La (mia) grande Bellezza

15 Lug

Approfitto di una lieve distrazione per fuggire a grandi passi verso la piscina. 

Facile facile. 

La piscina, per me, è un surrogato. 

Del mare. 

La piscina sta al mare come il caffè americano sta all’Illy in tazza calda senza zucchero. 

Però noi milanesi abbiamo una grande capacità di adattamento ai compromessi. 

Il progetto originale, come il peccato, è di sedersi sul tavolino di plastica nell’angolo del giardino, e mettermi a lavorare. 

Posso farlo. Per lavorare mi serve un computer, un telefono, quattro dita per battere sulla tastiera, e un pacchetto di sigarette. 

Non sono mica un dentista o un ginecologo. 

Che poi anche il ginecologo potrebbe lavorare in piscina, vista l’impressionante crescita di micro costumi che lasciano cadere fuori le disgrazie e gli errori di estetisti pasticcioni. 

Devo tassativamente redigere un piano B che abbia un senso e uno spessore. Mi serve tempo. 

La piscina è un buon compromesso.

Di andare al mare non se ne parla, almeno fino a venerdì. 

Io sono un essere puro ed etereo in piscina. L’unico probabilmente. 

Si respira un ormone, a bordo vasca, che nemmeno a un orgia romana durante Nerone. 

Sguardi pesanti, che si appoggiano senza nasconderlo. 

Petti gonfi, pacchi con calzino (me lo gioco sicuro perchè è impossibile, fratello, che tu abbia quel cazzo. E’ scientifico che quel rotolo è almeno due calzini. Se è vero, non voglio saperlo mai), costumi micro. 

Io no. Io sono nebbia, che si confonde con lo sfondo.

Primo perchè sono a disagio, con il costumino aderente nero. 

No, non tanto perchè è ridicolo. Lo è, ma questo è il meno. Il 75% del mio guardaroba è ridicolo. 

Se mai, dico mai, mi dovesse venire in mente di avere un inizio, piccolissimo inizio, di erezione, dentro quel costume, se ne accorgerebbe anche il bagnino dall’altro lato della vasca. 

E’ sconveniente, concorderete, intrattenere una donzella, mostrandole vistosamente la vostra attrazione sessuale nei suoi confronti sotto forma di colossale erezione amplificata dalla lycra del costume. 

Secondo perchè io in piscina ci vado per stare con l’acqua e nuotare.

Non sono di quella categoria di persone che si innamora dell’analista. Ergo non mi innamoro della piscina e del suo contenuto. 

E poi perchè, ammettiamolo, è l’unico posto al mondo, insieme ai miei scogli, dove posso stare in pace. 

Inforco i miei infradito, che risalgono a Ios, 1999, quando ancora andavano di moda, ed esco. 

Punto il mio tavolino.

Apro il pc.

Respiro.

Perfetto.

La piscina, ad orari così espliciti, è frequentata da poche persone. Mamme con bimbi, disoccupati, turnisti e nonnini. 

C’è una donna sdraiata nel prato. 

Ha un costume a fiori. 

Una collana sottile. 

Capelli raccolti, castani. Orecchie proporzionate. Il culo no. Ma non si può avere tutto dalla vita. 

Si gira, come una cotoletta, a prendere il sole in faccia. 

Ha un seno divertente, le tette distanti, come se avessero litigato tra loro. La pancia snella. Mi spalanca le gambe in faccia. Nemmeno fossimo a letto insieme lo farebbe così.

Vengo proiettato in uno di quei film brutti dove un’estetista sovietico, dai modi burberi, (non Burberry), taglia pezzi di pelo senza una ragione. Spuntano peli. D’accordo, non dovrei guardare. 

Ma poi perchè no?

Che brutta cosa. Mi hai ucciso baby. 

Inarca il collo e cerca qualcosa nella borsa. 

Tira fuori un pacchetto di Muratti.

Credevo avessero smesso di venderle nell’84. 

Cose da paninari, morte insieme al Moncler e ai calzini con i fiocchi di neve. 

Ma torna tutto. Il Moncler, i calzini e le Muratti. 

Armeggia nella borsa. 

Si innervosisce.

Armeggia ancora.

Si alza sui gomiti, contorcendosi. 

Armeggia ancora. 

Con la sigaretta in bocca. 

Apro il blog.

Vorrei scrivere una lettera a mio padre, visto che le lettere mi vengono parecchio bene in questo periodo. Sul fatto che non mi abbia insegnato ne a nuotare ne ad amare. 

Ma sono distratto dal movimento. 

Sbuffa, chiude la borsa, si gira. 

Mi guarda.

La guardo.

Sopra i trentacinque anni, mi è impossibile definire l’età di una donna. Sbaglio sempre. Tipo io le darei quarantadue anni, ma so che è sbagliato. Che poi ne ha trentotto. E ci rimane male. 

E queste cose, mio padre, me le ha insegnate. 

Ci guardiamo.

Sorride.

Sorrido.

Mi fa il gesto della fiamma con il pollice.

Le annuisco con la sigaretta in bocca. Un Marlon Brando con il naso troppo grosso e il costume aderente. 

Mi alzo per portarle l’accendino, che sono un signore. 

Ho le mani sudate. 

Scivola, come un pesce.

Oplà

Dritto nell’area grigia che divide un gesto carino da un flirt.

A trentasei centimetri dalle sue gambe, sul confine dell’asciugamano. Che se ci chiniamo insieme, prima di tutto ci facciamo un gran male a cozzare con le teste, e poi arrossiamo e ridiamo.

Lascio il colpo.

Si allunga a prenderlo.

Accende la Muratti.

Me lo porge. 

Dall’alto, osservo due cose. La prima è che lei deve avere proprio quella vista lì. Precisa sul pacco. Ergo, convengo con me stesso che non avere erezioni in piscina rimane una buona teoria. Inoltre che ha un bellissimo taglio di occhi. 

E un marito.

Ha la fede.

Rientro alla mia postazione.

Inizio la lettera a mio padre.

Hey baby.

Ah no. Questo non lo capirebbe come inizio.

Ho sempre avuto un problema a iniziare i discorsi con mio padre.

Per quello preferivo non farli del tutto. 

Mi immergo nello schermo. 

Sudo. 

Io sudo bene. 

Cioè, ho una sudata omogenea, dilagante, totale. Mica solo le ascelle.

Sudo.

Concentratissimo.

Lei arriva all’angolo sinistro del tavolino.

– scusa se rompo

-…

– ma mi si è spenta

-… prendilo è lì, ci mancherebbe

– grazie

– di nulla

-…

– anzi se vuoi tienilo. Ne devo avere un altro nella borsa

– non è normale avere accendini nella borsa della piscina

– metti che servono a te. Io ce li ho

Ecco. Questa frase non serviva. E’ una evidente invasione di campo della zona grigia. Quella tra il flirt e il nulla. E io non volevo il flirt. Devo scrivere a mio padre.

Ho la sindrome del Vitellone. Cristo.

Mi scappano le frasi da vitellone senza nemmeno volerle. 

Lei sorride e se ne va. 

Ricomincio a scrivere, ma mi sorge da riflettere su questa cosa qui, che sparo frasi da vitellone a sconosciute nemmeno belle. 

E non lo voglio fare.

Sia ben chiaro.

Chiudo il pc.

Vado a nuotare.

Avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Dieci stile, dieci dorso, dieci stile. Dieci rana. Respiro. Piscio. 

Esco ad asciugarmi. 

Forse a mio padre non è il caso che scriva. Abbiamo, noi maschi della famiglia, il cuore debole. 

Tengo tutto per me. Tanto il dado è tratto. Ho imparato a nuotare e ad amare. 

Autodidatta. Andata. Fatto. 

E nuoto anche da dio.

Ritorno al mio tavolino. 

Mi siedo. Scivolo sulla sedia di plastica. 

C’è un biglietto sotto lo zaino. 

Scritto su un pezzo di carta di giornale. 

Corriere, credo.

“grazie dell’accendino. Sei carino”.

Prendo l’accendino.

Brucio la carta di giornale. 

E voi direte, tu ci racconti tutto questo per dirci che vieni broccolato in piscina. Vecchio marpione. Per gonfiare il tuo ego. Noi siamo il calzino che ti serve per gonfiare il tuo ego.

Cari lettori, amate lettrici, non sia mai. 

Il mio ego è perennemente gonfio. 

Non ho certo bisogno di voi. 

La verità è che quel biglietto mi ha ferito. Più di un colpo di pistola nel petto.

Cercherò di essere conciso.

io, da sempre, ho un effetto strano sulle donne. 

Io o piaccio cento o piaccio zero. Cioè o sono bellissimo o bruttissimo. 

Concordo, peraltro, con entrambe le scuole di pensiero.

Nessuna, mai, mi ha lasciato nel mezzo. 

Carino si dice a un gatto. O a un portafoto dell’Ikea. O a un bambino. 

Tra le altre cose, non puoi dire carino a un uomo che hai visto quasi totalmente nudo.

O ti piace tutto o non ti piace nulla. 

Sono in costume. Non puoi dire: carino si, ma dovrei vedere gli addominali.

Te li ho spiattellati in faccia. O meglio, non te li ho spiattellati in faccia, non avendoli. 

Ah, carino, ma sai io sono una che guarda i piedi degli uomini.

Impossibile che tu non li abbia visti. Sono la cosa più lunga che ho del mio corpo.

Carino, cristo, è indegno.

Ma chi ti vuole, indecisa donna sposata che si rosola in piscina?

Chi ti ha cercata?

Carino.

Bah.

Cioè:

– scusi, per lei Franz è:

1) Bellissimo

2) molto bello

3) brutto

4) mortacci che cesso

5) non sa/ non risponde

Non esiste la cinque, baby. Carino non esiste. 

Mi fa piacere essere uno o due. Ma anche tre e quattro. Ci sono abituato. Ma cinque no. 

Carino, no. 

Mi ha rovinato la serata. 

Non ho scritto a mio padre.

Non ho un business plan.

E sono carino.

Carino.

Carino va di pari passo con quello che suona la chitarra in spiaggia mentre gli altri limonano duro dietro le sdraio. 

Che poi era quello che facevo, suonare la chitarra.

Carino va di pari passo con quel genere di risposte che sono dei giri di parole per dirti che sei un gioco che non vale la candela. 

Carino.

Io nella vita voglio essere tutto tranne che carino.

Maledetto me che ho dato da accendere a una che fuma Muratti.

 

Life is short fritz. Smoke Muratti and be Carino!

 

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