Imprevisti

– madame ha lasciato questi per lei
– grazie, monsieur

I miei calzini blu, dimenticati accartocciati contro la scrivania. Lavati e ridotti a una sfera perfetta. Madame è molto gentile con me.
La conversazione con suo nipote è finita qui. Prima di tutto il mio francese non mi permette di andare molto oltre, e poi sappiamo tutti e due dove deve andare questa conversazione.

– è tardi, c’è ancora qualcosa di aperto per mangiare?
– no, monsieur, è domenica. È tutto chiuso.
– nemmeno il cinese davanti alla fermata?
– quello, monsieur? Quello non lo consiglierei nemmeno a un nemico.

Gli risparmio la conversazione e lo lascio alla partita del PSG. Esco e vado dritto dal cinese.
Che, nella lista delle cose che ti suggerirei a Parigi, non compare nemmeno come ultima possibilità.
Difatti è sempre vuoto. Mangi da solo, con una noiosa cantilena cinese in sottofondo, osservando le carpe che galleggiano in quello che, qualche secolo prima, deve essere stato un acquario.
Inoltre le salviette lavamani che ti portano hanno lo stesso profumo del detergente vaginale. Non chiedetemi come io lo sappia. Io lo so. E mi fa schifo succhiare gamberoni da una mano che sa di vagina pulita. Non sono per quel genere di esperienze. Gamberi e vagine sono ottime cene, separati.

Avrei dovuto essere in centro, coccolato dal rumore dei tacchi e dalle risate della gente. Nel casino di Chatelet, o forse imboscato verso Le Conservatoir. Parigi la domenica sera è un bel posto per perdersi tra la gente. Avrei dovuto farlo.
Avrei voluto.
Uno dei vantaggi del viaggiare è il dover affrontare una serie di situazioni che vanno dal pittoresco allo snervante passando per il pericoloso o il decisamente, mortalmente, pericoloso.
È un vantaggio, perchè ti porta a avere tutta un altra visuale sulla vita, quando sei sul tuo divano di casa.
Ma è anche, a titolo informativo, una fragorosa rottura di coglioni.

L’impiegata dietro al banco check in mi sorride mentre mi dice che sono in overbooking. È domenica, una domenica straordinariamente primaverile. Ho lasciato tutta un’intera famiglia addormentata, con le finestre aperte e il sole che scalda.
Ho guidato cantando e pensando a cose molto belle. Il sole, il surf, la depilazione integrale, la mia cena in centro a Parigi.

Ottengo un posto, rubandolo a un altro uomo, seguendo appieno la teoria del cane mangia cane, mi imbuco in una gigantesca fila per i controlli di sicurezza, aspetto pazientemente, poi meno pazientemente, poi decisamente incazzato e sudato, di arrivare davanti a un tizio scoglionato che mi fa togliere tutto, compresa la cintura e le scarpe.
Mi rivesto, arrivo al Gate e osservo le prime, acerbe, scene di isteria di gruppo.
Succede. Quando cancellano un volo.
E di voli ne cancellano parecchi. Perlomeno di quelli che prendo io.

Ci ritroviamo imbucati su un altro volo. Normale amministrazione.
Osservo il tramonto dal finestrino, mentre la mia vicina crede che le stia guardando le gambe. Ogni tanto, infastidita, si gira, per cogliermi in fragrante.
Le francesi sono così. Estremamente permalose. Nessuna donna ha gambe belle quanto un tramonto visto da un finestrino. Davvero.
Di gambe bellissime ne ho viste. E nessuna è come quello spettacolo di colori. E poi il tramonto dura poco, poi si può passare alle gambe. Volendo, di notte, due belle gambe possono saper ricordare un tramonto.
Adoro guardare fuori e fingere di riconoscere il paesaggio. Lo faccio sempre, quando volo con la luce.
Ah, ecco il Monte Bianco. Uh, Lugano. Eccoci a Zurigo. Guarda che bella Bruxelles.
Voliamo sopra una soffice coperta di nuvole, rosa e rosse per il sole.
Un gran bello spettacolo.
Atterriamo. Tutti. Tutti tranne la mia valigia.
Che arriva con una buona mezz’ora di ritardo, insieme a una borsa di pelle nera da dominatrice sado maso che viene presa da un simpatico nonnetto con il cravattino. Giocherellone.

Il taxista non ci vuole credere. Io nemmeno. Un ingorgo. Domenica. Alle otto.
Ecco, a Parigi gli ingorghi li fanno molto seri. O molto seri, o niente.
Tipo che stai fermo un’ora.
Il tassametro procede spedito.
Io finisco la batteria del telefono e le speranze di arrivare a cena.
Gli chiedo di cambiare indirizzo. Mi guarda come se gli avessi chiesto di andare nel Bronx.
In effetti, a vederla da fuori, ha ragione lui.
Per andarci devi avere delle ottime ragioni. Tipo essere nero, molto nero, avere delle vecchie Renault smarmittate, voler mangiare kebap seduto sul marciapiede, oppure volerti infilare sotto i ponti della ferrovia.
Oppure essere di quella cricca che la mattina dopo si sveglia e si infila nei grattacieli davanti, insieme a un buon mezzo milione di altri esseri umani.
I miei compagni sono tutti giá arrivati. Lo capisco dal fatto che l’acqua naturale è finita. Il distributore lampeggia. È rimasto il succo di mango.
Non conosco nessuno che si porterebbe in camera del succo di mango per bere di sera.
Non conoscevo nemmeno nessuno che lo beveva di giorno. Ma madame mi ha assicurato che va a ruba.
Per questo tiene due file di succo di mango e una fila di acqua.

Una volta in mezzo alla Pennsylvania, a un centinaio di miglia da tutto quello che comunemente in Europa passa sotto alla definizione di civiltà, ho trovato un posto che faceva dei grandiosi hamburger di pollo. Ottima cena, ho pensato. E anche delle patatine, grandi, con mostarda.
E una bella, grande, fresca, birra.

– non serviamo birra
– in che senso?
– nel senso che non serviamo birra
– ma è un fast food.
– non serviamo alcolici in tutta la contea
– nessun alcolico?
– niente.
– quindi?
– oggi c’è in promozione la Cherry Coke
– che sarebbe?
– cola al lampone
– cristo santissimo. Pollo, mostarda e cola al lampone
– la prende?

Un pomeriggio guidavo verso Dubai. Non è una bella esperienza, guidare un utilitaria in un posto dove il più sfigato degli stronzi guida un Suv grosso più o meno come un traghetto. Non vedi i tuoi vicini ai semafori, e ti senti oppresso.
Capito che non avrei mai raggiunto la destinazione in tempo per una cena, ho deciso di fermarmi in un posto che esponeva delle invitanti vetrofanie pronte a stimolare l’immaginario di un bianco europeo.
Panini, insalate, birre.
Dentro al locale, in verità, c’era solo un gigantesco bancone con delle frattaglie e delle verdure su un vassoio e del pane azzimo di fianco.
Ho ordinato indicando le verdure e il pane e ho chiesto una birra.
Come chiedergli di poter sverginare la sua primogenita.
È molto brutto avere un arabo incazzato davanti. Perché non capisci nemmeno se sia davvero incazzato o se sia semplicemente il tono di voce. Per quanto ne so io, quel convulso insieme di consonanti aspirate avrebbe potuto voler dire:

– benvenuto figlio di puttana cristiano. Hai anche il coraggio di ordinare birra, infedele del cazzo. E non ordini le frattaglie di capretto che sono così buone e così igienicamente conservate su questo bancone abbandonato a se stesso da due generazioni di ristoratori tra cui mio nonno Ahmed e mio padre Hussein.

– fratello, in pace ti dico che stai sbagliando, perché ho finito la birra. Avevo del rhum, ma ho finito pure quello, insieme a Ahmed e Hussein, i miei compagni di sbronze. Ma in pace ti do il tuo kebap vegetariano.

Mi piace pensare che si sia trattato della seconda.

Una volta ho visto uno scarafaggio scappare dal vassoio di polpette da dove stavo prendendo un bis, visto che il primo piatto mi era piaciuto molto. Ero a Damasco. Dirottato per un ritardo e poi un guasto. È abbastanza surreale mangiare a Damasco quando ti aspetti di essere a Gerusalemme.

Una volta, per rispondere a mio padre, ho perso il treno e di conseguenza l’aereo per tornare a casa. Per fortuna ero a Madrid, che è un ottimo posto per perdere il volo di venerdì sera.
È che mio padre mi chiama sempre nei momenti meno opportuni.
Una volta non gli rispondevo. Lo richiamavo.
Ma poi ho pensato: un giorno lo rimpiangerai.
E gli rispondo sempre.
Sono in riunione, con gente che si ucciderebbe volentieri per un budget. e mio padre mi tiene al telefono per osservare che il nuovo supermercato che hanno aperto ha solo un tipo di patate. Che quelle con il Selenio non le hanno.

Sto entrando dal cliente più importante dell’anno e mio padre mi chiama per dirmi che, a detta sua, l’autunno tarda. Che sembra ancora estate, ma che al Gazzettino Padano hanno detto che pioverà.

Questa sera, mentre passeggio nel nulla di questo stradone, lo chiamo io. Sono l’unico bianco di tutto il quartiere, e anche l’unico senza pittoresche ciabatte con il porta alluce di pelle.
Sono stanco e anche un po’ in rotta di collisione con questa solitudine urbana.
Ho voglia di immergermi in un problema diverso, tipo la coda all’edicola per colpa della signora che compra le riviste di gossip. O il supermercato che non tiene più due marche di pesce surgelato.
Invece niente.
Non risponde.
L’imprevisto dell’imprevisto.

Sedie Per Fumatori

Ciao

Regna in tutta la sala riunioni un piacevole torpore. Presentazione insopportabile che porta tutti a rivedere la definizione di noia.

Io guardo fuori dalla vetrata Hernest, parcheggiato in bella vista. E’ una bella giornata per perdersi in moto. Lo sarebbe, non fossimo forzatamente seduti a morire di noia.

Mi viene in mente che stavi proprio bene, con quel vestito di parole che ci siamo infilati addosso, appena dopo essersi tolti tutte le paure.

E’ stato bello, scivolarti addosso lasciando che fosse il respiro dell’erba a dirci di tornare a casa.

Mi sembra sia successo cento anni fa.

Forse qualcosa in più.

L’autunno mi fa bene, sai?

Scrivo tanto, tu un autunno con me non lo hai mai fatto. E’ un periodo strano, per i posti dove sto.
Fa già freddo, ma la gente insiste con le magliette. Come si fidassero dell’estate.
Sperando in un ritorno.

Le nuvole, qui, passano veloci, arrivano acquazzoni tremendi, l’acqua è fredda, le strade si inzuppano come pane, la gente corre da una tenda all’altra, fermandosi a guardare le pozzanghere.

La sera, quando cammino solo guardando le vetrine dei negozi, sono l’unico che non corre a casa.

Anche perchè la mia casa sta a mille e passa kilometri.

Non ho fretta, d’autunno.

Dimagrisco, sorrido volentieri, bevo thè verde fresco, che compro al piccolo negozio vicino all’irish Pub, proprio davanti al negozio di tele e cornici con la signora dai capelli color rame.

Ogni tanto mi fermo nella panchina davanti alla chiesa, mi siedo e scrivo.

Ritorno a Milano che è già notte, volo nel buio, è un pessimo periodo l’autunno per scavalcare avanti e indietro le Alpi.

Perchè ci sono delle sere che sei sicuro, te lo giocheresti, che si tratti dell’ultimo volo.

Che ballare così non lo hai mai visto.

Nessuno muore per una turbolenza. Le turbolenze sono come l’amore. Possono incrinare un’ala. Rompere un motore.

Gli aerei arrivano a terra lo stesso.

E’ una vita che faccio questa vita.

Dicono che non ci si stanchi mai.

Mi sento, te lo devo dire, un po’ stanco.

Ma sono felice.

Ecco, io d’autunno sono felice. Generalmente anche d’estate.

Difficilmente d’inverno. Che d’inverno faccio un sacco di cazzate.

Ma lo so già, sono tanti inverni che le faccio.

E mi sono preparato.

Ho scritto tre racconti d’amore.

Uno bello, uno mediocre e uno che è una storia brutta e dolorosa.

Uno dei tre è molto vero.

Gli altri me li sono inventati.

Seduto su dei ridicoli mattoni colorati, alla fine di un binario del treno che prendo per andare in aeroporto.

Che c’è scritto: Sedie per Fumatori.

Ma sono dei cubi ridicoli. E anche scomodi.

E l’amore, come le turbolenze e come le sedie per fumatori, è un po’ scomodo da raccontare.

Ci sta.

Molte cose mi sono più chiare in autunno, è che le parole che molti usano per nascondere, cadono come le foglie.

E allora uno vede meglio.

Guarda che l’autunno è bello, visto da una sedia per fumatori.

Condom Inio (umanità in fervore)

Vivo in questo appartamento da quasi dieci anni. Con ogni probabilità ci resterò ancora per qualche anno. Solitamente quando ci troviamo ad affrontare questa conversazione con conoscenti, vicini e parenti, inseriamo un “nonostante”.

Nonostante me ne voglia andare.

Nonostante la zona stia peggiorando.

Nonostante ci sono moltissimi problemi.

Milano è una città molto piccola, rispetto alle grandi metropoli europee. Eppure, con grande destrezza italiana, è riuscita a condensare tutti i problemi delle grandi metropoli in pochissimo spazio e, tutto sommato, pochi cittadini.

Quelli che pagano il prezzo più alto sono quelli che abitano nella cintura esterna. Fa brutto parlare di periferia, allora si parla di cintura esterna. Immigrazione, criminalità, traffico, smog, carenza di trasporti. Spuntiamo tutta la lista dei contro del vivere in città, a fronte di un solo pro: sono a Milano.

Molti se ne vanno, pochissimi a star meglio. Si infilano nei quartieri dormitorio della periferia, che hanno una classe energetica molto superiore, siamo d’accordo, ma una classe umana molto inferiore.

Io resto dove sono per una mera questione economica. Vorrei spostarmi, verso il centro e verso la vita, ma è decisamente impossibile per via dei soldi. Niente di straordinario. Non ho padri ricchi, madri ricche, nonni ricchi, zii ricchi.

L’unica è che diventi ricco io.

Tutto sommato, il nostro compromesso regge bene. E’ una casa abbastanza grande, in una zona abbastanza verde, abbastanza servita e abbastanza tranquilla.

Abbastanza e nonostante.

In questi quasi dieci anni ho socializzato il giusto con la fauna locale. Prevalentemente si tratta di arzilli settantenni, i primi proprietari, o di grassi quarantenni, i figli dei primi proprietari.

Un quartiere come un altro, pieno di gente.

Per uno strano progetto di deriva sovietica, negli anni 60 tutto il quartiere è stato messo sotto una singola amministrazione.

Doveva essere, allora, una cosa molto figa. Un progetto innovativo.

Sono circa 900 appartamenti. Tutti sotto lo stesso amministratore, con lo stesso gestore del riscaldamento, con le stesse spese da dividere, le stesse discussioni da affrontare.

Insomma, l’idiota che ha disegnato questo super condominio doveva avere una sfrontata fiducia nella democrazia e nella gente.

Entrambe, se messe a contatto, falliscono e si annientano.

La democrazia non può convivere con la gente.

E’ evidente.

Ieri sono andato alla mia prima riunione di condominio.

Ero curioso di capire che cazzo stesse succedendo in zona. Ultimamente stanno bucando tutte le strade del quartiere.

Pensavo avessimo trovato il petrolio.

Pensavo alle votazioni in quartiere per chiedere l’indipendenza, come la Scozia.

Invece no.

Una sera ho parcheggiato la macchina al solito posto, di traverso sul marciapiede davanti a casa. E’ una evidente infrazione del codice della strada. Ma è evidente che l’unico vantaggio dell’abitare in periferia non può essere infranto da una massa di vecchi idioti che per parcheggiare le loro utilitarie occupano due posti auto. Insomma, parcheggio dove cazzo mi pare.

Avevamo anche i vigili di quartiere una volta. Una pattuglia in bicicletta. Una tenerezza incredibile, dal punto di vista umano.

Ma non passano più da ormai sei legislature. Quindi niente multa.

La mattina dopo ho trovato la macchina impacchettata in una serie di transenne, cordoni, divisori di acciaio.

Pensavo a uno scherzo.

Invece era tutto vero.

Ho intravisto un tizio, vestito di blu, con uno strano carrello al seguito.

– Scusi

– ….

– scusi

– si?

– Mi sa dire come faccio ad uscire con la macchina?

– Eh, sembri di incastrat

– difatti

– eh si

– cosa facciamo?

– eh, cosa fasciamo. Io ti aiuta a spostari transeni e cancelo

– ok

– ma cosa succede?

– stani fascendi lavori

– questo lo intuivo

– si tuti quartieri

– ah

– ano chiuso di via davanti, tu no pasa

– e come esco dal quartiere?

– io lasciat machina fuori divanti a slunga

– bene, e io come esco?

– boh

– ma che cazzo.

– si, ma che cazu

– eh no, lo dico io. Che lavori sono? Insomma ci sarà un responsabile dei lavori, un capo commessa, un interprete, un qualcuno con una fottuta laurea in ingegneria, un rassicurante casco antinfortunistico e dei baffi?

– non so

– cioè tu non sai nulla? Insomma, non ti vuoi prendere le responsabilità di questa cazzo di idiozia!

– io consigno i volantini di carefur. Si vuoi ti aiuti a spostari machina.

Il cantiere, iniziato quasi due anni fa, ha previsto diverse fasi di sviluppo. C’è anche il progetto online. Sono due anni che provo a capire che cazzo stanno facendo, ma mi mancano, evidentemente, le basi culturali per capirlo.

Ho chiesto al bar tabacchi e in tintoria.

Abbiamo la nuova metropolitana. Il teleriscaldamento. La viabilità. Il mantenimento del manto stradale.

Tutto insieme.

Fico.

La nuova metro viene pronta nel 2021. Un tempo in cui, sperando nella mia ricchezza, sarò in una nuova zona della città, più centrale, dove probabilmente inizieranno il cantiere della metropolitana. Così da poter prendere la metropolitana nuova e andare in gita nella vecchia zona.

Ma una cosa mi ha incuriosito.

Il teleriscaldamento.

Il te le ris cal da men to.

Tu digiti teleriscaldamento su google e succede il finimondo.

Ammetto la mia ignoranza.

Forum, siti, blog, pagine solitarie.

Gente pro, e gente contro.

483.000 pagine su Google.

Ora, ieri sera si decideva il teleriscaldamento.

La logica del teleriscaldamento è abbastanza semplice. Ieri ti vendevano il gasolio per la tua caldaia. E tu pagavi anche i tecnici che riparavano la caldaia. Quelli tutti sporchi di kerosene che guardavano di traverso il culo di tua moglie.

Oggi ti vendono il calore. Una roba fighissima. Fanno tutto loro. Il kerosene, il metano, i tecnici, lo sporco, il fumo, a te arriva il calore. Io lo trovo fichissimo.

Ovviamente ci sono moltissimi contro, a soppesare il pro di comprare calore. Il primo, così per dire, è che nel costo del calore loro decidono quanto farti pagare per tutto il resto. Che magari in Finlandia è una cosa trasparente, una serena discussione tra biondissimi ingegneri. Qui puzza di maialata lontano un kilometro.

Insomma, una spinosa questione amministrativa.

Su cui nei ritagli di tempo mi sono preparato a dovere.

So tenere una conversazione sui Kilowatt ora, sulla dispersione termica e sugli scambi di calore.

Arrivo alla riunione in orario, capendo subito due cose:

– l’outifit previsto è: tuta da ginnastica e sandalo. Meglio se con borsello in cui ci sono tutti i verbali delle settantasei riunioni precedenti. Sembra un dettaglio, ma servirà molto.

– non si tratta di una riunione di condominio, ma di una cosa importante a cui la gente arriva preparata e agguerrita.

Il teatro del quartiere è pieno zeppo. Sul palco ci sono i due amministratori. Padre e figlio. E un Presidente d’Assemblea. E un Segretario. E due assistenti. Cristo. Questa è roba seria.

Io sono uno dei quattro presenti ad essere sotto i settant’anni.

Le altre tre sono donne incinte.

Sento chiaramente il pericolo dell’insieme anziani – donne incinte. E’ una bomba esplosiva.

Una cosa molto democratica è che tutti possono parlare. Bello in un condominio di sei persone. Carino in un condominio di trenta. Noi siamo novecento. Presenti all’appello 312.

Trecento dodici vecchietti con moltissimo bisogno di parlare. Con una storia da raccontare, con un passato da rivivere.

E con tutti, dico tutti, i verbali delle precedenti riunioni.

Inforcano gli occhiali, avvicinandosi al microfono talmente tanto che si sente chiaro il rantolino dell’enfisema, sfoderano la cartelletta con tutti i verbali e citano con interesse una delibera del 2001.

Ci eravamo detti. Mi sembra fosse stato deliberato. Ricordo che avevamo deciso.

Io non riesco a stare in coda per più di cinque minuti al bancone del bar.

In quaranta minuti sentivo forte l’impulso di alzarmi, dare fuoco a una poltroncina e scappare.

Decido che si può fare. Tutto tranne dar fuoco alla poltroncina.

Sulla porta mi ferma una donna obesa e sudata.

– Va via?

– Si

– Delega?

– Si

– A chi?

– Scarpozzi, civico 3 scala H

– ecco il modulo

– eccolo compilato

– mancano le motivazioni della delega

– delego lui per delegarlo

– eh, lo scriva

– ok

-…

– ecco il modulo

– ha votato la delibera sulle altalene?

– no

– ne stanno discutendo adesso

– bene

– ma la sua delega non vale per questa delibera

– okkei

– no. mica ok. deve votare

– per le altalene?

– si

– voto si.

– a cosa?

– per le altalene. Evviva le altalene. Lunga vita alle altalene

– non ha capito

– dica

– deve votare la delibera sulla manutenzione delle altalene

– okkei. Cosa si vota?

– in che senso?

– si vota tipo Si/No/Astenuto?

– esatto.

– perfetto, voto Si!

– non può

– perchè?

– perchè la votazione inizia adesso ed è nominale

– in che senso?

– chiamano il suo nome e lei dice: o si o no

– chiamano trecento persone uno alla volta?

– si

– invecchieremo qui

– in ogni caso non può andare

La questione sulle altalene la seguo in piedi in ultima fila. Sono pronto a urlare il mio si, ma il mio nome è molto avanti nella lista.

Chiamato in causa urlo: Si!

Mi giro verso l’uscita.

La cicciona mi ferma

– ora vado a casa

– non può

– ho votato le altalene

– non è finita

– devo sentire tutti che dicono o si o no?

– no, nella stessa delibera ci sono le strisce delle aree gioco.

– un’altra votazione?

– si

– E non si poteva fare una cosa sola tipo: Scaccabarrozzi, Altalene e Strisce, dica?

– no

– ok

– le conviene sedersi

– durerà tanto?

– dipende

– da cosa?

– dagli interventi

– gente che parla delle strisce?

– si

– okkei, deve essere una questione importante

– non ha letto il verbale?

– no

– discuteranno se è meglio farle blu o bianche. Le aree giochi sono blu, ma le strisce blu sono assimilabili ai parcheggi a pagamento, pertanto creano confusione all’utenza. Sicchè è stata vagliata l’ipotesi delle strisce bianche, che aprirebbero poi la questione sullo stato estetico della cosa.

– mi dica che non è vero

– verissimo

– moriremo qui, non è vero?

– non prima di aver finito tutte e sei le votazioni

Verso mezzanotte e mezza ho capito che questo genere di posti non fanno per me. Io non ho senso civico. O perlomeno, non ho interesse a esprimere la mia opinione sul colore delle strisce. E nemmeno sulle altalene. Se ci sono bene, se no inforco la bici e trovo un parco.

Verso l’una ho capito anche che la questione del teleriscaldamento è molto secondaria nella mia vita. Ho preso un abbaglio. Io non ho nessun interesse per questo genere di cose.

All’una e un quarto hanno dichiarato chiusa la riunione.

E tutti si sono spostati fuori a discutere.

All’una e un quarto.

A discutere.

Delle strisce.

Allora ho capito che non è il senso civico o il teleriscaldamento. A me non interessa la gente.

Nella maggior parte dei casi.

E ho anche capito che la prossima casa la voglio in un condominio molto piccolo, con pochi appartamenti, senza altalene, e possibilmente con meno vicini possibili.

Get rich, or die trying…

I migliori libri della nostra vita

Le ragioni per cui mi sta simpatico Mirko stanno tutte in una lista breve ma interessante:

– è Romano. I romani hanno questo vantaggio sociale di nascere, nella maggior parte dei casi, simpatici. Molto più, per dire, degli spezzini o dei milanesi. E romanisti, quasi sempre.  I romani, peraltro, tendono a vivere e riprodursi a Roma, che resta uno dei più bei posti nel mondo nonostante Moccia e i suoi lucchetti, er traffico, Alemanno e altre piccole malattie. I romani e Roma sopravvivono a tutto.

– Mi viene sempre a prendere. Quando sono a Roma, Mirko, che è un grande imprenditore romano, questo va detto, mi viene sempre a prendere per portarmi a pranzo. Voi ridete, ma quanti milanesi, torinesi, genovesi, lo farebbero?

– Mirko è un raro esempio di quel genere di uomo che passa sotto la definizione di bonazzo. Quelli, per dire, che poi le donne su facebook pubblicano le foto con i cuoricini sotto. Che nel linguaggio femminile vuol dire: ammazza che bonazzo. Seppur i bonazzi non brillino, generalmente, per intelletto, Mirko è l’eccezione che conferma la regola. E’ pure intelligente. Cioè, è uno con cui puoi sostenere discussioni sui massimi sistemi e sui minimi perizomi senza sentirti in difetto. Impagabile, e scolpito negli addominali, che piace tanto alle ragazze.

– Mirko legge. E legge bene. Rarissimo. Mirko è uno di quei cinque o sei lettori che rispetto.

Ecco, Mirko è stato l’ultimo dei miei amici di Facebook a invitarmi a scrivere la lista dei dieci libri migliori della mia vita. Una di quelle odiose catene che partono da due o tre disoccupati grillini che hanno finito di postare link spaventosi sulle scie chimiche e l’evidente nesso con le difficoltà di erezione nel Nord Ovest, che per investire il tempo si inventano queste cose.

Una di quelle cose che mi farebbe mollare Facebook, se solo non fosse tremendamente divertente poter osservare come gli altri invecchino malissimo, facendo sport che li rendono ridicoli, vacanze memorial di quando eravamo ggggiovani a Formentera e altre cose pacchiane di questo stile. Che poi, suppongo che anche gli altri, osservando il mio profilo pensino le stesse cose. Insomma, è divertente, con il piccolo prezzo da pagare di queste cose tipo le catene umane, i messaggi di Matteo Salvini forwardati da ottocento account, lo strapotere intellettuale di Selvaggia Luccarelli e il lunedì dei calciofili che pubblicano foto di Inzaghi e Allegri come se non ci fosse un domani. Robaccia, ma sopportabile.

E niente, a Mirko ho deciso di rispondere.

Io ho un master in liste. Io sono l’unico uomo che ha scaricato tutte le app che aiutano a fare liste. Ho interi quaderni di liste, un agenda che uso solo per le liste, Evernote pieno di liste. Io adoro le liste. Mi danno tranquillità. Quando volo, ad esempio, passo molto tempo a fare liste. Volando molto, faccio moltissime liste.

Con alcune potrei mantenerci il blog. Ma di lavoro faccio altro. Peccato.

Per esempio:

– I 5 posti migliori dove fare l’amore (non da soli).

– Le 10 cose da rimpiangere da quando c’è Internet. (dove in qualche modo, Redtube e la lista precedente sono remotamente collegati. Non vale fare l’amore con tutto il cast di Brazzer).

– Le 7 cose di te che parlano di te prima che tu ti presenti. Roba tipo il deodorante da supermercato, le ballerine, la maglietta di Pull & Bear con il tramonto a Los Angeles.

– Le 5 cose che rimpiangerai a quarant’anni. (limitando a cinque)

– Le 10 cose che sarebbe meglio fare con buon senso. Lista in cui la numero 7: fare figli, più possibile, ma con buon senso, sarebbe collegata alla lista precedente: farli prima dei quaranta. Resta sempre valida la regola che sarebbe meglio fare figli con qualcuno che si ama. No, il cane non vale. Qualcuno, di umano. Oh beh, se riesci con il cane, a volte è decisamente meglio di certi mariti. Vagina tua, scelta tua.

Insomma, prodigo di liste, sono un uomo felice. Solo una macchia, sul mio curriculum di produttore di liste, solo una grossa macchia nera.

La lista dei libri della mia vita.

Proprio quella.

Sono cinque anni che ci provo.

Avrebbe anche senso, su un blog di uno che dice di leggere dalla mattina alla sera, che compaia una lista di libri.

Invece niente.

Cioè, ho iniziato moltissime volte. Ma non sono andato oltre.

Il mio problema parte subito: il primo libro. Chi mettere per primo? Garcia Marquez? Kundera? Pennac?

Ma poi, quanto deve essere lunga questa lista? Baricco ne ha messi 50, un po’ di tempo fa.

Li trovate qui su Anobii. Che poi sarebbe il posto giusto dove parlare di libri. Difatti, dovreste saperlo, esistono diverse finalità per i social network. Le chiamano mission e target. Vi riassumo, con una lista:

– Facebook: prevalentemente serve per cercare relazioni extraconiugali, ma anche  per pubblicare le foto di Formentera e della Mercedes nuova. Facebook serve anche per protestare vivacemente contro tutto quello che vi pare, senza alzare il culo dalla sedia. Siria, Renzi, Napolitano, Allegri e Tavecchio. Tutto quello che vi pare. Insomma, che cerchiate figa o polemiche, è il posto giusto

– Linkedin: nasce per cercare di collegare i professionisti di tutto il mondo, cercare lavoro, seguire discussioni. In Italia viene usato prevalentemente per scrivere spaventosi curricula ultra specializzati da gente che ha impiegato nove anni per una laurea breve. E anche per cercare figa.

– Anobii: sarebbe il social network per gli amanti dei libri. Però, in Italia, se non sei di sinistra e non ti piace da morire Baricco sembra che non si possa usare. Qui di figa non si parla. Ma ci sono parecchi tipi umani, anche gente che ha letto Moccia o che fa recensioni dei libri di Osho.

– Tinder: beh, questo nasce proprio proprio per quella roba li. Rimorchiare. E, intelligentemente, non si può fare altro. Attenti, amici coniugati, che non vi ricapiti la moglie che state tentando di tradire. La vita è una roulette, ma qui c’è il grosso rischio di finire in roulotte.

– Grindr: è uno dei migliori per utenti omosessuali, per rimorchiare. Gli omosessuali, che che ne dica la Lega, sono anni avanti. E in pochi passi si rimorchia in zona. Il sogno del 95% degli utenti di Facebook italiani.

Mi fermo qui.

Comunque, la cosa che mi ha spiazzato di tutte queste liste di libri che i miei amici hanno pubblicato, è che nei dieci libri migliori della vita, dieci cazzo di libri che ti hanno cambiato, ci siano parecchi scivoloni. Io non sono nessuno, per giudicare i libri degli altri.

Ma col cazzo.

Ho speso gran parte della mia giovinezza a leggere, mentre voi limonavate in discoteca. Spendo gran parte del mio tempo a leggere, mentre voi limonate in discoteca. Ora, sul limonare in discoteca non sono un capo, ma di libri, cazzo, qualcosina ci capirò.

Per farti un’ idea di cosa sto parlando, apri qui. Ci sono i 20 libri più segnalati dagli italiani.

Ora, partiamo dalla domanda. La domanda non è difficile: i dieci libri più importanti della tua vita.

E tu ci metti Harry Potter? Ma chi cazzo sei, un bimbo di sedici anni che sogna di sfondare il muro del binario 9 di Cadorna con un trolley carico di valigie?

Cosa cazzo ha Harry Potter di importante nella tua vita? (sempre che tu non sia un ragazzino)

Va bene King, e anche Coelho. Cioè, non vanno bene, ma va bene lo stesso.

Ma cazzo, il resto sono tutti libri fantasy, diventati poi film.

Che cazzo di popolo siamo?

Ho già detto cazzo?

Questo era il mio grosso limite, nel leggere gli inviti dei miei amici. In primis ho scoperto che per i miei amici sono importanti libri brutti e insignificanti.

Poi ho scoperto dei grandi assenti non giustificati.

Cioè, nessuno, dicasi nessuno, dei miei amici ha letto La Versione Di Barney.

O perlomeno, nessuno lo considera fondamentale.

Nessuno dei miei amici cita Tropper, Sedaris, Fante, Carver, Ferlinghetti, la Vargas.

Niente.

Non mi sento ancora pronto per rispondere.

Anche se Mirko, che è un bonazzo ma è anche un buon lettore, ha fatto una lista, la prima, che ha un senso logico.

La prima, su quasi sessanta inviti.

Cioè Mirko, il mio amico romano e bonazzo, è l’unico con cui sono d’accordo.

Io, nella mia lista dovrei per forza metterci:

– Baricco. Oceano Mare, Novecento e Mr Gwyn

– Sedaris: tutto, oppure Me Parlare bello Un giorno

– Lutz, La famiglia Spellman

– Fante. Tutto, tranne Chiedi alla Polvere

– Bukowski, tutto

– Carver, Principianti

– Garcia Marquez, Cent’anni di Solitudine, ma anche tutto il resto. Tutto tutto.

– Neruda, tutto

– Fred Vargas, almeno la trilogia.

– Pennac, tutto. Se no Diari di un Corpo.

– Kundera, il Valzer degli Addii.

– Haddon, tutto

– Tropper, tutto.

– Beigbeder, L’amore dura tre anni

– De Silva, tutto, tanto scrive grosso.

– Winslow. Tutto. Tutto davvero. Se no L’inverno di Frenkie Machine.

Cazzo, potrei andare avanti ancora. No, non sono capace. Tipo, Freakonomics è un libro che mi ha segnato molto. Lo metto?

Insomma, non sono capace di rispondere. Io che sono nato per fare le liste.

Chiudo con una domanda a Mirko. Condivido la tua lista, sono libri bellissimi. Tutti tranne uno.

Spiegami, mio amato Mirko, la Mazzantini. Ti prego spiegamelo.

Ti faccio una lista di plausibili risposte:

– eh, cioè volevo mettere un libro brutto per aprirmi alle critiche.

– vorrei scoparmi una a cui piace la Mazzantini, quindi l’ho messo

– non so, ho copiato la lista di una amica del liceo

– La Mazzantini mi piace tantissimo. E non sono etero

– Io adoro farmi le serate: Mazzantini, ibuprofene e Lezotan o Prozac.

– Boh, cazzo vuoi, sono bonazzo, posso mettere i libri che voglio.

– cazzo stai a di? sto a guarda a Roma n’ Coppa. Nun c’ho tempo de risponderte.

Grazie Mirko, ti voglio bene lo stesso. Come fossi uno che non è vero che ha letto la Mazzantini.

Comunque parlane con qualcuno, qualcuno di preparato ad aiutarti.

Motivazioni – Breve corso sul senso della vita

Ascolto solo canzoni tristi. Tristi tristi, quelle che ci scappa una lacrimuccia e un pensiero veloce a qualcosa di sfuggito troppo presto o restato troppo a lungo.

In moto, la mattina, fa ancora un freddo fottuto, che arriva dritto nelle caviglie e sugli occhi. Piango di freddo.

In moto, la mattina, mi ritrovo a prendere decisioni affrettate su questioni più spinose di un cactus.

L’unica regola valida è non rimpiangere le suddette decisioni in moto, la sera, quando fa più caldo e il sole tramonta dietro ai grattacieli del centro.

Ascolto solo canzoni tristi, che a pensarci bene, le canto tutte sottovoce, dentro al casco, guidando dentro il traffico.

– riesci a prenderti meno sul serio, sederti, e chiederti: ma se morissi domani?

Ho chiesto a un venditore che assomiglia a Donatello delle tartarughe ninja, solo che negro.

Non mi ha risposto.

– profumi di primavera, sai?

Ho chiesto a una ragazza che abbassava gli occhi come se avessi detto una cosa terribilmente sconcia.

Tipo:

– vorrei osservare la tua vagina da vicino, soppesarne i lati oscuri e, una volta bendata, amarti da dietro.

Invece era:

– profumi di primavera

Che è un bel complimento.

Nessuno risponde alle mie domande. Devo cambiare domande.

O non aspettarmi risposte.

Ultimamente mi succede di pensare a molte cose. Tutte insieme. Troppe cose. Ho una specie di feeling con la vecchia cancellata arrugginita in fondo alla strada, dove mi siedo per pensare guardando i nuvoloni.

Ho anche portato un vecchio catalogo di cancelleria, così quando mi siedo non sporco l’abito.

Fumo, sapendo di dover smettere.

Ci penso, sapendo di dover smettere.

Morirò prima di smettere, suppongo.

Ultimamente mi capita di ascoltare tantissimo. Pensavo facesse meno male. Registro tutto. Penso sempre:

– ma faresti davvero così, fosse il tuo ultimo giorno?

Cioè, sembra una domanda retorica, ma è una raffinatissima domanda che si presta ai peggiori corsi di coaching ma anche alle migliori sigarette appoggiati alle cancellate. Sembra retorica, ma ti prego prova a pensarci davvero.

Domani, proprio domani, tu te ne vai. Non pensare al modo in cui te ne andrai. La morte non è mai onesta, non gioca a carte scoperte.

Ma te ne vai. Così. Lasciando tutti un po’ sorpresi. Qualcuno infelice, qualcuno disperato, qualcuno magari sollevato. C’è sempre qualcuno sollevato ai funerali. Che poi non lo ammette, ma è sollevato. Fattene una ragione. Anche ai matrimoni c’è sempre qualcuno disperato. Sono quelli che sbagliano, la mattina prima di andare in chiesa, a indossare l’emozione giusta. Si confondono. Non biasimarli. C’è gente che sbaglia il colore dei calzini e gente che sbaglia l’emozione.

Insomma te ne sei andato. Finito. Kaputt.

Muori felice? Muori soddisfatto? Muori che hai finito le cose importanti?

Sei qui, anche un po’ spaventato, a chiederti il senso della vita.

Che è un po’ come chiedersi il colore del mare.

Diffida dalle persone che sanno dirti con precisione il colore del mare.

O sono molto stupidi, o sono terribilmente arroganti. In ogni caso sbagliano.

Diffida dalle persone che conoscono il senso della vita.

Il mare ha moltissimi colori. La vita ha moltissimi sensi.

Tu stai seduto da un pezzo a chiederti di quale cazzo di colore sia questo mare. Ci provi. Azzurro! Ecco, azzurro. Poi bianco! Blu, ma di notte sembra nero. Verde. Oddio, giallo.

E lasci che passino le onde migliori, lasci che passino le mareggiate più belle.

Non ti senti idiota?

No, non tirarmi fuori la scusa dell’analista. Quello che ti aiuta, 120 euro più iva a seduta, a guardare il mare. E insieme date all’azzurro il nome di azzurro, al blu il nome di blu e al verde il nome di verde.

Una volta un’onda più forte, gonfia, e alta delle altre mi ha spazzato via.

Buttandomi nel mezzo del mare.

Che quando ci sei in mezzo, non è che ti domandi di che colore sia.

Ci nuoti.

Verso riva.

E il mare di notte è nero. Questo te lo posso dire.

E la riva, di notte, non si vede.

E sono le stelle a darti la direzione.

Mica il tuo cazzo di analista, che se ne sta sulla spiaggia ad aspettarti per dirti:

– raccontami quest’esperienza di quest’onda. Di che colore era?

– ho bevuto un sacco

– normale. Ma di che colore era?

– avevo freddo

– comprensibile. Ma di che colore era?

– Ma io che cazzo ne so di che colore era. Sono tornato a riva. Ho vinto.

– mica tanto. Non sai di che colore è… non hai vinto.

– ma vaffanculo

– eh. Vaffanculo. Analizziamo questo vaffanculo. Tuo padre ti picchiava? Vedi grossi peni galleggianti al largo?

Robaccia, dirai tu.

Hai ragione, ti risponderei.

E’ che sono felicemente appoggiato, a fare il morto a galla, guardando le nuvole.

Mi viene difficile scriverne. Mentre galleggio.

Ah, ovviamente se tu fossi quivi capitato per quel titolo accattivante sul senso della vita, ora ti aspetteresti delle risposte. Giustamente. Perchè le risposte sul senso della vita, ragionevolmente, stanno sospese su un blog tutto verde ad aspettarti. Come muschio.

Ecco, no.

Però, aspetta, c’è un grande però.

Un però che mi è venuto in mente ieri, seduto sugli scalini di un locale che vende il vino caldissimo e carissimo. E nel quale le ragazze non sanno di profumare come la primavera.

Un però di un certo spessore, freddo come il marmo e caldo come un abbraccio.

Prova a pensarla così:

ma il senso della morte, invece?

Ecco, quello è facile facile. Quella arriva. In ritardo, in anticipo, quando dovuto. Arriva, cazzo.

Ecco una cosa definitiva della vita, la morte.

Prima, prima di finire sotto a un cipresso innaffiato dal Comune e concimato dalla tua tibia sinistra, bisognerebbe nuotare il più possibile.

Credo.

Senza chiedersi troppo quale sia il colore. E’ un’onda.

Se vuoi, bassa manovalanza del coaching di brutto livello, guardati questo video.

Il vecchio Steve aveva ragione.

Una roba da chiedersi tutti i santi giorni.

Surf it fritz. It could be the last one

Febbre

La discussione ad alta voce tra i pescatori mi sveglia, in un involtino di lenzuola madide di sudore.
Odio avere la febbre.
Camminando verso il molo, guardo l’orologio del campanile.
Le quattro e venti. Forse e venti quattro.
Buio, umido e fresco, con la luce del faro a illuminare il molo e Genova sullo sfondo a colorare il cielo nero.
È un posto talmente bello da togliere il senso a molte paure, questo.
Anche alle quattro di mattina, anche con la febbre.

L’amore, Tess, è una scommessa.

Mi sveglio con i rintocchi delle campane, sdraiato sul molo, infreddolito e stordito.
Aspetto un caffè.

Ho conosciuto molte donne,
Alcune bellissime.
Adoro la bellezza.
Adoro la bellezza in una donna.
La perfezione del mondo, racchiusa in un sorriso. La gentilezza di Dio nelle gambe disegnate seguendo il cielo. La musica di uno sguardo.
Donne bellissime.
Con uomini gelosi, bastardi, arrabbiati, intestarditi, alle costole.
Con storie rumorose e con il passato che rotola sul presente come le onde sulla spiaggia.
Ho conosciuto molte donne.

Nessuna donna è arrivata fino a qui. Qui dentro, dove cataste di pensieri alimentano un fuoco forte.
Lo stesso fuoco che brucia muovendomi.
Lo stesso fuoco che illumina le notti di chiacchiere e mani curiose.
Bruciano, i pensieri, come pagine di un libro scritto per essere dimenticato.

Nessuna donna è arrivata qui.

Mi alzo, lasciando la mancia sul tavolino.
Cammino verso il mare, sentendo il sudore della febbre e la schiena spezzata dalla notte sul molo.

Non ho paura di scommettere.
Ho paura di scommettere da solo.

Le scommesse che si perdono, si fanno da soli.
L’amore, come la più rischiosa delle scommesse, si fa in due.
E due sono i vincitori, e due sono gli sconfitti.

Mi chiudo nella piccola cameretta, proprio mentre il paese si popola di turisti.

Voglio dormire, sdraiato sulla più grande delle mie paure.
Scommettere da solo.
Ho visto questa stessa paura altre volte.
Mi paralizza, non mi lascia scrivere, non mi fa dormire, non mi fa parlare.

Divento un posto scomodo dove appoggiarsi, una soluzione non intelligente, un rischio da non correre,

Divento una scelta obbligata. Evitarmi.

La paura del grande giocatore.

Lascio che la febbre faccia il resto e mi addormento in un casino che non assomiglia a niente se non a un brutto sogno.

Micia

 

 

Ho chiesto a Micia di aspettarmi nel solito posto. Il parcheggio del supermercato. La prima volta ha fatto un po’ di storie. Capricciose, le bionde sono capricciose. Diceva che il posto è squallido. A me i parcheggi dei supermercati non sono mai sembrati posti squallidi. C’è di peggio in questa città, da quando governa la sinistra. Molto di peggio. E poi con quella bestia di fidanzato che si ritrova, anche lei rischia parecchio a scegliere posti diversi. Ma forse non ci arriva.

Micia è la mia valvola di sfogo. Una deliziosa valvola di sfogo di un metro e sessanta, con tutte le giunture al loro posto, non so se capite cosa intendo. Micia è il nome che le ho dato la prima volta, in Motel, quasi tre anni fa. Non le piace tanto. La storia del motel, ed essere chiamata Micia. Non le piace nemmeno quando le dico che è la mia valvola di sfogo. In effetti ho smesso di dirlo, per non farla arrabbiare. Se si arrabbia anche la mia valvola di sfogo, capirete che il gioco smette di funzionare. E che cazzo.

Ho diritto a uno sfogo. Lavoro sei su sette, fino a quando ho gli occhi rossi. Fare l’imprenditore è tutt’altro che semplice. In Italia poi. Altro che le cazzate che mi hanno insegnato in Bocconi. Coltello tra i denti e andare. Pago le tasse. Ne pago talmente tante che mi rimane poco o niente, colpa anche di quell’idiota di Besenzoni, il mio commercialista. Che Micia, poi, è la sua segretaria.

Se lavorassi come scegli le segretarie, gli dico sempre, saresti il migliore.

Sei giorni a lavorare, e non mi rimane niente. E la domenica mica mi riposo. A star dietro ai figli. Che la famiglia vuole i suoi spazi. Ed è giusto così. La messa, l’aperitivo, il pranzo e poi la passeggiata in centro. Capisco che sia giusto, ma arrivo al lunedì che son contento di andare al capannone e accendere il generale della luce. Una moglie e due figli è un impegno gigantesco, altro che palle. Chiunque nella mia situazione avrebbe bisogno della sua valvola di sfogo.

Ricordo che Micia al Motel non ci voleva venire. Ma ci vuol poco a convincere una donna, se sai come fare. Ho tutte le carte in regola per farlo, e lo so. Non è certo la prima a cadere nella ragnatela di una bella cena al lago, un giro sulla Mercedes e una serie di muscoli che, nonostante l’età, il lavoro e la famiglia, riesco a tenere al posto giusto.

La prima volta che le ho visto il culo, impacchettato in un perizoma nero, mi è quasi mancato il respiro. E mica è una professionista, la mia Micia. Mica è una di quelle che lo fanno di lavoro. Dio, due nocciole perfette.

Micia perchè si muove come una gatta, a letto. Quasi da far perdere la logica. Fossi un uomo di pochi valori, avrei messo in gioco molte cose per questo suo saper graffiare, non so se capite cosa intendo. Una brava Micia non morde, le dico sempre. E una brava Micia sta sempre al suo posto, le dico sempre.

Che lei ci rimane male, è ovvio. Capisco il fascino, il mio fascino, e capisco anche i desiderio. Ma io ho una famiglia e una reputazione. Cristo, una segretaria. Cosa direbbero in Confindustria?

Lei sembra non capire. Una volta non si è fatta trovare per due giorni. Una cattiva idea la fuga, le ho detto, quando sono andato dal Besenzoni per un paio di operazioni bancarie in Svizzera. Le Micie non scappano mai dai loro padroni, le ho detto.

Poi, poco prima dell’estate, ho avuto quell’idea di far due giorni insieme sul mare. Mi sembrava romantico. E un bel regalo. Dopotutto sono tre anni che stiamo insieme io e Micia.

Allora ho messo insieme due rigori a porta vuota. Portofino e un bel giro in Mercedes. Roba che funziona per forza, il Top. Beh, forse il top sarebbe una Sardegna a luglio, o anche un Formentera a giugno, ma ho famiglia, non posso star fuori troppo. E poi ho l’azienda da mandare avanti.

Due giorni a Portofino, in settimana, mi sembrava più che corretto. L’albergo è lo stesso dove ho portato mia moglie a un paio di anniversari, li conosco e so che sono gente che si sa fare i cazzi propri. Micia da nell’occhio, quando è tirata da sera. Mica risparmia, su quei tubini neri e su quelle scarpe alte. Ma so di poter contare sulla discrezione e sulle mance.

Due giorni bellissimi, per lei. Me lo sentivo. Quando non hai accesso alla vita vera, il buffet a letto per colazione, l’idromassaggio, il servizio in camera, tutte queste cose ti sembrano straordinarie.

Niente che una banconota viola non possa comprare è straordinario, le dico sempre.

E io ne sono pieno, bellezza. Aggiungo.

La sera, avevamo bevuto qualcosa di troppo, le ho chiesto di mettersi quelle scarpe che le ho fatto comprare. Quelle che assomiglia a una delle ragazze della lapdance di Lugano, le dicevo. Perchè Micia, messa alla pecora con le scarpe, non la batte nessuno. Anche mia moglie, prima dei figli, non la batteva nessuno. Ma i figli cambiano molte cose. Poveretta, si difende, dico sempre al tennis, ma ormai è una lotta contro il tempo.

E le ho detto, Micia, facciamolo cabriolet. Che io di questi cazzo di goldoni mi sono rotto le palle, cristo. Roba da comunisti checche ammalate i goldoni. Roba da gente che non ha valori e che si ammala. I goldoni.

Lei ha detto no. Mi piace quando dice no. Così posso farlo, e vederla lamentarsi. Una brava Micia non si lamenta. Le dico sempre.

E insomma, abbiamo fatto un giro cabriolet. Io sono sano e robusto, mica ho bisogno di queste cose qui. E che cazzo.

Solo che avevamo bevuto qualcosa di troppo. Soprattutto lei, che quando senti che sto per venire dovresti toglierti, puttana.

Ma le donne come Micia non sanno reggere l’alcool.

E abbiamo combinato il danno.

Che sono tornato a casa domenica e ci ho pensato tutto il giorno.

E poi la ho chiamata. Micia, senti, ieri a messa ho pensato che non devi far cazzate e per sicurezza vai a prendere la pillola del giorno dopo.

E lei stava zitta, che credevo che ascoltasse.

Ma poi, per fare questi cristo di figli ci ho messo quattro anni, che mia moglie mi inseguiva per casa, a dirmi quali erano i giorni migliori. Figurarsi se una botta cabriolet funziona.

Insomma, mi sono messo tranquillo. Ho una azienda da mandare avanti, io. Non ho tempo da perdere in cazzate.

Che poi continuiamo con la nostra routine.

E io mica mi accorgo di niente.

Una sera, al parcheggio che la stavo riportando dal Motel, mi dice

senti, io sono incinta di te e sono felicissima.

Sono un uomo di polso. Mica uno scemo. Ho una azienda di sessanta persone e fatturo più di molti altri in Confindustria, anche se do meno nell’occhio che la Finanza non vede l’ora. E non ho detto niente.

Ma poi ci ho pensato.

E ho deciso di non vederci più.

E le stavo per scrivere una mail per dirle che, a conti fatti, era finita.

Ma poi, mi son detto, guarda che le mail restano. Allora ho detto, vediamoci.

Micia è finito tutto, kaput, le ho detto. Basta, it’s finished.

Lei piangeva ma non ha detto niente.

Credevo avesse capito.

Invece un mese dopo mi scrive una mail. Che io ignoro. Ho altro da fare che star dietro alle bizze di una donna. Che quando sono incinte hanno gli ormoni che ballano.

E una seconda. Che ignoro. E’ chiusura d’anno fiscale, son pieno di lavoro.

E una terza.

La quarta l’ha scritta sulla carta. Spedendo il tutto a mia moglie.

Una brutta idea.

Secondo me.

Un gesto codardo, cazzo.

Mia moglie non aspettava altro. L’ho anche detto all’avvocato: questa deficente sono anni che non aspetta altro che fottermi i soldi. Per niente, tra l’altro.

Mia moglie è diventata stronza. I figli cambiano molte cose.

E mi ha fatto scrivere dall’avvocato, mentre stava a dormire da sua sorella, con i bimbi.

Codarda pure lei.

Mica capace di affrontare la vita.

Infatti oggi pomeriggio eravamo d’accordo che sarebbe passata da casa a prendere le cose.

E io, che sono un uomo con le palle, ho deciso di aspettarla, per chiarire.

Che nella vita può succedere a tutti. Che abbiamo una famiglia, che cazzo di valori vuoi che insegniamo ai nostri figli se ci separiamo?

Ma lei non ha voluto sentire ragioni.

Stronza. Con i figli diventano stronze.

La prima sberla era un gesto correttivo. A volte le sberle sono educative.

La seconda, lo ammetto, era di rabbia. Chi non si sarebbe incazzato, nei miei panni?

Poi è scivolata sul mobile della cucina e ha sbattuto la testa.

Ingrassando un po’, ha perso la sua flessibilità. Era bravina, mi ricordo, a ballare e a ginnastica, al liceo. Ma si vede che i figli…

Insomma, cade e sbatte la testa. E tutto quel sangue. E lei che non risponde.

Mi spiace, ma te la sei cercata. Mi son detto. E poi, scivolare è proprio sfiga.

Poi mi è venuto in mente di precisare alcune cose anche con Micia.

Questa cosa della lettera mica mi è andata giù.

Le ho detto di aspettarmi al solito posto. Al telefono.

Mi sono tolto il sangue dalle mani, che si asciuga e secca sulla pelle, e sono andato con calma al parcheggio.

Micia, così non si fa, le ho detto.

Lei piangeva.

Che cazzo piangi? le ho detto.

Odio le donne che piangono delle loro debolezze. Anche alcune mie operaie lo fanno.

Quello che mi fa paura della democrazia, una volta ho detto a una cena di lavoro in Confindustria, è che i deboli hanno gli stessi diritti dei forti. Quando c’era lui, so che sembra scontato da dire, ma le cose andavano ben diversamente. E che cazzo.

Le ho tirato una sberla bella forte. Per farla riprendere.

E lei si è girata per scappare.

Dove scappi, Micia? Le ho detto.

Che ci manca solo da far casino al parcheggio, che è l’unico posto che ci rimane per incontrarci.

Ma lei niente. E’ corsa fin dietro agli alberi sull’altro lato della strada.

Verso un campo di zingari.

Rincorrendola ho sentito l’incazzatura salirmi.

Mi tocca far ragionare tutti sempre io. E che cazzo.

Ho cercato di fermarla, ma siamo scivolati per terra.

Ha iniziato ad urlare.

Le donne fanno così.

Come le galline.

Allora, per farla smettere le ho messo una mano sulla bocca e ho stretto.

Che ci manca solo che ci trovino qui per terra con te che urli, le ho detto.

Cazzo, hai un fidanzato, io ho una famiglia. Ma che cazzo ti passa per la testa?

Ma non rispondeva più.

Donne deboli. Dico io.

Tornando al capannone mi sono deciso a bere una cosa, che giornate così di merda speri sempre che non ne capitino poi tante. Ma poi succede.

E sono arrivato al capannone che c’erano due volanti dei Carabinieri.

O Cristo, ho pensato. Per fortuna non è la Guardia di Finanza.

Ma anche i Carabinieri, con la storia della Magistratura di Sinistra, son diventati pericolosi, con buona pace di Nonno Attilio, che è stato un bravo maresciallo.

E mi dicono che son qua per chiarimenti su cosa è successo a casa mia. Che la donna delle pulizie dice di averli chiamati in lacrime.

Meno male, penso.

Se fossero venuti perchè qualche operaio li ha chiamati per qualche storia sulla sicurezza.

Quelli son casini veri, che finisce che hanno sempre ragione loro. Bastardi.

Niente, vi seguo volentieri, ho detto.

Sarà facile spiegare, vedrete.

Mi guardavano strano.

Ma poi capiranno, mi son detto

A Casa (Zombie reloaded)

Che in fondo anche questa fottuta normalità ha un suo senso e una sua musica. Certo, la città popolata di zombie abbronzati in bermuda e ciabatte che pascolano tra supermercato e bar aperti in centro, il tempo che fa immaginare giornate splendide di mare, le edicole chiuse, i viali deserti, i vagoni del metrò abbandonati a intere ballotte di rappers in canotta e cappello dritto e lucido, ecco tutto questo potrebbe sembrare terribilmente noioso.
Terribilmente noioso.
Difatti, cristo, tutto questo è terribilmente noioso.
Rientro in zona giusto in tempo per passare dal pub, dove i vicini di casa si salutano frastornati raccontandosi le ferie. Ah le Marche, uh l’Abruzzo, eh la Costa Azzurra. e l’Elba? Vuoi mettere la Liguria.
Questa mattina ho salutato le nonnine della zona, ordinatamente in coda davanti all’unico bar aperto, cornetto e cappuccio.
I padroni dei cani, che mi ricordo i nomi dei cani. Le ragazze che corrono. Il benzinaio e l’edicolante, con bermuda talmente lunghi da sconfinare in uno sgraziato pinocchietto multitasche. Il vicino, che come ogni fottuta domenica, con il garage aperto si inventa lavori importanti come rifilettare viti di tubature di bagni, che uno si chiede ma quanti cazzo di bagni hai messo in quella cazzo di casa?
I sudamericani che scendono dal bus per andare al parco a grigliare, gli zingari che passeggiano verso il supermercato, le badanti dell’Est che si ritrovano sotto i faggi a raccontarsi, suppongo, di quanto caghi uno o non dorma l’altro.
Tutto questo, cristo, è mortalmente noioso.
Si muore di questo.
Ne sono certo.

Potrebbe succedere qualcosa di straordinario, ma funzionale a rendere questo posto un posto “interessante” in cui vivere?
Mentre la gang di rapper che sta nel vagone del metro insieme a me inizia una jam session su una vecchia canzone dei Club Dogo, per non provare fastidio ho due possibilità.
Uno: dire la verità. Ehy fottuti emarginati del cazzo. Volete saperne una? I vostri idoli al momento sono a Formentera. A scopare veline e altro troiame. Gesto ineccepibile. Ma che vi rende anacronistici. Il rap è morto, perchè quel disagio che denunciate con rime fuori tempo è la prima cosa da cui scappate appena fate due soldi. Capite? Cazzo, i punk facevano i soldi e restavano punk. Al massimo morivano affogati nel loro vomito di champagne e non di pessimi liquori. Ma ci affogavano lo stesso.
Capite cazzo? Scoparsi la Minetti è una cosa molto bella, sia da dire che da fare. Ma tutto il resto è out. E per di più, le rime o si fanno bene, o fanno cagare. Per dire, o si va di quattro quarti e endecasillabi per tutto il pezzo, oppure no. Non si mischia. Le basi, cristo. Le fottute basi.

Non credo che la prenderebbero bene. E sono tanti, palestrati e fumati.

Due: isolarmi a scrivere.

Qui sorge il problema. Vivendo la zona, mi si sterilizza la vena. La normalità routinaria uccide le mie parole. Le adorabili vecchine, i vicini, i padroni dei cani, le signore a passeggio, le mamme dei giardinetti, mi annientano.
Mi ritardano la scrittura. Come quei programmi che trascrivono sotto dettatura, che non capiscono il 25% delle parole, che ti tocca rileggere e che perdi il ritmo.
Ho bisogno di disordine per scrivere.
L’ordine mi appassisce.

Che se solo la Signora Corbazzi, terzo piano scala B, fosse davvero la serial killer che io intravedo nei nostri rari incontri, sarebbe una scala, la scala B, interessante, Lei ha la faccia di una che surgela i gattini nel freezer. Ma lo penso solo io.

E Roberto il benzinaio. Io ne sono certo. Lui ha un giro di baby prostitute, che fa alloggiare nella piccola officina dietro alla stazione. Si vede da come fuma i sigari mentre ti fa benzina.
E la ragazza del palazzo in fondo alla strada, lei uccide su commissione. Per questo le sorrido sempre. È una mercenaria, al momento al soldo di un governo centrafricano.
La giovane del primo piano, dio benedica il suo culo. Lei attrae i giovani in casa. Questo lo vede tutto il quartiere. E con quel culo, è un rigore a porta vuota. Ma quello che nessuno sa è che li indottrina, mentre si fa montare contro lo specchio in finto legno Ikea Svajuikaslla, al credo di Rael. Una raeliana a caccia di proseliti.
E i due teneri vecchi che danno da mangiare a quei fottuti gatti. Beh quelli sono di Lotta Comunista. Lo si vede dalla costanza con cui scodellano manzo in gelatina. Ascoltano, con quegli auricolari, le conversazioni nelle case, e riportano tutto alla casa del Popolo, loro quartier generale, nascosto sotto le mentite spoglie dell’Outlet Della Scarpa.

Dio, se solo fosse così.

Pensami, oppure amami che fai meglio

Mumad tirava su con il naso, cercando la bottiglia e guardando il cielo. Era il suo modo di far previsioni. Accurate come quelle di un uomo che vive ascoltando il vento. E fumando dell’ottima erba. Che tirava fuori da una piccola saccoccia di pelle che teneva nei jeans lisi e sporchi. Arrotolava canne di un certo spessore, senza l’ombra di tabacco e filtro. Tubi di erba, coltivata dalle sue parti, tirata su a salsedine e sole. Faceva due tiri, illuminando con le braci la notte buia e buttando il fumo con il naso. Poi mi passava la bottiglia e la canna. Parlavamo nella lingua degli uomini che si vogliono capire, ma nemmeno troppo, degli uomini che si sono trovati insieme e insieme sanno che cammineranno per un pezzo delle loro vite. Parole in inglese, parole in francese, molti gesti. Conversazioni bagnate da quel ouzo caldo, affumicate da quella yerba buena, sotto le stelle, sdraiati sul legno umido del ponte destro della barca.
Eravamo clandestini. Anche se, a tutti gli effetti, io ero ospite, promesso sposo, lui era comandante.
Di giorno non ci parlavamo. Nella sua divisa, ridicolo retaggio classista che piace tanto ai ricchi che noleggiano sogni a due alberi, navigava da una caletta a un porticciolo, eseguendo gli ordini e ascoltando i capricci.
Lasciava, al mattino presto, due spesse lenze a poppa, che si trascinava dietro per tutta la mattina. Orate, branzini, qualche pesce difficile da identificare. Che poi finivano sulle griglie che faceva mettere dall’equipaggio a terra, tra le rocce. Non amava fermarsi in porto la notte. Così finivamo a beccheggiare in rada, immersi nelle stelle e nel silenzio. Finite le chiacchiere della cena, finito l’entusiasmo di quel vino bianco secco e un po’acido che diceva di aver portato dall’Asia, tutti rientravano nelle cabine. Rimanevamo sul ponte in due.
Fumavamo in silenzio, bevendoci sopra.
Mi salutava con un cenno della mano, girando il polso e nascondendosi sulla sua amaca a poppa, sospesa sul mare nero.
Mi infilavo nel mio sacco a pelo a prua, aggiustando una piccola torcia elettrica incastrata in un govone e aprendo il libro, umidiccio, per leggere.
Finivo addormentato, in un sonno pacifico come solo il mare, l’erba e l’alcool sapevano darmi.
Lei arrivava quando anche gli ultimi occhi indiscreti avevano ceduto al dolce beccheggiare. Quando la notte lasciava quasi spazio alla luce, che le stelle lentamente si spegnevano in un cielo che cambiava colore.
Si infilava nel sacco a pelo, sapendo di letto, calda, con un buon sapore e un profumo docile che saprei ritrovare oggi a occhi chiusi.
Le mani cercavano, sottovoce, quello che le bocche non potevano raggiungere. I piedi si incrociavano, facendo un amore splendido. Le pance, appoggiate una sull’altra, si scaldavano.
Poi scivolava via, raccogliendo il pigiama e i capelli in un nastro bianco. Le punte dei piedi scivolavano sul legno, lasciandomi ad occhi aperti, nel silenzio dell’alba. Il sole sorgeva sempre dal mare, una pancia placida che si illuminava di colori stupendi. Scaldava fin troppo, fin da subito. E il mal di testa di questa routine di alcol, erba, amore insonne. Mi buttavo in acqua dalla scaletta, con il mare ancora buio. Sbracciavo verso il largo, lasciando cadere il costume e prendendolo con la mano sinistra.
Nuotavo nudo come per lavarmi da quel peccato originale di essere ospite traditore. L’acqua fredda aiutava le gambe e le braccia. Il respiro profondo prendeva l’umido del mattino. Le vespe di mare volavano basse intorno alla mia testa, una volta una tartaruga mi ha toccato un piede, grossi polpi si nascondevano negli scogli quando mi avvicinavo. Mi sedevo su uno scoglio, guardando l’alba, la barca, aspettando che tutti si svegliassero e salissero fuori coperta, nei loro pigiami ridicolmente ordinati e cittadini. Mi rivestivo e tornavo a bordo.
A colazione Mumad mangiava olive nere, pomodori, feta e qualche fetta di pane, senza nemmeno guardarmi.
Lei spalmava marmellata di fichi su fette di pane nero, muovendo le mani come di notte con me. Osservavo i movimenti, tenendo un segreto grosso come il mare, tutto chiuso in quel muoversi di mani. Non mi guardava.
E finivo impigliato in qualche ridicola conversazione, da colazione tra amici.
Lentamente dimenticando i miei peccati. Le sue mani, le mie mani. Era questione di notte e di mare. Iniziavamo a navigare presto. Prendevamo il largo lasciando le baie in silenzio, fuggendo lentamente da terra, con tutti sdraiati sul ponte a guardare le magie di un capitano serio e puntiglioso.
Io, seduto a poppa, lo osservavo al timone. Nel riflesso del sole guardavo lei. E lui. Sdraiarsi insieme. Ridere di un nulla. Tenersi per mano.
Non pranzavo mai con loro, preferendo uscire a pescare con Mumad e uno dei suoi mozzi. Stavamo in un piccolo gozzo, ridicolmente stipati come clandestini, con quattro canne corte, e sei lenze appese ai bordi.
Quando il mal di mare si faceva insopportabile, come la noia, come il peccato, mi buttavo in mare, nuotando pigramente intorno alla barchetta.
Rovinando la pesca.
Rientravamo per le tratte del pomeriggio.
Rubavo qualche sul sguardo, mentre leggevo sul ponte, mentre lui osservava mappe insieme a Mumad, fingendo di capire i segreti del mare.
Non capiva niente di mare e di donne. Questo, probabilmente lo ha salvato.
A cena, aspettando i mozzi che da riva portavano il pesce grigliato, bevevamo ridendo di poco. Compiaciuti e vissuti, come veri uomini di mare.
Poi, la notte.
Chiedevo a Mumad il tempo indicando il cielo e poi facendo sue e giù con la mano a cucchiaio.
Tirava su con il naso, sdraiato su un cuscino, cercando la bottiglia.
Mi sorrideva. Ci sarebbe stato il sole. E mi passava la bottiglia.
Cercavo, buttando fuori il fumo denso dell’erba, il Grande Carro.
Ascoltando le ultime chiacchiere sotto coperta. Sospiri, sottovoce, che sentivo solo io.
Dopo giorni, tanti, così, dopo notti, tante, così, ci siamo trovati in un aeroporto a salutarci.
Gli addii di terra sono molto più dolorosi degli incontri di mare.
Sono stato un ospite divertente ed educato. Mi hanno salutato tutti sorridendo.
Tranne lei.

Suocere

La placida nonnina, tinto biondo, occhiale a maschera e copri costume con strani disegni psichedelici , sicura ereditá di qualche figlia tossicomane, si siede da due settimane tutti i giorni nell’ultimo tavolo a destra. La cosa non mi disturba affatto.
Una silente convivenza.
Io nel tavolino di fronte.
Nessun problema, un educato scambio di buongiorno, buon pomeriggio e arrivederci. Quando il Piccolo arriva correndo, sorride compiaciuta. Mio figlio ispira compiacimento. Ogni tanto lo accarezza sui capelli, materna come solo una nonna può essere. Al Piccolo le vecchie fanno fastidio. Le carezze fanno fastidio. Le vecchine che accarezzano lo mandano fuori di testa. Quindi scappa.
Io fumo. Ho scelto questo posto con criterio. Posso essere un discreto spacca coglioni in queste cose. Il tavolo è esposto al sole, posso ordinare il caffè stando seduto, vedo il Piccolo senza alzarmi, ed è uno dei pochi coperti dal rumore di zarri e discoteca, grazie al muro del bar.
Si vede che il caldo, si vede che l’umiditá, si vede che oggi doveva andare così, la vecchina mi ha dichiarato guerra. Prima timidamente, con pungente disapprovazione al mio lasciare che il Piccolo ciondolasse nudo in giro. Poi con plateali gesti di disapprovazione per il fumo della mia sigaretta.
Attacchi che ho deciso di ignorare. Oggi tutte le donne della mia vita mi hanno dichiarato guerra, simultaneamente. Ignorare, restando fermo al sole, funziona per le lucertole. Non vedo perchè non dovrebbe funzionare per me.
Inoltre lo Stato in cui viviamo consente di corrompere funzionari pubblici, evadere le tasse e fumare in pubblico. Sul girare nudi a tre anni, non credo ci siano delle leggi. Ma non trovando il costume da bagno, ritengo accettabile che succeda.
L’attacco frontale avviene alle 15.34, Orario atlantico, fuso di Roma. La vecchina si alza, mostrando anche un interessante processo di incartapecorimento del seno, che sembra abbrustolito e secco e mi punta a passo svelto. Ci dividono due metri lineari, cinquant’anni, e sei gradi di colore sui capelli.

– non vorrei far da suocera, ma senza crema, col sole di oggi, rischia di bruciarsi le spallucce, piccola bestiolina.
– dice a me?
– si.
– signora, la ringrazio, non metto creme.
– dicevo la creatura
– ah. Credo che sua madre abbia qualcosa. Ma al momento ignoro dove sia sua madre.
– disgraziato. Si brucia.
– succede. Succedeva ai suoi tempi. Non avevate mica la protezione 50, eppure avete tirato su generazioni grandiose, negli anni 50
– io ho 55 anni
– ha mai messo la protezione 50?

Andandosene ha manifestato tutto il suo disprezzo guardandomi dritto negli occhi.
Povera nonnina. Arsa dal sole, ne dimostra settantacinque. E io, sopra i quattro anni, non so definire l’età di una donna. E oggi rispondo acido come il lime spremuto. Rimedierò, forse, domani, offrendole un tamarindo. Credo che sia questo il beverone che si ciuccia tutti i santi giorni.

Non ho una suocera. Ne avessi una, sarebbe, sicuramente, una relazione problematica. Lo so di mio. Sono spigoloso, spacca cazzi, rude e odio le intromissioni nella mia vita. Soprattutto quando sto leggendo il giornale in spiaggia.
Non ho mai pensato veramente al problema. Ho conosciuto la madre della donna che ho sposato, e ho trovato adorabile l’amore incondizionato che mi ha dato fin da subito. È stata gentilissima, dolce e molto comprensiva. Quando la malattia ha preso anche la ragione, in una delle serate interminabili che facevo nella stanza d’ospedale, le ho accarezzato una guancia e la ho ringraziata. Baciandola leggermente, per non dar fastidio alla morfina.
Quella prima, di suocera, aveva il pregio della sincerità. Le sono stato sul cazzo dal primo momento, e dal primo momento me lo ha fatto capire. Una gran donna. Tutta d’un pezzo.
Una, una volta, mi ha lanciato un rotolone di Asciugoni Regina adosso, minacciandomi di morte se avessi ancora fatto soffrire la figlia. Che, per dovere di cronaca, nel mentre era impegnata a leccarsi le ferite del nostro ultimo litigio con un amico. O a leccare direttamente l’amico.
Una, adorabile donna, aveva iniziato il progetto di sostituirsi a mia madre, appena morta. Una missione resa facile dal fatto che io cercassi di essere in casa loro il più possibile. A onor del vero, presenziavo con costanza per quel discorso del passaggio dalla teoria alla pratica che nel sesso è abbastanza importante. Ma lei cucinava per me, mi stirava le magliette, mi ascoltava e mi suggeriva i libri. Cose che mia madre aveva smesso di fare circa dieci anni prima. Ai vizi ci vuol poco a riabituarsi. A lei devo Baricco e Pennac. A sua figlia devo molte altre cose. Bella famiglia.
Una aveva deciso di amarmi fin da subito. Fin da subito significa che, nel momento in cui aveva deciso di amarmi io accompagnavo a casa la figlia, per il semplice fatto che era sulla strada di casa. A furia di darle passaggi, e di sentire questo amore incondizionato della madre, mi ero anche deciso a fermarmi a cena. A furia di cene, passaggi e amore materno, mi ero anche deciso a scoparci. Sul letto materno. A furia di tutto questo siamo anche finiti insieme per un po’. Ma, nonostante la madre tifi per me ancora oggi, lei è sposa di un adorabile commercialista che sembra Winnie The Pooh, più grasso e meno sicuro di se.
Una, la migliore, aveva deciso di essere mia amica. Probabilmente per scroccare a furia di chiacchierate la verità su quella figlia così chiusa con i genitori e così aperta con quasi tutta la Facoltà di Scienze Politiche, che non parlava mai e rincasava sempre troppo tardi.
Girava una battuta su di lei.
– Sai la differenza tra una ciellina e Veronica. La ciellina prende trenta, Veronica ne prende trenta.
Risate compiaciute del gruppo, in cui i due o tre che non si erano passati Veronica si sentivano davvero indietro.
Ovviamente le raccontavo tutto. So essere amico delle donne io.

Inevitabile pensare a mia madre. Sarebbe stata una buona suocera. Per dire, aveva bigodini enormi e colorati, copri vestaglie con fiori esotici e ciabatte di plastica con la pianta anatomica. Aveva anche quegli occhi, che mi ha regalato, che sembra sempre che siano tristi. Si sarebbe divertita a trovare il filo conduttore di tutte le donne della mia vita. Avrebbe riso, con la sua risata rumorosa, e forse lo avrebbe accorciato di un bel po’, quel filo.
Avrebbe amato il Piccolo, accarezzandolo in testa e dandogli la protezione 50. Gli avrebbe comprato i giochi didattici della Montessori, gli avrebbe vietato tutte le cose buone dell’industria alimentare, tollerando contro voglia un bicchiere di Cola come premio. Lo avrebbe portato in chiesa spesso, ma questo lo fa il nonno in ogni caso. Li, sull’ultima panca, è stato insegnato al Piccolo a salutare la nonna che sta in cielo. Gli avrebbe messo quelle ridicole tute da sfigato con cui sono cresciuto e i calzettoni di cotone bianchi, che tanto mi hanno fatto soffrire, ma che a detta sua erano molto igenici.
E forse, sedendosi al mio tavolino, spostando il giornale, mi avrebbe detto quelle cose che solo una madre saprebbe dire oggi. Perchè prima di esser suocera, sarebbe stata madre.