prima impressione è quella che conta, è stato bellissimo. 
Lei ti ama. E tu la ami. 
 
Che abbia chiaro, lei, che se ama te ama anche noi. 
E noi ameremo lei. 
 
Stai facendo, fratello, un passo importante della tua vita. Non sarà l’ultima volta, certo. Ma è importante. 
Godi di questo, e sii felice. 
 
Fratello, per amore stai facendo questo passo.
E io devo dirti, fallo. 
 
Perchè per Amore vale la pena di vivere. 
 
Delle nostre cicatrici, e del nostro cammino, molto possiamo raccontare. Ma è solo per Amore che vale la pena vivere e, come nel tuo caso, morire. 
 
L’Amore è tutto. 
 
Di questo ne ho certezza. 
 
E per questo io sono felice, nel segreto del mio cuore, per te. 
E anche per il parroco, che comunque la sua bella cifra l’ha intascata. 
Per amore. 
 
Forse, fratello, sbaglieremo e inciamperemo. 
Ma se lo facciamo per amore, ci rialzeremo. 
 
Per questo ti dico, fallo. 
Rispettala, portale dei fiori, seguila, precedila, accompagnala, sorprendila, falla ridere, imbarazzala (non in senso ginecologico, ma poi anche si), proteggila, baciala tra dieci anni come oggi e oggi come non fosse mai successo. 
Prendi la sua pelle, e fanne il tuo vestito. (ricorda che è una metafora). 
Prendi le sue labbra e fanne la tua casa. 
Prendi il suo destino, e fanne uno solo con il tuo. 
Fate di voi una casa capiente, perchè l’amore invade. 
Fate di voi un fiume che scorre, perchè il percorso è tortuoso per chi non sa essere acqua. 
Fate di voi un profumo dolce, perchè gli altri capiscano che abita l’amore in voi. 
Non avere paura del destino, sorridi al presente insieme a lei. 
Non addormentarti mai senza averla amata, non alzarti mai senza averla baciata.
Sorridile, perchè in fondo siete complici di un crimine. 
Piangi con lei, le lacrime lavano i dubbi.
Stringiti a lei quando avrai paura. 
Stringila quando lei ne avrà.
Se avete paura tutti e due, chiamate qualcuno che vi stringa. 
Non avere paura del suo passato, non spaventarla con il tuo passato. 
Non serve a niente. 
Ammetti le tue colpe e chiedi scusa. 
Perdonala, perlomeno un po’. 
Insomma, non ti devo insegnare certo nulla, soprattutto io. 
 
Ama
 
Questo, fratello, è quello che mi sento di dirti. 
Ama. Non sbaglierai mai. 
 
Condoglianze, fratello.
Che Dio ti abbia in gloria. 

Amore, Piove! Piove amore

Hey Baby,
sono in un periodo in cui scrivo lettere.
Ė così bello. Scrivi e ti scarichi di tutte le responsabilità delle tue parole, mica che aspetti la risposta come con i messaggi.
La risposta forse la sai giá. Forse non l’aspetti nemmeno.
E poi mi viene in mente Nanda. Che mi diceva sempre di scriverle. E io le scrivevo lettere. E le dicevo, Nanda, queste sono lettere d’amore. E lei mi diceva, che poi tutte le lettere sono d’amore. Nanda. Forse non te l’ho mica detto, ma io mi sono innamorato davvero della Nanda.
Mica mi capita spesso, di innamorarmi.
Lo faccio con dedizione e senso del disastro.
E quando lo faccio, lo faccio bene.
Mi sono dimenticato di dirti alcune cose che ritengo importanti.
E tu dirai, cazzo ci parliamo sempre. Si ma io mi dimentico le cose, in generale. Ho un’agenda, due quaderni e sei app. Per queste cose.
Per esempio parlavamo d’amore.
E mi sono dimenticato di darti una definizione.
L’amore che smotta, destabilizza, ti solleva, ti fa sentire stupido, ti fa ridere. che ti attrae vorticosamente verso un ombelico, che ti lascia senza parole, che lo aspetti. Quella cosa li, che non centra niente il mondo intorno, che aspetti di sentire un profumo, perché sei convinto sia quello giusto. Quella cosa lì che fare l’amore diventa una piccola lotta, perché mica è la stessa cosa. Sembra tutto nuovo, e pianti le bandierine correndo con le dita sulla schiena e contando i secondi che dura una gamba. E poi, a dirtela tutta, ci scopi sopra. All’amore che hai fatto. Per compensare.
Ecco, io parlavo di quella cosa lì.
C’è un film che mi fa piangere. Oltre a Iron Man, intendo.
È la versione di Barney.
A dirti la veritá è un concetto di scale.
Giá mi commuoveva il libro. Figurarsi il film.
Che poi mica è sempre così. Prendi Ottobre Rosso. Cazzo, salvato in calcio d’angolo da un appena sufficiente Sean Connery, perchè il libro è una bomba. Come Le Belve. Che Don Winslow scrive libri perfetti, e il film traballa.
A me La Versione di Barney mi fa piangere. Sempre.
È un pianto misto. Piango d’angoscia, poi piango di gioia. Per quasi tutto il film.
E in questo pezzo io mi sciolgo.
L’amore è Myriam.
Ecco
Tra l’altro sarei fiero di un padre come Izzy.
L’amore inopportuno, dai tempi sbagliati, quello è una roba che ti fa sentire il sangue nelle vene.
Mi sono dimenticato di dirti anche che ho paura. Alcune cose mi fanno paura.
La guerra. Ad esempio. Non tanto che si sparano, e che muoiono. Mi fa paura il dopo. La sofferenza.
La corruzione. Quella da cento e quella da centomila euro. Mi fa paura, perchè è una malattia devastante e contagiosa.
Mi fa paura la noia. Quella che uccide, che porta i viziati ragazzi ricchi a morire senza un progetto. Di conseguenza mi fanno paura i viziati ragazzi ricchi.
Ho paura anche della sofferenza. Non della morte.
In compenso non ho paura di fare a pugni, di esagerare, di trovarmi nel posto sbagliato con le persone sbagliate, di amare, di soffrire per amore, e di rimettere tutto in discussione.
Mi sono dimenticato di dirti che ho un problema con la carne, con i parcheggi, con le code, tutte le code, e con il tempo.
Insomma non mangio carne, fatico a parcheggiare in senso lato, sia me stesso sia una macchina, e non riesco a stare in coda per più di due minuti. Che mi sembra di perdere tempo, e io ho un problema con il tempo.
Infatti ti scrivo di notte.
Piove, baby. È un luglio strano.
A me non cambia molto. Ho questa cosa che le cose intorno mi scorrono addosso. Che mi concentro su quello che mi interessa e me lo prendo.
Ah ecco, io sono arrogante. Egocentrico, e parecchio saccente. Ma tolto questo, risulto molto simpatico.
A dispetto di quanto pensi, io ascolto tantissimo.
Per me è vitale ascoltare.
Io ascolto tutto.
Seleziono, e digerisco.
Io ascolto i dettagli di un profumo, le sfumature delle parole che usi, come muovi la mano destra quando ridi, e il girarsi della tua testa.
Le parole, ascolto anche quelle. Ma sono meno importanti del resto.
È una deformazione. Leggo i corpi. E non li giudico.
Ma ho sufficiente freddezza da poter anticipare un comportamento.
Che poi si traduce nel fatto che dico quello che penso.
Che va bene a pochi. Irrita molti, imbarazza molti.
Io dico quello che penso.
Io quando mi innamoro lo dico.
E anche quando poi basta.
Sono brutto quando mi arrabbio. Perchè la rabbia riesco a controllarla solo in mare. E mica giro con il mare intorno.
Questa cosa del dire quello che penso mi ha dato qualche problema.
Ma non si può fare granchè.
Ah, sono ipocondriaco semestrale. Da settembre a marzo faccio più analisi di un intero reparto. Se non fosse per le code al mattino presto fuori dall’ambulatorio, mi rilasserei anche.
Svengo davanti a infermiere rumene che mi succhiano sangue e aspetto gli esiti con fremito.
Credo, in ogni caso, di stare inutilmente girando intorno alla cosa.
Io sono stato un capitolo difficile nella vita di alcune donne.
Ecco.
Per dirla tutta.
Le donne della mia vita o mi hanno amato alla follia, o mi hanno odiato alla morte.
Solitamente, tra l’altro quelle che mi hanno amato alla follia, poi mi hanno anche odiato. Per vedere com’era, penso io.
Io sono uno che ti piace subito a mille. Oppure niente.
Devi trovare bella la mia faccia, che non è una faccia facile. È scappata la mano su un paio di dettagli a Dio. Tipo che mi ha messo due nasi. Ne bastava uno. Tra l’altro, tutti e due, funzionano a metá. Sento solo gli odori che voglio sentire. E mi ha messo gli occhi di un pugile sconfitto. Che anche quando rido, tirano giù a valle.
Ti deve piacere questa faccia.
E io sono autodidatta, nell’amore. Ne conosco tanti, di autodidatti. Io so di esserlo. Nessuno mi ha insegnato ad amare. Ho imparato io.
Oggi sto meglio di dieci anni fa. Perchè ho imparato a non fare male, mentre amo una persona.
Ma ogni tanto mi scappa.
Preservati.
Io credo in Dio. È giusto che tu lo sappia. Leggo molto sull’argomento. Credo ci sia un Dio.
Io mi vesto. Ma adoro stare nudo. Ecco.
Io camminerei a piedi nudi ovunque.
Io fumo nudo alla finestra dell’hotel.
Scrivo tantissimo. Adoro farlo. Leggo tantissimo. Adoro farlo. Di conseguenza non faccio altre cose.
Non ho il senso dell’ordine. Ma so ritrovarmi dentro a un casino.
Mi pagano per uscire da gigantesche merde. Ma mi ci affogano loro. A giorni mi piace.
Mi piace la statistica, il football americano, il surf e le gare di pompini in spiaggia. Ma non ne ho mai vista una dal vivo.
Io, è bene che tu lo sappia, non amo le macchine. No. Proprio non le amo.
Credo siano elettrodomestici. Tipo che non mi piace parlarne, nemmeno guidarle. Forse mi piace, ma non ho erezioni sospette in curva.
Di contro, io ho un problema con le moto. Grosso.
Credo di riuscire a mascherarlo ancora per un po’ sotto forma di passione.
Mi piace la forma, il contenuto e il significato della mia moto.
Ma ne vorrei almeno altre quattordici.
Quella che incarna il mio desiderio massimo, al momento, è questa.
Tedesca, sexy, assoluta.
Conosco molta gente, che gira intorno alle moto. E ho potuto constatare che la maggior parte sono degli spostati.
Me ne rallegro e mi aggiungo al gruppo.
Ah, io ho un figlio. Sono, quindi, un padre. La cosa non si esaurisce li intorno al passeggino.
Io vorrei invecchiare in Europa, ma sul mare.
E vorrei invecchiare con una donna e con dei libri, che sono le uniche due cose che sono sicuro mi diano ancora da pensare, fra molti anni.
E con i miei amici.
Io ai miei amici l’ho detto, che li amo.
Sono gli unici uomini a cui l’ho detto. Anche a Freddie Mercury. Ma era giá morto.
I miei amici non sono ingombranti.
Ma li porto sempre con me.
È un modo per difendermi dalla vita.
Comunque sono pochi. Si contano su una mano.
Io sono destro. Ma scrivo poesie con la sinistra.
No, la storia degli emisferi creativi e razionali del cervello è una cazzata per lettori di Mente e Salute.
Ah ecco. Un’altra cosa che mi fa dannatamente paura. La saggezza convenzionale. Fare il bagno dopo tre ore. Pisciare sulle punture di medusa, gli studi approssimativi, la politica urlata, che gli uomini non si possono innamorare dopo una certa etá.
Mi piace ascoltare la gente che nuota nella saggezza convenzionale. Osservare i pesci in una boccia piena di cazzate.
E mi piace anche quando le certezze crollano.
I crolli, in generale, mi piacciono.
Se anticipati da un’esplosione. Di qualsiasi natura.
Le bombe urlate da chi litiga per amore sono le mie preferite. Ma mi piacciono anche i crolli degli uomini che piangono.
Odio la discoteca.
È bene che tu lo sappia.
Adoro il vino rosso e il rhum.
Sul rhum ho una certa cultura. Documentabile dalle ultime analisi del sangue.
Mi sembra di aver finito, anche se mi restano un sacco di cose da dirti.
Diciamo che, per fortuna, le cose meno importanti te le ho dette.

Ah, io quando amo non mento mai. Che sembra bellissimo, ma fa malissimo.
Io amo, al momento, sei persone.
Ovviamente una sei tu.
Che cazzo di discorsi.
Il problema potrebbe porsi nell’unicità.
Non mi far tornare sull’argomento.
Ti prego.
Ricordati che non mento mai. Sia quando farà benissimo, sia quando farà malissimo.

Tuo Ragazzone

PS: devo andare che sono indietro con un discorso di cordoglio per un amico che si sposa fra poco. È sempre stato il mio sogno fare un discorso di cordoglio a un matrimonio. E ne ho fatti parecchi. E non mi sono mai sbagliato. Questa volta non mi è stato chiesto di farlo. Quindi non vedo l’ora di farlo.

3450 giri

Primo Tempo

Partiti di buon mattino, con davanti le nuvole migliori che un luglio travestito da novembre potesse mostrare, lasciata la periferia che poi diventa campagna che poi diventano paesoni sperduti, siamo arrivati alla diga che non faceva ancora caldo.
Forse non fará mai caldo alla diga.
Alla diga si fermano i cacciatori, i pescatori, i ciclisti e quelli come noi, che il rumore del motore è perfetto se rimbomba nelle valli.
La statale è la SS25, una vecchia camionabile che portava i carichi delle navi dal porto di Genova alle città padane. Finisce dritta nel porto di Genova, da una parte, e dritta nel carcere di Opera dall’altra. Dei tempi beati in cui le strade si disegnavano con il cuore e il sesto senso.
Dalla diga, la strada si fa nervosa, sale in montagna, stringe le curve, e ogni tanto viene mangiata dalla foresta.
Sono, dalla città al mare, quattrocento sessanta sei curve.
Tradotte in due ore e mezzo senza soste, anche se a me piace fermarmi nel vecchio bar del paese appena dopo la montagna, che sembra di saltare vent’anni indietro. Bere il caffè che sa di bruciato, sfogliando la cronaca locale e osservando il traffico.
E poi fermarmi sul fiume, guardando l’acqua blu diventare bianca, poi azzurra e poi nera.
Ci sono diversi modi di prendere la cosa.

La puoi prendere estremamente seria, correndo sui cordoli, sfiorando l’asfalto, con il collo piegato sul serbatoio. Lo fanno in tanti. Tute di pelle colorate e lo sguardo soddisfatto di chi sa che sta per farlo ancora.

La puoi prendere a passo turistico, che ci sono rocche, castelli, piazze, il fiume e i costoni di roccia. Diventa un viaggetto da trattoria tipica e bed and breakfast. Week end a pochi passi da casa. Over cinquanta.

La puoi prendere come facciamo noi, che corriamo dove tutti rallentano e ci fermiamo a fumare dove non c’è niente da vedere.

Ho finalmente trovato il punto di non ritorno di Hernest. Tutte le moto hanno un punto di non ritorno. Sono macchine. Progettate per finire il loro lavoro entro certi termini. Ognuna ha un punto di non ritorno.

Come quando trovi quel punto lì in una donna. Magari dietro l’orecchio, sotto il piede, nell’incavo della schiena. Dietro le spalle. Che passi il dito e ti rendi conto.
Il respiro si fa veloce.

Il punto di non ritorno.

Hernest va messo a bada con qualche piccolo accorgimento che sulle prime porterebbe qualsiasi motociclista a dire: che moto del cazzo.
Giudizio molto affrettato, perchè il mio grosso compagno ha molte risorse nascoste.
D’accordo, è ingestibile in curva, gli ammortizzatori sono alla frutta e il manubrio vibra come un vagone di un treno.
Carattere.
Si tratta di carattere.
Ho trovato, quasi per caso, il punto di non ritorno di Hernest, tornando una notte da una cena di lavoro.
Sotto un cavalcavia, dentro una pozzanghera, ho aperto la seconda, arrivando a 3450 giri.
Il motore rincula come dopo uno sparo, lo sterzo perde aderenza, il posteriore scula come una sapiente passeggiatrice, la moto in se perde il contatto con il mondo.
Diventi un proiettile sparato su trecento chili di ferro.
Il punto di non ritorno.

Ho passato una buona parte della mattina a cercare di dosare il polso, per arrivare a tremilaquattrocentocinquanta giri, proprio nel momento preciso in cui Hernest perde i sensi abbandonando la sfida fisica dello stare acceso, in equilibrio e in moto lineare.

Hernest in curva scarena. Non regge l’emozione.
Delle curve.
Non è un mezzo nato pronto per queste cose.
Per questo lo porto su queste strade.
E non ha abbastanza freni per arrivarci preparato.
Alle curve.

Ma poi fa la voce grossa, e ne esce tuonando l’orgoglio delle moto grasse e goffe.
Ho un polso pesante, perchè ci appoggio tutto il nervoso della vita, ma Hernest ha quel ritardo perfetto per farmi ragionare.
Come se volesse darmi il tempo per recuperare l’errore.

A 3450 giri, in seconda, Hernest è perfetto.
Nessun margine d’errore.
Proprio a quei giri lì.
Devi solo calcolare come uscirne, prima.
Perchè non è facile, quando ci sei dentro.
Diventi protagonista di un corto di cui non sei il regista.

Di tutte le statali che portano al mare, la SS25 è quella che ha ucciso più motociclisti.
Ha curve, verso il mare, disegnate sbagliando traettoria e pendenza.
Un delirio di asfalto, con enormi cicatrici lasciate dagli smottamenti di queste terre.
Ci sono cartelli a ogni curva, e le corone di fiori ingrigite.
Funzionano meglio quelle dei cartelli che invitano alla prudenza.
Certo che a vederci da fuori, sicuramente non deve sembrare tutto a posto.

Intervallo

Conosco ogni vicolo, ogni anfratto, ogni difetto di questo posto. Che è uno di quei due posti dove mi sento a casa.
Bevo vino sul porto, mangiando e ridendo, e poi lascio che l’acqua gelata mi svegli dal torpore.
Viene perso un anello sugli scogli davanti al vecchio molo.
In vent’anni ho visto cadere di tutto.
Telefoni, chiavi, occhiali, gioielli, bicchieri, sigarette, magliette, mutande, guinzagli, ombrelloni.
È un posto, quello sul vecchio molo, non adatto a chi ha cose importanti da portare e non solo la voglia del mare.
Gli scogli, con il vento e le mareggiate, mangiano tutto e non rendono nulla.
La voracità del vecchio molo dovrebbe superare di gran lunga la fama romantica del borgo e insieme alla stronzaggine puntigliosa dei vigili, diventare la principale attrazione.
Venite a Camogli, patria dei vigili più precisi del vecchio continente e del molo vorace che inghiotte i vostri preziosi.
Io qui sono a casa, come in pochissimi altri posti al mondo.
Io qui potrei far da guida, conosco le storie delle case, delle persone, degli amanti che si incontrano dietro la volta del porto, o dei ricchi e decadenti che dormono nel vecchio baraccone. Conosco i sentieri e i tramonti, la tana del polpo del porto e anche come tirare fuori un sorriso ai pescatori. Ho passato tantissime notti ad ascoltare racconti, leggende, confessioni.
Attentamente, accompagnato dal fresco della notte e dal silenzio del porto.

Ma non dico nulla a nessuno, talmente è prezioso per me questo tesoro. Sono tutte storie che tengo per me. Che mi sono raccontato ancora, nella piccola camera sopra le barche dei pescatori.

Io sono un turista avido di racconti, dell’acqua cristallina, degli scogli sperduti che nessuno sa arrivarci, del vino, spettatore dello struscio di una classe media che vuole sentirsi importante, dei mangiatori di focaccia, delle nonne del molo, le mie amiche, e dei sorrisi che solo di notte passano qui sopra.

Secondo tempo

Libeccio caldo.
Merda. Promette solo merda. Il libeccio porta umido, vento senza onde, e grandi grossi temporali. Insomma non surfi, non dormi, non peschi, e soprattutto rischi una gran bella lavata.
Questo quando sei seduto sul vecchio molo.

Saliamo sulle moto con il caldo che entra nelle giacche, iniziando i tornanti sull’Aurelia sapendo giá di essere predestinati a un rientro, perlomeno, umidiccio.

La pioggia inizia appena dopo la prima galleria.
Non c’è niente di esaltante e di poetico nel prendere pioggia in moto.
Non fidatevi dei Diari della Motocicletta.
È una situazione paradossale.
Perchè il buon senso, la ragione comune e anche un dedalo di parenti, ti vorrebbero seduto al caldo che osservi la pioggia battere intensamente sui vetri della finestra.
Si possono fare un sacco di cose quando piove.
Leggere, far l’amore, piangere, litigare, cucinare, ridere, camminare sotto i balconi, baciarsi annusandosi discretamente.

Invece.

Invece sei pericolosamente sospeso a ottanta centimetri da un denso fiume di acqua e terra, che solchi con uno pneumatico che di colpo diventa troppo sottile. La moto scivola.
Senti di non avere il controllo totale.
La pioggia si infila in buchi e spazi che pensavi di aver coperto. Sui polsi, sulle caviglie, dentro la mascherona che smette di aver senso e si appanna.
Le mani gelano, le braccia si irrigidiscono, un soffio di buonsenso ti fa avere una sana e logica paura.
Il resto, pancia compresa, ti chiede di andare avanti.
Cento venti sei kilometri. A settanta kilometri orari. Da solo. Con la pioggia.
I tuoi soci procedono nelle stesse condizioni. Luci rosse traballanti a venti metri dal tuo naso bagnato.
Potresti prenderla molto male.
C’è, in effetti, chi si ferma. Sotto i ponti, negli autogrill.
Sei spacciato. Se lasci che la paura vinca, che quell’angolo di follia si inzuppi di dubbi, invece di tirare avanti.
Tiro su lo straccio che avvolge il collo, fino a sopra il naso. Passo il dito dentro le lenti. Ogni camion che ci sorpassa è una doccia. Freddina.
Acqua che si infila dentro gli stivali.
Ogni giunto, ogni fottuta imperfezione nell’asfalto, diventa una piccola scommessa.
Io canto.

Mi è stato insegnato a dare una forma al problema.
Se la vedi come la vedo io, kilometri totali, diviso velocitá media, sommate le soste per bestemmie e sigarette, fanno due ore e mezza.
Nella migliore delle ipotesi.
Io due ore e mezza a gestire la paura non ce la faccio.
Il sole spunta tra i nuvoloni neri, spettacolo surreale.

Canto forte, probabilmente anche molto stonato.
So che non lo farò per due ore e mezza.
Che poi arrivano i pensieri del tramonto e quelli della pioggia.
Cose belle, leggere, amalgamate a cose brutte.
Stare da soli con un motore che urla sotto il culo per due ore e mezza, a velocitá costante, è una primitiva forma di terapia.
I grossi curvoni dell’autostrada diventano sfide al rallenty.
Mi viene da cantare cose che non ricordavo di ricordare.
Il freddo alle caviglie diventa uno spiffero di chiodi sulla carne.
Il gruppo rallenta.
Siamo piegati.
Autogrill.
Brividi, piscio e caffè.
Ripartire. Senza aspettare troppo.
Nuvole basse, in mezzo alle montagne. Pioggia battente, un grande temporale estivo. Da telegiornale.
Il posto peggiore per Hernest per arrivare a tremilaquattrocentocinquanta giri.
Mi sovviene, troppo tardi, con un ascolto ritardato delle urla del motore, che Hernest viaggia serenamente verso l’orgasmo meccanico.
Il punto di non ritorno.
Il culo grosso del vecchio Hernest ondeggia sinuoso sull’asfalto zuppo.

Pochi secondi.
Tanti pensieri.
Uno.
Prima degli altri.
Sei.
Una.
Testa.
Di.
Cazzo.

Lascio la mano destra, metto il peso sul serbatoio, canto.
Highway to Hell.
Nomen Omen.

Invece Hernest recupera, di sua spontanea volontà, il controllo.
Mica male, il vecchio bastardo.
Inaspettato, per un grassone da passeggiata, penso mentre il colon riprende la sua posizione usuale e le braccia tornano normali.
Il resto è noia.
Molto bagnata, ma noia.

Roba che racconteremo davanti a una birra.
A noi stessi, che questi racconti ci piacciono solo a noi.

Arrivo a Milano e decido di attraversare la cittá, che non ne posso piú di autostrade bagnate.
E c’è la gente del venerdì sera, le Smart e le Mini lucide, e la musica a palla, e il rumore del traffico.
E gli sguardi ai semafori, che devo essere tutto tranne che bello, ma molto pittoresco probabilmente.
E i tacchi alti, e le gonne, e le camicie bianche, i capannelli fuori dai ristoranti e i venditori di rose.
Questo, tutto questo, mi stringe lo stomaco quasi quanto i giunti dei ponti dell’autostrada.
Che quelli, ad andarci durante una tempesta, lo hai scelto tu.
Invece tutto questo no.
È il contorno.
Di un piatto un po’ indigesto.

Life is short firtz, ride your fucking dream