Imprevisti

28 Set

– madame ha lasciato questi per lei
– grazie, monsieur

I miei calzini blu, dimenticati accartocciati contro la scrivania. Lavati e ridotti a una sfera perfetta. Madame è molto gentile con me.
La conversazione con suo nipote è finita qui. Prima di tutto il mio francese non mi permette di andare molto oltre, e poi sappiamo tutti e due dove deve andare questa conversazione.

– è tardi, c’è ancora qualcosa di aperto per mangiare?
– no, monsieur, è domenica. È tutto chiuso.
– nemmeno il cinese davanti alla fermata?
– quello, monsieur? Quello non lo consiglierei nemmeno a un nemico.

Gli risparmio la conversazione e lo lascio alla partita del PSG. Esco e vado dritto dal cinese.
Che, nella lista delle cose che ti suggerirei a Parigi, non compare nemmeno come ultima possibilità.
Difatti è sempre vuoto. Mangi da solo, con una noiosa cantilena cinese in sottofondo, osservando le carpe che galleggiano in quello che, qualche secolo prima, deve essere stato un acquario.
Inoltre le salviette lavamani che ti portano hanno lo stesso profumo del detergente vaginale. Non chiedetemi come io lo sappia. Io lo so. E mi fa schifo succhiare gamberoni da una mano che sa di vagina pulita. Non sono per quel genere di esperienze. Gamberi e vagine sono ottime cene, separati.

Avrei dovuto essere in centro, coccolato dal rumore dei tacchi e dalle risate della gente. Nel casino di Chatelet, o forse imboscato verso Le Conservatoir. Parigi la domenica sera è un bel posto per perdersi tra la gente. Avrei dovuto farlo.
Avrei voluto.
Uno dei vantaggi del viaggiare è il dover affrontare una serie di situazioni che vanno dal pittoresco allo snervante passando per il pericoloso o il decisamente, mortalmente, pericoloso.
È un vantaggio, perchè ti porta a avere tutta un altra visuale sulla vita, quando sei sul tuo divano di casa.
Ma è anche, a titolo informativo, una fragorosa rottura di coglioni.

L’impiegata dietro al banco check in mi sorride mentre mi dice che sono in overbooking. È domenica, una domenica straordinariamente primaverile. Ho lasciato tutta un’intera famiglia addormentata, con le finestre aperte e il sole che scalda.
Ho guidato cantando e pensando a cose molto belle. Il sole, il surf, la depilazione integrale, la mia cena in centro a Parigi.

Ottengo un posto, rubandolo a un altro uomo, seguendo appieno la teoria del cane mangia cane, mi imbuco in una gigantesca fila per i controlli di sicurezza, aspetto pazientemente, poi meno pazientemente, poi decisamente incazzato e sudato, di arrivare davanti a un tizio scoglionato che mi fa togliere tutto, compresa la cintura e le scarpe.
Mi rivesto, arrivo al Gate e osservo le prime, acerbe, scene di isteria di gruppo.
Succede. Quando cancellano un volo.
E di voli ne cancellano parecchi. Perlomeno di quelli che prendo io.

Ci ritroviamo imbucati su un altro volo. Normale amministrazione.
Osservo il tramonto dal finestrino, mentre la mia vicina crede che le stia guardando le gambe. Ogni tanto, infastidita, si gira, per cogliermi in fragrante.
Le francesi sono così. Estremamente permalose. Nessuna donna ha gambe belle quanto un tramonto visto da un finestrino. Davvero.
Di gambe bellissime ne ho viste. E nessuna è come quello spettacolo di colori. E poi il tramonto dura poco, poi si può passare alle gambe. Volendo, di notte, due belle gambe possono saper ricordare un tramonto.
Adoro guardare fuori e fingere di riconoscere il paesaggio. Lo faccio sempre, quando volo con la luce.
Ah, ecco il Monte Bianco. Uh, Lugano. Eccoci a Zurigo. Guarda che bella Bruxelles.
Voliamo sopra una soffice coperta di nuvole, rosa e rosse per il sole.
Un gran bello spettacolo.
Atterriamo. Tutti. Tutti tranne la mia valigia.
Che arriva con una buona mezz’ora di ritardo, insieme a una borsa di pelle nera da dominatrice sado maso che viene presa da un simpatico nonnetto con il cravattino. Giocherellone.

Il taxista non ci vuole credere. Io nemmeno. Un ingorgo. Domenica. Alle otto.
Ecco, a Parigi gli ingorghi li fanno molto seri. O molto seri, o niente.
Tipo che stai fermo un’ora.
Il tassametro procede spedito.
Io finisco la batteria del telefono e le speranze di arrivare a cena.
Gli chiedo di cambiare indirizzo. Mi guarda come se gli avessi chiesto di andare nel Bronx.
In effetti, a vederla da fuori, ha ragione lui.
Per andarci devi avere delle ottime ragioni. Tipo essere nero, molto nero, avere delle vecchie Renault smarmittate, voler mangiare kebap seduto sul marciapiede, oppure volerti infilare sotto i ponti della ferrovia.
Oppure essere di quella cricca che la mattina dopo si sveglia e si infila nei grattacieli davanti, insieme a un buon mezzo milione di altri esseri umani.
I miei compagni sono tutti giá arrivati. Lo capisco dal fatto che l’acqua naturale è finita. Il distributore lampeggia. È rimasto il succo di mango.
Non conosco nessuno che si porterebbe in camera del succo di mango per bere di sera.
Non conoscevo nemmeno nessuno che lo beveva di giorno. Ma madame mi ha assicurato che va a ruba.
Per questo tiene due file di succo di mango e una fila di acqua.

Una volta in mezzo alla Pennsylvania, a un centinaio di miglia da tutto quello che comunemente in Europa passa sotto alla definizione di civiltà, ho trovato un posto che faceva dei grandiosi hamburger di pollo. Ottima cena, ho pensato. E anche delle patatine, grandi, con mostarda.
E una bella, grande, fresca, birra.

– non serviamo birra
– in che senso?
– nel senso che non serviamo birra
– ma è un fast food.
– non serviamo alcolici in tutta la contea
– nessun alcolico?
– niente.
– quindi?
– oggi c’è in promozione la Cherry Coke
– che sarebbe?
– cola al lampone
– cristo santissimo. Pollo, mostarda e cola al lampone
– la prende?

Un pomeriggio guidavo verso Dubai. Non è una bella esperienza, guidare un utilitaria in un posto dove il più sfigato degli stronzi guida un Suv grosso più o meno come un traghetto. Non vedi i tuoi vicini ai semafori, e ti senti oppresso.
Capito che non avrei mai raggiunto la destinazione in tempo per una cena, ho deciso di fermarmi in un posto che esponeva delle invitanti vetrofanie pronte a stimolare l’immaginario di un bianco europeo.
Panini, insalate, birre.
Dentro al locale, in verità, c’era solo un gigantesco bancone con delle frattaglie e delle verdure su un vassoio e del pane azzimo di fianco.
Ho ordinato indicando le verdure e il pane e ho chiesto una birra.
Come chiedergli di poter sverginare la sua primogenita.
È molto brutto avere un arabo incazzato davanti. Perché non capisci nemmeno se sia davvero incazzato o se sia semplicemente il tono di voce. Per quanto ne so io, quel convulso insieme di consonanti aspirate avrebbe potuto voler dire:

– benvenuto figlio di puttana cristiano. Hai anche il coraggio di ordinare birra, infedele del cazzo. E non ordini le frattaglie di capretto che sono così buone e così igienicamente conservate su questo bancone abbandonato a se stesso da due generazioni di ristoratori tra cui mio nonno Ahmed e mio padre Hussein.

– fratello, in pace ti dico che stai sbagliando, perché ho finito la birra. Avevo del rhum, ma ho finito pure quello, insieme a Ahmed e Hussein, i miei compagni di sbronze. Ma in pace ti do il tuo kebap vegetariano.

Mi piace pensare che si sia trattato della seconda.

Una volta ho visto uno scarafaggio scappare dal vassoio di polpette da dove stavo prendendo un bis, visto che il primo piatto mi era piaciuto molto. Ero a Damasco. Dirottato per un ritardo e poi un guasto. È abbastanza surreale mangiare a Damasco quando ti aspetti di essere a Gerusalemme.

Una volta, per rispondere a mio padre, ho perso il treno e di conseguenza l’aereo per tornare a casa. Per fortuna ero a Madrid, che è un ottimo posto per perdere il volo di venerdì sera.
È che mio padre mi chiama sempre nei momenti meno opportuni.
Una volta non gli rispondevo. Lo richiamavo.
Ma poi ho pensato: un giorno lo rimpiangerai.
E gli rispondo sempre.
Sono in riunione, con gente che si ucciderebbe volentieri per un budget. e mio padre mi tiene al telefono per osservare che il nuovo supermercato che hanno aperto ha solo un tipo di patate. Che quelle con il Selenio non le hanno.

Sto entrando dal cliente più importante dell’anno e mio padre mi chiama per dirmi che, a detta sua, l’autunno tarda. Che sembra ancora estate, ma che al Gazzettino Padano hanno detto che pioverà.

Questa sera, mentre passeggio nel nulla di questo stradone, lo chiamo io. Sono l’unico bianco di tutto il quartiere, e anche l’unico senza pittoresche ciabatte con il porta alluce di pelle.
Sono stanco e anche un po’ in rotta di collisione con questa solitudine urbana.
Ho voglia di immergermi in un problema diverso, tipo la coda all’edicola per colpa della signora che compra le riviste di gossip. O il supermercato che non tiene più due marche di pesce surgelato.
Invece niente.
Non risponde.
L’imprevisto dell’imprevisto.

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