Motivazioni – Breve corso sul senso della vita

12 Set

Ascolto solo canzoni tristi. Tristi tristi, quelle che ci scappa una lacrimuccia e un pensiero veloce a qualcosa di sfuggito troppo presto o restato troppo a lungo.

In moto, la mattina, fa ancora un freddo fottuto, che arriva dritto nelle caviglie e sugli occhi. Piango di freddo.

In moto, la mattina, mi ritrovo a prendere decisioni affrettate su questioni più spinose di un cactus.

L’unica regola valida è non rimpiangere le suddette decisioni in moto, la sera, quando fa più caldo e il sole tramonta dietro ai grattacieli del centro.

Ascolto solo canzoni tristi, che a pensarci bene, le canto tutte sottovoce, dentro al casco, guidando dentro il traffico.

– riesci a prenderti meno sul serio, sederti, e chiederti: ma se morissi domani?

Ho chiesto a un venditore che assomiglia a Donatello delle tartarughe ninja, solo che negro.

Non mi ha risposto.

– profumi di primavera, sai?

Ho chiesto a una ragazza che abbassava gli occhi come se avessi detto una cosa terribilmente sconcia.

Tipo:

– vorrei osservare la tua vagina da vicino, soppesarne i lati oscuri e, una volta bendata, amarti da dietro.

Invece era:

– profumi di primavera

Che è un bel complimento.

Nessuno risponde alle mie domande. Devo cambiare domande.

O non aspettarmi risposte.

Ultimamente mi succede di pensare a molte cose. Tutte insieme. Troppe cose. Ho una specie di feeling con la vecchia cancellata arrugginita in fondo alla strada, dove mi siedo per pensare guardando i nuvoloni.

Ho anche portato un vecchio catalogo di cancelleria, così quando mi siedo non sporco l’abito.

Fumo, sapendo di dover smettere.

Ci penso, sapendo di dover smettere.

Morirò prima di smettere, suppongo.

Ultimamente mi capita di ascoltare tantissimo. Pensavo facesse meno male. Registro tutto. Penso sempre:

– ma faresti davvero così, fosse il tuo ultimo giorno?

Cioè, sembra una domanda retorica, ma è una raffinatissima domanda che si presta ai peggiori corsi di coaching ma anche alle migliori sigarette appoggiati alle cancellate. Sembra retorica, ma ti prego prova a pensarci davvero.

Domani, proprio domani, tu te ne vai. Non pensare al modo in cui te ne andrai. La morte non è mai onesta, non gioca a carte scoperte.

Ma te ne vai. Così. Lasciando tutti un po’ sorpresi. Qualcuno infelice, qualcuno disperato, qualcuno magari sollevato. C’è sempre qualcuno sollevato ai funerali. Che poi non lo ammette, ma è sollevato. Fattene una ragione. Anche ai matrimoni c’è sempre qualcuno disperato. Sono quelli che sbagliano, la mattina prima di andare in chiesa, a indossare l’emozione giusta. Si confondono. Non biasimarli. C’è gente che sbaglia il colore dei calzini e gente che sbaglia l’emozione.

Insomma te ne sei andato. Finito. Kaputt.

Muori felice? Muori soddisfatto? Muori che hai finito le cose importanti?

Sei qui, anche un po’ spaventato, a chiederti il senso della vita.

Che è un po’ come chiedersi il colore del mare.

Diffida dalle persone che sanno dirti con precisione il colore del mare.

O sono molto stupidi, o sono terribilmente arroganti. In ogni caso sbagliano.

Diffida dalle persone che conoscono il senso della vita.

Il mare ha moltissimi colori. La vita ha moltissimi sensi.

Tu stai seduto da un pezzo a chiederti di quale cazzo di colore sia questo mare. Ci provi. Azzurro! Ecco, azzurro. Poi bianco! Blu, ma di notte sembra nero. Verde. Oddio, giallo.

E lasci che passino le onde migliori, lasci che passino le mareggiate più belle.

Non ti senti idiota?

No, non tirarmi fuori la scusa dell’analista. Quello che ti aiuta, 120 euro più iva a seduta, a guardare il mare. E insieme date all’azzurro il nome di azzurro, al blu il nome di blu e al verde il nome di verde.

Una volta un’onda più forte, gonfia, e alta delle altre mi ha spazzato via.

Buttandomi nel mezzo del mare.

Che quando ci sei in mezzo, non è che ti domandi di che colore sia.

Ci nuoti.

Verso riva.

E il mare di notte è nero. Questo te lo posso dire.

E la riva, di notte, non si vede.

E sono le stelle a darti la direzione.

Mica il tuo cazzo di analista, che se ne sta sulla spiaggia ad aspettarti per dirti:

– raccontami quest’esperienza di quest’onda. Di che colore era?

– ho bevuto un sacco

– normale. Ma di che colore era?

– avevo freddo

– comprensibile. Ma di che colore era?

– Ma io che cazzo ne so di che colore era. Sono tornato a riva. Ho vinto.

– mica tanto. Non sai di che colore è… non hai vinto.

– ma vaffanculo

– eh. Vaffanculo. Analizziamo questo vaffanculo. Tuo padre ti picchiava? Vedi grossi peni galleggianti al largo?

Robaccia, dirai tu.

Hai ragione, ti risponderei.

E’ che sono felicemente appoggiato, a fare il morto a galla, guardando le nuvole.

Mi viene difficile scriverne. Mentre galleggio.

Ah, ovviamente se tu fossi quivi capitato per quel titolo accattivante sul senso della vita, ora ti aspetteresti delle risposte. Giustamente. Perchè le risposte sul senso della vita, ragionevolmente, stanno sospese su un blog tutto verde ad aspettarti. Come muschio.

Ecco, no.

Però, aspetta, c’è un grande però.

Un però che mi è venuto in mente ieri, seduto sugli scalini di un locale che vende il vino caldissimo e carissimo. E nel quale le ragazze non sanno di profumare come la primavera.

Un però di un certo spessore, freddo come il marmo e caldo come un abbraccio.

Prova a pensarla così:

ma il senso della morte, invece?

Ecco, quello è facile facile. Quella arriva. In ritardo, in anticipo, quando dovuto. Arriva, cazzo.

Ecco una cosa definitiva della vita, la morte.

Prima, prima di finire sotto a un cipresso innaffiato dal Comune e concimato dalla tua tibia sinistra, bisognerebbe nuotare il più possibile.

Credo.

Senza chiedersi troppo quale sia il colore. E’ un’onda.

Se vuoi, bassa manovalanza del coaching di brutto livello, guardati questo video.

Il vecchio Steve aveva ragione.

Una roba da chiedersi tutti i santi giorni.

Surf it fritz. It could be the last one

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