Allucinazioni e Nuvole

Piove.
Bora da Nord, forte, pungente, che porta nuvole nere, basse, di quelle che fanno spaventare anche il mare. La ciotola con i pinoli raccoglie la pioggia, i pinoli galleggiano, le candele si bagnano e i pini marittimi sventolano come bandiere. Una tempesta da Nord, arrivata con qualche avvisaglia di freddo nella notte. Sembra il ponte dei Morti.
Camminiamo, io e il Piccolo, in cerca di altri pinoli, in un parcheggio sul retro della pineta. Armati di un sasso e di una piccola busta di plastica.

– basterá?
– per cosa, amore?
– per prendere tutti i pinoli
– credo proprio di si. Qui ce ne staranno almeno cento.
– io ne voglio di più. Dobbiamo prenderli per mangiare tutti.
– tutti chi?
– Baloo, Paperino, Ettore.
– Ettore?
– Ettore il bagnino.

Il Piccolo è molto ecumenico. Insieme al suo orso preferito e al suo peluches, aggiunge anche il bagnino Ettore per il lauto pranzo a base di pinoli.
Ettore, in veritá, remava sconsolato sul suo pattino, invitando i russi incuranti del freddo ad uscire dall’acqua.
Questo fine agosto, mi ha detto, non porta nulla di buono.
Da che punto di vista?
Fidati.
Di un bagnino?
Te sei svelto, cittadino.
Piú che altro, ho fatto il bagnino.

Credo che la depressione del giovane sia dovuta alle massicce partenze delle giovani russe che popolavano la spiaggia.
Il ricambio non sembra aver portato nulla di buono per la caccia grossa di Ettore.
Pallide famiglie, uscite da un luglio d’inverno, pronte per il sole, e arrivate con la pioggia.

Il mare piatto e scuro, gli ombrelloni chiusi, il vento freddo, lasciano, questo posto senza il suo carnevale migliore. E lasciano i bambini ciondolare per i vicoli, obbligati a trovare qualcosa da fare.

Leggo, ascoltando il rumore della pioggia, e il freddo che entra nel costume. Dopo l’abbuffata di pinoli, Paperino e il Piccolo russano placidamente.
Paperino, dopo una settimana di mare, sembra uscito da un lungo rave. È sporco, umido, spettinato e con delle strane macchie sul becco.

Mi godo il primo giorno senza il vetro nel dito del piede, dopo una pericolosa operazione chirurgica eseguita in giardino da un prestigioso staff medico armato di catino, acqua, forbici sterilizzate con accendino con scritto I Love Sea, rhum e tre lumache come assistenti. Esito positivo, piede in ripresa, diritto allo skate abusivo a piedi nudi riacquisito.

Quando sono stanco ho le allucinazioni. Da sempre. Entro in una specie di viaggio allucinatorio in cui confondo la vita con il resto, rispondo in ritardo agli stimoli e fatico a interagire con il mondo.
Cercavo un posto per dormire, l’altra notte, senza aver la forza di dormire.
Appoggiato a un muro, di un angolo abbandonato, mi sono addormentato respirando pianissimo.
È stato li che Eddie Vedder, scendendo le scale, mi ha suonato NothingMan sorridendomi.
– grazie fratello, ci voleva.
– di nulla. Chiamami se vuoi anche Sirens.
– mah, adesso dormirei un po’ che ho paura di avere le allucinazioni dalla stanchezza.
– stai in pace, fratello! Ah, e non scaricare musica illegalmente.

Mentre Eddie si allontanava, con passo feroce si è avvicinata Courtney.

– sei proprio un pagliaccio
– amore ti posso spiegare
– non devi spiegare un cazzo. Figlio di puttana.
– davvero aspetta
– solo perchè lei fa le pompe meglio di me, non è vero?
– non ricordavo tu mi avessi fatto delle pompe
– stronzo, io ti amo
– cazzo a saperlo prima mi organizzavo meglio.
– tu sei… tu sei… un vigliacco. Solo perchè lei è più figa di me. Stronzo vigliacco.

Girandosi mi ha lanciato un pacchetto di M&Ms finito.

È sempre stata irruente, Courtney Love. Da sempre.
Anche gelosa, a quanto pare.

Mi sveglio per il rumore di un paio di infermieri che scendono le scale e urlano fra loro. C’è luce fuori. E ci sono le M&Ms ai miei piedi.
A riprova, andando a sillogismi, che Courtney Love mi faceva le pompe e che ci siamo lasciati per una ancora meglio. Sorrido. Direi che va alla grande, se è così.
O più semplicemente a riprova che mi sono addormentato a un metro dai bidoni della differenziata in fondo alla tromba delle scale. Direi che va di merda, se è così.
Opto per la versione in cui io e Courtney ci siamo amati.
Fermo un infermiere e chiedo dove ci sia del caffè.

– sempre al solito posto, dove c’è il bar. Ma guarda che il SERT è chiuso oggi, niente metadone.
Non credo di aver bisogno di metadone.
Solo di un letto e di una pausa di venti o trenta ore di sonno.

Trentasei ore dopo mi trovo a guardare la pioggia. Io il pacchetto di M&Ms lo ho tenuto. A riprova di quanto la vita sia, a volte, pittoresca.
Io e Courtney, se ci penso…

Padri Adriatici

Sono giorni che tento di finire quel dannato racconto. Niente da fare. Sono giorni che tento di leggere. Sedaris, Terzani, Pessoa. Niente da fare. Appena mi siedo, appena mi appoggio al letto, appena mi rannicchio contro il pino marittimo, mi metto a pensare. I pensieri, leggeri e belli, mi divorano come le zanzare, e finisce che bevo il mio vino, accendo l’ultima sigaretta e lascio che il sonno mi mangi lentamente, partendo dalle gambe.
L’umiditá della sera, la luna piena, la rana nascosta nella siepe, e la processione di insetti che ingorgano il pavimento del terrazzo come la tangenziale di Milano al mattino mi portano dritti nel letto. Inconcludente.

Qualche settimana fa, in preda alle celebrazioni del buon vivere, camminando a piedi nudi per la piccola piazza di Camogli, mi sono inflitto la punizione peggiore: un coccio di vetro infilato dritto nell alluce.
Oggi, a distanza di tempo, davanti a un mare molto diverso, quel piccolo pezzo di vetro mi ricorda tutte le sfide che i miei piedi hanno perso. Scogli, ricci, sassi, vetri, ceneri, aghi di pino, sole, sabbia cocente.

Un brulicante coro di voci prende spunto e disapprova sonoramente il mio camminare a piedi nudi, il mio andare in skate a piedi nudi, il mio stare nudo in genere.

Oggi, armato di buona volontá, ho insegnato al Piccolo a pescare le sogliole, che si nascondono nel basso fondale, portate dalla fiducia nello Scirocco e nel caldo umido che rende le acque popolate più del solito. Poi gli ho anche insegnato la differenza tra una zoccolaccia di basso livello e una più gradevole scalatrice sociale.
Diffidare dalle scalatrici sociali è importante, caprine le prerogative fin dalla tenera età è importante. Andare oltre il mini costume che inchioda un anno di abbonamento in palestra all inclusive, e osservare i piccoli particolari. È bello pieno, su questo mare unto, di personaggi che vivono il sogno di un incubo fatto di abbronzatura perfetta, cabrio coupè e mini abiti dai colori del semaforo.

Culturalmente, credo si tratti del polo opposto al mio gusto. Se il mio gusto fosse Capo Nord, qui sarebbe l’Antartide balneabile, con comodi lettini prenotabili su online e piadina in consegna telefonica.

Capitolo a parte merita la piadina, che credo essere l’alimento che meno mi piace nel mondo commestibile, forse appena sopra alla bietola e a pochi passi dalla carne cruda.
Qui è elevata a religione, costringendomi nelle noiose vesti di un capo ateo della ribellione.

Ho l’anima che scalcia, che dovrebbe riposarsi invece scalcia.
Non scrivo per questo, nonostante il vino bianco ghiacciato e il tempo, che sembra non passare mai sotto il pino marittimo.

Forse vorrei essere così come i padri adriatici, con le mani giunte dietro la schiena, i piedi a mollo nell’acqua calda e sporca, mentre raccontano della bellezza indomita di una macchina o delle possibili formazioni della Nazionale.

Questa notte siamo andati a vedere le stelle cadenti. Che qui si guardano facendo fuochi d’artificio e con grossi fari sparati sulla spiaggia. E un po’ mi è mancato il buio delle mie spiagge, il freddo umido dei miei scogli e le stelle che, senza luna, arrivano da sole, senza santi ne calendari.

Ne ho vista una talmente grossa, talmente luminosa, talmente cadente, da sembrare fatta apposta per un turista distratto. Per avere un ricordo perfetto, per rimpiangere qualcosa o per sperare qualcosa.

Ho rimpianto e sperato anche io. Mentre me ne andavo per rintanarmi sotto il pino marittimo. Che la luna piena lo divora, illuminando gli aghi.

Stanze buie, ricci, profumo di matite

Atto primo

Mi ricordo che andavamo pigramente seguendo la strada che, come un serpente, si snoda sulla costa del Big Sur.
Avevamo cercato lo spot migliore, lungo i faraglioni di Santa Cruz,, per surfare le onde insieme alle otarie nelle alghe. Avevamo cenato sul molo, respirando tutta la lentezza della periferia, davanti al Pacifico. Cercavamo la casa di Miller, dentro la foresta di sequoie, a pochi passi dal sentiero che porta fino al mare e alle ville abbandonate, in legno azzurro, che prendono tutta la nebbia bagnata del Pacifico e tutto il vento salato della costa.
Portavo con me un quaderno, un libro e una busta di tabacco. Come se, per tutte le emergenze bastasse questo.
Il Big Sur è fuori dai giri turistici. I parchi, Los Angeles, San Diego e forse Las Vegas.
Maledetta Los Angeles, così brutta eppure così capace di attirare turisti che si perdono Frisco, Sausalito, Santa Cruz, El Carmel e Lucia.
Lucia è l’unico punto di ristoro in tutto il Big Sur. La magia di tavoli di legno sospesi sul nulla delle colline che scendono ripide verso l’oceano, l’aria frizzante, e quel genere di viaggiatori che ti fanno venire voglia di vedere solo posti così nel mondo. Avevo comprato un libro, a San Francisco, alla City Light Bookstore, insieme alle poesie di Ferlighetti e a una copia di un saggio su Fante. Un libro di Carver. Il mio primo libro di Carver.
Ho iniziato a leggere seduto sulle assi di legno umido a Lucia, mangiando un hamburger di gamberi e bevendo una birra media. Davanti a me una coppia di olandesi cercava, senza nemmeno darlo troppo a vedere, un posto dove appartarsi. Fare l’amore, in effetti, è la prima cosa che ti viene in mente nel Big Sur. Con una donna, con una moto, con un libro o con la natura, semplicemente aspettando che gli scoiattoli arrivino curiosi fino alle mani, mentre il vento spazza gli alberi della foresta e le otarie nuotano pigre intorno agli scogli.
Leggere Carver è come quegli scossoni che il maestrale da ai grossi traghetti, che fanno spaventare le signore e digerire i marinai. Resta in mente, Carver. Per sempre.
Ci sono mani, pagine, parole, rumori e baci che cambiano le sorti di una vita per sempre.
Quella maledetta birra, quello strano hamburger di granchio e quel libro, insieme, mi hanno cambiato come solo la California può fare.

Atto Secondo

Avevano scelto il giorno sbagliato. Erano seduti sugli scalini, scaldati dal sole, che davano sul garage. I piedi nudi sentivano il caldo, e non c’era un gran bisogno di parlare. Era il giorno sbagliato per parlare, forse anche il giorno sbagliato per fare l’amore, di sicuro il giorno sbagliato per partire.
Passava un filo di luce nella stanza, che illuminava i vestiti buttati per terra in un disordine perfetto per dipingere tutto il desiderio. Dal prato veniva solo il rumore di fondo della cittá d’estate. E il rumore del loro silenzio, interrotto da un bacio sul collo. Aveva questi vestiti che facevano sembrare brutte tutte le altre donne, e queste labbra che facevano sembrare inutili tutte le altre scuse. E questa fame, che insieme alla sua faceva rima perfetta in una poesia di mani, gambe e pance che si scontravano dolcemente.
Avevano deciso di giocare al gioco più pericoloso del mondo, quello di volersi senza poterlo fare, di amarsi senza averne diritto, di lasciarsi cadere, come i vestiti, in un disordine perfetto.
Avevano cercato di fermarsi, a vicenda, per il pudore del gioco.
Avevano ceduto, a vicenda, all’esplodere della fame, alle rime tra le gambe e le mani, alla vittoria delle labbra.
Seduti sui gradini caldi, aspettavano che arrivasse il momento per andarsene.
Senza nessuna voglia di andarsene.
Senza nessuna risposta alle domande della ragione.
Lui scavava nei pensieri.
Per trovare un aggettivo, preciso, che chiudesse tutti quei vestiti, tutti quei gemiti, baci, sorrisi, sguardi. Quel suo stringerle i polsi, e quel suo lasciarseli stringere.
Fumava guardando il prato, l’umido del caldo, il silenzio della cittá.
Baciando distrattamente una spalla.
Ci sono questi momenti, nella vita di un uomo, in cui non servirebbe nient’altro che questo. Solamente questo.
Per sempre. Invecchiare baciando una spalla con la quale si è lottato, in un disordine di vestiti e lenzuola, aspettandosi per poi sorridere, con gli occhi che esplodono e chiedono: ancora, perdio, ancora.
Invecchiare così, strafottenti del mare del mondo, ma attenti osservatori delle nuvole e del vento. Come due guardiani di un faro. Illuminarlo fino alla fine, invecchiare così, senza che il mare faccia paura.
Ascoltava il rumore delle sue parole, dette piano, per non disturbare la quiete, mentre cercava un aggettivo. Una parola precisa. Le parole sono troppo importanti. Possono racchiudere un destino.

Principianti.

Ecco la parola.

Principianti.

Rivestendosi, senza fretta, aveva pensato di dirle che aveva trovato la parola che racchiudeva tutto.

Principianti.

( se mai tu non avessi letto Principianti, di Carver, corri ai ripari al più presto. Che è uno di qui libri in cui puoi nascondere tutta una vita. Se mai tu non fossi stato nel Big Sur, a Lucia, corri al riparo al più presto. Che è uno di quei posti in cui senti di essere, finalmente, arrivato).

Lettere dal bagnasciuga

Mia amata Tess,
ti scrivo dopo una lunga giornata, la prima a dire il vero, di sole.
Qui il sole è fondamentale, diversamente non c’è nulla da fare, se non sedersi in un caffè, ordinare del caffè, e aspettare il sole.
La mattina il mare, battuto dal ritmo in levare del vento di terra, è fresco e pulito. Si vedono i granchi che si nascondono, e questa eterna acqua bassa sembra quasi ospitale.
Nuotarci è un lavoro sporco, bracciate su bracciate per arrivare in un niente, visto che fuori dalla spiaggia e dalle piattaforme petrolifere non c’è nulla.
Acqua, infinita. E fredda. Nuoto. Pensando, in tutte le sue forme, alla fine del mare. Un pensiero pericoloso, quello della fine.
Soprattutto quando sei all’inizio. Mia piccola Tess, so che ti infastidisci quando prendo questo ritmo serio e pensieroso, che io sono al mondo per farti ridere di quel riso che illumina il cielo.
Al pomeriggio amo perdermi nel leggere. I libri mi pesano sulle mani, mentre la carica di animaletti che popolano il giardino. Le formiche sono le più audaci. Le lumache, che il Piccolo adora, non escono di giorno dal gelsomino. Una rana, che credo dorma nella fioriera di lavanda, esce solo quando l’ombra è sicura. Leggo e osservo gli animali, cullato dal respiro del Piccolo che dorme un sonno sereno, un russare talmente pacifico da essere invitante.
Alla sera faccio lunghe gambate con lo skate, fino al canale che divide le ville. Erano paludi, adesso ci sono ville molto eleganti, con i muri dipinti di grigio scuro che quasi fanno impallidire il lusso della Florida peggiore. Restano paludi, in cui illusioni di ricchezza si affondano insieme alla felicitá. Il mio andare, lento e fastidioso, a piedi nudi, sullo skate. rompe la quiete finta di tutte queste anime, che mi osservano come se fossi un pazzo.
Ritorno dalla strada che costeggia la pineta e mi fermo a fumare sotto i pini marittimi, che mi ricordano il mare bello e profondo che mi fa sentire a casa. Si sporgono, con i tronchi, verso un mare che non c’è, pini di palude e pini di pineta. Come se sapessero che a Est, in fondo a tutte queste ville, c’è davvero il mare.
Mi viene in mente, sotto i pini, un rullante ritmo di ricordi. Che sotto le pinete, di fronte al mare, ho scoperto delle grandi veritá. Il mio passato, mia piccola Tess, è un ingombrante ospite a tutte le mie cene. Solo per me, non te ne spaventare. Io sotto i pini marittimi ho scoperto il dolore del tradimento, il rumore del desiderio e il profumo della nostalgia. E tutto mi torna, disperatamente, alla testa, appena mi fermo.
La sera aspetto che questo mondo si fermi, che tutti si nascondano negli hotel davanti al mare, accendendo le luci delle camere, come formicai al neon, per camminare sul mare e pensare. Ascolto buona musica, questo lo devo a un fratello l’anima più preziosa che conosco. Cammino, lascio che la sabbia umida mi invada i piedi. Questo è il momento in cui scrivo. Mi siedo sulle fioriere dei bagni, osservo i ragazzi che si rincorrono. Vanno a scopare, Tess. Diciamocelo. Hanno la fottuta libertà di confondere l’amore con un preservativo comprato con la timidezza di un catechismo insegnato per troppo tempo. Ma finiscono su quel confine che spaventa, andando avanti con gli anni, come se fosse un punto di non ritorno. Quando sai benissimo che quello, forse, è il meno.
Che dare l’anima è molto più pericoloso che cedere, maliziosamente, alla dolce tortura di una mano.
Tess, se il mondo si fermasse qui, mi mancheresti.
Faccio del mio meglio per credere che le nostre due anime, che sono sbagliate per molti, possano essere davvero sbagliate.
Dovresti ascoltare la musica dei miei pensieri, quando penso a noi due insieme.
Faccio del mio meglio per immaginare questo nostro amore, come se fosse infinito come questo mare. Che le mie braccia, prima di prenderlo tutto, sono stanche. Che mi fermo, aggrappato a una boa arancione, con il fiato corto, capendo di averne attraversato un pezzo minuscolo.
Tu, mia amata Tess, sarai la ragione per cui molti non respireranno, per cui molti si fermeranno, per cui molti non parleranno. Tu sei così, come la bellezza esplosiva di un quadro o di una canzone. Arrivi a toccare quel fondo di cuore che gli uomini nascondono sotto le loro vite.
A me, mia amata, fai solo venir una gran voglia di presente. Che è il nostro tempo, un tempo in cui il passato non fa male e il futuro non fa paura.
Prima di essere il mio futuro, dovrai essere il mio presente. Prima di essere il mio passato, sarai stata un lungo presente.
Perchè tu sei una storia diversa da tutte quelle che questi maledetti pini mi ricordano.
La notte, mia dolce Tess, scrivo fino a dormire. Per poi continuare a scrivere, cose che forse è meglio non scrivere. Per questo restano sogni.
Un amico, un fratello, mi chiede se sono felice. Ascoltata la risposta mi chiede ancora: cos’è stare bene?
Io ho imparato con te a rivalutare il concetto di abbastanza.
Che non sarai mai abbastanza.
Il concetto di veritá, che non mi fai paura con le tue veritá, e le mie non ti fanno paura.
Un fastidio, come l’aria umida quando scrivo di notte, divorato dalle zanzare, come il rumore del mare. Se ci pensi, un fastidio piccolo piccolo.
Questo mi spaventa Tess, il non aver paura di te. Delle tue verità, e del tuo domani.
Tess, vorrei che la tua voce accompagnasse il mio sonno, che la tua pancia accompagnasse il mio desiderio, che le tue gambe mi portassero attraverso le stagioni e che le tue labbra mi raccontassero l’estate.
Nessuna bugia, nessuna parola di troppo, per questo, alla fine, chiudo il quaderno, svuoto le scarpe dalla sabbia umida, fumo l’ultima maledetta sigaretta finendo quel che rimane del rhum e mi sdraio nel letto umido.
Perchè so che un giorno, queste cose ce le racconteremo ridendo.
Che due che si amano davvero, sono due che sanno ridere del passato e del futuro, seduti sospesi sulla fune tesa dal presente migliore che possa esserci.

Sai che ti amo.

Tuo

Frank

Sausalito, Agosto, 1982

La fattoria degli animaletti

Il Piccolo sta prendendo dimestichezza con l’utilizzo dei toni. Da oggi è ufficialmente in grado di rispondermi male, con tono altezzoso. Sta facendo le prove, alle quali rispondo in modo differente ogni volta.
Vorrei avere tutta la sicurezza educativa che vedo in molte madri, o lo sconfinato amore che vedo in sua madre e che le permette di passare sopra tutto. Ma io sono io. Armato di quel filo di pazienza che mi è rimasta dopo un giorno passato in macchina a sfiorare l’esodo, il grande esodo di agosto, evito per un soffio di fracassagli la testa contro l’angolo della sdraio, decidendo di ignorarlo.
I bambini non conoscono le misure, figurarsi le mezze misure. E quando iniziano a prenderle, si lotta.
La tregua viene siglata grazie all’intervento di un divano letto che ha avuto il merito di apparirgli come il Letto Più Grande Del Mondo.
Ci si è infilato con soddisfazione e pianificando di invitarci la sua amica, per dormire insieme.
Che come progetto, devo ammetterlo, mi ha fatto anche sorridere.
Io ho battuto in ritirata sulla sdraio, armato di una bottiglia di Brugal, due libri e una grossa candela gialla, citronella, che ha il compito di arrestare l’armata di animaletti che popolano il giardino.
Aspetto pazientemente che il pianobar del Grand Hotel smetta di proporre tutto il repertorio di canzoni strappa applauso, sorseggiando il rhum e rileggendo mail. Non scriverò. Non leggerò.
Starò sospeso in una amaca intessuta di stanchezza e stupore.
Verso sera abbiamo camminato fino al bagno dove si balla sui lettini, si beve, si salta, si urla.
Evidentemente fuori luogo, il Piccolo per una ventina di anni in meno della media, io per una decina di tatuaggi in meno della media, siamo stati ai bordi del divertimento. A lui piace vedere, con gli occhi limpidi di un bambino, tutto questo bordello. A me decisamente meno. Ma sopporto.

Ho preso lo skate, a piedi nudi, per andare a comprare delle verdure. Scivolando tra le radici che fanno esplodere l’asfalto e bande di giovani donne ubriache sono arrivato al piccolo negozio di alimentari sudato e puzzolente.

Mi ci vuole sempre qualche ora per ambientarmi. Qui chi viaggia tutto l’anno in seconda classe, vuole sentirsi in prima, e quelli della terza, escono allo scoperto per assaggiare il rumore che fa la ricchezza di quelli che tutto l’anno fanno questa vita.
E io, a piedi nudi, armato di un anacronistico skate e di una maglietta sudata con scritto Frank Turner, che sembra che l’abbia rubata al piccolo talmente mi va stretta, faccio a pugni con il paesaggio.

Una volta, qualche estate fa, abbiamo preso una casa che dava dritta sulla ferrovia. Dopo la ferrovia, bastava scendere nel sottopasso, il mare. Niente altro.
Andavo a correre fino al piccolo porto, annusavo l’odore di pesce, di piscio e di nafta, e tornavo.
Poi mi mettevo a leggere, davanti alla ferrovia.
Nuotavo contro corrente fino agli scogli e mangiavo frutta con il Piccolo.
Era un posto strano. Sembra, ancora oggi, che nessuno, lo conosca.

Ho un pino marittimo che butta aghi secchi esattamente sopra la mia testa, un triangolo di cielo che manda cinque stelle, l’odore della citronella e del rhum e l’umido del mare che arriva a bagnare la maglietta.
Ho il sonno di tutto quest’anno.

Rivedo in me oggi, pezzi mica tanto rimossi di quel me che ieri ha fatto parecchio bordello.
La differenza, se proprio vogliamo trovarne una, è che oggi riconosco questi pezzi, riccioli nero corvino dall’anima pura, e li accarezzo senza paura.
Credevo, quell’estate in cui mangiavo frutta con il Piccolo davanti alla ferrovia, che tutto fosse a posto.
Mai mi sarei aspettato l’autunno, l’inverno e la primavera che sono arrivate, puntuali come solo le stagioni sanno fare, poco dopo.
Credevo, in quella casa nascosta dalla ferrovia, di essere protetto da tutto il resto.
Senza sapere che tutto il resto era lì, ad aspettarmi come solo il destino e le coincidenze sanno fare.
Guardo le formiche, le cimici e le forbici che passano sul muro bianco.
Ad animaletti, quest’estate sembra che si sia a posto.
Guardo il triangolo di cielo.
Non ho più paura.
Non scriverò e non leggerò.
Ma sono capace di stare qui da solo, ad aspettare.
Questo, nonostante l’Adriatico, mi sembra un gran passo avanti

Il Baia di Lesmo (rivisitazioni d’autore)

Kundera, Pennac, Garcia Marquez, Hornby, Tropper, Haddon,  Millar, Carver, Bukowski, Fante, Miller, Calvino, Baricco, Benni, De Luca, Vargas, Pinketts, Scerbanenco, Dazieri, Winslow. La prima mensola è a posto. Sono molto fiero di me, sudato, e sinceramente compiaciuto di tutto il mio passato da lettore. 

Ho questo fastidioso problema, con gli scrittori in vita e in attività, che non puoi mai prevedere quanto spazio ci voglia sulla tua mensola. Così è stato per Winslow, Sedaris che ormai occupa un bel pezzo di mensola. Me lo sarei aspettato da Tusset, che con un esordio bellissimo, prometteva di essere un grande e prolisso scrittore. Invece un cazzo. 

Mi da l’idea, questa cosa di mettere a posto la libreria, di un lavoro eterno, che non finirà mai. 

Qualche libro l’ho messo nella grossa valigia verde che riposa aperta da una settimana in attesa di essere riempita. Ho messo tutti i libri che vorrei leggere o che mi basta solo portare con me questa estate. Uno skate, due paia di Vans identiche, due buste di tabacco. 

Dimenticherò qualcosa sicuramente, pensavo gironzolando per casa. 

Io sono un eroe del bagaglio da un giorno. Il mio trolley nero, dimensione standard, colore standard, è pronto. Camicia bianca, mutanda, calza, dentifricio, lucido nero scarpe, un libro di riserva, due pacchi di tabacco, profumo. Quest’anno abbiamo, io e il mio trolley nero, fatto settantanove volte un viaggio insieme. Siamo una bella coppia. E siamo solo a metà dell’anno.

Invece la grossa valigia verde mi fa paura. Gli spazi sconfinati che invitano a infilare l’inutile insieme al dilettevole, dimenticando l’importante e l’indispensabile. 

Un dramma. 

Trovo una bottiglia di Brugal, tutta sola. Ancora sigillata. La metto in valigia. Non dovrebbe mancare più nulla. Ho scaricato Marvin Gaye. Ho messo a posto la scrivania. Diciamo che sono pronto. 

Dicono che al Piccolo stia iniziando a piacere il passeggiare dopo cena. Sono sicuro che sia stato mio padre. Che usa la scusa della passeggiata postprandiale per fumare due sigarette di nascosto. Cammineremo, come vuole il Piccolo. 

Vuole anche una tavola da surf. Credo si riferisca alle tavolette da nuoto. 

Mi fa sempre molto ridere questa cosa dell’esodo estivo. 

Mi fa ridere, da tre anni a questa parte, la mia camaleontica capacità di adattamento al mare di merda. Perchè di questo si tratta. 

Mi fa sempre molto ridere che veniate su questo blog cercando “Il Baia Di Lesmo”. A rileggere i commenti al post che appunto si chiama Il Baia Di Lesmo, credo che il titolare o chi per esso, si sia arrabbiato per la mia recensione. 

Non se ne abbia male. Non sono capace di fare recensioni. Soprattutto ai locali. 

Era appena nato, questo blog. Erano anni ruggenti. Erano serate bollenti. Credo, nel 2004, di essere stato sobrio un paio di mesi. Avevo appena cambiato lavoro, ragazza, casa, pettinatura. 

Mi fa sorridere questa incapacità moderna di andare alla cieca. Metà della bellezza di un viaggio è nel non sapere bene che cosa ti aspetti. Metà della bellezza di una serata è nel vedere l’umanità in calore che da spettacolo. 

L’effetto sorpresa, nella vita, dovrebbe essere tutto. 

Quest’anno parto, in fretta e furia. Lascio molte cose a metà. 

Ma è come se non partissi. 

 

 

Imbianchini

Era una cosa da fare. Lo si intuiva dalle crepe nelle pareti, dal nero sopra i caloriferi, dalle dubbie macchie di umidità sul soffitto. I muri parlano e raccontano le storie di una casa. Le piccole crepe che ricordano un bicchiere lanciato, come se la rabbia fosse capace di stare tutta in un bicchiere, raccolto con una paletta di plastica blu e finito nella differenziata dell’amore, ultima porta prima dei box. I buchi ricordano foto che non ci sono più. Forse sono solo cadute le cornici, forse sono cose inopportune da ricordare, o forse si voleva mettere quella foto in cui il Piccolo sgrana gli occhi davanti a un cucchiaio di formaggio fuso, che poi si capisce che è una foto del cazzo, che piace solo a noi, che in casa ci sta anche male, e che il Piccolo in quella foto sembra un grosso babbuino scemo. L’ombra di polvere appoggiata sui libri lascia aloni che raccontano storie stupende. E gli elefanti sulla mensola raccontano i miei viaggi. Ogni viaggio un elefante, una piccola gara tra il kitsch e il soft core, tra elefantini di ceramica e bestiole di legno con intarsiati nomi in hindi o arabo che chissà cosa cazzo c’è scritto in fondo. Ogni casa nasconde delle storie, come la foto finita dietro ai libri su Magritte, chissà come, proprio di fianco a Tropper. Una foto di un uomo, io, e una donna di cui non ricordo nulla se non il sapore delle storie che sapeva raccontarmi con le labbra e il ciuffo biondo. Avevo vent’anni, lo stesso pareo rosso che uso oggi, un paio di ridicole collane e degli orrendi occhiali azzurri. Sul muro nudo rimangono i segni, mentre svuotiamo lentamente le stanze. In silenzio. Impilo i libri nella camera del Piccolo, cercando di mantenere ordine e rispetto. Ogni pila è un ricordo. Io non rileggo mai niente. Ma ricordo tutto. Quello che voglio ricordare.

Avrei preso in mano la situazione io, da vero uomo, armandomi di qualche pantalone che non uso più, di un paio di vecchie scarpe da ginnastica, costruendo un ridicolo cappello con la carta di giornale e camminando come un cavallo in processione tra gli scaffali del BricoCenter per comprare latte di vernice, spazzole, rulli, guanti, teli di plastica come quelli di Dexter, scotch di carta, e sicuramente qualche cacciavite con misure in pollici, che quelle fottute viti della moto sono tutte in pollici.

Non sono quel genere d’uomo. Pensavo di esserlo. A un certo punto della mia vita. Pensavo di assomigliare a mio padre, che a sua volta è pari pari mio nonno. Date un qualsiasi cacciavite, una pinza, un pennello, un martello, una chiave inglese, in mano alla mia famiglia, da parte di padre, e otterrete un efficiente riparatore, manutentore, elettricista, imbianchino, idraulico. Sull’antennista abbiamo da lavorare, ma è questione generazionale.

Invece no. Io no. Io avrei voluto, invece no.

Qualche anno fa, stufo dei lamenti continui di mio padre sulle evidenti cicatrici dei muri di casa nostra, ho aspettato la sua partenza e ho deciso di imbiancare tutta la casa. Di più, sul muro di camera mia, fare un disegno, a colori.

La cosa si è rivelata una grandiosa trovata per fare l’amore sui materassi appoggiati in soggiorno, per ascoltare buona musica e bere vino sporchi e stanchi in terrazza alla sera. Sulla qualità del lavoro, una volta finito, ho avuto i miei dubbi. E mi sono fatto aiutare da un piccolo esercito di amici e amanti. A farlo da solo, sarei ancora a staccare scotch di carta dagli angoli della cucina.

No, non fa per me.

Anche se, a raccogliere preventivi, mi viene il magone. Sapere che buona parte del mio stipendio di luglio se ne va in vernice bianca, che poi diventerà gialla, che poi si creperà e che poi richiederà ancora un pezzo del mio stipendio, e così via all’infinito, mi lascia malinconico. L’unica, per come la vedo io, è incrementare i propri guadagni fino a non sentire il peso dell’imbiancatura sullo stipendio.

Ho chiesto in giro, ho staccato volantini dai pali della luce, ho fatto girare la voce. Il risultato è stato che un piccolo esercito di uomini mi ha citofonato, osservato le crepe, toccato il giallo che era  bianco, sparato il suo preventivo. Ad alcuni non ho nemmeno avuto il coraggio di rispondere. Ad altri ho risposto offrendo delle birre.

Ho deciso, una notte, di spostare il mio criterio di scelta dell’imbianchino su due aspetti importanti:

– che parlasse spagnolo, perchè mi sarebbe un sacco piaciuta l’idea di girar per casa elencando i soprammobili e i dettagli in spagnolo.

– che la cifra non superasse la soglia psicologica del mezzo stipendio.

Ho trovato una coppia di sudamericani, molto economici, molto sudamericani e abbastanza preparati sull’argomento muffa. Il progetto del bagno, che ha richiesto, questo lo ricordo bene, che un interior designer di bagni prendesse le misure con precisione chirurgica per incastrare tutto, offrendo anche uno schema di piastrelle che lasciasse una sensazione di caduta e libertà, testuali parole, si è rivelato come uno dei più grandi incubatori di muffa d’Europa. Venissero con dei barattoli, potremmo produrre della penicillina per eserciti. Che uno si sente in colpa quando fa la doccia con la finestra chiusa, e a novembre far la doccia con la finestra aperta c’è da sentirsi parecchio stupidi. Anche a chiamare un interior designer per il cesso, ci sarebbe da sentirsi stupidi, ma quando si mette su casa, tutto è lecito, sia l’amore sia l’interior designer.

Stabilito che i due non capissero quasi un cazzo, ne in italiano ne in spagnolo, abbiamo deciso di abbandonarci alla fiducia. Sfondando una quarantina di luoghi comuni, che vedono i sudamericani come inaffidabili. Credo che i sudamericani lo sappiano. E che non gliene fotta un cazzo.

Difatti, hanno sbagliato giorno, ordine dei locali, e hanno lasciato evidenti tracce del loro passaggio.

Ci siamo ritrovati in casa, tutto coperto da teli trasparenti con grossi goccioloni di vernice, la camera del Piccolo trasformata in un improbabile magazzino, i mobili spostati al centro delle stanze. Ci siamo ritrovati con le voci che fanno eco. Come quando la casa era vuota. Come quando, una sera di giugno, ho disegnato con il mozzicone di una sigaretta, un grosso cuore sul muro grezzo del soggiorno. E ci ho messo le nostre iniziali.

A spanne, credo si trattasse dello stesso angolo nel quale il muratore rumeno pisciava nella bottiglia di Coca Cola tagliata a metà.

Giravo per la casa vuota a giugno e la immaginavo piena. Non di mobili, ma di gente. Piena di un futuro che prevedevo tranquillo e disegnato da una mano ferma e perfetta.

Non immaginavo crepe nei muri e nell’amore.

Questo è il bello di metter su casa molto giovani.

Ripasso il dito sulla vernice fresca, umida, del corridoio. Ricordo perfettamente l’attenzione con cui, le prime sere in questa casa, pulivo le piastrelle una ad una, per togliere l’alone che un cantiere troppo lungo aveva lasciato. Inginocchiato, armato di spugna abrasiva, sfidavo l’opaco naturale di piastrelle che nascevano opache, per renderle lucide.

Immaginavo un futuro disegnato sapientemente, dritto perfetto, come la mensola sospesa che tiene tutti i miei libri. Immaginavo una felicità fatta di questi muri e di queste finestre. Quella stessa felicità che vedevo nei muri e nelle finestre della casa dei miei. Costruita senza pretese e con pazienza.

Ho addosso una stanchezza troppo grande, mi siedo a guardare i libri e a pensare a quale dei miei fratelli chiamare per rimettere tutto in ordine. In quell’ordine preciso. Pennac, Kundera, Baricco, Haddon, Vargas, poeti e pittori, Winslow, Storia e filosofia, eccetera eccetera. Si sono aggiunti, da quando la mensola era vuota, libri bellissimi, storie bellissime, crepe grandissime.

Sono troppo stanco, adesso, per fare ordine.

Fumo, camminando in cerchio attorno ai teli. C’è quella piccola tavola da surf comprata a Castro, che sembra un tagliere per verdure di un gigante, che nel nuovo ordine delle cose non troverà posto. Lo so da me. Sono esperto di traslochi.

Ho cambiato, sotto questo tetto, molte carte in tavola. Che poi non era nemmeno la stessa tavola, a essere pignoli.

Ecco, ho imparato a non essere pignolo.

Che tra il bianco e il nero, c’è il grigio, che a ben guardare è una moltitudine di colori in uno.

Ci hanno anche scritto un orrenda trilogia, che la Signora ha voluto, offendendo la storia della letteratura mondiale, mettere proprio vicino a Sedaris. Inavvertitamente. Ne sono sicuro. Nessuno con una minima coscienza letteraria metterebbe della spazzatura vicino alla grande narrativa contemporanea.

Ho lasciato che le luci si spegnessero in casa. Ho aspettato che si spegnessero nel quartiere. Torno da un viaggio lungo e stancante. Ne stavo iniziando un altro. Non è il momento di parlarne. Non è il momento di insistere sulla punteggiatura della vita, baby.

Nemmeno sugli apostrofi. E’ il momento di scrivere. Recupero una bottiglia di grappa, memoria di qualche natale. Recupero un paio di cuffie da un cassetto.

Mi siedo contro la finestra del soggiorno. Si sente l’eco di quello che faccio, ultimamente.

Apro il computer, che mi si illumina la pancia con la luce del monitor, che è l’unica luce di tutto il quartiere. E’ notte anche per questo.

Lascio al caso la base musicale. Mi ritrovo qui.

Una canzone con una tonnellata di ricordi. Recenti. Quasi. Dolorosi. Quasi. Quasi piacevoli. Dovrei ritrovare il quaderno su cui tenevo nota di tutto quello che ci eravamo detti. Inguaribile romantico. Credo di averlo buttato nella differenziata dell’amore.

Non ricordo.

Scrivo due o tre cose bellissime. Senza nessun senso. Senza nessuna punteggiatura a disturbare.

Periodi lunghissimi, frasi troppo lunghe.

Un brutto racconto, scritto benissimo.

Mi fa bene scrivere, in questo tempo.

Ho demoni da scacciare, che scompaiono schiacciando i tasti.

Si sente l’eco dei tasti, fa meno male, molto meno male, tutto questo buio.

Parte questo.

Che è un disco molto particolare. Perchè lo so tutto a memoria. Tutto. Lo sapevo suonare tutto. Lo ho suonato e cantato tutto un milione di volte. Forse un milione no. Ma quasi. Ho fatto tutto con questo disco. Tutto quello che ho fatto ha una canzone di questo disco di sottofondo.

Smetto di scrivere.

Guardo fuori dalla finestra.

Non è più il momento di scrivere. E’ un periodo strano, questo.

Canto Anna Begins.

Sotto voce.

Impercettibile rumore, coperto dal traffico.

Canto Round Here.

Non ho dubbi. Lo so ancora tutto a memoria.

Mi guardo intorno. Per tirare via l’amaro della grappa bisogna muovere il collo.

Per tirare via le lacrime del presente, a volte fa comodo appoggiarsi al passato.

Ho tutta un’estate davanti per scrivere questo cazzo di racconto sugli imbianchini e sui miei muri.

Non ho fretta.

Sto scrivendo tutte le notti. Tutte le notti.

Non ho fretta.

Rimetto Round Here.

Mi sdraio. Il freddo delle piastrelle fa cadere tutte le ipotesi d’estate sulla mia schiena, che si gela.

Io non ho mai avuto paura del futuro. Per questo sono qui, come sono.

Che è un pensiero, converrai, che meriterebbe un racconto a se stante.

Io non ho paura nemmeno adesso. Per questo sono qui, a scrivere di notte, mentre tutto mi dorme attorno.

Che è un pensiero, ne converrai, che meriterebbe un racconto a se stante.

Molte delle cose che sto facendo in questo mese meriterebbero racconti a se stanti.

Scriverò come un matto.

Non riesco ad andare a letto. Che fa bene stare qui. Non riesco a dormire, che ho i ricordi che fanno a pugni con i muri bianchi. Non riesco a smettere di pensare a settembre, che fa a pugni con luglio.

E in questi casi, come sempre mi ripeteva Gabry, l’unica è:

stai fermo, bevi e attaccati al cazzo.

Che Gabry sapeva suonare tutti i Counting Crows, sapeva ridere di tutto e sapeva anche riassumere molto bene quel modo di stare sdraiati, fermi, immobili, a respirare tutto.

Restare attaccati al cazzo.

Poesia allo stato puro.

 

 

Bungalows

Da quando ero molto piccolo, diciamo da quando ne ho memoria, ho coltivato due grandi certezze estive. La prima, dalla quale poi derivano molte delle mie passioni, manie, malattie, è che amo il mare. L’amore è così viscerale che, per assurdo, riesco a ben tollerare quasi tutto quello che sta attorno al mare in se. Quando scorrazzavamo per le spiagge del nord della Sardegna, ad esempio, abituati alla perfezione dei posti, ben tolleravamo lo scadente sciabordio di tutte le specie di arricchiti arroganti che, armati di Rolex e camicia, invadevano il posto rischiando di rovinarne la poesia. In Liguria, a Ponente e a Levante, ho imparato a convivere con tutto, pur di avere il mio mare e le sue montagne che mi davano le spalle. Tollero, seppur a fatica, l’Adriatico rumoroso, le discoteche, le piadinerie, lo struscio, le zanzare. Tutto per il mare. Una cosa sola non riesco a tollerare, ormai da anni, e questa è la mia seconda certezza estiva: i villaggi turistici. Io odio i villaggi turistici. Io odio tutto dei villaggi turistici. Dalle animatrici, ai giochi organizzati, alle bacheche con le foto, al Miniclub, al minimarket, alle piscine con bagnino. Tutto. Io, in un villaggio turistico, mi sento giá male nel parcheggio numerato.
Ovviamente sono l’unico in famiglia ad avere questo problema. Ragion per cui, per ventisei anni abbiamo fatto vacanze in villaggio. Ventisei estati. Ho visto sorgere, crescere, svettare e tramontare la storia dell’animazione turistica italiana. Dal cortese e piacione fine anni novanta, fino al truzzo pseudoritardato perennemente sorridente degli anni recenti, ho una cultura di animatori di tutto rispetto. Contrariamente a quanto si possa pensare, non ho una grande esperienza di animatrici. Solo in un paio di stagioni, prima del millennium bug e subito dopo, ho avvicinato con successo due animatrici. Una, non ricordo il nome, era la titolare del miniclub e mi ricordava terribilmente Aretha Frankiln. La seconda si divideva tra l’accoglienza nel parcheggio e i pompini a tarda notte dietro al chiosco della spiaggia, motivo per il quale con pazienza mi sono messo in coda un pomeriggio nel parcheggio per avere diritto al mio posto dietro al chiosco la sera. Niente di memorabile.
Da quando ho uno stipendio, guadagnato legalmente, mi oppongo con forza al tentativo famigliare del pianificare a febbraio il villaggio di luglio.
Che uno a febbraio ha così tanta voglia di ferie che prenoterebbe anche un carcere.
Sono anni che ci provano. Tutta la mia famiglia adora i villaggi. Adora andarci, scoprirne la fatiscente struttura, goderne, lamentarsi, e rientrare a casa con delle foto ricordo scattate durante la serata danzante del giovedì.
Col cazzo.
Rispondo solitamente.
Da quando il Piccolo è entrato nella mia vita, comprensibilmente, ho fatto del compromesso un’arte.
Piuttosto che tenerlo ciondolante in giro per i giardinetti della cittá, con improbabili tassi di umiditá, sciami di zanzare tigre e impietosi padri in pinocchietto, ho accettato che venisse internato con parte della mia famiglia in strutture correttive estive, i villaggi preferiti di mio padre.
Parte del mio programma di questo fine settimana era, in effetti: dormire, socializzare con il Piccolo, scrivere finendo due racconti (Cristo e Imbianchini), nuotare fino a non sentire le braccia e lasciare che la moto curasse la mia anima.
Di tutto questo, per un’affascinante serie di eventi, non ho fatto quasi nulla se non ritrovarmi nel centro di un immenso villaggio vacanze, in preda a una vera e propria crisi depressiva, sotto minacciose nuvole cariche di pioggia.
Quando piove, nei villaggi vacanze, la tensione è palpabile.
La colazione servita fino alle ore nove impedisce a chiunque di pianificare un renitegro del sonno perduto nelle notti cittadine di luglio.
Mi avvicino alle fette biscottate, osservo il surrogato di Nutella e la marmellata alla ciliegia, fermo una cameriera.

Vorrei dello Yougurth e del the verde.
Non abbiamo the verde
Io bevo solo the verde
C’è il cappuccio o l’espresso
Vorrei uno yougurth magro
Non è compreso nella sua tariffa
Lo pago. Qualsiasi cifra
Vedo cosa posso fare

Mi sento solo e molto incompreso. E piove.
Credo che l’intento di girare per i tavoli, armato di birilli, con una giacca colorata vistosamente fuori taglia e lo sguardo affabile, sia quello di, in qualche modo, dare il buon giorno alla popolazione del villaggio.
Credo.
Perchè per me non lo è. Lui gira, metodico, fermandosi a scambiate battute con tutti gli ospiti. Io voglio il mio cazzo di the, il mio cazzo di yougurth, una fottutissima sigaretta e un giornale. Tutto, possibilmente, in silenzio.

Buongiorno! Arrivato oggi? Si ferma molto?
No.
Uh, che sguardo truce. Non si demoralizzi, la pioggia passerá! E oggi c’è lo spettacolo del mattino.

Brutto bastardo coglione, io prendo uno di quei cazzo di birilli colorati e ti rompo, metodicamente, il setto nasale, colpendoti numerose volte, fino a quando non perdi i sensi.

Il Piccolo, invece, è comprensibilmente eccitato e gira tra il Mini Club e la Piscina (modernamente attrezzata in stile caraibico, dice la brochures) in preda a attacchi di iperattivitá e felicitá non motivata.

Osservo mio padre, in canottiera e sandalo, attraversare la piazzetta con una bottiglia di whiskey sotto braccio. Anche se, logicamente, non riesco a capire che cosa cazzo ci faccia, alle nove e mezza di domenica mattina, con una bottiglia di whiskey sotto braccio, lo apprezzo per la sua capacità di adattamento alle situazioni della vita. Sono uomini che hanno fatto la guerra.

Il Piccolo viene rapito da una congregazione di uteri ruggenti, che al grido di

piove, fa freddo, c’è umido, copriti, attento, non vorrei che ti ritorni la bronchite

lo riporterá alla luce solo diverse ore dopo, vestito come un maestro di sci.

Mi ritrovo solo nella piazzetta. Alcuni tavoli sono pieni di gente. Nuclei famigliari e compagnie di ragazzi.

La pioggia mi impedisce di programmare qualsiasi cosa. La musica, filo diffusa da un centinaio di altoparlanti sparsi ovunque, è una playlist di un uomo evidentemente schizofrenico. Pezzi da discoteca anni novanta seguiti da hard rock seguito dai classici del country.

Una animatrice bionda, giovane e ancora carina se non fosse per delle orrende scarpe con le molle, si avvicina sbattendo le mani su un pallone.

Giochi?
No
Torneo di beach!
No
E dai! Forza che ti facciamo sentire giovane ancora!

Che poi è lo stesso claim che mi ripeteva una sua simile fuori dal bordello di Varsavia dove volevamo entrare a festeggiare non ricordo più cosa un paio di estati fa con dei colleghi.

Io non voglio sentirmi giovane. Io voglio essere vecchio. Con del the, un giornale e delle sigarette. Per ora.

Che lavoro fai? Lavori in banca anche tu?
Ho la faccia di uno che lavora in banca?
E che ne so! Lavorano tutti in banca…
Io no. Sai dove si possa recuperare un giornale?
Oggi il minimarket è chiuso!
sai dell’esistenza di edicole oltre al minimarket?

Mi osserva, accarezzando la palla.

Te lo prendo io!

Essere per contratto, obbligatoriamente, servizievoli.

Parte, sculettando, verso la piscina. Dubito che sul fondo della piscina si trovino dei quotidiani, ma non no le forze per opporre resistenza.

È pieno di gay
Papà, ti prego. È mattina presto.
No davvero. È pieno di gay. Ti da fastidio se mi siedo?
Che cosa ci facevi con una bottiglia di whiskey in giro prima?
Provviste. Ce ne sono parecchi. Coppie. In giro. Come se nulla fosse, a passeggio per il villaggio.
In effetti, come tu ti permetti di girare in canotta con una bottiglia di whiskey, non vedo perchè la gente non possa fare altrettanto
Non dire stupidate. E’ diseducativo.
Cosa, esattamente?
Che girino così.
Se vogliamo sostenere questa conversazione ho bisogno di un caffè.
Te lo offro io. Vado a prenderne due.

Ritorna la ragazza bionda, con in mano un giornale. Una improvvisa e molto positiva svolta nella mia vita.

Grazie
E di che! È il mio lavoro!

Lo prendo in mano. È del giorno prima.

È di ieri…
E che ne so! È un giornale, l’unico che c’era in reception.

Cristo.

Trovo stupendo che abbiano lo zucchero all’anice, sembra di correggere il caffè. Dove hai preso il giornale?
È di ieri.
Cosa te ne fai del giornale di ieri?
Me lo ha portato l’animatrice bionda,
Ah, una ragazzina proprio carina.
Una ritardata.
Smetti di essere cattivo. Ecco guarda. Quelli sono omosessuali.
Può darsi. Sono uomini, sono due, girano insieme. Dovrebbe bastare, in effetti papá.
Tu scherzi, ma è diseducativo
Anche noi siamo due, soli, a un tavolino
A proposito, facciamoci una bella chiacchierata. Che ne dici?

Guardo il cielo, nuvoloso e bianco, e l’anfiteatro che si sta riempiendo minacciosamente di bambini. Non ho scampo.

Mio padre ha usato questa espressione tre volte nella sua vita. Quando gli ho rotto il computer, lanciando un cuscino contro mia sorella che mi dava del coglione, quando sono stato beccato nel fervore onanista dei tredici anni e quando doveva dirmi che mia madre era morta, davanti al letto con le due vecchie zie che piangevano stringendo il rosario.

Niente di buono.

Possiamo rimandare a dopo l’estate, papà?
Non capisco cosa ti spaventi. Due chiacchiere tra uomini.
Davvero, per favore.
Andiamocene, perlomeno da questo covo di omosessuali.

Non ci sono omosessuali, papà. Li c’è una coppia, eterosessuale, con lei vistosamente vestita da mignotta, pronta a saltare in groppa al miglior offerente, li ci sono quattro ragazzi evidentemente eterosessuali visto che ogni volta che passa l’animatrice bionda hanno dei sussulti che riconosco come sani moti ormonali, e li ci sono due ragazze, amiche, che bevono birra. Non ci sono omosessuali. Ci sono persone infelici e alcolisti, ma nessun omosessuale. Capisci?

Spostiamoci lo stesso. Ti offro un caffè
Ancora?
Si, uno buono, di torrefazione. E compriamo i giornali.
Mi devi dire qualcosa?
Tu, forse, mi devi dire qualcosa.
Io ho moltissime cose da dirti, lo sai. Ma lo farò a tempo debito. Adesso voglio stare con il Piccolo.
È un bambino molto sveglio.
Sembra che la cosa ti stupisca.
Con un’educazione atea e disorientata, non me lo sarei aspettato.
Ha tre anni, cristo. Cosa cazzo c’è di ateo e disorientato nella Peppa Pig e nel voler correre a perdifiato dentro il mare?
Vedi che sei nervoso? Sei instabile e infelice. Ho ragione io.
Hai ancora la bottiglia di whiskey a portata di mano?
Bevi molto?
Non molto.
Sei felice
Berrei whiskey la domenica mattina. Perlomeno stamattina.
Ho paura che tu abbia perso la strada.
Oh cristo santissimo.
E non bestemmiare.
Non è una bestemmia.
Perlomeno sei soddisfatto?
Di cosa?
Di questo
Di un lager per ricchi che girano con un braccialetto colorato e che non hanno diritto a del cazzo di yougurth la mattina?
Smetti di dire parolacce. Tuo figlio capisce tutto. E registra. Sono come le macchinette per registrare la voce, a quest’età. Basta un attimo. Crescilo bene.
Ti piacerebbe crescesse come sono cresciuto io?
Non saprei

Di colpo cerca le sigarette. Ne tira fuori una, e se la accende.
Faccio lo stesso. Ripassa il coglione con i birilli, che ci saluta e ci invita a passare una buona domenica.

Io mi farei meno menate, papà. Sai benissimo come stanno le cose. Sono tuo figlio.
Per questo mi sento in dovere di dirti…
Aspetta, ti prego. Non dire niente.
Perchè?

Mi alzo, lo abbraccio. Non so bene a cosa serva, ma di sicuro a finire questo pericoloso scivolo che rischia di catapultarci tutti e due in uno spettacolo di cui non conosciamo il copione. Il copione che recitiamo è da sempre quello in cui io faccio le cose che ritengo giuste. E poi, davanti ai cocci rotti, lui pontifica la sua soluzione, mentre io cerco di rimettere a posto le cose.
Non ci sarebbe spazio per altri copioni. Ormai.

Lo prendo sotto braccio e gli dico

Andiamo a berci questo caffè di torrefazione, che questa merdata che spacciano per espresso è davvero pessima.
Ricordati, le parolacce.
Spero che anche il Piccolo sappia riconoscere una merdata di caffè e la chiami merdata.

Camminiamo, sotto la pioggia calda, verso il parcheggio. Incrociamo il giardiniere e un inserviente, che discutono di qualcosa.

Vedi che è pieno di omosessuali? Stanno tutti nei bungalows qui in fondo.

Gran Torino!

Prevalentemente ho scelto la mia macchina seguendo il solito criterio con cui scelgo le macchine. Non francese, dove si possa fare comodamente l’amore, anche se a me l’amore in macchina mi fa tristezza, con uno spaventoso sistema audio che posso mettere Frank Turner a un volume impossibile, sufficientemente capiente da accogliere la mia tavola da surf.

La mia macchina è finita in una carrozzeria ai confini con la civiltà, in quel limbo di non città dove in loschi capannoni, loschi individui fanno cose losche. Ci sono gli zingari, i topi e le lontre, ci vanno i ragazzini a provare le prime canne, le prime pistole, le prime siringhe, le prime sconfitte. Quel limbo di città che nessuno vuole vedere, difatti ci costruiscono i cavalcavia così la gente ci passa sopra e non vede. Lì c’è la carrozzeria. Lì c’è la mia macchina, da tempo ormai immemore.

Mi hanno consegnato una vettura sostitutiva. Bianca, quadrata, piena di pulsanti divertenti. Non ci sta il surf, non ci sta l’amore, e Frank Turner suona una merda. Però pazienza, mi dicevo. E’ una macchina sostitutiva. La parola mi da conforto. Prima o poi mi arriverà la telefonata. Tornerà la mia macchina. Ascolterò ancora Frank Turner.

Ho conosciuto una donna. Una volta.

Abituata al surf, a Frank Turner e a far l’amore in macchina, a quanto ho capito.

La bellezza di una donna si misura in respiri e passi. La sua bellezza è infinita, passi infiniti e respiri infiniti.

Questa cosa, per altro, non dipende ne da me ne dal suo comico modo di muovere il naso.

La sua bellezza, in fondo, è scritta in molte poesie. Ha avuto questa fortuna, questa maledizione, dell’amore fatto di poesie e vino.

Essere scritta in parole di desiderio, disperazione, amore e sogno è una fortuna maledetta.

Ho ritenuto prematuro dirle che, a spanne, quel suo modo spinto e cinico di vedere le cose assomiglia drammaticamente al mio. Una maturità sorda al compromesso della realtà, con la capacità di trovare sempre un compromesso per i suoi sogni.

E quel suo modo di sorridere illuminando la notte buia, poteva essere facilmente scambiato per una rivoluzione nella vita di molti uomini. Non gliel’ho detto, che mi sembrava già abbastanza sicura di se.

Abbiamo avuto la fortuna di scrivere. Abbiamo scritto molto. Leggendoci, un uomo qualsiasi avrebbe potuto pensare che venisse da una sola mano, talmente la storia teneva botta al ritmo.

Lei poi diceva, sconsolata, ragazzone tu non hai ritmo. E mi faceva ridere. Perchè io il ritmo non ce l’ho mai avuto, tranne che a letto. E noi a letto non ci siamo mai stati. Tipo per dimostrarglielo.

Mi sentivo basso, barbuto e grasso davanti alle sue gambe lunghe, dritte e perfette. Sentivo la pancia gonfia, davanti alla sua schiena disegnata con cura. Sentivo le mani sudaticcie, toccando le sue dita affusolate. Per questo ho ritenuto opportuno glissare, camminare, aspettare.

Camminando insieme abbiamo parlato d’amore, di figli, di uomini, di donne. Abbiamo riso. Che quando ride, sembra possa tornare il sole da un momento all’altro.

Fortunato è l’uomo che ti porterà per mano sulle panchine di questa città, a far gli innamorati. Questo non riuscivo a dirglielo, perchè dopo tutto sono un uomo anche io. Ma lo pensavo guardandola. Fortunato quest’uomo.

Scopami, avrebbe risposto lei. Che diretta, per carità, sapeva esserlo.

Vorrei essere io.

Quell’uomo fortunato? Non puoi, ragazzone, non hai senso del ritmo.

No, vorrei essere io a dirti scopami e tu a pensarmi fortunato.

Non si capisce mai quando parli.

A proposito, sembrerà assurdo, ma questo ritmo, questo qui, non l’ho mica scelto io.

In effetti è assurdo, ragazzone.

Ma è vero.

Ok, me ne vado.

Ok.

Addio.

Addio.

Così più o meno è andata. Più o meno. Perchè una donna scritta nelle poesie parla molto più delicatamente. Ovviamente.

Ho avuto la strana percezione, per un secondo, che si stesse sbagliando.

Andandosene.

Io non sbaglio mai.

Mai.

Non avrò il senso del ritmo. Ma non sbaglio mai.

Riconosco nelle donne la bellezza e la paura. E le ho trovate tutte e due, sospese a litigarsi la libertà di una panchina.

 

A bordo della mia Gran Torino, sotto i cavalcavia che la gente supera leggera per non guardare sotto, ho pensato di fermarmi e chiamarla.

Ma non si chiama mai una donna per dirle: hai sbagliato.

 

 

 

 

 

Avevamo promesso

Un giorno ho conosciuto Claudia. Bionda, con un caschetto molto spigoloso e una voce profonda, le lentiggini del sole, e le mani buone per amare e arrampicarsi. A tutti gli effetti, Claudia è stata la mia prima fidanzata. Un giorno, di ritorno dagli scogli vicino all’isolotto, camminando sul bordo del sentiero, ci siamo dati la mano.

La sera, appena dopo cena, ci siamo ritrovati vicino al bar della spiaggia. E ci siamo ridati la mano. Poi, quando la luna è salita in cielo ci siamo dati un bacio sulla bocca. Aveva labbra piccole e spugnose. E un lucida labbra unto e scivoloso.

Abbiamo limonato per quasi tutta la notte. Senza il coraggio di toccarci.

E lo abbiamo fatto per i quindici giorni successivi, quasi ininterrottamente. Forzate pause per alimentarci e intrattenere rapporti con le rispettive famiglie.

Aveva, credo abbia ancora, un padre molto alto, con una grassa pancia e dei lunghi baffi.

E una madre bellissima. Che, a intuito, mi dava delle buone possibilità di investimento.

Il fratello rompicoglioni, invece, rappresentava un ostacolo ai nostri lunghi rendevouz sulla spiaggia.

Il giorno della partenza, mi sono messo ai bordi del parcheggio, aspettando che il padre finisse di caricare la macchina, e ho aspettato un bacio per quasi due ore sotto il sole.

Io restavo. Ci siamo scritti lettere per quasi un anno. Arrivavano buste colorate e profumate, le aprivo e leggevo con calma, cercando di ricordare la voce, che piano piano ho dimenticato.

Nel frattempo lei era tornata con il suo fidanzato. Ero stato una parentesi. Io, dal canto mio, ero troppo impegnato ad innamorarmi di una giovane fanciulla che aveva tutto quello che a me non piaceva. Sciava, aveva grossi quadricipiti muscolosi, adorava la montagna, i gatti, e le passeggiate per mano. Costruivo un fallimento, precisamente pianificato.

Claudia è sposata con il suo fidanzato storico. Ha una pancia enorme. Lei. Che pubblica su facebook in bianco e nero. Anche lui ha una panza mica da ridere. Lei è diventata bellissima, come la madre. Vive in Austria, come la madre. Insomma, a ben guardare, potevo puntare sulla madre.

Sorride, nelle foto con il pancione, esattamente come faceva in spiaggia. Sembra un invito. E’ una dimostrazione pacifica del potere delle donne. Splendida.

Un giorno, qualche anno fa, ci siamo sentiti. Faceva strano, e in fondo non avevamo nulla da dirci.

Si, ti ho amata alla follia. Credo. Credo tu abbia fatto lo stesso. Ma è stato per troppo poco tempo, o troppo presto, o troppo presto e per troppo poco.

Come se non valesse. Nella scala dell’amore.

Aspetto le foto dopo il parto, per verificare se quel miracoloso culo abbia retto all’impatto.

Credo che il panzone aspetti lo stesso.

Chiameranno il figlio con un nome bello dalla difficile pronuncia e dal senso misterioso per un latino.

Ogni tanto, quando volo sopra l’Austria, osservando le montagne, penso a Claudia.

E’ un pensiero strano. Leggero.

Come una canzone country.

In fondo io e Claudia non ci siamo nemmeno mai promessi di perdonarci o di soffrire insieme.

Quello rende il ricordo amaro, pesante.

Non ci siamo nemmeno promessi di farci felici per sempre.

Quello rende il ricordo insostenibile.

 

Ci siamo scritti tanto.

Rileggere le sue parole mi fa sorridere.

Rileggere le mie mi farebbe ridere di sicuro.

A Claudia non ho mai detto:

– ti amo

E lei non mi ha mai risposto:

– anche io.

L’artiglieria pesante, con Claudia non è servita. Il conflitto è rientrato prima che l’aviazione partisse.

Qualche soldato, al fronte, è rimasto a combattere per qualche mese.

Poi basta.

Pace.

Armata.

Ma pur sempre pace